FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Archive for the ‘Santi dei giorni nostri’ Category

«Giulia c’insegna che non è possibile vivere una vita veramente appassionata se non spendendola per Cristo.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 09/12/2021

La storia della piccola Giulia Zedda, innamorata di Gesù e Maria.

«Voleva vivere a colori, e abbiamo sempre vissuto a colori.»

«Non dire – non ho tempo – il tempo si trova se vuoi, per pregare, per vivere…»

«Mamma, io ringrazio Gesù perché fino a sei anni mi ha fatto vivere sana.»

«Prima di andar via ci ha chiesto di dare tutte le sue cose ai bambini meno fortunati di lei, lei che aveva dieci metastasi cerebrali…»

«Le persone con un figlio in cielo sentiranno sempre quell’oscurità che gli altri no conosceranno.»

«Lei è in Cielo, Giulia c’è, e noi dobbiamo sostenere i genitori che hanno perso un figlio.»

Dobbiamo imparare da Giulia, c’insegna che non è possibile vivere una vita veramente appassionata se non spendendola per Cristo.»

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«Teniamo la porta aperta a tutti. Invece doveva essere al contrario.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/02/2021

A distanza di sei anni, la sua tomba è meta di un pellegrinaggio ininterrotto: non solo di parenti e conoscenti, ma anche di chi ha scoperto la sua “fama di santità” attraverso amicizie in comune, un libro a lui dedicato, testimonianze di “aiuti” celesti.

Era il 21 agosto 2014 quando a Perugia moriva Giampiero Morettini, il seminarista del sorriso. Aveva 37 anni e il suo calvario in ospedale era iniziato a luglio, dopo una delicata operazione al cuore. Aveva avuto un malore in Seminario che aveva rivelato una grave malformazione congenita che necessitava di un intervento chirurgico urgente.

Grazie e guarigioni sulla tomba

«Molti chiedono la sua preghiera per la guarigione di bambini ammalati o anche per avere un figlio, altri riconoscono che la preghiera alla tomba di Giampiero è per loro fonte di profonda pace interiore, altri raccontano di grazie ricevute come il sollievo da un tormento, l’accompagnamento a una buona morte, la guarigione di un figlio, la conversione di una persona amata», scrive il postulatore e parroco di Castel del Piano (la parrocchia di Giampiero), don Francesco Buono, nel libello consegnato all’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, per chiedere l’apertura della causa di beatificazione del giovane che sognava di essere prete.

Lontano dalla fede

La sua è una vita lontana dalla fede. Finché il 13 marzo 2006 entra nel negozio una suora per la benedizione pasquale. E lei chiede a Giampiero di pregare. Con poca convinzione, il giovane dice sì. E la religiosa pronuncia una brevissima preghiera posandogli la mano sulla fronte e segnandolo con la croce. Un gesto che lo marcherà per sempre e che confiderà con pudore a pochi intimi. Dirà di aver sentito un fuoco interiore.

Allora ecco il riavvicinamento al confessionale, gli incontri di catechesi, la partecipazione assidua all’adorazione eucaristica. E nel 2010 il Seminario «per essere un buon sacerdote», si legge nel libello.

I funerali festosi

Al termine del terzo anno la scoperta della malattia, il ricovero, l’intervento, il peggioramento delle condizioni che Giampiero affronta «con il sorriso» e «sempre con serenità, totalmente offerto alla volontà di Dio» e «nonostante le grandi sofferenze infonde pace e speranza a coloro che lo visitano».

Ai funerali partecipa «una moltitudine di persone, giovani in particolare, molti che non avevano conosciuto in vita Giampiero».

«Giampiero – ha detto don Francesco Buono – era consapevole del rischio dell’operazione e mi ha lasciato un suo scritto nel quale diceva che se si fosse dovuto celebrare il suo funerale avrebbe voluto una messa mariana che fosse una festa». E così fu.

