FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Archive for the ‘Riflessioni personali’ Category

«Tempo di utilizzo»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/01/2019

Qualche giorno fa, una spietata funzione dell’Iphone – «TEMPO DI UTILIZZO» – mi ricordava quanto tempo trascorro ogni settimana al cellulare, specificando i minuti (le ore ahimè) per ogni singola applicazione. E’ inutile che dica che ai primi posti troneggiavano i social, soprattutto quello col fumetto bianco su sfondo verde che ci dà l’illusione di essere in comunicazione col mondo, alimentando, in realtà le nostre solitudini.

Dalle ricerche di mercato pare che trascorriamo ben ventisette anni a dormire, sei anni e mezzo a mangiare e circa venticinque davanti a uno schermo. Venticinque!

Ore e ore, che diventano anni scappano via mentre, chini su una perenne fonte di distrazione, disimpariamo a contare bene i nostri giorni, e i nostri cuori, nati con la potenzialità di diventare saggi, diventano sempre più sbalestrati.

«Insegnaci, o Dio,
a contar bene i nostri giorni,
per acquistare un cuore saggio.»
(Salmo 90, 12)

Sarebbe da imparare a memoria, recitandolo come una giaculatoria, questo versetto prezioso del Salmo 90, ogni volta che sblocchiamo il cellulare alla ricerca di tutto e niente, chiedendoci: in questa giornata quanto tempo passo a pregare, a leggere la Bibbia, a coltivare il rapporto con quel Dio, il solo che ci possa insegnare a “contar bene” i nostri giorni per acquistare un cuore saggio?

Non è facile ritagliarsi degli spazi per la preghiera, ma come diceva un filosofo (che non amo ma che in questa frase dice il vero), «Se uno ha molto da cacciarvi dentro, una giornata ha cento tasche.»

E noi cosa decidiamo di infilare in queste cento tasche?

Il tempo che passiamo con Dio è il più prezioso perché è l’unico che può cambiare realmente la nostra vita, perché può cambiare il nostro cuore, insegnandogli a diventare saggio.

«Insegnaci, o Dio,
a contar bene i nostri giorni,
per acquistare un cuore saggio.»
(Salmo 90, 12)

E se mettessi questo versetto come schermata di sblocco?

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17 Dicembre – Sette anni di Fermenti Cattolici Vivi

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/12/2018

Dopo sette anni continua l’avventura iniziata in quel 17 dicembre 2011 quando decisi di condividere quanto di edificante incontrassi nella rete e nella vita di tutti i giorni.

Negli anni le sfide della vita mi hanno al contempo provato e fortificato nella misura in cui mi sono affidato a quel Dio che non aspetta altro che il nostro si per stare con noi e dare sapore e senso a tutto.

Nonostante gli alti e bassi spirituali della mia povera persona, le cose che parlano di Dio continuano ad arrivare, a edificare, ed è con gioia e semplicità, che continuo a condividerle in questo spazio.

Col cuore grato innanzi tutto a Dio da cui parte tutto, ringrazio i lettori con l’unica richiesta di pregare per me.

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«Bimbe a scuola, una sosta al bar […] e poi al lavoro…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/11/2018

Ieri ho ritrovato una cosetta che scrissi quattro anni fa ma siccome mi fa ancora riflettere, la condivido nel blog sperando che possa essere utile anche al lettore.

Ogni mattina accompagno a scuola mia figlia MF e l’amichetta M. Ci vuole la macchina essendo la scuola delle mitiche suore Riparatrici del Sacro Cuore a dieci chilometri da casa.

Lascio le bambine, faccio un altro paio di chilometri e, prima di recarmi in ufficio, mi concedo due tappe, una immancabile, davanti al Tabernacolo dei Santi Protomartiri, l’altra al bar di fronte, uno dei pochi a Roma  abbastanza attrezzato per i celiaci.

Ieri ho incontrato la cugina di una cara amica che abita proprio in quel quartiere.

«Ué Ale, che ci fai qui?»

«Ci vengo tutte le mattine, dopo aver accompagnato le bimbe faccio sosta al bar e poi al lavoro

«Anch’io scappo al lavoro. Ciao, e salutami tanto la famiglia.»

Notate niente di strano in questa conversazione apparentemente banale?

