FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Dottore, venga a visitare mio figlio, ha cominciato ad andare… a Messa…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/08/2012

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Vittorio Messori, giornalista italiano di 56 anni, è conosciuto a livello internazionale per aver intervistato Giovanni Paolo II in Varcare le soglie della speranza, e il Cardinale Ratzinger in Rapporto sulla fede. Tuttavia, nonostante quello che si possa pensare, pare che non sia stato cattolico da sempre.   “Nacqui in piena guerra mondiale nella regione più anticlericale d’Europa, l’Emilia, zona dell’antico Stato Pontificio, di don Camillo e l’onorevole Peppone di Guareschi. I miei genitori non erano propriamente dalla parte di don Camillo e, sebbene vivessero autenticamente alcuni valori – apertura, accoglienza, generosità – mi inculcarono sin da piccolo l’avversione al Vangelo e al cristianesimo, al clero e alla Chiesa istituzionale.

Mi fecero battezzare come se fosse una sorta di rito superstizioso, sociologico, ma da allora non ebbi più alcun contatto con la Chiesa.   Finita la guerra i miei genitori si trasferirono a Torino, la più grande città industriale italiana, culla del marxismo italiano di Gramsci, Togliatti e altri dirigenti comunisti, in cui i cattolici non erano che una minoranza. Lì frequentai una scuola pubblica in cui non si parlava di religione ma si inculcava il disprezzo teorico della stessa.

Obbligati dal concordato, tenevano un’ora settimanale di religione ma quasi nessuno la prendeva sul serio e io, in particolare la evitavo se potevo, con le scuse più disparate. In poche parole, se la mia famiglia mi aveva imbevuto di anticlericalismo passionale, il liceo fece piovere sul bagnato insegnandomi la cultura dell’illuminismo e del marxismo liberale.”   Dopo la maturità scelse la facoltà di Scienze Politiche. Apparteneva alla famosa generazione del ’68 e fece della politica la sua passione. “Diceva il teologo protestante Karl Barth che «quando il cielo si svuota di Dio, la terra si riempie di idoli». Per me il cielo era vuoto, e uno degli idoli che riempiva la terra era proprio la politica. Per me era un’autentica passione, ed ero molto impegnato coi partiti della sinistra.”

Si rende conto col tempo che i partiti non gli potevano fornire le risposte sul senso della vita. “Nonostante fossi consapevole di queste carenze della politica, allo stesso tempo ero convinto che non avrei trovato risposte al di fuori di essa, e questo perché facevo parte di coloro che disprezzavano il cristianesimo senza prendersi la briga di conoscerlo. Pensavo che qualunque dimensione religiosa appartenesse a un mondo passato, che un giovane moderno come me non poteva prendere sul serio. (…) Il Vangelo, per me era un oggetto sconosciuto: non lo avevo mai aperto, figuriamoci se lo tenessi in biblioteca, perché pensavo che facesse parte del folklore orientale, del mito, della leggenda.  

Ma un giorno successe che… Arriviamo a un punto di cui mi è difficile parlare… per pudore. André Frossard, collega a mio amico, un giorno entrò in una chiesa cattolica in Francia e ne uscì convertito. Il mio processo non è stato così clamoroso. Tuttavia una simile esperienza mistica, non così immediata ma più diluita nell’arco dei mesi, l’ho vissuta anch’io. La mia scoperta della fede fu molto protestante. E stato un incontro diretto con la forza di Gesù, attraverso le parole greche del Nuovo Testamento. Non ho visto luci, né udito canti di angeli, ma la lettura di quel testo, fatta probabilmente in un momento psicologico particolare, è stato un qualcosa che ancora oggi mi tiene confuso. Cambiò la mia vita, obbligandomi a rendermi conto del fatto che lì ci fosse un mistero, a cui valeva la pena dedicare la vita.  

