FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Archive for the ‘Pro-life’ Category

«Chi può dire che non fosse una condizione di vita? Era vita anche quella, la mia volontà era che non mi staccassero le macchine.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/12/2017

Avere vent’anni significa vivere una vita dinamica e coltivare sogni per il futuro. È stato così anche per Sara Virgilio, oggi quarantatreenne, fin quando un pirata della strada la falciò sulle strisce pedonali in pieno centro abitato, nella sua Salerno.

Il dolore, la paura, gli ospedali, il coma, una vita che sembrava perdersi. E che invece è tornata a librare non senza difficoltà. Quella di Sara Virgilio è una testimonianza che lascia il segno, un manifesto contro la “cultura della morte” che qualcuno, in questi giorni di dibattito sulla legge sul biotestamento, vorrebbe – spiega lei stessa a In Terris – “camuffare da diritto”.

La storia

Era il 1994 quando Sara divenne “una vittima della strada”. Dopo il violento impatto con l’automobile, rimase atterra sulle strisce pedonali. “Ebbi una serie di fratture ed entrai in coma – racconta -. Fui trasportata in eliambulanza da Salerno al Policlinico Gemelli di Roma, dove il caso clinico fu trattato secondo protocollo”.

Sara rimase in coma per circa un mese. “Al di là della durata del coma, è l’intensità che conta”, spiega. Si tratta di “una condizione non facile da descrivere, perché chi la vive sa di essere in coma, vorrebbe comunicare con l’esterno ma non può”. Le sono rimasti oggi “solo alcuni frammenti di ricordo”, spiega che non sentiva dolore e che non sempre aveva “una percezione chiara di ciò che avveniva”.

Ma bastano quei frammenti per inquadrare bene la situazione. “Ci furono diverse complicazioni, tra cui un’emorragia celebrare e una polmonare”, afferma Sara. Che aggiunge: “I medici non mi avevano dato grandi speranze di sopravvivere”.

Eppure, nei suoi sprazzi di lucidità era forte l’intento di “essere considerata una persona”. Sara racconta che “volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero, che avevo una dignità e che stavo lottando per svegliarmi”. “Avvertivo – continua – la presenza di mia madre, lei che entrava nella stanza e che mi parlava”.

Voglia di vivere

Sara avrebbe voluto risponderle, ma si sentiva – afferma – “prigioniera del mio corpo”. Una condizione che, tuttavia, anziché fiaccare la sua voglia di vivere, le diede una “forza mai immaginata prima”. “Chi può dire – si chiede – che non fosse una condizione di vita? Era vita anche quella, la mia volontà era che non mi staccassero le macchine”.

Una forza che è rimasta salda anche dopo il risveglio. “Quello fu il momento in cui iniziai a sentire dolore”, racconta. Fu un periodo tribolato, non sapeva in che condizioni sarebbe sopravvissuta. All’inizio era bloccata sul letto, poi fu messa su una sedia a rotelle e lentamente riacquisì l’uso della parola. “I dolori erano spesso lancinanti – ricorda -, non sono mancati i momenti di sconforto, ma fu importante il sostegno dei miei genitori e mai ho pensato di voler morire”.

Oggi Sara ha una laurea in Biologia, lavora ed è felice. Anche se non mancano gli strascichi di quell’incidente avvenuto ventitré anni fa. Entra ed esce dagli ospedali. “Appena una settimana fa è terminato un ultimo ricovero”, afferma.

Lo sguardo sul Senato

In Senato prosegue l’acceso dibattito sulla legge sul Biotestamento. Una questione che tocca Sara personalmente. Prima dell’incidente, le era capitato di chiedersi come avrebbe reagito se si fosse trovata in una condizione di salute disperata. “C’è però una differenza sostanziale – riflette oggi -: un conto è porsi questa domanda quando si è sani, un conto è essere infermi”.

Sara spiega che “quando la condizione è estrema, anche se l’esperienza è vissuta in maniera diversa da persona a persona, l’istinto è quello di aggrapparsi alla vita con tutte le proprie forze”. Secondo Sara non è possibile prevedere come si reagirebbe in determinate condizioni, per questo le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) rappresentano un pericolo, “non danno spazio al ripensamento”.

Come nasce la “cultura della morte”

Il problema, secondo Sara, è anzitutto culturale. “Oggi si pensa che la vita è tale solo quando si può viaggiare e correre – afferma -. Ma non è così. La persona ha dignità anche quando è costretta su un letto d’ospedale”.

E ancora: “Si sta diffondendo un’idea utilitaristica della vita umana: nel momento in cui non siamo più in grado di produrre, diventiamo un costo e veniamo tolti di mezzo. È così che nasce la ‘cultura della morte’ camuffata da diritto”, che si traduce “nella fretta ad approvare la legge sulle Dat”.

Secondo Sara, il malato chiede di morire “quando si sente lasciato solo”. Pertanto è fondamentale “la vicinanza e la cura degli altri”, nonché “strutture ospedaliere in grado di accogliere e sostenere anche i casi più disperati”. Ecco allora – osserva – “che più che aiutare le persone a morire, sarebbe opportuno che la politica investisse per seguire i pazienti in strutture adeguate e non farli sentire abbandonati”.

Leggi che minacciano la vita

È un tema – ci tiene a sottolineare Sara – che si collega a quello dell’aborto. “In nome della salute delle donne, sta avvenendo – la sua riflessione – una strage di innocenti nella pancia materna. Bisognerebbe mettere invece le donne nelle condizioni, economiche e sociali, di poter avere figli senza sentirlo un peso ma un dono”.

Il suo è dunque un appello, contro la “cultura della morte” promossa da leggi volte “a distruggere la vita e la famiglia”. È un grido che è entrato nei palazzi istituzionali, nel febbraio scorso ha parlato in Senato in una conferenza organizzata dall’Associazione ProVita Onlus. È un inno alla vita che in queste ore torna più che mai attuale.

[Fonte: https://www.interris.it/%5D

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«La vita di Gregorio è un lume e come tale non possiamo tenerlo sotto il moggio»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/07/2017

«Ci chiamiamo Jacopo e Giuditta Coghe, ci siamo sposati il 28 Dicembre 2008 e quel giorno sapevamo che Dio Padre ci avrebbe mostrato meraviglie, ma non avremmo mai potuto immaginare di vedere i Cieli aperti sopra di noi. Dopo circa due anni di matrimonio sembravano non arrivare figli, cercammo perciò di capire la causa di questa infertilità, ma gli esiti degli esami non erano buoni.

Ci recammo allora a Norcia, al santuario della casa natale dei Santi Benedetto e Scolastica dove chiedemmo a Dio la Grazia di donarci un figlio, promettendo di consacrare a Lui la sua vita. Pochi giorni dopo ci sottoponemmo ad una visita presso il Policlinico Gemelli e qui ci venne dato esito negativo sulla possibilità di generare senza l’aiuto di trattamenti medici.