Le riconciliazioni spontanee

«I sacerdoti che in quelle ore prestarono il servizio del sacramento della riconciliazione ricordano di aver confessato molti giovani e di aver constatato quanto l’abbandono a Dio di Giampiero durante la malattia avesse profondamente colpito tanti e fatti decidere per un ritorno al sacramento della penitenza e un riavvicinamento alla Chiesa», sottolinea il libello (Avvenire, 20 agosto).

La conversione dei genitori

Il giovane seminarista, quando era ancora in vita, ha portato alla conversione anche i suoi genitori, Caterina e Mario.

«Giampiero mi ha aiutata a pregare, perché prima non pregavo – racconta mamma Caterina– trascuravo la mia fede perché veniva prima il lavoro. Passavano anche due, tre anni prima di confessarmi e di fare la comunione. Adesso ho questa “grazia della preghiera” e senza la messa la domenica non posso stare. Con Giampiero ci siamo avvicinati molto alla Chiesa, al Signore, anche se con Lui, in realtà, io dovrei essere arrabbiatissima per avermelo strappato. Nei giorni della sua malattia ho tanto pregato il Signore e con me tante persone in tutt’Italia, ma Dio non ci ascoltava. Mi sono rimessa a alla sua decisione, anche se perdere un figlio è un dolore che solo chi ci passa può capirlo, gli altri possono immaginarlo».

“Teniamo la porta aperta a tutti”

Giampiero, ricorda ancora sua madre, «anche se stava in Seminario, non mi ha mai “obbligata” ad andare a messa, a fare la comunione, forse perché pensava che piano piano mi sarei avvicinata da sola. Invece c’è voluta la sua morte per capire che se uno “accetta” è solo per la fede che si ottiene qualcosa. Faccio il paragone con altre mamme che come me non hanno più i figli, sono arrabbiate, non vogliono vedere nessuno. Mentre con Mario, mio marito, teniamo sempre le porte aperte a tutti. Invece doveva essere al contrario».

Le ultime volontà di Giampiero

Caterina ricorda anche le ultime ore, vissute con dolore e lucidità da Giampiero. «Qualche giorno prima della forte emorragia, una dottoressa mi chiese: “Signora, come le sembra suo figlio?”. Le risposi: “Sembra un pochino meglio”. Non volevo dire davanti a Giampiero che non c’era più niente da fare. Non era una domanda da farsi da parte della dottoressa. Giampiero stava malissimo e lei lo sapeva meglio di me. Dal 17 agosto, per me, Giampiero già non c’era più. Il giorno prima la caposala mi disse che se volevo potevo riprendere i suoi oggetti: c’era il breviario di Giampiero …, perché tanto era finita. Per me, da quella data, era già in Cielo e alle sorelle che erano fuori dalla stanza ho fatto un gesto come a dire: “Non c’è più niente da fare”. Quel giorno è stato come se “lo avessi riconsegnato”, “donato”»

(Fonte della parte scritta: La Voce.it, 2016).

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Fratelli maggiori che ci prendono per mano e…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/10/2020

La comunione dei santi spiegata ai bambini.

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«Come ce l’hanno fatta loro ce la possiamo fare pure noi.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/10/2020

Messaggio da parte della mamma di Carlo Acutis per tutti noi.

«Questo è quello che vuole Carlo da tutti noi, che ognuno di noi diventi santo, riesca a realizzare quel progetto unico e irripetibile che sin dall’eternità Gesù ha pensato per ognuno di noi, perché ognuno di noi è speciale.

Dobbiamo impegnarci in questo cammino perché la vita è un dono.

Carlo diceva che dobbiamo impegnarci ogni minuto perché ogni minuto che passa è un minuto in meno per santificarci.

Come ce l’hanno fatta loro ce la possiamo fare pure noi.

