FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI ai giovani, Loreto 2007

Archive for the ‘Cristianofobia’ Category

«Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/12/2016

voluntari08cUna vita all’insegna del martirio, in tutte le sue forme

Beato Anton Durcovici
Vescovo di Iasi (Moldavia)
e martire († 10/12/1951)

Anton Durcovici nasce in Austria il 17 maggio 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità “nec plus ultra”.

Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano il 24 settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia, però, la Prima Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni.

Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale.

Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo tre) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa.

Il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, il 14 aprile 1948 viene consacrato a Bucarest.

Il 1° dicembre 1948, con il varo di una legge, ebbe inizio la persecuzione che rendeva la Chiesa greco-cattolica illegale. I vescovi, uno dopo l’altro, furono incarcerati. Il governo comunista voleva creare una sola Chiesa nazionale, separata da Roma.

anton-durcovici-beato_02In questa situazione critica, il vescovo Durcovici e quello di Alba Iulia, Marton Aron, elaborano insieme un manifesto di dissenso: «La Chiesa cattolica in Romania fa parte della Chiesa romano-cattolica, a capo della quale vi è il Papa». E come risposta all’atteggiamento ateo dello Stato, Durcovici cominciò la visita pastorale in tutte le parrocchie e le consacrò al Cuore immacolato di Maria, risvegliando la fede nelle comunità.

La Securitate aveva paura a intervenire, perché temeva la reazione popolare, e in questo contesto socio-politico, il vescovo fu costretto a sopportare grandi pressioni: durante le celebrazioni, gli ufficiali della polizia politica ascoltavano con attenzione le omelie e i discorsi che poi trascrivevano per trovarvi riferimenti politici. Queste note informative contenevano decine di accuse al vescovo per incriminarlo. Ma paradossalmente, esse hanno finito per costituire una prova testimoniale della fede granitica del martire e il suo filiale attaccamento al Papa.

All’inizio del 1949, la persecuzione giunse al culmine. Il vescovo Durcovici alzò coraggiosamente la propria voce per condannare le azioni promosse dal regime contro i cattolici. Il 26 giugno dello stesso anno, venne arrestato mentre andava alla parrocchia Popeşti-Leordeni di Bucarest, per amministrare il sacramento della cresima. Dopo molte torture, maltrattamenti e offese, venne portato nella prigione del ministero degli Interni, dove restò fino al giugno 1950, quando fu trasferito nel temutissimo carcere di Jilava.

La successiva tappa della sua personale via crucis, fu quella a Sighetu Marmatiei, dove già erano stati imprigionati altri vescovi. Con loro e con i sacerdoti reclusi pregò e soffrì per la fede, incoraggiando tutti a portare la croce pazientemente e con amore per Cristo, in vista della salvezza. Quindi venne isolato e trasferito in un altro bunker, seminudo e privato del cibo necessario, con scarsissima aria e luce, fatto oggetto di insulti, di oltraggi e di maltrattamenti, fino a che fu ridotto a una larva.

E benché, mentalmente sia sempre rimasto lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali, dal punto di vista fisico poté resistere solo tre mesi in quella prigione.

20140432durcovici_1902sLo lasciarono morire di fame nella cella numero 13 il giorno 10 dicembre 1951.

Don Rafael Friederich, sacerdote della sua diocesi, ha testimoniato che mentre puliva i corridoi si avvicinò alla sua cella e gli disse in latino: «Ego sum Friederich». Dall’interno rispose una voce debole: «Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem». E in quello stesso giorno il vescovo Durcovici morì.

Come era abitudine ‘discreta’ della Securitate rumena, la notizia della sua morte fu registrata all’Ufficio Centrale di Bucarest con solo alcune righe molto concise; nulla è rimasto del suo tempo trascorso in carcere, né delle sofferenze inflitte che gli procurarono la morte.

Il corpo del vescovo Durcovici fu sepolto in un posto segreto, con altre 50 personalità politiche, civili e religiose morte a Sighetul Marmatiei; dal cimitero principale della prigione di sterminio, fu distrutta ogni prova. Tutti i documenti che lo riguardavano, compreso la carta d’identità furono distrutti, gli oggetti di valore scomparsi.

Il 28 gennaio 1997, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso il “nihil obstat” per iniziare la causa di beatificazione del vescovo Anton Durcovici, considerato martire della fede.

Anton Durcovici è stato beatificato a Iasi, in Romania il 17 maggio 2014. A rappresentare Papa Francesco è stato il card. Angelo Amato S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Fonti principali: cristianofobia.altervista.org; orizonturiculturale.ro/it

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“¡Viva Cristo Rey!”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/10/2016

jose-sanchez-del-rio-01Domenica 16 ottobre 2016 Papa Francesco canonizzerà sette nuovi beati tra cui José Sánchez del Río trucidato a soli 14 anni per non aver rinnegato la fede in Cristo Re.