Era il 4 Ottobre del 2010 e nel grembo di Giuditta era già vivo il nostro primo figlio, Benedetto, ma noi ancora non lo sapevamo. Questo Dono che Dio ci stava facendo cominciò immediatamente a portare frutti perché rafforzò la nostra fede e ci permise di ripensare tutte le nostre priorità e adeguare i nostri progetti all’accoglienza di una nuova vita. Prendemmo quindi con gioia la decisione che Giuditta non avrebbe più lavorato per dedicarsi completamente alla famiglia. Non volevamo rinunciare nemmeno in parte all’impegno e alla gioia di crescere personalmente nostro figlio.

Il 9 Giugno 2011 nacque Benedetto, dopo un lungo travaglio e varie complicazioni durante il parto. Il suo arrivo fu per tutta la famiglia una gioia indescrivibile e accrebbe ancora di più in noi il desiderio di moltiplicare questa Grazia. Così dopo dieci mesi dalla sua nascita scoprimmo di aspettare la nostra secondogenita, Brigida, nata anche lei di parto cesareo e viva miracolosamente nonostante un nodo vero al cordone ombelicale: era il 4 Gennaio del 2013.

L’arrivo di questa nuova creatura ci insegnò che ogni figlio che viene al mondo non ci toglie nulla, anzi dona, moltiplica e aumenta tutto: l’amore, la Provvidenza, le energie e le gioie di ogni membro della famiglia. Ci siamo resi conto di quanto ogni momento passato con i nostri figli sia un dono, mentre intorno a noi l’accanimento contro la vita e l’odio per la famiglia aumenta.

L’esperienza di crescere i nostri figli in questa società disorientata e assoggettata ad un relativismo assoluto ci convinse ad impegnarci attivamente in difesa della famiglia naturale e della libertà di educazione, e, in questi mesi d’intenso lavoro e proficuo sacrificio, Dio Padre volle portare avanti la Sua opera con noi: l’8 Ottobre del 2013 scoprimmo infatti di aspettare il nostro terzo figlio. A sole 8 settimane di gestazione però Agostino fu richiamato in Cielo.

Professor Giuseppe Noia, neonatologo e ginecologo presso il Policlinico Gemelli di Roma

La separazione da lui fu una grande sofferenza, ma la certezza del valore inestimabile della Vita umana già dal grembo materno, a prescindere dalla sua durata, è stata per noi di enorme consolazione. Dopo un solo un mese da questi fatti scoprimmo di aspettare il nostro quarto figlio, Gregorio. Questa volta la gravidanza iniziò senza apparenti problemi, ma verso la dodicesima settimana di gravidanza Giuditta cominciò ad accusare dei dolori. Perciò ci recammo all’ospedale di Terni, sua città Natale, per una visita di controllo: era il 3 Aprile del 2014.

I medici capirono subito che c’erano seri problemi, infatti il liquido amniotico era praticamente assente. Fu ipotizzata una rottura del sacco e Giuditta fu ricoverata e costretta all’immobilità assoluta. I medici ci dissero che il bambino sarebbe morto entro poche ore e con estrema naturalezza ci consigliarono di abortire subito.

In quel momento Giuditta era sola di fronte al medico il quale, senza nemmeno aver valutato lo stato di salute del bambino, la invitò a “liberarsi” di quel problema, come se fosse semplicemente un dente cariato.

Ci rifiutammo però di buttare via il nostro bambino e ci affidammo con tutte le forze a Santa Gianna Beretta Molla perché con la sua intercessione e il suo esempio ci guidasse. I giorni passavano e sotto gli occhi stupiti dei medici la gravidanza proseguiva: senza liquido e senza poter valutare il piccolo.

Grazie all’esperienza e al sostegno del Prof. Giuseppe Noia, riuscimmo a trasferirci al Policlinico Gemelli dove effettuammo dei trattamenti per tentare di valutare lo stato di salute del bambino. Per difendere la sua vita fummo chiamati ad affrontare tante prove, diversi mesi di ospedale, attese e silenzi infiniti, la lontananza dai bambini e soprattutto l’attacco costante e deciso del Nemico che tentava di convincerci che la vita di questo bambino non aveva senso, che era meglio uccidere che accogliere un figlio che di certo sarebbe morto subito e che eliminare nel grembo della madre una creatura innocente fosse una “terapia” indolore per liberarsi di una seccatura.

Dopo circa due mesi arrivò la diagnosi: agenesia renale bilaterale, ovvero l’assenza di entrambi i reni. Fummo informati del fatto che, se fosse riuscito ad arrivare al termine della gravidanza, il nostro bambino sarebbe di certo morto subito non potendo respirare da solo. In quel momento parve che il Cielo si chiudesse sopra di noi. Il dolore, l’incapacità di comprendere, l’angoscia per un figlio sofferente e la paura per un altro parto che si prospettava ancora più difficile sembrò per un attimo soffocarci.

Era giunto il momento della prova, quella prova in cui un cristiano è chiamato a dare ragione della sua fede e nella quale solo la Grazia può sostenerti. Tante persone ci dicevano che eravamo coraggiosi o bravi ad aver scelto di “tenere” questo bambino nonostante tutto, tante altre invece ci reputavano folli, egoisti e incoscienti, ma la verità è che non siamo stati nulla di tutto questo, abbiamo agito semplicemente come agirebbero un papà e una mamma, cioè abbiamo accolto e protetto nostro figlio come un dono prezioso.

Nonostante ogni previsione il bambino cresceva e ogni volta che Giuditta era triste e angosciata lui non mancava di farsi sentire, come a voler dire: “Mamma, io ci sono, sono vivo, sono dentro di te e ti amo!”. La consolazione che derivava da ogni suo piccolo calcetto è stata un’esperienza indescrivibile. La forza della Vita prepotentemente si faceva avanti e ci chiamava ad accoglierla ed amarla.

Fummo chiamati al difficile compito di dare un senso alla vita di questo bambino anche di fronte ai suoi fratellini, che lo attendevano con ansia per abbracciarlo e ai quali abbiamo spiegato che solo per un momento ci saremmo allontanati da lui, perché ci aspettava in Cielo e che lo offrivamo con gioia a Dio per amore di Gesù.

Arrivò quindi il 26 Agosto 2014, giorno stabilito per il cesareo, giorno della nascita al mondo e al Cielo del nostro piccolo Santo. Il personale del Policlinico si presentò aperto e disponibilissimo, ci fu permesso di far entrare lo zio Diacono per battezzare il piccolo appena fosse nato.

Fu consentito a Jacopo di assistere dal corridoio per poter salutare suo figlio e fu permesso ai meravigliosi operatori della Quercia Millenaria Sabrina e Carlo Paluzzi, di poter tenere la mano di Giuditta nella sala operatoria durante tutto l’intervento. Alle 10 e 40 un pianto pieno di vita ruppe il nostro silenzio e la nostra angoscia: “E’ un maschio!”.