Io me ne sono accorto solo dopo quando, come una luce improvvisa ti fa notare particolari che prima non vedevi, mi sono improvvisamente reso conto di non essere per niente esente dal politically correct che fa mettere da parte, celare, camuffare, diluire tutto ciò che ha a che fare con la Chiesa e con Dio, per non disturbare.

Dice Gesù: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.» (Mt 5,37).

Invece per me è stato più comodo: faccio sosta al bar e poi al lavoro.

Ho solo omesso un “piccolo” particolare, che prima del bar, mi fermo davanti al Tabernacolo dove sperimento la Presenza più vera e viva di ogni incontro che possa fare nella giornata, la presenza di Gesù.

Ho omesso di dire che se manco quell’appuntamento non riesco a raccogliere le forze per affrontare le sfide del lavoro, della famiglia, della gestione di una zia con l’Alzheimer che dipende da me, e molte altre conservando la gioia nel cuore e facendo traboccare ciò che lì ricevo nell’apostolato e in un blog che viene seguito al di là di ogni mia aspettativa. Nasce tutto lì…

Ho omesso di dire che ogni mattina vado davanti a Colui che, in diversi momenti della mia vita, lì, a partire da lì, mi ha liberato dalla noia, ha riempito i vuoti della mia affettività ferita, ha dato risposte alla mia cronica mancanza di senso, mi ha consolato e mi consola quando il dolore è forte, trasformando il mio lutto, i miei molti lutti… in pace e persino in gioia…

Per quanto buono possa essere il caffè delle sorelle Verdolini, quello che faccio davanti al Tabernacolo sarà qualcosina di più, qualcosina che merita di non essere omessa?

Che faccio davanti al Tabernacolo? Prego, medito ma soprattutto, come disse un giorno un vecchio, io guardo Lui e Lui guarda me. Se non lo faccio e, quando non lo faccio, sono solo in grado di combinare pasticci…

E ieri, a Raffaella, sono stato solo capace di dirle che parcheggio lì per fare colazione, stop.

Non è una questione di senso di colpa, quello non viene da Dio, ma immaginate di aver incontrato la persona che ha deciso di pagarvi il mutuo di casa senza chiedervi i soldi indietro e aver fatto finta di non conoscerla.

Così mi sono sentito ieri… Ho capito che nessuno di noi è esente da uno dei mali del secolo, il “politically correct”. Quanti cristiani si imbavagliano da soli con l’autocensura?

OK Signore, ho capito la lezione. Imparerò anch’io a perdere la faccia per amore della Verità…

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«Recito la prima parte dell’Ave maria, poi sto zitto e lei risponde con la seconda.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/07/2018

Rimasto vedovo, viveva da solo nella vecchia casa in cui aveva condiviso la vita con la sua Santina, declinendo l’invito dei figli a stabilirsi con loro.

Aveva accettato solo di farsi portare la cena a casa dai figlioli e a condividerla insieme, ma solo fino alle 20,30: «Poi lasciatemi in pace perché devo badare alle mie cose».

Una sera, verso le 22 una figlia, vedendo la porta aperta, decise di fargli visita: era estate e all’interno proveniva un borbottio sommesso. «Con chi starà parlando?» si chiese e, protetta dal buio, spiò all’interno: vide il papà seduto con la testa tra le mani e lo sentì che recitava l’Ave Maria.

Dopo aver detto la prima parte, stava in silenzio per qualche secondo per poi ricominciare da capo.

Colto di sorpresa, l’anziano non riuscì a nascondere il suo disappunto: «Ti ho detto di non disturbarmi…, non vedi che sono occupato?». «Ma se non c’è nessuno…», gli fa lei.

E lui, indicando la sedia vuota davanti a sé: «Sono in compagnia di tua madre: prima di morire le ho promesso che avremmo continuato a pregare insieme ogni sera il rosario. Così io recito la prima parte dell’Ave maria, poi sto zitto e lei risponde con la seconda.»

(Storia tratta dall’articolo “L’altra parte del rosario”, di don Davide Rota.)