Ecco la storia del quattordicenne morto martire nel 1928 durante la rivolta dei “cristeros” contro le persecuzioni anticattoliche ordinate dall’allora presidente del Messico.

Per i cristiani in Messico nella seconda metà degli anni Venti del Novecento l’aria è semplicemente irrespirabile. Il presidente Calles – per il quale la causa di tutti i mali del Paese sarebbe la Chiesa – cala una ghigliottina su chi ne fa parte: seminari e scuole cattoliche sbarrati, sacerdoti messicani a “numero chiuso” e sottoposti all’autorità civile, i preti stranieri espulsi. E la gente comune messa davanti a una scelta da niente: o rinunci alla fede o perdi il lavoro. Una prigione senza uscita, vessatoria e umiliante, con le pareti architettate per schiacciare senza scampo né pietà.

La rivolta

Ljose-sanchez-del-rio-021’insurrezione è inevitabile. Un esercito di contadini, operai e studenti impugna le armi per spezzare il giogo. Non sono addestrati a combattere i “cristeros” – così si chiamano – vogliono solo ridare al Messico la libertà di pronunciare il nome di Dio. E “¡Viva Cristo Rey!” è il loro grido di battaglia e la Madonna di Guadalupe la bandiera sotto la quale difendersi.

“Tarcisius”

Le mani che tengono su quella bandiera durante la cruenta battaglia di Cotija, il 6 febbraio 1928, non sono quelle nodose di una campesino o di un operaio. Sono piccole come possono esserlo quelle di un ragazzino di quasi 15 anni. José Sanchez del Rio ha implorato la mamma pur di non restare a guardare. È diventato la mascotte dei “cristeros” che lo chiamano “Tarcisius” come il giovane romano, ucciso per aver difeso l’Ostia consacrata. Quando in piena mischia un proiettile abbatte il cavallo del suo comandante, Josè gli offre il suo e tenta di coprirgli la ritirata a colpi di fucile, che presto resta scarico. Il tentativo fallisce, entrambi vengono catturati e qualche giorno dopo José finisce rinchiuso nella chiesa del suo paese, Sahuayo, profanata dai soldati federali e trasformata in un pollaio.

jose-sanchez-del-rio-03“¡Viva Cristo Rey!”

Per rabbia, il ragazzino tira il collo a qualche volatile e questo gesto scatena la rappresaglia. Alcuni soldati entrano a picchiarlo, lo seviziano, e lui a squarciagola esplode il grido di battaglia, a ripetizione: “¡Viva Cristo Rey!”. La sua resistenza coraggiosa fino all’ostinazione che nessuna sofferenza riesce a piegare diventa ben presto un problema. Processare un ragazzino non ha senso, così in suoi aguzzini cercano di fargli rinnegare la fede promettendogli, oltre alla libertà, denaro a profusione, una brillante carriera militare, addirittura l’espatrio negli Stati Uniti. La risposta di José è immaginabile: “Viva Cristo Re, viva la Madonna di Guadalupe!”. Un’alta idea è chiedere un riscatto ai genitori, ma José riesce a convincerli a non pagare e anzi di nascosto dalla zia Magdalena riesce anche a ricevere la comunione.

Il coraggio e la viltà

jose-sanchez-del-rio-04È la goccia finale. La sera del 10 febbraio 1928, verso le 23 – un’ora tarda perché nessuno vedesse cosa un gruppo di soldati stava per fare a un bambino e perché il male è anche vigliacco – i militari decidono di sfogare su José la loro crudeltà. Gli spellano le piante dei piedi, lo costringono a camminare sul sale e poi lo strattonano verso il cimitero. José continua imperterrito a gridare il nome di Gesù e di Maria. Uno dei soldati lo accoltella non gravemente, gli chiedono per l’ultima volta di rinnegare la sua fede. Lui rifiuta e domanda di essere fucilato, continuando a invocare quei due nomi uniti in un grido che non si placa. Vorrebbero finirlo a coltellate, in silenzio, ma il capitano innervosito da quell’invocazione estrae la pistola e gli spara.

“Cara mamma, ti aspetto in Paradiso”

Sul corpo gli troveranno questo biglietto: “Cara mamma, mi hanno catturato, stanotte sarò fucilato. Ti prometto che in Paradiso preparerò un buon posto per tutti voi.”. Firmato: “Il tuo Josè che muore in difesa della fede cattolica per amore di Cristo Re e della Madonna di Guadalupe”.

(Fonte: Radio Vaticana)

Il Martirio di José Sánchez del Río in un film ad esso dedicato (SCENE FORTI)

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«E quanto sarebbe bene che tutte le confessioni religiose dicessero: “Uccidere in nome di Dio è satanico”!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 15/09/2016

Jacques_Hamel_02

Nella Croce di Gesù Cristo – oggi la Chiesa celebra la festa della Croce di Gesù Cristo – capiamo pienamente il mistero di Cristo, questo mistero di annientamento, di vicinanza a noi.

Lui, «essendo nella condizione di Dio – dice Paolo –, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, a una morte di croce» (Fil 2,6-8).