Abbiamo i sacramenti che la Chiesa ci dispensa come tesori, dobbiamo affidarci a loro…»

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«Tutti nasciamo come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/10/2020

Nel 2013 vi presentavo Carlo Acutis, un ragazzo innamorato dell’Eucaristia, e dell’adorazione eucaristica, morto in odore di santità.

Tra qualche giorno sarà proclamato beato e, in questa occasione, il 1° ottobre 2020 è stata riaperta la tomba. Il suo corpo, trattato in occasione dell’esposizione, conserva tutti gli organi interni – soprattutto il cuore – incorrotti.

Ecco il momento dell’apertura della tomba.

Chi era Carlo Acutis? Un ragazzo che avrebbe potuto fare tutto nella vita ma Dio aveva per lui un piano diverso.

Lui stesso, un giorno, scrisse questa frase: «Tutti nasciamo come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie.»

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«Padre Pio era un’istituzione di “pronto intervento”»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/09/2020

Mons. Pierino Galeone, fondatore dei Servi della Sofferenza e figlio spirituale di Padre Pio racconta la sua esperienza diretta col santo del Gargano.

Padre Pio aveva il dono di sanare gli inguaribili e di convertire i peccatori, di prorogare il tempo della morte e di conoscerne perfettamente il giorno, di sapere il luogo dove si trovavano le anime dei defunti e, addirittura, di accompagnarle egli stesso in Paradiso.

Lottava con Satana e cacciava i demoni, scrutava i cuori, scrutava gli animi e illuminava le menti più con la testimonianza che con i discorsi.

Conosceva la vita di tanti, la storia della Chiesa e dell’umanità. A molti prediceva il futuro. Seguiva i buoni e i cattivi, i vicini e i lontani, i sani e i malati.

Stava a fianco dei moribondi, come è avvenuto per mia madre, e al capezzale di innumerevoli ammalati: negli ospedali, nelle case private, nei campi di concentramento e nei luoghi più impensabili.

Padre Pio era un’istituzione di “pronto intervento”. Guidava al posto di un autista addormentato, come accadde a un amico, e liberava da grossi imbarazzi l’automobilista distratto e imprudente.

Incidenti decisamente mortali, con l’intervento del Padre, si risolvevano in scontri arcanamente pilotati e senza conseguenze.

Tante volte ero presente anch’io quando gli interessati, illesi per miracolo, venivano a ringraziare il Padre che, con tanta semplicità, raccomandava: «E figlio mio, stai un poco più attento quando viaggi!».

A un impiegato di Casa Sollievo, vivo per miracolo, disse_ «Per prenderti da sotto la macchina, porto ancora le costole rotte!»

A un acerrimo comunista convertito, che veniva sabotato e minacciato dai compagni, perché ogni settimana portava, per voto, A San Giovanni Rotondo, i suoi vecchi amici, Padre Pio, con tono severo, disse: «Riferisci a chi ti minaccia che, se non la smettono, ho il potere di far ribaltare la loro macchina, anziché la tua».

Col profumo riusciva a far avvertire la sua presenza anche ai missionari di ogni continente della terra, come mi capitò di sentire da un gruppo di missionari in arrivo e in partenza per terre lontane.

«Fa tutto lui», dicevano nella veranda, davanti a padre Pio che ascoltava: «Egli ci protegge, ci conforta, ci apre le strade, ci libera dai pericoli e benedice il nostro lavoro. Senza di lui, oramai, non sapremmo vivere più».

Come i discepoli riferirono di Gesù a Giovanni, così anch’io di padre Pio alla Chiesa. Ho presentato i fatti.»

(Fonte: Mons. Pierino Galeone, Padre Pio, mio padre, San Paolo, 2005, pag. 82 e 83)

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«Non ho paura della morte… Vado a vedere il volto di Gesù…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/08/2020

Si chiamava Graziella. Come Anna, la profetessa del vangelo, passava le sue giornate in chiesa. Signorina, aveva sposato un giovane, vedovo con 4 figli per i quali fu mamma premurosa e attenta. Presto Antonio, il marito, fu colpito da una malattia rara e gravissima che lo costrinse per il resto della vita sulla sedia a rotelle. Graziella fu il suo angelo custode. Lo accompagnò, lo curò, lo amò fino alla morte.