La situazione che si venne a creare fu un dramma per me. In un primo momento mi diede una gran consolazione, una grande gioia, ma allo stesso tempo una paura terribile, per vari motivi. Da una parte, mi resi conto che la mia vita dovesse cambiare, soprattutto nell’orientamento intellettuale. (…) Mi faceva soffrire soprattutto  il fatto che, se la mia famiglia si fosse accorta di quello che mi stava succedendo, mi avrebbe cacciato di casa. Di fatto, quando mia madre seppe che andavo a Messa di nascosto, telefonò al medico e gli disse: «Venga dottore. Mio figlio pare che abbia una grande depressione nervosa». – «Che sintomi presenta?», le chiese il medico. E mia madre rispose: «Un sintomo gravissimo: ho scoperto che va a Messa». Questo dà l’idea del clima in cui si viveva nella mia famiglia e di quanto mi potesse toccare.  

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Un altro ingrediente del dramma era una sorta ci shock tra due atteggiamenti che io percepivo come contrapposti. Da un lato, qualcosa mi faceva vedere come nel Vangelo  ci fosse proprio quella verità che avevo cercato. Si trattava di un’esperienza del Vangelo come “incontro”, non solo come parola, valore, morale o etica. Per me il Vangelo non è un libro ma una Persona. Era l’esperienza di un incontro folgorante, consolatore e, talvolta inquietante. Inquietante perché in quel modo, io mi sentivo afflitto come da una specie di schizofrenia. Si trattava della dissociazione tra l’intuizione che mi aveva fatto capire che lì, nel Vangelo, c’era la verità, e la mia ragione, che mi diceva: no, è impossibile, ti stai sbagliando.  

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Da allora, tutto quello che ho fatto e le molte migliaia di pagine che ho scritto, in fondo non fanno che obbedire all’intento di vincere questa schizofrenia, cercando una risposta a questa domanda: Si può credere, si può prendere sul serio la fede, può un uomo di oggi scommettere sul Vangelo? Tutto ha girato intorno alla fede, alla possibilità di credere.

È stata un’avventura solitaria – sono sempre stato un individualista – in cui mi ha guidato Pascal: un uomo di trecento anni fa, anch’esso laico convertito, che ragionava come me, che non voleva rinunciare alla ragione e che, prima di arrendersi alla fede, desiderava affrontare tutte le possibilità. Pascal mi aiutò a scoprire questa nuova Atlantide personale. Ho parlato di avventura solitaria e di individualismo, ma dico anche di non essere un “cattolico del dissenso”. Semmai sono un “cattolico del consenso“. Secondo la logica dell’Incarnazione, non solo giudico legittimo il Vaticano, la Chiesa Istituzionale, ma la considero necessaria, indispensabile.  

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Quando ho deciso di accettare la Cheisa? Quando, riflettendo sul Vangelo per tentare di conoscere meglio il  messaggio di Gesù, mi resi conto che il Dio di Gesù è un Dio che ha deciso di avere bisogno degli uomini, che non ha voluto fare tutto da solo, ma che ha voluto affidare il suo messaggio e i segni della sua grazia – i sacramenti – a una comunità umana. Sarebbe a dire, se uno riflette bene, accetto la Chiesa non perché la ami ma perché fa parte di un progetto di Dio. Ci sono voluti molti anni, ma ora sono convinto che senza la mediazione di un gruppo umano, in fondo, non prenderemmo mai sul serio la mediazione di Gesù.   La mia avventura è stata solitaria anche perché ero uno dei pochi che andasse controcorrente.

Entravo nella Chiesa quando molti uscivano da essa gridando: Che meraviglia, finalmente la terra promessa! Abbiamo scoperto la cultura laicista! Io sorpreso, li avrei voluti fermare: Ma che fate? La vera cultura è qua dentro, nella Chiesa!   Per questo, alcuni mi hanno accusato di essere un reazionario, un nostalgico. È assurdo. Io non ho conosciuto la Chiesa preconciliare, non ho mai ascoltato una Messa in latino, perché prima del Concilio non ero mai andato a Messa e quando cominciai ad andarci, era in italiano. Da lì, non potevo essdere nostalgico, nostalgico di cosa? Non ho avuto né un’infanzia né una gioventù cattolica. Io si che ho conosciuto da vicino la cultura laicista.

Ma ecco all’improvviso un incontro misterioso e folgorante col Vangelo, con una Persona, con Gesù Cristo; e poi con la Chiesa”  

(Tradotto da http://www.fluvium.org/textos/lectura/lectura12.htm)

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