Questo è il mistero di Cristo. Questo è un mistero che si fa martirio per la salvezza degli uomini. Gesù Cristo, il primo Martire, il primo che dà la vita per noi. E da questo mistero di Cristo incomincia tutta la storia del martirio cristiano, dai primi secoli fino a oggi.

I primi cristiani hanno fatto la confessione di Gesù Cristo pagando con la loro vita. Ai primi cristiani era proposta l’apostasia, cioè: “Dite che il nostro dio è quello vero, non il vostro. Fate un sacrificio al nostro dio o ai nostri dei”. E quando non facevano questo, quando rifiutavano l’apostasia, venivano uccisi.

Questa storia si ripete fino a oggi; e oggi nella Chiesa ci sono più martiri cristiani che non ai primi tempi.

Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati perché non rinnegano Gesù Cristo.

In questa storia, arriviamo al nostro père Jacques: lui fa parte di questa catena di martiri.

I cristiani che oggi soffrono – sia nel carcere, sia con la morte o con le torture – per non rinnegare Gesù Cristo, fanno vedere proprio la crudeltà di questa persecuzione.

E questa crudeltà che chiede l’apostasia – diciamo la parola – è satanica.

E quanto sarebbe bene che tutte le confessioni religiose dicessero: “Uccidere in nome di Dio è satanico”.

Padre Jacques Hamel è stato sgozzato sulla Croce, proprio mentre celebrava il sacrificio della Croce di Cristo.

Papa Francesco 01Uomo buono, mite, di fratellanza, che sempre cercava di fare la pace, è stato assassinato come se fosse un criminale. Questo è il filo satanico della persecuzione.

Ma c’è una cosa, in quest’uomo che ha accettato il suo martirio lì, con il martirio di Cristo, all’altare, c’è una cosa che mi fa pensare tanto: in mezzo al momento difficile che viveva, in mezzo anche a questa tragedia che lui vedeva venire, un uomo mite, un uomo buono, un uomo che faceva fratellanza, non ha perso la lucidità di accusare e dire chiaramente il nome dell’assassino, e ha detto chiaramente: “Vattene, Satana!”.

Ha dato la vita per noi, ha dato la vita per non rinnegare Gesù. Ha dato la vita nello stesso sacrificio di Gesù sull’altare e da lì ha accusato l’autore della persecuzione: “Vattene, Satana!”.

E questo esempio di coraggio, ma anche il martirio della propria vita, di svuotare sé stesso per aiutare gli altri, di fare fratellanza tra gli uomini, aiuti tutti noi ad andare avanti senza paura. Che lui dal Cielo – perché dobbiamo pregarlo, è un martire!, e i martiri sono beati, dobbiamo pregarlo – ci dia la mitezza, la fratellanza, la pace, e anche il coraggio di dire la verità: uccidere in nome di Dio è satanico.

Papa Francesco, meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Santa Messa in suffragio di Padre Jacques Hamel, mercoledì, 14 settembre 2016 (fonte: sito ufficiale della Santa Sede http://www.vatican.va)

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“Facciamo di noi stessi un cuore attento a tutti”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/07/2016

Jacques_Hamel_02Padre Jacques Hamel, martire cristiano, crudelmente assassinato in odium fidei, il 26 luglio 2016 nella sua chiesa di Saint Etienne Du Rouvray a Rouen, Francia.

Solo pochi giorni fa, nel giornalino parrocchiale scriveva alcune righe tanto semplici quanto vere per vivere le vacanze in maniera davvero significativa.

Rispondiamo all’odio con l’Amore, quello con la A maiuscola, che viene da Dio. Leggiamo e rileggiamo questa parole semplici e sante di Padre Jacques e viviamole, come unico, vero, e rivoluzionario smacco all’odio che sta imperversando nel mondo in questi ultimi tempi.

Ma lasciamo la parola a questo santo ordinario dei giorni nostri…

«La primavera è stata piuttosto fresca. Se stiamo un po’ giù di morale, pazienza, l’estate finirà con l’arrivare, e con essa le vacanze.

Le vacanze sono un tempo per prendere le distanze dalle nostre occupazioni abituali. Ma non sono una semplice parentesi; sono un tempo di relax, ma anche di ritorno alle origini, di incontri, di condivisione, di convivialità.

Un tempo di ritorno alle origini: qualcuno si prenderà qualche giorno per un ritiro o un pellegrinaggio. Altri rileggeranno il Vangelo, soli o insieme ad altri, come una Parola che fa vivere l’oggi.

Altri potranno ritrovarsi nel grande libro della creazione ammirando paesaggi così differenti e talmente magnifici che ci elevano e che ci parlano di Dio.

Possiamo sentire, in quei momenti, l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, proprio là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno.

Un tempo di incontro, col prossimo, con gli amici: un momento per prenderci del tempo da vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attento all’altro, chiunque esso sia.