Era nostro figlio, era Gregorio ed era vivo! Fu subito visitato e ne fu appurata l’inaspettata vitalità, fu quindi battezzato con grande consolazione e gioia di noi tutti, poi fu posto tra le braccia del suo papà che con amore e tremore lo contemplò come un mistero infinitamente più grande di noi.

Poi rientrato in sala parto fu il momento della mamma che poté baciarlo, tenerlo con lei e cantargli una ninna nanna, come aveva fatto per gli altri suoi figli. Fu anche inaspettatamente consentito ai parenti di conoscerlo e salutarlo. Contrariamente ad ogni aspettativa la nostra vita con lui durò ben 40 minuti, durante i quali fu amato e coccolato. Lo pregammo di intercedere per noi e per i suoi fratelli e senza che ce ne accorgessimo, dalle braccia del suo papà terreno passò a quelle del Padre Celeste.

Santa Gianna Beretta Molla

Questa fu la vita che Dio aveva previsto per il nostro Gregorio e che noi genitori gli abbiamo semplicemente lasciato vivere, una vita che ha riempito il cuore di tante persone e che con nostro grande stupore continua a fare. Gregorio è passato per questa terra e ci ha mostrato con la sua santità la via del Cielo; è passato nelle nostre vite con la forza di un guerriero mostrandoci che i piani del Signore sono piani di Amore. Gregorio è stato festeggiato dalla Chiesa come un Santo, le campane hanno suonato a festa per lui, la santa Messa che abbiamo celebrato è stata quella degli Angeli, nella cui compagnia ora si trova per l’eternità. Il nostro cuore è stato consolato ed è in Pace, nonostante la mancanza fisica che inevitabilmente soffriamo.

Questo non sarebbe stato possibile se quel 3 Aprile del 2014 avessimo deciso che la vita di Gregorio non era abbastanza importante per proseguire, se Giuditta avesse deciso che il suo grembo, invece di essere la culla che accoglieva e nutriva suo figlio, sarebbe diventato la sua tomba. La vita di Gregorio è un lume e come tale non possiamo tenerlo sotto il moggio: è per questo che abbiamo deciso di condividere la storia del nostro piccolo santo con quanti vorranno.»

Jacopo e Giuditta Coghe

(Fonte: http://www.laquerciamillenaria.org/)

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«Ma voi avete capito cosa finisce nel bidone delle garze sporche? O a pezzi nel bidone dell’aspiratore?»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/06/2017

«Era così giusto. Un diritto, che nessuna donna si tenesse nella pancia un figlio che non voleva. Anche io tifavo per la Bonino. E poi: tutte le donne morte di conseguenza dell’aborto. Che erano così tante. Bizzarro che in anni di pronto soccorso non ne avessi mai incontrata nemmeno una. Ma proprio nemmeno una. Se i numeri del partito radicale erano quelli che erano avremmo dovuto vederne nei nostri pronto soccorso almeno una al giorno e tre complicazioni, almeno. E invece nulla. Che quei numeri fossero orrendamente gonfiati?

Ma no. Era un caso. Noi non ne avevamo mai vista una per puro caso. Il fatto è che dato che l’aborto era vietato, la gente non lo faceva, lo percepiva come una barbarie. I mariti non spingevano le mogli all’aborto. Poi è diventato una cosa normale. E’ normale chiedersi “lo tengo o no?”.

Quando l’aborto fu legalizzato a me era sembrata una straordinaria vittoria.

Mia madre allora decise di raccontarmi una storia, la mia.

Quando scoprì di essere incinta di me, per lei e mio padre, fu una notizia terribile. La situazione economica era un disastro, non c’era posto per un altro bambino. Solo due mesi dopo si erano già abituati all’idea e quando la mamma ebbe minacce di aborto spesero tutti i pochi soldi che avevano perché le cure le permettessero di tenere quella stessa creatura che due mesi prima avevano avuto l’impressione di non volere. Se l’aborto fosse stato permesso e facile negli anni 50, io forse non esisterei.

Poi finalmente è arrivato il 1986: sono partita a fare il medico in Etiopia, e in quei paesi bisogna essere capaci di fare un po’ di tutto, e quindi prima di partire ho chiesto ai colleghi della ginecologia di frequentare per qualche ora il loro reparto.

Ho assistito a un paio di parti, aiutato un paio di cesarei (un’emozione indescrivibile), fortunatamente la manualità è la stessa delle chirurgia, e quindi il passaggio da una specialità all’altra è molto facile.

Dato che un medico deve saper fare anche i raschiamenti, indispensabili in caso di aborto spontaneo, e necessità di revisione della cavità uterina, ho assistito anche all’aborto e ne ho fatto uno.

Bene, è tutto qui. Aborto è una parola. Un ammasso di sillabe. Diritto. Autodeterminazione.

In nome di Dio, sono tutte sillabe.

Ma voi avete capito cosa finisce nel bidone delle garze sporche? O a pezzi nel bidone dell’aspiratore?

Quello che la signora Bonino aspirava con la sua pompa era una creatura viva con un cuore che batteva, che viene smembrata e aspirata a pezzi.

Quello che io ho buttato nel bidone delle garze sporche era un bimbo con gambe e braccia, e una testa e un cuoricino che avrebbe continuato a battere, se io non lo avessi fermato.

Forse è giusto che una donna decida del suo corpo, ma deve essere altrettanto sacrosanto che la società le chieda di non farlo.

Questa sola frase “Signora, ci ha pensato bene? Questo è il suo bambino!” mi ha permesso di fermare decine di donne.

Tutte mi hanno ringraziato. Il maledetto consenso informato che si firma per abortire non contiene la verità.

Non c’è scritto “Lei potrebbe rimpiangerlo. E quando lo rimpiangerà sarà troppo tardi, sarà troppo tardi, questo era il suo bambino unico e irripetibile e invece di proteggerlo lei lo ha ucciso”.

Il consenso informato non dice nulla della depressione post aborto (ma guarda un po’) dell’aumento del rischio di sterilità.

Perché l’aborto è sotto censura?

Perché siamo bersagliati dalle immagini degli animali scuoiati per le pellicce, o della macellazione, ed è sotto censura l’immagine del feto ucciso, con le sue manine chiuse a pugnetto, e il suo cuoricino che stupidamente batte perché il piccolo idiota non ha capito che è spazzatura, che il suo ruolo è di riempire il bidone della spazzatura con le garze sporche.

È stato abortito per un sospetto di un difetto esofageo (che non c’era) un feto che è nato vivo , di quasi sei mesi ed ha impiegato 10 ore a morire di disidratazione, una morte atroce.

Pare che il piccolo idiota si sia permesso anche di piangere alla sua nascita, un lamento flebile e atroce che risuona normalmente nelle cliniche USA dove si abortisce fino al nono mese. Pensate, il piccolo idiota ha pianto, non ha capito che la VOLONTÀ della proprietaria dell’utero era di non metterlo al mondo e questa volontà è tutto.

Nessuno si faccia illusioni.