Al di là di ogni facile romanticismo, l’insegnamento più bello che traggo da questa storia è che quando i nostri cari defunti ci mancano tanto, li possiamo ‘incontrare’ solo nella preghiera; non possiamo travalicare il ‘muro’ che separa questa vita dall’altra, va rispettato evitando di cercare strane (quanto pericolose) pratiche per contattarli, ma possiamo metterci, sia noi che loro, davanti a Dio e insieme pregare, come insegna da secoli la Chiesa

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Non mi sopporto proprio! OK ma, ce l’ho questo diritto?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/07/2018

Alzi la mano la persona a cui non capita mai di starsi sulle scatole, di non sopportarsi, di starsi proprio antipatico.

A me capita praticamente ogni giorno, mi capita quando vorrei farmi lavare i vetri dal bengalese che mi sorride tutti i giorni ma mi fermo lasciando lo spazio per farmi avanti ed evitarlo nel momento in cui si offre di lavarmi il parabrezza sudicio della macchina.

Mi capita quando vedo il collega nei casini che ti guarda aspettandosi la parola che non arriva mai perché sono troppo impegnato a fare questo-lavoro-che-aumenta-sempre-mentre-noi-siamo-sempre-gli-stessi…

Mi sto sulle scatole quando mia figlia mi chiede di giocare con lei ma io sono troppo occupato a fare una cosa-importante-che-non-posso-proprio-procrastinare, quando dico quella frase a mia moglie e me ne pento quando sono già a metà, e…

Se volessi continuare dovrei fare un blog a parte vuvvuvvù.lemeschinitàdiFERMENTI.qualcheblog.comme che vi risparmio. In realtà era una riflessione nata dalla lettura di una poesia, una semplice poesia che mi ha fatto capire una cosa: chi sono io per non avere pazienza coi miei difetti se ce l’ha Dio?

Mi sono davvero stufato di me.
Il mio volto, il mio corpo
mi sono diventati insopportabili.
Dire che non mi amo è un eufemismo
più onesto è dire che mi aborro.
Tutto bene, nessuna obiezione.
Ma… pensiamoci un po’: ce l’ho questo diritto?
Il diritto alla noia, al rifiuto di me stesso,
il diritto di scaricarmi, di vomitarmi?
Ahimé, temo di no. E la ragione è semplice:
Tu, Dio, che pure sei perfezione assoluta
e che tanto più dovresti schifare l’imperfetto,
tu di me non ti sei mai stufato. Mai.
Tu che da sempre mi conosci e mi valuti.
Chiuso il discorso. Su, dunque, pazienza.
Se ti sopporta Lui, sopportati anche tu.
Se lui, l’Eterno, ti ama, stringi i denti,
i pugni, chiudi gli occhi e – coraggio! –
cerca anche tu di amarti.
(I. A. Chiusano)

Non ditemi che non vi ci riconoscete che non ci credo…

Come fare per convincerci di questo Amore, di questa Pazienza che ci viene dall’alto?

Non conosco che un modo, la preghiera.

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«Tu hai fatto del tuo meglio, e io lo so!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/07/2018

Il mondo là fuori sta diventando sempre più cinico. La televisione, da Master Chef a Pechino Express, da X-Factor ai teneri cantanti di Ti lascio una canzone, non riesce a proporre altro che sfida, competizione, ti-elimino-costi-quel-che-costi fino al raggiungimento dell’obbiettivo, essere il migliore.

Il migliore. E cosa succede se non ci si riesce? Cosa succede quando non siamo i migliori, i più bravi (chi lo stabilisce poi chi è il più bravo?), i primi?

Quante sono le giornate in cui non ne azzecchiamo una? Non mi dite che non ne avete perché non ci credo. Nel migliore dei casi riusciamo a rientrare con fatica nella normalità, ma quante volte siamo dei “Paperino”, dei pastrocchi, lenti, ultimi, dei perdenti, i peggiori? La maggior parte delle volte siamo ben lontani dall’essere quel “migliore” che i reality impongono soprattutto ai nostri ragazzi…

C’è una risposta?

L’altro giorno stavo guardando un episodio de “La casa nella prateria”, una serie degli anni ottanta liberamente tratta dai libri di Laura Ingalls Wilder, scrittrice americana dei primi del ‘900.