Un tempo di condivisione: condivisione della nostra amicizia, della nostra gioia. Condivisione del nostro sostegno ai bambini, mostrando loro che sono importanti per noi.

Jacques_Hamel_01Un tempo che sia anche tempo di preghiera, attenti a quello che accade nel nostro mondo in quel momento. Preghiamo per coloro che ne hanno più bisogno, per la pace, per un vivere insieme migliore.

Questo sarà ancora l’anno della misericordia. Facciamo di noi stessi un cuore attento alle belle cose, a tutti, soprattutto a coloro che rischiano di sentirsi un po’ più soli.

Che le vacanze ci permettano di fare il pieno di gioia, d’amicizia e di ritorno alle origini. Allora potremo, meglio attrezzati, riprendere insieme il cammino.

Buone vacanze a tutti!»

Père Jacques Hamel, Juin 2016

Tradotto dall’originale francese: http://www.lavie.fr/actualite/documents/ce-que-le-pere-jacques-hamel-ecrivait-en-juin-dernier-dans-la-lettre-paroissiale-26-07-2016-75077_496.php)

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“Desideriamo essere battezzati prima di partire, siamo venuti qui a Roma solo per questo”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/11/2015

Advent4

Mi telefona una tassista. “Ci sono con me tre musulmani che si vogliono battezzare, come possono fare?”.

Parlo con loro in inglese e comincio a spiegare che la Chiesa non battezza in breve tempo, proprio per rispetto della maturazione delle persone e per rispetto dell’Islam. Propongo di iniziare una catechesi via skype con qualche persona che parli la loro lingua per giungere al Battesimo, se confermeranno il loro desiderio, tra uno o due anni.

Il padre – sono una giovane coppia con un figlio adolescente – mi risponde: “Padre, ma noi siamo venuti qui solo per questo. Abbiamo speso tantissimo denaro per venire a Roma. Se iniziassimo a parlare con un prete nel nostro paese e le autorità capissero che ci stiamo convertendo, potremmo essere uccisi. Noi torniamo nel nostro paese fra quattro giorni, desideriamo essere battezzati prima di partire, siamo venuti qui a Roma solo per questo, non siamo venuti per lavoro o per turismo” – vengono da un paese dove la legge coranica è applicata in maniera molto rigida.

Ci incontriamo, la loro commozione è grande. Dopo un giorno di dialogo e attesa, il vescovo concede che siano battezzati.

Riceveranno il Battesimo, la Confermazione e la Comunione, che sarà probabilmente l’unica per molti anni, finché torneranno in un luogo dove si celebri l’Eucarestia e dove possano non essere riconosciuti. Nel frattempo continueranno a riunirsi nelle case, come già fanno, con un piccolo gruppo di cristiani orientali che lo sono da generazioni.

Il figlio mi spiega che nei loro percorsi scolastici non si studia nulla della storia del loro paese, che ha tradizioni antichissime e nobilissime, prima dell’arrivo dell’Islam. Non si studia nulla dell’uomo primitivo, nulla della Grecia, nulla di Darwin, di Marx e di Freud, nulla dei Vangeli e del cristianesimo, se non che Gesù non è morto in croce e che la crocifissione è una falsificazione dei cristiani, perché Gesù non sarebbe morto in croce, ma sarebbe asceso in corpo e anima presso Dio.

Pur essendo la lingua del paese un’altra, si inizia lo studio dell’arabo fin dalla prima elementare. La censura proibisce l’accesso a molti siti Internet non islamici, ma con opportune apparecchiature molti evadono il blocco, anche se i collegamenti divengono lentissimi.

L’80% della popolazione vorrebbe libertà – la donna ha tatuato sul braccio la parola “libertà”, ma nel suo paese porta lunghe maniche che impediscono di vedere anche l’avambraccio. Solo il 10% vuole mantenere il paese nella condizione in cui si trova, ma quel 10% è al potere e la paura impedisce a tutti di opporre una qualche resistenza.

Vengono battezzati, indossano le vesti bianche, ricevono la luce di Cristo.

C’è grande commozione in parrocchia quando vengono battezzati, scendono le lacrime al momento del Battesimo e quando tanti, alla fine della Messa, vengono ad abbracciarli.

C’è chi non si accorge nemmeno di cosa significhi avere la possibilità di ricevere l’eucarestia ogni domenica e c’è chi viene da lontano solo per riceverla un giorno nella vita, insieme alla grazia del Battesimo.

(Fonte http://www.gliscritti.it/blog/entry/3441)

PREGHIAMO PER QUESTA FAMIGLIA E PER TUTTI I CRISTIANI PERSEGUITATI NEL MONDO?