L’aborto è un suicidio differito, una donna normale il suo bambino lo mette al mondo, una donna che si odia lo uccide. E il rimpianto arriva. Io passo il mio tempo [la De Mari è anche psicoterapeuta, ndR]ad ascoltare il dolore del rimpianto, queste voci di donne, che nessuno consola, perché non è consolabile».

Tratto dall’account Facebook della Dottoressa Silvana De Mari

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«(…) Andare davanti allo specchio e dire – quanto sono bella – potessi fare pure schifo. Perché? Mo ve lo spiego io!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/03/2017

Giastin, sorriso di Dio. L’amiotrofia spinale di cui è stata affetta dalla nascita non le ha impedito di sorridere ogni giorno alla vita e al Cielo, insieme con sua sorella Rosaria (già in Cielo al momento dell’interista) e a suo fratello Cosimo, affetti dalla sua stessa malattia.

I loro genitori sono stati conquistati dal loro entusiasmo per la vita, ancora oggi felici di aver ospitato in casa tre angeli, che non hanno mai messo piede a terra, perché li avevano già messi in Cielo!

«Per iniziare una buona giornata bisogna addormentarsi prima col sorriso, poi svegliarsi la mattina, andare davanti allo specchio e dire – quanto sono bella – potessi fare pure schifo, quanto sono bella. Perché? Mo ve lo spiego io.

Nella creazione si dice che Dio ci ha creati a sua immagine, allora io penso questo, se noi diciamo che siamo brutti, offendiamo Dio che ci ha fatti a sua immagine.»

Al suo funerale (circa quattro anni dopo questa intervista) preparato da Giastin come il giornod ella sua festa più bella, in cui si sarebbe realizzato il suo desiderio più grande, quello di mettere ali per volare in Cielo, c’è stato un uomo che, sconvolto, ha visto in chiesa al momento dell’offertorio, degli angeli prendere il corpo di Giastin, consegnarlo a Maria e Maria a Gesù e Gesù lanciarla poi in alto e consegnarla al Padre.

Quando la mamma seppe di questa visione, qualche giorno dopo, impallidì: era la storia che lei si era inventata per mettere a letto i suoi figli e consolarli quando le chiedevano come sarebbe stato il giorno della loro “partenza al Cielo”.


Qui, mamma Carolina racconta e testimonia la gioia che ha ricevuto dai suoi tre angeli: Rosaria, Giastin e Cosimo.

«Dovrebbe essere il contrario, un genitore che porta i figli a Dio. Ma sono stati loro a portarmi a Dio.»

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“Sara mi cantava: nascerà, nascerà”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/02/2017

In un post di qualche anno fa raccontavo l’incredibile morte di Sara Mariucci, tre anni e mezzo, morta folgorata da una scossa elettrica in una giostra, il 5 Agosto 2006.

Nel video la mamma raccontava di come, il luogo dove ritrovasse la figlia, fosse solo la santa Messa, l’unico luogo di vera comunione con lei e con tutti gli abitanti del cielo.

La tragedia. Il 5 agosto 2006 in uno stabilimento balneare di Villapiana, in Calabria, la piccola moriva, folgorata da una scarica elettrica. La sera prima di salire in cielo Sara aveva raccontato alla madre Anna dell’esistenza di un’altra mamma ancora più buona, mamma Morena, e del desiderio di ricongiungersi con lei. Dopo la morte della bimba, la famiglia ha saputo che proprio il 5 agosto in Bolivia a Copacabana c’è un grande santuario dove si festeggia la Madonna Morena.

Nel ricordino della bimba c’è riportata la conversazione con la madre la sera del 4 agosto: “Quando ero piccola piccola, ero in posto lontano, lontano, meraviglioso, su una nuvoletta”.

mamma_morena_01Con chi eri?

“Con Mamma Morena”.

E chi è Mamma Morena?

“L’altra mia mamma”.

Ma com’è questa Mamma Morena?

“E’ buonissima”.

Più buona di Mamma Anna?

“Sì”.

Davvero, sei sicura?

“Sì”.

E di che colore ha i capelli? E gli occhi?

“Castani come i miei”.

Ma lasceresti mamma Anna per andare da Mamma Morena? Mi ha risposto:

“Sì”.

Da allora si sono ripetuti tanti fatti inspiegabili.

Dal cimitero di Gubbio per volonta’ del vescovo Ceccobelli la salma di Sara Mariucci, dal cimitero comunale è stata trasportata nella Chiesa di San Martino in Colle. Una folla incredibile, con gente proveniente da tutta Italia e anche dall’estero, visita questa tomba sotto il controllo di padre Francesco Ferrari, il parroco, incaricato anni fa dal vescovo di raccogliere tutte le testimonianze sui “fatti strani”, tra cui guarigioni miracolose, verificatisi dopo la morte della piccola Mariucci.

mamma_morena_02La cappella dedicata alla Madonna Morena, realizzata nella sacrestia, e dove l’artista eugubino Luca Grilli ha scolpito un bellissimo sarcofago di pietra dove riposerà Sara.

Infine l’ultimo fatto strano, che è stato rivelato da Palmiro, il nonno di Sara: “Qualche settimana dopo la morte di mia nipote, eravamo alla fine di agosto, mi sono accorto che nel mio uliveto era nato uno strano fiore di colore bianco. Di una specie rara, mai visto prima. L’ho fatto analizzare all’istituto di botanica dell’università di Perugia: è risultato che era uno stramonio, fiore originaro del Sudamerica, molto comune in Bolivia dove si venera la Madonna Morena, la mamma ritenuta più buona di tutte dalla nostra Sara. Da quel giorno ogni anno il fiore bianco di Sara ritorna puntuale a fiorire in agosto”.

Tanti sono i “fatti strani” accaduti, come quello di Luana Cavazza, la donna di Latina che sostiene di essere guarita di tumore dopo aver pregato sulla tomba della piccola Sara Mariucci nel cimitero di San Martino in Colle, ha portato la sua testimonianza a “La vita in diretta” su Rai Uno. Il “caso” relativo alla guarigione dal cancro al midollo spinale della casalinga di Latina che – come hanno scritto in maniera inequivocabile i medici dopo che la risonanza magnetica che ha dato risposta negativa – non trova una spiegazione scientifica.

I “fatti strani”, intanto, gli episodi inspiegabili, quelli che alcuni chiamano “miracoli” e che altri invece etichettano come “coincidenze”, continuano a riemergere, dopo essere stati coperti per anni da una cortina di silenzio e di riservatezza voluta dalla famiglia Mariucci proprio per non correre il rischio di spettacolarizzare quel dolore così atroce.

Ecco allora che padre Francesco venerdì mattina ha rivelato due fatti molto simili, accaduti uno a Gubbio e l’altro a Padova. Entrambi vedono protagoniste due mamme malate e in stato interessante. A una donna di Gubbio con una grave malattia ai reni e costretta ad assumere farmaci molto forti, era stato quasi ordinato di effettuare l’aborto terapeutico.

