FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Un bimbo africano, la malaria, l’intercessione di uno sconosciuto prete italiano [seconda parte]

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/04/2012

[Seconda parte]

In quegli stessi giorni, suor Livia Caserio era solita recarsi all’ospedale di Kitwe per visitare e portare del cibo al piccolo Abraham, un bimbo affidato all’orfanotrofio “San Martino” delle suore “Battistine”. Un po’ per curiosità e molto più per solidarietà, la suora si avvicinava ai lettini degli altri piccoli ricoverati, si intratteneva con loro, parlava coi famigliari. La vicenda di Gershom, in coma e affetto da varie malattie, l’aveva particolarmente commossa.

Racconta suor Livia: “Nel pomeriggio del 2 febbraio mi avvicino alla mamma di Gershom, che era molto triste e senza speranza. Stava accanto al letto del suo bambino e ho cercato di incoraggiarla. Il piccolo mi faceva una grande compassione, con quel tubo dell’ossigeno e tutte quelle malattie che aveva contratto… Ad un tratto mi sono ricordata che dovevamo iniziare il triduo di preghiere con la mia comunità religiosa, in preparazione dell’88° anniversario della morte del nostro padre fondatore. Spinta da un grande impulso interiore, sono corsa a casa, ho preso un santino del venerabile Alfonso maria Fusco e sono tornata all’ospedale.

Arrivata al lettino di Gershom, ho dato l’immagine alla sua mamma e le ho detto: “Recitiamo insieme la preghiera stampata e metti questa immagine sotto il cuscino del bambino. Vedrai che questo sacerdote lo guarirà”. La Signora Chizuma, sebbene Avventista del Settimo Giorno, ha seguito il mio suggerimento e ha fatto con fede quanto le avevo consigliato… Ritorno a casa. Avevo nel cuore la stessa ansia di Martina, la mamma del piccolo ammalato. Ma avevo anche la certezza della sua guarigione miracolosa… Comunico subito l’accaduto alle mie consorelle, e cominciamo a invocare il nostro padre fondatore. Eravamo convinte che il Signore ci avrebbe ascoltate e che avremmo avuto il miracolo della guarigione di Gershom”

Racconta la signora Martina: “Quando ho visto ritornare quella suora con qualcosa tra le mani, ho pensato che portasse da mangiare per mio figlio, o dei soldini per noi. Invece aveva un’immaginetta di don Alfonso Maria Fusco. Chi sarà mai costui? Io sono Avventista e non conoscevo i cattolici. Però ho pensato che i fedeli della mia chiesa avevano pregato per la guarigione di mio figlio, e non era successo nulla… Adesso questa suora vuole che invochiamo uno della sua chiesa… Sarà un segno di Dio? Sarà stato Dio a mandarmi questa suora? E così, pronta com’ero a qualsiasi cosa pur di salvare il mio bambino, ho recitato la preghiera insieme a suor Livia, e ho messo il santino sotto il cuscino di Gershom. Quando la suora è andata via ho recitato molte volte la preghiera. Io e mia madre siamo state tutta la notte a vegliare Gershom”.

Quel giorno, il 2 Febbraio del 1998, la cartella clinica redatta dal dottor Muludyang certifica che il bambino aveva una febbre costante sui quaranta gradi, permaneva lo stato comatoso e ansante, con convulsioni intermittenti per tutta la giornata e la serata. “Gli esami del sangue erano positivi. Le terapie farmacologiche non producevano alcun risultato. Decidemmo di sospenderle, per non infierire ulteriormente sulla debole fibra del bambino. Gli altri medici e io stesso avevamo perso la speranza che sarebbe stato in vita l’indomani.”

Durante la notte, mamma Martina, la nonna di Gershom e la signora Josephine Zulu, impiegata dell’orfanotrofio “San Martino”, restano al capezzale del bambino, in preghiera. Verso le sei del mattino, la mamma si allontana. Voleva restare un po’ da sola con se stessa, e cammina nei corridoi con le lacrime agli occhi. Quando sente un grido: “Martina, corri corri!”. Era la nonna di Gershom che la chiamava. “Corri, il bimbo si  è svegliato!”.

“Io rientro in corsia, raggiungo il lettino e vedo che Gershom muoveva una gamba da sotto il lenzuolo. Poi ha aperto gli occhi e mi ha detto – Mammaaa… – ho pensato che fosse il suo addio e sono scappata di nuovo fuori, piangendo a dirotto… vedendomi in quelle condizioni, alcune persone si sono avvicinate, mi hanno abbracciato e mi hanno detto che forse era meglio così, perché se non altro il mio bambino aveva smesso di soffrire… E invece sento ancora mia madre che urla: “Martina, vieni qui… Gershom è sveglio e sta chiedendo di te!”.