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Vi presento Maria Zhu-Wu, donna, cinese, cattolica, martire

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/09/2015

Cristianofobia_01

Zhujiahe è un piccolo villaggio situato nella vasta pianura grigia della Cina settentrionale, al confine tra le province di Zhili e Shandong. Tradotto, il nome significa “fiume della famiglia Zhu”. Diversi membri di quella famiglia si erano convertiti al cattolicesimo durante il XVIII secolo, quando i gesuiti da Beijing si erano inoltrati nella provincia di Zhili. All’inizio del XIX secolo la famiglia Zhu si era stabilita vicino al fiume, dandogli il suo nome. Nel 1900 il villaggio aveva circa 300 abitanti, che vivevano in basse casette di argilla, annidate tra irregolari distese di sorgo e dominate da una chiesa semplice, con il tetto piatto e un’alta facciata; dalla cima di quest’ultima, la croce sovrastava la campagna.

Pastore della comunità cattolica di Zhujiahe era il gesuita francese Léon-Ignace Mangin, quarantaduenne e missionario in Cina sin dal 1882. Nel villaggio era assistito da un saggio di mezz’età, Zhu Dianxuan, abile amministratore e molto versato anche nell’arte della guerra. Sua moglie cinquantenne, Maria Zhu-Wu, era molto stimata dagli abitanti del villaggio: donna gentile di grande fede, nel suo servizio a Dio dava la priorità all’assistenza ai poveri. Senza mai cercare fama né gloria, queste tre persone si sarebbero trovate al centro del massacro di cristiani più violento avvenuto durante la rivolta dei boxer.

Non occorre spiegare qui la storia della rivolta, né le macchinazioni politiche e la guerra che l’avevano innescata. Avevano poca importanza per gli abitanti di Zhujiahe quando, nell’estate del 1900, avevano accolto migliaia di rifugiati cattolici dai villaggi vicini. Ciò aveva portato la popolazione a 3000 abitanti, vale a dire dieci volte più di quelli abituali, quando il 17 luglio furono attaccati da 4500 uomini ben armati, le forze congiunte dei boxer e dell’esercito imperiale. Pochi giorni prima, gli abitanti del villaggio, protetti dalle fortificazioni costruite da Zhu Dianxuan, erano ancora riusciti a respingere gli attacchi e perfino a conquistare un cannone del nemico.

Padre Mangin e il suo confratello gesuita Paul Denn, anche lui rifugiato a Zhujiahe, avevano celebrato la messa ogni mattina e ascoltato confessioni per tutto il giorno; la sera avevano dato il cambio alle guardie sui bastioni. Il giorno seguente, Zhu Dianxuan, l’unico leader esperto tra i mille e più uomini in grado di difendere il villaggio, si arrampicò sui bastioni per usare il cannone contro le forze nemiche. Ma quella sera stessa, quando ormai oltre la metà dei suoi uomini era morta in battaglia, il cannone esplose sul petto di Zhu Dianxuan. Mangin, che si trovava lì vicino, corse dall’uomo morente e gli diede l’estrema unzione. Il terzo giorno, quando la situazione ormai apparve senza speranza, quanti potevano fuggire lo fecero, lasciando indietro chi era troppo debole per farlo, specialmente donne e bambini.

Quando la mattina presto del 20 luglio i soldati presero il villaggio, le prime persone che uccisero furono un gruppo di vergini della parrocchia e di catechiste. Colti dal panico, ottantacinque tra donne e bambini fuggirono verso l’orfanotrofio, dove saltarono nel pozzo, morendovi affogati o soffocati. Pare che il loro pianto e le loro grida si siano sentiti per due giorni.

La maggior parte degli abitanti del villaggio, circa mille, si era rifugiata nella chiesa, assistita spiritualmente dai due sacerdoti gesuiti. Troppo pressati per celebrare un’ultima messa, Mangin e Denn si sedettero sui gradini dinanzi all’altare ad ascoltare confessioni, mentre la maggior parte delle persone era inginocchiata in preghiera o semplicemente attendeva. Maria Zhu-Wu, presumibilmente in lutto per il marito, rimase però calma, esortando tutti a confidare in Dio e a pregare la Madre celeste. Verso le nove del mattino, gli aggressori sfondarono la porta e iniziarono a sparare a caso all’interno della chiesa, fino a quando non fu piena di fumo. Si diffuse il panico mentre la gente veniva uccisa, ma i sacerdoti riuscirono a unirla in preghiera, recitando insieme il Confiteor e l’atto di contrizione, poi diedero l’assoluzione generale mentre le armi continuavano a sparare sulla gente.

Qui Maria Zhu-Wu assurse a particolare grandezza: si alzò e si mise con le braccia tese davanti a padre Mangin per fargli scudo con il proprio corpo. Non molto tempo dopo, una pallottola la colpì ed ella cadde davanti alla balaustra dell’altare. Anche Mangin, sgranando il rosario con una mano e afferrando un crocifisso con l’altra, ben presto cadde vittima degli uomini armati. Poi i boxer sprangarono la chiesa e le diedero fuoco. La maggior parte di quanti si erano rifugiati al suo interno morì a causa del fumo inalato, gli ultimi — tra loro Mangin e Denn — finirono arsi quando, alla fine, il tetto della chiesa crollò. Solo 500 cattolici riuscirono a sopravvivere al massacro fuggendo o apostatando; pochi altri, principalmente donne, furono venduti come schiavi o condotti come prigionieri a Beijing, dove probabilmente finirono in qualche postribolo.