Da bambino, essendo cresciuto in una famiglia per bene ma lontana dalla pratica e dai principi cristiani, non mi perdevo una puntata di quella fiction in cui la famiglia Ingalls, cristiana, felice di vivere i propri valori, viveva in pace ed equilibrio (e non appena l’hanno venduta in edicola, mi sono assicurato tutti i DVD tranne il numero 15, mai uscito…). Sembrerà strano, ma molto di ciò che di buono c’è in me oggi, lo devo a quella serie televisiva…

So che starete pensando, come molti, che fossero una famiglia di sfigati e che succedeva tutto a loro, ma quello che a me sorprendeva di loro era che, fissi i loro sguardi a Dio, con una fede forte e mai bigotta, non perdevano mai la pace, e sognavo una famiglia così…

Chi ha più di 35, 40 anni, ricorderà la perfida Nellie Oleson che perseguitava Laura Ingalls con le sue cattiverie. Ebbene, lo scorso pomeriggio stavo guardando con mia figlia (nativa digitale a cui piace questa serie vintage) l’episodio in cui Nellie guadagnava il primato di prima della classe imbrogliando.

Alla domanda di Laura – Papà, cosa devo fare? – la risposta è stata – “Tu hai fatto del tuo meglio, e io lo so; stai tranquilla e serena, qualunque siano i risultati.”

Ecco la soluzione. Mettercela davvero tutta per fare del proprio meglio. Dio, che è Padre, che vede, lo sa, e non ci chiederebbe mai di essere i migliori, ma solo di fare del nostro meglio.

Il collega ci fa le scarpe in maniera disonesta? Ho fatto del mio meglio, Dio lo sa, anche se mi arrabbio o sono triste, alla fine sto sereno qualunque cosa accada…

Ho studiato ma mi hanno bocciato all’esame? Ho fatto del mio meglio, Dio lo sa, sto sereno qualunque cosa accada…

Apro la Bibbia:

“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.” (2Tim 4,7)

Dio non ci chiede di essere i migliori, ci ama anche se siamo i peggiori (a volte ci ama proprio per questo?), e ci darà la forza per fare le uniche cose che ci chiede: combattere la buona battaglia, terminare la corsa, conservare la fede.

Se avremo fatto ciò, avremo fatto del nostro meglio, secondo le nostre possibilità, non dobbiamo fare altro… Dio lo sa, e stiamo sereni qualunque cosa accada…

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«Per non finire in una buca, dovevo illuminare ogni mio passo, non potevo permettermi di spegnere la luce ogni tanto»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/07/2018

Vi è mai capitato di camminare di notte su un terreno accidentato tanto da dovervi fare luce con una torcia?

A me si. Ultimamente in vacanza, passeggiando di sera, per le strade dell’Avana, coi marciapiedi devastati da buche, radici tropicali, tombini scoperti, avevo copiato l’abitudine dei cubani di camminare con la luce del cellulare puntata sui piedi.

Senza di essa, nel migliore dei casi mi sarei procurato facilmente una storta, rischiando di andare a finire in qualche fogna o a cavallo di qualche cavo elettrico maldestramente interrato.

Camminare nel buio con la luce del cellulare puntata sui piedi. Era questa l’immagine che mi è subito venuta alla mente stamattina leggendo il Salmo 119 (v. 105):

«Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.
Ho giurato, e lo confermo,
di custodire i tuoi precetti di giustizia.»

Per non finire in una buca, dovevo illuminare ogni mio passo, non potevo permettermi di spegnere la luce ogni tanto, senza correre il rischio di mettere il piede in fallo; spesso l’illuminazione pubblica era del tutto assente.

E con la Parola di Dio? In questi tempi in cui vale tutto e il contrario di tutto, potrebbe essere l’unica luce per orientarci.

Quanto sono sciatto io per primo, trascurandone la lettura e la meditazione, salvo poi lamentarmi di questa o quella situazione in cui mi ritrovo invischiato?

«Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.
Ho giurato, e lo confermo,
di custodire i tuoi precetti di giustizia.»

Custodisco la parola in modo da farmi illuminare da essa per ogni passo? Lo faccio con cura come mantenevo accesa la torcia del cellulare quando passeggiavo per l’Habana Vieja con la mia famiglia?

«La tua parola nel rivelarsi ILLUMINA, dona saggezza ai semplici»,

continua il salmo.

Donaci, Signore, la consapevolezza di camminare nel buio di un relativismo che ha appiattito i valori più belli e solidi della nostra società.