“Mi sono precipitata accanto a lui… e lo trovo seduto sul letto, mentre si toglie la mscherina dell’ossigeno… Io non sapevo più se piangere o ridere… Gershom continuava a chiamarmi mamma, poi mi ha detto che aveva fame. Ha bevuto un sorso di latte, ha mangiato un po’ di pane molle e di semolino. Ma ne voleva ancora! Poi ha anche cominciato a cantare la cantilena dell’alfabeto inglese imparata all’asilo: “Ei, Bi, Si…”. Non ho avuto alcun dubbio: la sua guarigione era un miracolo”.

Sono le sette del mattino e tutto l’ospedale è in preda a una forte agitazione. Gershom è saltato giù dal lettino e corre nelle corsie. Le infermiere non sanno se fermarlo o lasciar sfogare il bambino che per due settimane era stato in coma, e che era destinato alla morte. Alle 7,30 arriva in ospedale la caposala Agnes Sichinga: “Trovai il bambino nelle braccia della madre”. Poco dopo si presenta il dottor Muludyang. “L’esame che gli feci la mattina del 3 Febbraio non rivelava in lui alcunché di patologico. La broncopolmonite era sparita. Il sistema respiratorio era libero. L’esame del sangue al microscopio era negativo. La coltura del sangue in vitro e la sensibilizzazione erano negativi. Le pulsazioni erano normali. Il sistema nervoso era normale.

Io sono cattolico e credo nei miracoli. Quella guarigione non può essere spiegata dalla scienza medica. È un miracolo… Vede, nella mia esperienza clinica, ho curato moltissimi casi di malaria cerebrale. Il piccolo Gershom non aveva prospettive di vita. Quando si hanno quelle malattie, specie se i colpiti sono i bambini, o si muore o si guarisce. Ma se si guarisce, si hanno sempre effetti collaterali negativi, che in Gershom non sono assolutamente presenti. E poi la guarigione è progressiva, non è mai improvvisa, come in questo caso.”

Dopo le otto del mattino arriva in ospedale anche suor Livia Caserio. “Sentivo in me la certezza di trovare Gershom sveglio, fuori dal coma e guarito completamente. Infatti fu grande la mia gioia quando, avvicinandomi al reparto pediatrico, ho sbirciato dalla finestra per vedere cosa era accaduto al bambino. Era vivo? Aveva ottenuto il miracolo? Era morto come avevano pronosticato i dottori? Quale meraviglia! Ho visto il bambino seduto sul lettino. Accanto c’era la signora Martina che piangeva. Corro trepidante nella stanza, mi imbatto nella caposala e le domando se il bimbo seduto sul letto fosse lo stesso che la sera precedente avevo lasciato in coma. La caposala mi guarda e mi risponde: “Sì, suora, è lo stesso”.

Raggiungo la signora Martina, ci guardiamo involto e non riusciamo a parlare. Poi mi dice: “Gershom sta bene. Il suo sacerdote lo ha salvato. Ho lasciato la sua immaginetta sotto il cuscino del bambino e l’ho pregato. Egli ha svegliato mio figlio”… Sono ritornata in comunità e ho riferito raggiante alle consorelle che don Alfonso aveva fatto un miracolo”.

Il 6 Febbraio Gershom è stato dimesso dall’ospedale. Negli anni successivi è stato sottoposto a numerose visite di controllo e tutte hanno confermato l’assenza totale delle malattie che lo avevano colpito. Il 20 Ottobre del 1999, la consulta medica ha stabilito che la sua guarigione era scientificamente inspiegabile. Il 3 Marzo del 2000, i consultori teologici hanno concluso per la chiara concomitanza fra la guarigione e l’intervento soprannaturale, dovuto all’univoca ed esclusiva invocazione dell’intercessione di Alfonso Maria Fusco. Il 1° Luglio dello stesso anno, viene pubblicato il decreto sul miracolo. Il 7 Ottobre del 2001 Giovanni Paolo II ha proclamato beato il fondatore delle “Battistine”.

Molte altre storie di santi e miracoli sul libro Nuovi Miracoli di Piero Vigorelli, Piemme, 2004, da cui è stato tratto il seguente post.

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