Ma Maria Zhu-Wu continua a vivere a Zhujiahe, il fiume della famiglia Zhu, trasformato in un fiume di sangue. Mentre suo marito aveva difeso il villaggio contro il nemico esterno, lei aveva rafforzato la fede e il coraggio interiore delle persone, sacrificando addirittura la propria vita per salvare il loro pastore. Nel 1955 Pio XII la proclamò beata, insieme ai due gesuiti e ad altri 53 martiri; tutti sono stati canonizzati nel 2000 da Giovanni Paolo II

 

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“Possa Dio salvarli aprendo i loro occhi”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/08/2015

In una trasmissione di SAT7 punto di riferimento per milioni di cristiani in Medio Oriente e Nord Africa, nel corso di un programma musicale arriva una telefonata inattesa, quella di Beshir, che in quel massacro ha perso due fratelli di venticinque e ventitré anni.

Le sue parole cariche di misericordia lasciano di stucco. 

<<La gente di crede in preda alla disperazione: in verità siamo orgogliosi dei nostri martiri. I cristiani vengono perseguitati sin dal tempo degli antichi romani. La Bibbia ci dice di amare i nostri nemici e di benedire chi ci maledice.

Ringrazio l’Isis per non aver tagliato nel montaggio le voci dei martiri quando, a pochi secondi dall’esecuzione imploravano Gesù e e ribedivano la fede in Cristo, in questo modo l’Isis ha rafforzato la nostra fede.

Ho sentito oggi mia madre, le ho domandato cosa avrebbe fatto se avesse incontrato il boia dei suoi figli. Mi ha risposto che lo inviterebbe a casa nostra perché ci ha aiutato ad entrare nel Regno dei Cieli.>>

La telefonata si conclude con una preghiera, non per i suoi fratelli ma per i suoi nemici, i membri dell’Isis.

<<Possa Dio salvarli aprendo i loro occhi, facendo svanire la loro ignoranza e i cattivi insegnamenti che hanno ricevuto.>>

Come non fare nostra questa preghiera?

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Preghiera di Pio XII per i cristiani perseguitati

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/05/2015

Cristianofobia_01Si avvicina la Pentecoste. In questa nostra bella festività la CEI invita a pregare per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

In rete ho trovato una preghiera, datata nel tempo ma attuale e moderna nei contenuti. Leggendola ne ho sentito tutta l’urgenza e l’efficacia. La condivido con voi sperando che in tanti si uniscano alle nostre preghiere per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

Preghiera di Pio XII per i cristiani perseguitati

O Signore Gesù, Re dei martiri,
conforto degli afflitti, appoggio e sostegno
Cristianofobia_02di quanti soffrono per amor tuo
e per la loro fedeltà alla tua Sposa,
la Santa Madre Chiesa,
ascolta benigno le nostre fervide preghiere
per i nostri fratelli della « Chiesa del silenzio », affinché non solo non vengano mai meno nella lotta,
né vacillino nella fede,
ma valgano anzi a sperimentare la dolcezza delle
consolazioni da Te riservate alle anime, che Ti degni chiamare
ad essere tue compagne nell’alto della croce.
Per coloro che debbono sopportare
tormenti e violenze, fame e fatiche,
Cristianofobia_03sii Tu fortezza incrollabile,
che li avvalori nei cimenti
e infonda loro la certezza dei premi promessi
a chi persevererà sino alla fine.
Per coloro che sono sottoposti a costrizioni morali,
molte volte tanto più pericolose quanto più subdole,
sii Tu luce che ne illumini le intelligenze,
affinché vedano chiaramente
il retto cammino della verità,
e forza che sorregga le loro volontà,
superando ogni crisi,
ogni tentennamento e stanchezza.
Cristianofobia_04Per coloro che sono nella impossibilità
di professare apertamente la loro fede,
di praticare regolarmente la vita cristiana,
di ricevere frequentemente i Santi Sacramenti,
d’intrattenersi filialmente con le loro guide spirituali,
sii Tu stesso ara occulta, tempio invisibile,
grazia sovrabbondante e voce paterna,
che li aiuti, li animi, sani gli spiriti dolenti
Cristianofobia_05e doni loro gaudio e pace.
Possa la nostra fervorosa orazione
essere loro di soccorso;
faccia la nostra fraterna solidarietà
sentir loro che non sono soli;
sia il loro esempio di edificazione per tutta la Chiesa,
e specialmente per noi
che con tanto affetto li ricordiamo.
filo_04Concedi, o Signore,
che siano abbreviati i giorni della prova
e che ben presto tutti
– insieme coi loro oppressori convertiti –
possano liberamente servire e adorare Te,
che col Padre e con lo Spirito Santo,
vivi e regni per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

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“Ho visto a cosa può portare l’odio (…) scelgo la strada della pace piuttosto che quella della guerra”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/05/2015

Ho un amico rwandese, si chiama Valens.