La donna però non ha voluto rinunciare alla sua maternità e si è opposta fino al momento in cui ha rivelato: “Nessun aborto, ho avvertito dietro di me la presenza della piccola Sara che cantava: nascerà, nascerà”. E così ha portato a termine la gravidanza dando alla luce una bellissima bambina, sana e piena di voglia di vivere.

Fatto analogo per una coppia padovana. In questo caso la mamma era afflitta da un tumore che la stava uccidendo. Per curarsi avrebbe dovuto sottoporsi a cure con tutta probabilità fatali per il bimbo che aveva in grembo, per cui i medici l’hanno esortata a praticare l’aborto. Ma anche a lei, in un momento di profondo dolore, è accaduto di avvertire una presenza strana e più tardi dirà: “Sara mi cantava: nascerà, nascerà”. E anche in questo caso la gravidanza è giunta al termine nel modo più bello.

(Fonte di gran parte del post: http://www.lalucedimaria.it/)

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“Il mio fidanzato si è inginocchiato sulla tomba di San Francesco dicendo – PER FAVORE AIUTALA!”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/11/2016

Alessandra, un’educazione permissiva, due aborti, la depressione, il tentativo di suicidio…

Una Bibbia regalata, un viaggio ad Assisi, la confessione a Medjugorje…. Il perdono, la rinascita e adesso tanto aiuto nei CAV a chi come lei aiuto non ne ha avuto.

Mia madre mi lasciava tutta la libertà che lei non aveva potuto avere. Mia mamma mi permetteva di fare tutto quello che agli altri era proibito.

Questa libertà ha portato a rimanere incinta a 18 anni. Mia madre mi spinse drasticamente ad abortire, quasi senza lasciarmi scelta. Ho passato 20 anni ad avere rimorsi.

Il ginecologo non mi ha permesso di fare TUTTI i colloqui obbligatori per legge, quando gli dissi – Mi sembra di uccidere una vita – mi rispose – Fino a tre mesi non è vita. Poco prima cambiai idea dicendo di voler andar via ma mi disse che la mattina mi avevano messo un ovulo per cui avrei comunque abortito.

La seconda volta ho abortito di nuovo nascondendomi dietro a pensieri di altruismo. Non ero più io. Mi ero trasfigurata, mi sono convinta che la prima volta avevo fatto la cosa giusta.

Tempo un anno mi sono messa a letto, mi sentivo svuotata, senza senso e non capivo perché. Mi sono messa a letto e non mi sono più alzata per sei mesi.

Da lì è iniziato il mio calvario di 13 anni di depressione, psicologi, psichiatri, psicofarmaci, tentativo di riempire quel vuoto con corsi di buddismo, newage, yoga… Stavo a letto col costante pensiero di togliermi la vita.

Era un problema di perdono.

Dalla tomba di san Francesco parte una lenta ma incessante conversione…

Quello che ha fatto precipitare la mia situazione è stato quando col mio fidanzato abbiamo cercato di avere un bambino. Proviamo per due anni ma questo bambino non arriva. Vado sempre più giù fino a che tento il suicidio…

Il mio fidanzato mi ha detto – Perché non chiedi aiuto a Dio? – Lui che non era praticante mi ha regalato una Bibbia e mi ha fatto vedere i film di San Francesco…

Ho cominciato a leggere la Bibbia, poi un viaggio ad Assisi dove ero fredda e distaccata; il mio fidanzato però si è inginocchiato sulla tomba di San Francesco dicendo – Per favore aiutala! – Non mi disse niente.

Mesi dopo questo perdono è arrivato naturalmente in un viaggio a Medjugorje. Ho sentito un amore dal Cielo, un abbraccio così forte che la prima cosa che ho voluto fare tornando da quel viaggio è stato abbracciare mia madre e sperare che anche lei un giorno trovi quella luce.

Adesso cerco di parlare alle persone, mi piacerebbe parlare agli studenti, quelle persone com’ero io a 18 anni…

I Centri Aiuto per la Vita sono dei centri in cui chiedere aiuto anche per curare le ferite post aborto, ci sono volontari che stanno lì a braccia aperte per aiutare.

Nella fede ho trovato braccia aperte.

Ogni volta che arriva un bambino arriva col cestino; la Provvidenza permette sempre in qualche modo di aiutare la vita; il Cielo è per la vita, siamo noi che chiudiamo il nostor cuore con le nostre paure. Direi di non avere paura.

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Così, oggi, ‘uccidono’ il padre

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/10/2016

Ho appena finito di leggere un libro. E’ un libro particolare, dall’andamento deliziosamente a singhiozzo, nel senso che in un capitolo sorridi, in un altro rifletti un po’, poi sorridi e poi rifletti ancora e poi ridi a crepapelle e poi ti commuovi. Mai banale, non ti annoia mai, e alla fine ne resti edificato.

Condivido qua uno dei capitoli che mi ha toccato di più.

la_sindrome_del_panda_02

<<Se fossi costretto a scegliere uno tra i quarti d’ora più brutti della mia vita, pur avendo una vasta scelta di attimi funesti, non avrei nessun dubbio, poiché tra tutti ce n’è uno che di gran lunga supera tutti gli altri per essere il peggiore.

Si tratta di un episodio particolarissimo, mimetizzato in un periodo già di per sé particolarmente buio: una di quelle mezze stagioni dell’ersistenza in cui le circostanze mordaci del vivere ti stringono d’assedio, mettendoti a dura prova, ma forse proprio per questro lasciando d’altro canto che la pellicola che separa l’immanente dal trascendente si assottigli e facendoti sbirciare in trasparenza quella Luce che illumina la Creazione e ti raggiunge, se vocata nella preghiera.

Il mio secondo figlio si trovava nella fase finale della malattia che gli ha poi aperto in via anticipata le porte del Cielo, mentre mia moglie custodiva nel grembo quello che sarebbe diventato il nostro terzogenito, e ci trovavamo in ospedale, al capezzale del nostro bimbo, nel reparto di terapia intensiva, quando ci raggiunse il giro di controllo dei medici ci turno.

la_sindrome_del_panda_01Dopo che i dottori ci ebbero aggiornati sullo stato fisico di nostro figlio, ci chiesero delucidazioni sulla sua malattia e, quando comunicammo loro che anche per il bambino in arrivo ci sarebbe stata la possibilità che avrebbe potuto essere affetto dalla medesima malattia che stava consumando il fratello maggiore, fummo testimoni di quella che, secondo gli standard mondani, viene considerata una “soluzione” per casi di questo tipo.

Con il tatto e la sensibilità di un pachiderma in carica, prese la parola la guida della combriccola in camice bianco, la quale, rivolgendosi esclusivamente a mia moglie, come se io fossi invisibile al suo fianco, le comunicò: “Signora, guardi che lei è ancora in tempo per terminare questa gravidanza…” e lo dichiarò con la naturalezza di chi, dall’alto della sua illuminata sapienza, propone la soluzione più ovvia a coloro i quali, evidentemente, ritiene essere di intelligenza inferiore.