Donaci, Signore, la capacità di vedere quanto siano vuote le sensazioni che ci dà la lucina degli schermi retroilluminati dei nostri smartphone perennemente accesi.

«Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.
Ho giurato, e lo confermo,
di custodire i tuoi precetti di giustizia.»

Donaci la consapevolezza di averne bisogno, non come un “optional” ma come una cosa necessaria per ogni nostro passo, come un tesoro prezioso da custodire con amore, ogni giorno.

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«Il miracolo dei miracoli che abbiamo la grazia di avere in ogni chiesa.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/06/2018

Regla_01Riprendo con gioia a scrivere sul blog, dopo una sosta in cui la riflessione e il riposo mi hanno permesso di riordinare le idee.

Ho trascorso due settimane a Cuba, da cari amici e fratelli nella fede; quei fratelli e sorelle che ti il Signore ti dona come promesso, e che è giusto custodire come tesori cari, anche se abitano in fondo al mondo. Tra le tante realtà che grazie a loro ho scoperto in queste due settimane, c’è un santuario, Nuestra Señora de la Regla.

Da qui copio preciso preciso dal mio taccuino di viaggio.

Nuestra Señora de la Regla, la protettrice dei neri dell’Avana.

Per i bianchi c’è un’apposita Madonna bianca che si occupa di loro al di qua della baia. Nostra Signora mi perdonerà l’ironia a cui ho vilmente ceduto, Lei sa quanto l’abbia nel cuore, quanto la ami, ma oggi non riesco a sfilarmi di dosso questo sguardo saccente da occidentale, per lo meno per ora. Comunque, al di là, dalla Madonnina nera, ti ci porta un vaporetto arrugginito degli anni sessanta che per un CUC (pari a un dollaro americano), in dieci minuti ti porta da una parte all’altra dell’enorme e bellissima baia habanera.

Regla_03Fuori dal santuario in stile coloniale che ho ammirato stamattina, alcune donne vestite di bianco offrivano non so quali riti chiedendo un’offerta da mettere in bussolotti accanto a delle bamboline raffiguranti inquietanti “santi” della santeria cubana.

Dentro la chiesa, gruppuscoli di donne di colore sedevano rivolte all’altar maggiore, privo del tabernacolo su cui troneggiava Nuestra Señora avvolta da un bellissimo manto color carta da zucchero. Dopo un po’ che pregavo davanti alla suggestiva immagine mi è venuto spontaneo cercare il “padrone di casa”, la Presenza più importante.

Di lato, una cappellina con un’altra statua della patrona, pullulava di pellegrine che accendevano candele. Mi sentivo più alieno del solito perché oltre a essere l’unico bianco insieme alla mia famiglia e alla nostra amica, ero anche l’unico uomo nel santuario, scrutato da centinaia di occhi sospettosi come quelli delle vecchiette del paese molisano ogni volta che ci torno in estate.

Sulla destra di questa cappellina laterale ecco finalmente Lui, nel tabernacolo, solo, ignorato, tra due angeli il cui sguardo rivolto verso il cielo mi sembrava più una reazione rassegnata a tanta devozione popolare che, tra superstizione e magia, dimenticava di contemplare il miracolo dei miracoli che abbiamo la grazia di avere in ogni chiesa.

Regla_02Ho realizzato che anche qua, con modalità diverse rispetto a noi, la gente tende a privilegiare la via più facile, quella più immediata che appaga i sensi, perdendosi – forse perché nessuno li ha portati a scoprirle – le profondità e la pace e la gioia vere che si sperimentano nella preghiera profonda.

Noi abbiamo il benessere, il corri corri, le pseudo spiritualità alternative che fanno tanto figo; cose che imbavagliano la nostra sete di assoluto con altrettanta facilità. Coi bisogni satollati dal tutto-e-subito-sempre-a-disposizione, ci sembra di non aver bisogno di altro, e le nostre anime assetate di assoluto (e lo sono tutte che lo ammettiamo o meno) rimangono all’asciutto.

Qui all’Avana, senza mezzi, la superstizione e antichi riti duri da estirpare, rassicurano, ma lasciano anch’essi la sete di Assoluto che ha ogni anima e che può colmare solo Dio, che piaccia o no. Nel migliore dei casi lasciano a bocca asciutta, quando non fanno danni di cui poi ci si pentirà.

