FERMENTI CATTOLICI VIVI

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“Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/01/2015

“Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti”, affermava Papa Francesco all’udienza generale del 5 giugno 2013, e ce lo ripete spesso, perché sa che è tanto facile assuefarci al pensiero dominante che censura, rimuove, ogni riferimento a certe persone scomode che nessuno vuole vedere.

carceratoI “matti” sono tra questi, e ancor più i “matti pericolosi“.

Non sono passati neanche due mesi dalla morte di Valentino, il figlio di una nostra amica di famiglia, schizofrenico, pericoloso, e il silenzioso quanto feroce dolore di questa madre, è così forte da rendermi incapace di dire parole, che risulterebbero inadeguate, stonate, fuori luogo. E così prego, li ricordo nel Rosario, li porto con me nell’Eucaristia, sto lì ad ascoltare come un broccolo che non sa cosa dire…

Pensavo proprio a Valentino (per la cui anima e per la cui mamma vi invito a pregare insieme a me) quando nella mailbox è apparsa la newsletter del blog “Diario di un ergastolano” che seguo sempre con interesse e a volte qualche lacrima, spesso più di qualche lacrima.

Parla di un “matto” come Valentino, uno scartato tra gli scartati la cui storia voglio condividere qui con voi.

Ve la propongo così com’è, senza aggiungere nulla, se non l’invito a pregare, a offrire Rosari, Comunioni, per quegli scartati di cui parla, ricordandoci le parole di Gesù: “Ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” – Matteo 25,36.

Se non possiamo di persona, “visitiamoli” almeno con la nostra preghiera.

Non so perché, ma penso che le brutte notizie in carcere fanno più male che fuori.

carcerato02

Particolare di un mosaico della Chiesa di Zale, Ljubljiana, Slovenia.

Oggi ho letto questa notizia sulla rassegna stampa:

“Ha aspettato la fine dei controlli giornalieri. Ha scambiato due parole con un infermiere e ha guardato gli agenti e il personale allontanarsi dalla cella. Poi, una volta rimasto solo, si è tolto la maglietta intima e l’ha trasformata in un cappio da legare alle sbarre della cella. Così un uomo, un italiano di circa 50 anni, si è tolto la vita all’Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dove era rinchiuso da tempo. È successo nei primi giorni di gennaio, almeno due settimane fa, anche se la notizia è emersa ed è stata confermata solo in questi giorni.” (Il Fatto Quotidiano, G. Zaccariello)

E chissà perché quando muore un “matto” in carcere, che le persone perbene chiamano ospedali psichiatrici, mi arrabbio di più. Forse perché nelle carceri ci si finisce perché lo vuoi tu o lo vuole la tua vita, invece nei manicomi ci vai da innocente, perché lo vuole Dio, o la natura per lui. Forse semplicemente quando muore un matto in carcere mi ricordo di quella volta, appena ventenne, che mi mandarono al manicomio di Montelupo Fiorentino dove mi riempirono di pugni nel cuore e calci nel corpo e mi legarono per lungo tempo al letto di contenzione.

Fu lì che conobbi Concetto. Chissà se è ancora vivo. Non penso, almeno lo spero per lui. Probabilmente, a quest’ora, per sua fortuna, sarà nel paradiso dei matti. Spero solo che non sia morto legato nel letto di contenzione o con la camicia di forza.

Mi ricordo che Concetto per il carcere dei matti era un osso duro. E gli operatori del manicomio potevano fare ben poco contro di lui perché lui non aveva più né sogni, né speranze. D’altronde non ne aveva quasi mai avuti. Non c’era con la testa. Era quasi tutto cuore e poco cervello, ma era buono e dolce come lo sanno essere solo i matti. Non parlava quasi mai con nessuno. Lo faceva solo con me. Mi ricordo che Concetto viveva di poco e di niente. Il mondo non lo interessava più. Il mondo lo aveva rifiutato e lui aveva rifiutato il mondo. Non gli interessava neppure più la libertà perché lui ormai si sentiva libero di suo. E non dava confidenza a nessuno, ma non gli sfuggiva niente. Concetto mi aveva raccontato che era cresciuto da solo. Senza nessuno. Prima in compagnia delle suore. Poi dei preti. La sua infanzia non era stata bella. Non aveva mai avuto famiglia. Nessuno lo aveva mai voluto. Nessuno aveva mai voluto stare con lui. Fin da bambino aveva imparato a tenersi compagnia da solo. Solo con il suo cuore. E con la sua pazzia. Neppure il carcere lo aveva voluto. E lo avevano mandato al manicomio. Si era sempre rifiutato di sottomettersi alla vita e al mondo. E dopo si era rifiutato di sottomettersi all’Assassino dei Sogni dei matti, per questo lo tenevano quasi sempre legato. Tutti pensavano che fosse pazzo da legare. Lo pensava pure lui. Io invece non l’ho mai pensato. E non l’ho mai dimenticato nonostante siano passati quarant’anni. Nel suo sguardo non c’era nessuna cattiveria come vedo spesso anche adesso nelle persone “normali”.

Spero che chiudano molto presto gli Opg perché non sono altro che luoghi di tortura. E chissà quanti Concetti ci saranno ancora dentro quelle mura.

Carmelo Musumeci, Carcere di Padova, gennaio 2015

Fonte: http://www.carmelomusumeci.com/

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