Il nugolo di medici e specializzandi che l’attorniavano si accodarono assenzienti alla brillante uscita, mentre io guardavo la mia sposa ammutolita e subito cercai di abortire l’argomento dichiarando a mia volta che all’interno della nostra coppia non era contemplata nessuna soluzione diversa dall’accoglienza di quel bimbo così come Dio ce lo avrebbe dato.

La reazione mi disarmò: fu come se fossi stato totalmente decontestualizzato, le mie parola caddero aliene nel vuoto assoluto, nemmeno uno sguardo si voltò verso di me, che pure ero lì accanto a mia moglie, ma imperterriti i medici iniziarono a declamare alla mia consorte quelli che secondo loro sarebbero stati i “vantaggi” di quella scelta.

la_sindrome_del_panda_03In pratica le stavano proponendo di uccidere subito quel bambino che portava in grembo per evitare che potesse nascere anche lui malato e quindi morire dopo pochi mesi: come se quel quarto di probabilità nefasta giustificasse la soppressione di una vita prima ancora che venisse al mondo, così, tanto per risparmiarsi inutili perdite di tempo.

Capii in quel momento, davanti all’impassibilità dei medici ed al silenzio indecifrabile di mia moglie, che io in quell’eventuale scelta, non avevo alcuna voce in capitolo. Mi ritrovai così del tutto impotente verso quella che sarebbe stata la sorte di quel figlio che, seppur nascosto nel ventre di sua madre, era e restava comunque anche mio.

Fu questa consapevolezza che mi gettò nel panico profondo, lasciandomi preda indifesa di sconfortante frustrazione ed angoscia disperata insieme, poiché ogni fibra del mio cuore si opponeva anche solo al pensiero di sopprimere la vita di quel bimbo, eppure per la sua salvezza non potevo far nulla, poiché per un’iniqua legge, solo la madre può decidere sul destino del figlio che porta in grembo, mentre il padre, che pur ne rimane il genitore, nulla può per salvare la sua vita.

la_sindrome_del_panda_04Una volta che riuscii a rimanere solo con la mia consorte, ella mi rassicurò sulla sua ferma volontà d’impedire a chiunque di far del male a nostro figlio, tant’è che quel bambino è oggi qui con noi.

Nondimeno, ogni volta che ripenso a quell’episodio, un brivido gelido mi percorre la spina dorsale, ma subito dopo ringrazio Dio: perché in quel momento ebbi l’occasione di sperimentare un attimo di profonda comunione con quel Padre, il quale si ritrova anch’Egli col cuore straziato davanti ad ogni figlio ucciso nel grembo materno e che per quell’Amore che si autolimita nel rispetto della libertà della creatura amata, pur potendo Egli ogni cosa, si rende impotente e solo spera, fino all’ultimo istante, che una mamma non uccida il suo bambino.>>

(Tratto da “La sindrome del panda”, di Andrea Torquato Giovanoli, pagg. 109-111; titolo originale del capitolo: “La paternità negata)

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“Voi che siete per la famiglia, ci si prenderà beffe di voi…”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/05/2016

Voi che siete per la famiglia, ci si prenderà beffe di voi…

dr-lejeune-and-patient1Si dirà che siete fuori moda…

Si dirà che impedite il progresso della scienza…

Si leverà contro di voi la bandiera della tirannia tecnico-scientifica…

Si dirà che cercate di imbavagliare la scienza in forza di una morale sorpassata…

Ebbene, ciò che voglio dirvi è:

NON ABBIATE PAURA!

Siete voi che trasmettete le parole della vita.

Ebbene, ci resta la sapienza, e la sapienza eterna, quella che gli uomini non hanno inventato, e questa sapienza di esprime una una frase che spiega tutto, che risponde a tutto, e questa sapienza si riassume in una frase che vi dirà in ogni momento quello che dovrete fare o non fare. Questa frase è semplicissima, è la Madre di tutti che ce l’ha insegnata:

CIO’ CHE AVRETE FATTO AL PIU’ PICCOLO DEI MIEI FRATELLI, L’AVRETE FATTO A ME!

Di chi sono queste parole?

Di un profeta? Di un leader pro-life? Di un prete?

Di Jérôme Jean Louis Marie Lejeune (Montrouge, 13 giugno 1926 – Parigi, 3 aprile 1994) genetista, pediatra e attivista francese, scopritore della causa della sindrome di Down, pluripremiato in ambito scientifico (riceverà onorificenze per i suoi studi sulle patologie cromosomiche, fra le quali: il premio Kennedy nel 1962, il premio William Allan nel 1969 ed il premio Griffuel nel 1993).

Per me, è un profeta dei nostri tempi che parla dritto dritto al cuore…

Ma ancor prima, nel 1905, G. K. Chesterton faceva questa profezia… non vi sembra che parli proprio dei giorni nostri?

Chesterton“La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diverrà un credo. E’ una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle… Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più tre fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate” (G. K. Chesterton, Eretici)

Come non condividere anche quest’altro suo pensiero?

“Ciò di cui soffriamo oggigiorno è di una umiltà fuori posto. La modestia si è spostata dall’organo dell’ambizione a quello della convinzione, dove non è stata mai concepita di essere. Un uomo ha diritto di dubitare di se stesso, non della verità; questa proposizione è stata esattamente rovesciata. Oggigiorno ognuno crede esattamente in quella parte dell’uomo in cui dovrebbe non credere: se stesso, e dubita esattamente in quella parte in cui non dovrebbe dubitare: la ragione divina.”

(Gilbert Keith Chesterton)

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“Vorrei solo dire a tutte quelle mamme che si trovano in difficoltà di non arrendersi mai e di chiedere, chiedere aiuto perché c’è. Io l’ho trovato”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/04/2016

Segretariato_01

Ho avuto il primo figlio molto giovane, in un’età dove tutto sembra possibile e a portata di mano e la morte è un pensiero che non ti sfiora, perché hai voglia di vivere.

Per me era dietro l’angolo. Il mio ragazzo è morto in un incidente d’auto e non avrebbe mai conosciuto suo figlio.

Dopo, ho attraversato anni bui in cui ho trovato la forza di andare avanti solo grazie a mio figlio. Per molto tempo mi è bastato solo lui, poi ho cominciato a sentire di più la solitudine, a desiderare di avere di nuovo accanto un uomo.

La mia vita è tornata a essere serena dopo aver conosciuto Davide. Anche lui, con le sue ferite ancora aperte, ci siamo aiutati e abbiamo ricominciato insieme.

Una famiglia finalmente: il mio sogno e di mio figlio. Il passato ormai era alle spalle e cercavo di fare il meglio per essere felici.

Il lavoro però era la nostra preoccupazione. Lui faceva l’operaio senza un contratto regolare, sempre con la paura che lo mandassero via. Io lavoravo ogni tanto facendo quello che capitava.