Lo incontro ogni giorno. E’ sereno, con la battuta pronta, goliardico e intelligente. Mi piace parlarci a lungo di tutto, di fede, di filosofia, ma anche di amici, di cibo, di donne e ci si prende tranquillamente in giro senza complessi.

Ieri però, ho avuto l’onore di conoscere più a fondo una parte della sua storia (da lui condivisa a Radio Vaticana), una storia in cui non oso aggiungere o togliere una virgola (che risulterebbe stonata) ma che condivido volentieri – naturalmente col permesso del protagonista – coi lettori del blog.

21 anni fa, era il 7 aprile del 1994, il Rwanda viveva il suo olocausto: in cento giorni la furia degli hutu massacrò un milione di tutsi, soprattutto a colpi di machete, con la scusa della vendetta trasversale per l’uccisione dell’allora presidente Juvenal Habyarimana, morto il giorno prima, il 6 aprile, nell’abbattimento del suo aereo da un missile terra-aria, mentre rientrava in patria con il collega del Burundi. Della mano assassina ancora oggi è sconosciuto il nome, ma questo omicidio ha aperto una delle pagine più drammatiche della storia africana, aggravata dalla totale indifferenza della comunità internazionale. Ancora oggi alcuni dei responsabili vivono in libertà, sebbene ad Arusha, in Tanzania, sia stato creato il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda. Valens, all’epoca aveva 10 anni, lui e la sua famiglia di etnia tutsi cercarono di sfuggire alla violenza, ma non tutti ce l’hanno fatta. Valens da 10 anni vive in Italia, studia all’Università e lavora ai Musei Vaticani. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:

(Clicca qua per la versione audio)


Mp3

 

genocidio_ruanda_02R. – Era il 7 aprile, dopo la morte del presidente ci siamo rifugiati in una parrocchia, la nostra, perché incominciavano a bruciare le case. E là ci siamo incontrati con altre persone, eravamo in tanti, più di 4mila.

D. – E lì eravate al sicuro?

R. – All’inizio sì, finché siamo diventati tanti ed è incominciato a mancare un po’ da mangiare, poi hanno tagliato l’acqua ma siamo rimasti là, non si poteva uscire, non si poteva andare a cercare da mangiare. Eravamo al sicuro all’inizio, ma la cosa è durata due-tre giorni al massimo.

D. – Tu con chi eri?

R. – Io stavo con i miei: mio padre, i miei cinque fratelli, mia madre, i miei nonni, tutti quanti. Mio padre è morto subito, perché venivano, lanciavano le granate dentro, le persone che uscivano fuori per cercare cibo venivano uccise. Mio padre è morto subito, dopo due settimane, e noi siamo rimasti là perché mia madre era incinta al settimo mese del mio fratellino, e ci siamo rimasti là circa un mesetto, in cui venivano e uccidevano quelli che volevano uccidere e poi, io ricordo che sono venuti e hanno ucciso anche il parroco, perché ci proteggeva. Poi sono tornati e hanno detto che se gli uomini fossero usciti per farsi uccidere, avrebbero liberato le mogli e i figli. E allora, gli uomini che stavano là con noi hanno detto: “Va bene”, visto che eravamo circondati, c’erano i militari fuori, c’erano persone con il machete, lanciavano le granate dentro, non c’era più acqua, hanno selezionato quelli che volevano e li hanno uccisi e poi è andata avanti per un mese, dopo di ché ci hanno caricato sui pullman e ci hanno portati in un Campo profughi e siamo rimasti là per altri due mesi. In un mese ho visto solo la morte. In un mese ho visto la fame, le persone ferite senza cure, ho visto l’incubo e ho visto l’inferno.

D. – Tu hai perso tuo padre, e anche qualcun altro della tua famiglia?

R. – Sì: mio padre, la mia sorellina, i miei due nonni, due zie e le loro famiglie, ho perso 12 persone di casa mia in un mese.

D. – Quanto si riesce a perdonare? Come vivi con questi ricordi?

R. – Impari a conviverci, quando ho visto che anche i carnefici, quando tutto è finito e alcuni si sono rifugiati, sono andati in Congo, altri sono stati incarcerati, dopo livedevi che… non ci hanno guadagnato niente. Uno crescendo, grazie poi alla fede e all’educazione ricevuta, si rende conto che l’odio non porta alcun beneficio. Ti rendi conto che l’unico modo per andare avanti è perdonare, non significa dimenticare, perché chi dimentica ricade sempre negli stessi errori, significa accettare quello che ti è successo, conviverci e andare avanti e perdonare per poter permettere a qualcuno che ti ha fatto un torto di venire davanti a te a chiedere perdono. Se uno rimane sempre attaccato a quei momenti non può andare avanti. Non può andare avanti, se non perdona. Però è sempre un lungo cammino da percorrere, perché comunque le ferite sono ancora aperte. Io, a 31 anni, adesso vorrei vedere mio padre, e non posso farlo, il mio fratellino, che è nato dopo che mio padre era stato ucciso, non conoscerà mai suo padre, non ne vedrà mai neanche le foto, perché hanno bruciato tutto.