E così gli uomini, sia quelli nati nella parte “giusta” che quelli nati nella parte “sbagliata” del pianeta, si accontentano, limitandosi a volare basso, o si espongono a pericoli spirituali più grandi di loro.

Regla_04Forse perché chi avrebbe potuto (a partire anche da noi) non ha insegnato loro a volare alto?

Con questi pensieri – che non sono altro che pensieri di un cristiano tra i tanti – parto da Cuba col cuore allagato da sensazioni forti e contrastanti, nuove e bellissime, e con una preghiera.

Che questo popolo povero ma autentico, sbandato ma fiero, indolente ma bello, estroverso e sospettoso allo stesso tempo possa ricominciare da Qui, dall’Amore degli amori che tutto accoglie e tutto ricrea.

Ma vale per tutti noi…

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Pit Stop

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/06/2018

Cari amici, per due, tre settimane il blog sarà chiuso per una sosta di riflessione e riposo.

Ogni tanto fa bene fermarsi e chiedersi, soprattutto chiedere a Dio, come correggere il tiro di un percorso bello che comincia a dare qualche segno di leggera stanchezza sebbene le visualizzazioni (una media di 500 al giorno) siano ogni giorno di più.

Conto di riprendere al più presto, con nuove energie e nuova vitalità, a condividere le meraviglie che il Signore ogni giorno mi mette davanti; per questo nuovo tempo, confido nelle preghiere di chi in questi anni ha seguito con affetto questa personale iniziativa di evangelizzazione nata nel 2011.

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«Incomincia tu!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/03/2018

Lunedì mattina, sonno invincibile, consueto mutismo mattiniero, silenzioso risentimento nei confronti della sveglia che suona impietosa e che reitera sadicamente il suo tormento ogni tre minuti.

Ci sono tutti gli ingredienti per il solito lunedì mattina stranito.

Biiip! Arriva un messaggio Whatsapp. Apro e leggo.

«Una volta ho chiesto a Chiara Lubich, la fondatrice del movimento dei Focolarini: “Dimmi, Chiara, se uno si trova in un ambiente, magari anche una famiglia, dove non c’è amore, che cosa deve fare?”

E Chiara ha risposto: “Incomincia tu a portare amore.”

Ma spesso è davvero difficile… Ci si trova a vivere in ambienti di lavoro con tanta gente che bestemmia, chi parla male di tutti, con persone sposate che tradiscono il coniuge apertamente, con persone fuori strada, pronte a tutto pur di far carriera, che in chiesa non vanno mai, non pregano più…, come si fa?”

E Chiara, con il suo solito sorriso, di nuovo mi ha risposto: “Incomincia tu. Il seme porta frutto.”» (Da “Un esercito contro il male”, di Padre Gabriele Amorth).

Grazie a Dio l’amica super mattiniera che mi ha inviato il messaggio, ha preceduto (anche se di poco) il turbinio di pensieri mattutini sulle preoccupazioni della giornata, della settimana, delle sfide che non sarò in grado di superare, delle cose, persone, situazioni che non sopporto ma che devo affrontare e di un eventuale asteroide sulla terra e di un probabile attacco alieno e di questo e di quello e… Ho capito che possiamo sovvertire un lunedì nato storto seguendo il consiglio di Chiara Lubich:

“Incomincia tu a portare amore.” – “Incomincia tu. Il seme porta frutto.”

Ho deciso di accogliere questo consiglio arrivato come un dono, ci ho pregato un po’ e, non so se riuscirò sempre e puntualmente a portare amore, ma la decisione di volerlo fare, su una frase di una donna di Dio (mandata da una donna di Dio), ha sovvertito un lunedì mattina nato storto indebolendo quei nemici a cui a volte, la nostra mente – caduta nel tranello del nemico – dà tanto potere.

“Incomincia tu a portare amore.” – “Incomincia tu. Il seme porta frutto.”

Appena sveglio, prima che i pensieri si perdano – e ti trascinino – nel mulinello delle preoccupazioni mattutine…

“Incomincia tu a portare amore.” – “Incomincia tu. Il seme porta frutto.”

Ne vale la pena.

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