Un giorno mi accorsi di essere incinta. Non fu un “lieto evento” e non perché non desiderassi avere un figlio. Lui non voleva il bambino, perché non c’erano abbastanza soldi per mantenerlo. Temevo di perdere il mio uomo e per debolezza alla fine ho fatto l’aborto per paura di restare da sola con due figli.

Una ferita profonda, che mi ha fatto stare tanto male, e che ha permesso anche al mio compagno di capire la gravità del gesto.

Mi accorsi di aspettare un nuovo bambino. Quanto timore ho avuto nel dirglielo! Ma stavolta è stato più accogliente, felice.

La situazione certo era migliorata, perché io lavoravo in modo più regolare. Questa felicità però è durata poco. Dopo qualche settimana lui perse il lavoro.

Segretariato_02Ricordo ancora la sua espressione quando tornato a casa ha dovuto dirmelo: “E adesso che facciamo?”. Io ero rimasta senza parole, preoccupata di tutta la situazione e di quel bambino che aspettavo.

Non potevamo andare avanti solo col mio lavoro, non bastava. Lui non mi disse nulla ma tornò lo spettro dell’aborto.

Quante chiamate ad amici e conoscenti per cercare lavoro! Ma nessuna risposta sicura: “Ti faccio sapere…”, “Adesso vediamo”. E intanto a fine mese per pagare l’affitto avevamo dovuto vendere alcune cose d’oro.

Una sera poi mi ha chiesto di abortire.

Non volevo però ripetere quella brutta esperienza.

Gli chiesi ancora tempo: “Voglio cercare aiuto e se lo trovo lo teniamo vero?”. Lui acconsentì.

Ho passato la sera si internet poi ho trovato l’indirizzo e il telefono di un centro di aiuto alla maternità difficile, il Segretariato Sociale per la Vita.

Chiamai il giorno dopo e a un’operatrice spiegai che ero incinta e in difficoltà economica, ma che non volevo abortire. Mi tranquillizzò e mi disse che c’erano aiuti anche economici del Progetto Gemma, così avremmo potuto affrontare le spese per nostro figlio per 18 mesi.

Mi informarono anche di aiuti previsti dallo Stato e che avrei potuto richiedere all anascita del bambino. Mi invitarono a recarmi al centro. Accettai con grossa speranza.

Camilla grazie al loro aiuto è nata.

Vorrei solo dire a tutte quelle mamme che si trovano in difficoltà di non arrendersi mai e di chiedere, chiedere aiuto perché c’è. Io l’ho trovato.

[Fonte: rivista “Acqua&Sapone”, Novembre 2015, pag. 137, Storie di mamme]

Qua —> http://www.segretariatoperlavita.it/page/testimonianze.php più testimonianze di donne aiutate a evitare l’aborto.

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Testimonianza scioccante di un ex satanista che faceva riti satanici in cliniche abortive

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/03/2016

Una testimonianza non per spaventare ma per indurre a pregare per questa gente e per la difesa della vita.

Alla luce di recenti video sul traffico di organi e tessuti di bambini abortiti da Planned Parenthood, il “Lepanto Insitute” ha intervistato l’ex satanista Zachary King.

Zachary era un bambino normale di un quartiere americano, cresciuto in una famiglia battista. Comunciò a predicare la magia già a dieci anni, per unirsi a una setta satanica a tredici e a quindici anni aveva già infranto tutti e dieci i Comandamenti.

Dalla sua adolescenza all’età adulta tutti i suoi sforzi erano per arrivare alla categoria di sommo sacerdote della setta di cui era attivo divulgatore, anche della pratica degli aborti rituali.

Zachary sta ora scrivendo le sue esperienze in un libro intitolato “L’aborto à un sacrificio satanico”.

Zac, hai molto da raccontare, ci puoi dire come hai incontrato il satanismo?

M01 - Ora santa di riparazione alla chiesa di San Francesco d'Assisi a Oklahoma City, USA

Ora santa di riparazione alla chiesa di San Francesco d’Assisi a Oklahoma City, USA

King – Cominciò tutto con la forte curiosità di sapere se la magia fosse davvero reale. Iniziai a vedere alcuni film sui feticci e gli stregoni, a partire dal 1970.

Un giorno a scuola, avevamo un gioco chiamato “Bloody Mary”, o “I Hate You, Bloody Mary”; dovevi andare al bagno cantando questa frase un certo numero di volte, con tutte le luci spente.

La volta che facemmo questo gioco nel mio gruppo, vedemmo una faccia demoniaca allo specchio. Non ci rendevamo conto ma all’improvviso tutti fuggirono correndo e morendo di paura, eccetto io. Trovavo il tutto molto interessante.

All’epoca giocavo anche a un gioco chiamato “Dungeons and Dragons” tutti i fine settimana e io impersonavo sempre il mago o lo stregone. Mi chiedevo se potessi fare tali magie anche nella realtà e feci due feticci per guadagnare soldi.

Potrebbe essere una coincidenza, feci un rito per tre volte, solo, in bagno, di fronte al demonio e volevo vedere quello che sarebbe accaduto. Guadagnai 1000 dollari il giorno successivo. A partire da lì, mi ero convinto che la magia fosse reale.

A dodici anni un amico mi presentò un gruppo che giocava a “Dungeons and Dragons” e che credeva che la magia fosse reale. Venni a scoprire che quel gruppo era una setta satanica.

Mi piacevano i videogiochi e le serie fantascientifiche come Star Trek e Star Wars e quei ragazzi le avevano tutte. Avevano anche una piscina, un grande barbecue, ed era come un club di ragazzi e ragazze.

Sapevano come reclutare giovani, sapevano quello che piaceva fare ai ragazzi ed è stato così che mi sono lasciato coinvolgere.

Avevo circa diciotto anni quando entrai nella Chiesa Mondiale di Satana. La posizione che raggiunsi fu quella si Sommo Sacerdote, quelli che realizzano le magie. Ce ne erano pochi, una decina; il nostro compito era quello di viaggiare per il mondo inducendo le persone a fare quello che fai tu.

Adesso quando dico persone, mi riferisco a stelle del rock, del cinema, personaggi della politica, gente molto ricca… Sono innumerevoli le persone che chiedono un incantesimo e non c’è limite a quanto siano disposti a pagare per questo.

Allora eri un sommo sacerdote del satanismo. Brevemente come hai fatto a diventarlo?

King – Si dice che siano scelti da Satana. Io non so quale sia il criterio.

Io facevo magie da quando avevo dieci anni e divenni sommo sacerdote a 21 e fui membro della chiesa mondiale per circa tre anni. Ne avevo visto uno da bambino con un cappello alto, un bastone e il viso dipinto come un cadavere.

C’è un consiglio di amministrazione nella setta, loro dicono che tu sei il prescelto e di danno un libro coi doveri del sommo sacerdote.

M02 - Preghiera fuori dalla clinica abortiva di Planned Parenthood

Preghiera fuori dalla clinica abortiva di Planned Parenthood

Qual è il ruolo dell’aborto nei riti satanici e quando hai cominciato a esserne coinvolto?