D. – Il Rwanda che Paese è, oggi? E’ un Paese sereno?

R. – E’ un Paese sofferente ma nello stesso tempo speranzoso di andare avanti, di ricostruirsi, di riconciliarsi soprattutto. C’è una battaglia da combattere: del perdonare e del chiedere perdono, di riconciliarsi, carnefici e vittime. Da noi è un Paese sereno perché abbiamo imparato tutti, chi ha fatto del male e chi l’ha subito, che l’unico modo non è dividerci, l’unico modo di vivere la vita veramente nella maniera giusta è essere uniti e superare le differenze per vedere quello che ci unisce, perché io ho visto a cosa può portare l’odio, la separazione e la divisione. Io l’ho vissuto sulla mia pelle, purtroppo, e non lo auguro a nessuno. Scelgo la strada della pace piuttosto che quella della guerra. Tutti in Rwanda scegliamo l’unità. Invece di scrivere sulla carta d’identità “hutu” e “tutsi”, adesso cancelliamo questa cosa dalla carta d’identità, e scriviamo “rwandesi”. Adesso, se vai in Rwanda, vedi un Paese abbastanza sicuro, tranquillo, che sta crescendo in tutti i settori: nell’istruzione, in economia. Ci si sta ricostruendo, ci si sta facendo forza per andare avanti e cercare non di dimenticare, ma di correggere.

D. – Cosa farai, tu? Ti stai laureando per tornare a casa, o per restare in Italia?

R. – Mi sento ancora fiero di essere rwandese, mi sento di tornare e mi sento anche di contribuire all’unificazione e alla pacificazione del mio popolo.

Grazie Valens per aver condiviso con noi la tua storia, da leggere e rileggere, e vivere, per imparare – come tu ci insegni a fare – a scegliere ogni giorno la strada della pace e non quella della guerra.

(Fonte dell’intervista: Radio Vaticana http://it.radiovaticana.va/news/2015/04/07/il_rwanda_a_21_anni_dal_genocidio_non_dimentica_ma_perdona/1135046)

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“Il nome di Gesù è stata la loro ultima parola”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/04/2015

cristianofobia_06_I 21 martiri copti inseriti nel Sinassario copto (Martirologio della Chiesa copta) e verranno festeggiati l’8 amshir-15 febbraio

21 martiri copti inseriti nel Sinassario copto (Martirologio della Chiesa copta) e verranno festeggiati l’8 amshir ovvero il 15 febbraio

Una storia di persecuzione:

A febbraio 21 cristiani copti, tutti operai di nazionalità egiziana, sono stati decapitati in Libia dai combattenti dello Stato Islamico che li avevano rapiti alcune settimane prima. Il video dell’esecuzione, diffuso dai jihadisti, li mostra vestiti con tute arancione, inginocchiati uno accanto all’altro su una spiaggia, ciascuno con alle spalle un uomo mascherato vestito di nero.

La decapitazione è stata simultanea. Una didascalia spiegava che erano stati condannati a morte a causa della loro fede: “gente della Croce, seguaci dell’ostile Chiesa egiziana”.

Dai movimenti delle loro labbra si è capito che alcuni sono morti invocando il Signore, Gesù Cristo. “Il nome di Gesù è stata la loro ultima parola – ha detto il vescovo di Giza, Monsignor Antonios Mina – Come i primi martiri della Chiesa, si sono rimessi nelle mani di Colui che poco dopo li ha accolti. Quel nome, sussurrato negli ultimi istanti di vita, è stato il sigillo del loro martirio”.

Il governo egiziano ha disposto la costruzione di una chiesa, dedicata ai 21 martiri, a Minya, la città da cui provenivano quasi tutte le vittime.

Esponenti della comunità cattolica hanno deciso di restare in Libia nonostante la situazione: “Siamo rimasti in pochi – diceva a febbraio all’agenzia Fides Monsignor Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli – Per la maggior parte si tratta di infermiere filippine che hanno deciso di rimanere perchè in città c’è estremo bisogno di assistenza medica.

È per loro che resto. Come ho detto molte altre volte, finchè in Libia c’è anche un solo cristiano, io resto”

(Tratto da “Via Crucis per i cristiani perseguitati” del 3 aprile 2015 del vescovo di Ivrea, monsignor Edoardo Aldo Cerrato)

Uno dei tenti inviti di Papa Francesco (Udienza generale del 25 settembre 2013)

«Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e anche danno la vita per la loro fede, tocca il mio cuore questo o non viene a me? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia, che sta dando la vita per Gesù Cristo? Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno si risponda nel cuore: “Io prego per quel fratello, per quella sorella, che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede?”. È importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!»

Ci uniamo a lui?

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