King – Appena compii 14 anni i membri della setta mi dissero che dovevo essere coinvolto in un aborto. Mi dissero che ci sarebbe stata una festa con membri di solo sesso maschile tra i dodici e i quindici anni e una ragazza di diciotto anni con l’obbiettivo di rimanere incinta e di abortire al nono mese di gravidanza.

Quando me lo dissero io dissi a voce alta – forte! – ma non avevo idea di cosa fosse un aborto. In famiglia avevo sentito sussurrare la parola aborto qualche volta dai miei e per questo pensavo che fosse una parolaccia.

Quando chiesi ai membri della setta cosa fosse un aborto, quelli mi spiegarono che si trattava di un bambino nell’utero e che lo avremmo ucciso.

C’era un medico e un’imfermiera per aiutarmi perché si trattava di un procedimento medico. Chiesi: “E’ legale?”, e la risposta fu: “Si, perché è nell’utero. Fino a che il bambino è nella donna tu lo puoi uccidere”.

Forse non avrei mai accettato di uccidere un bambino fuori dal corpo della madre, ma nel corpo della madre… L’atto di uccidere qualcuno o la morte di qualcuno è il modo più efficace per realizzare il proprio maleficio.

Uccidere qualcuno è fare un’offerta a Satana e se puoi uccidere un bambino nel ventre materno, questo è il suo obbiettivo finale.

Raccontaci del primo aborto che hai fatto come rito satanico.

King – Il primo fu circa tre mesi prima di compiere quindici anni. Accadde in una fattoriaa che, sorprendentemente era più sterilizzata di molte cliniche abortive che poi avrei frequentato.

C’era un medico, una infermiera e una donna circondata da tredici tre i principali membri della setta, tutti sommi sacerdoti o sacerdotesse.

Io ero nel cerchio con la donna e il medico e tutti i membri adulti della setta erano là.

C’erano varie donne inginocchiate per terra, che si dondolavano avanti e indietro talvolta gridando – il nostro corpo ci appartiene – e di lato c’erano gli uomini tutti che cantavano e “pregavano”.

Il rituale iniziò alle 11:45 di notte, la magia a mezzanotte, considerata dai satanisti “ora delle streghe” e la morte reale del bambino alle tre del mattino, “ora del demonio”.

Il mio ruolo era quello di inserire il bisturi. Non dovevo necessariamente uccidere, l’importante era che mi sporcassi le mani col sangue, sangue della donna e del bambino. Alla fine il medico terminò il procedimento.

E’ stato probabilmente il più orrendo degli aborti a cui abbia partecipato; il medico prese il bambino, lo buttò per terra dove le donne si stavano dondolando, sembravano possedute, e quando il medico buttò il bambino, queste lo mangiarono.

A quanti rituali di aborto hai partecipato?

King – Prima di diventare un High Widard ne feci cinque, poi partecipai ad altri 141 aborti.

Hai mai fatto aborti in cliniche ad altro profilo?

King – Si, ne ho fatti circa venti in queste cliniche, ma non li ho mai contati. Sembravano delle case degli orrori, con sangue dappertutto, comprese alcune camere, sangue perfino sul soffitto.

Come ti invitavano a fare tali aborti?

King – La chiesa mondiale non è l’unica a fare questi rituali, ci sono altre organizzazioni di malefici e stregoneria come le wicca, che sono ugualmente coinvolte.

A volte vieni convocato dal direttode della clinica, altre volte da un altro amministratore oppure da un medico satanista ti invita a partecipare all’aborto che farà la sera.

So che ogni giorno alla fine del giorno, i gruppi satanici lo fanno, con una messa nera, generalmente intorno a mezzanotte, e dura dalle due alle tre ore, e offrono al demonio tutti i bimbi abortitiin quel giorno. Non importa per quale motivo le donne hanno deciso di abortire, tutti i bimbi abortiti vengono offerto a Satana in quel giorno.

Come sono i riti satanici di aborto?

King – Ci sono anche bambini che partecipani, ma generalmente non entrano nella sala in cui viene praticato l’aborto. Restano separati ma c’è una competizione su chi riesce a rimanere sveglio fino alle tre e chi ci riesce vince un premio.

Gli uomini che non fanno parte della top 13 della setta fanno malefici e cantano, e fanno malefici per proteggere gli altri da qualcuno che sta pregando.

Oltre a questo paghiamo persone per la nostra protezione, politica e sociale e per questo sappiamo di restare totalmente impuniti.

Una volta venne il prefetto della città per chiedere un maleficio; ci aveva cercato perché voleva che passasse un progetto di legge nella sua città e non ci era mai riuscito.

Era stato membro della setta per un certo tempo, aveva tentato tutte le volte vie legali per l’approvazione ma senza riuscirci, allora ci chiese di realizzare un aborto e un maleficio allo stesso tempo.

Occorreva trovare cliniche di alto profilo e lì ci sono medici o infermiere streghe o satanisti, non è difficile pertanto trovare persone disposte a partecipare a un rito satanico.

M03Dici che le cliniche di alto profilo attraggono membri dell’occultismo perché lì è più facile praticare aborti?

King – Io direi di si, è un’affermazione assolutamente veritiera. Devi sapere che ci sono molte persone che appartengono all’Organizzazione Nazionale delle Donne (NOW[Organização Nacional de Mulheres]), e molte di esse appartengono anche alla religione pagana delle Wicca e, sebbene mostrino un atteggiamento volto alla preservazione della vita, sono permissive nel “ferire” chiunque vada contro di loro in una qualche maniera, che vuol dire che autorizzano a distruggere con qualunque mezzo necessario che è, per loro, la magia.

Esse vedono la figurta femminile, la donna, come la madre Terra, o Gaia, e adorano questa figura femminile come una dea. L’aborto è un sacramento satanico, per così dire, e una clinica di aborti attrae satanisti per il sacerdozio satanico.

Hai mai sperimentato l’incapacità di portare a termine un aborto o i suoi effetti a causa di persone che pregavano fuori dalla clinica?

King – Più di una volta abbiamo avuto bambini che potevano sopravvivere all’aborto. Una volta, arrivai alla clinica e c’erano delle persone nei due lati della strada.

Da una parte persone che pregavano e protestavano contro l’aborto e dall’altra parte, gente a favore dell’aborto che gridava ogni tipo di oscenità. Quando entrai, diedi un altro sguardo alla strada, e vidi meglio alcune persone che pregavano inginocchiate.

In quel giorno, l’aborto programmato per il rituale non avvenne.

Questo mi è capitato circa tre volte, e al momento non mi resi conto che tutte e tre le volte gli aborti furono interrotti o non andarono a termine grazie alle preghiere che stavano recitando là fuori.

[Tradotto dal portoghese dal blog della Comunità Cattolica Shalom http://blog.comshalom.org/carmadelio/47507-ex-satanista-eu-realizava-rituais-satanicos-em-clinicas-de-aborto%5D

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