Era devotissima del “Volto Santo”, la cui icona si venera a Napoli, nel santuario di Capodimonte. Il giorno 10 di ogni mese partiva con un pullman carico di pellegrini per portarli ai piedi di Gesù. A Caivano, il paese in provincia di Napoli dove viveva, dopo il terremoto del 1980, sorse un quartiere nuovo per dare una casa ai senzatetto. Graziella comprese che quella nuova parrocchia necessitava di essere aiutata e cominciò a frequentarla assiduamente assieme a qualche amica.

Poco tempo dopo fui mandato dal vescovo come parroco. La conobbi che era già anziana. “Che aiuto, potrà darmi questa vecchietta buona e semplice?” pensai. Mi sbagliavo di grosso. Presto Graziella divenne l’anima della parrocchia, la nonnina di tutti. La sua borsa sembrava il cappello del pifferaio, sempre piena di caramelle, oggetti religiosi e il thermos con il caffè per il parroco. Era proprio una di quelle persone belle che tutti vorrebbero incontrare nella vita. Innamorata di Gesù, della Madonna, del Papa, dei sacerdoti.

A volte arrivava piagnucolando. “Che c’è?” le chiedevo. E lei: “Padre Maurizio, Gesù non è amato. Bisogna salvare le anime”. Come i santi mistici soffriva – anche fisicamente – nel constatare che “l’Amore non è amato”. E si dava da fare. Le famiglie la chiamavano al capezzale dei moribondi e dei defunti per essere aiutate a pregare. Gli studenti la cercavano per chiederle preghiere nei tempi degli esami. Morivo dalle risate quando la sentivo pronunciare – era semianalfabeta – il nome dell’esame per cui stava pregando.

In parrocchia presto trovò la sua vera vocazione: la buona stampa. Era lei che si faceva carico della vendita di Famiglia Cristiana e Avvenire. Si metteva all’ultimo banco con il suo carico di giornali. Ogni domenica, tenace, gioiosa, partecipava a quattro Messe e quando non poteva affidava a qualche amica i suoi giornali. Ogni persona che entrava in chiesa era da lei innanzitutto accolta con il sorriso della nonna buona. Poi subito: «Prendete Avvenire, Famiglia Cristiana. Leggete, è importante, dice padre Maurizio».

Gli anni che passavano la invecchiavano nel corpo, ma indomito lasciava il suo animo sempre di più innamorato di Gesù. Una fede granitica. Spesso la prendevo in giro: «Graziella si avvicina l’ora della resa…». E lei: «Non ho paura della morte… Vado a vedere il volto di Gesù…».

Sabato mattina si è sentita male. Prima di essere trasportata in ospedale ha consegnato a qualcuno il ricavato dei giornali venduti pregandolo di farli avere al parroco. Nel giro di poche ore si è aggravata. Don Adriano è corso a darle l’Olio degli Infermi; lei ha partecipato al rito, ha aperto le mani, ha fatto per l’ultima volta il segno della croce. Al termine, mentre recitava l’Ave Maria, ha perso conoscenza. Trasportata a casa gli angeli le hanno messo un bellissimo paio di ali ed è volata via.

Al suo funerale ha preso parte tutto il paese. La Chiesa era strapiena come la notte di Natale. A volte, scherzando, le dicevo: « Graziella, guarda che non sarò io a celebrare il tuo funerale. Ti voglio troppo bene, sono certo che non ce la farei…». E così è stato. Il giorno in cui si è sentita male stavo a letto con febbre, tosse e senza voce. Una grazia. Un sacerdote, figlio della nostra parrocchia, don Adriano appunto, ha celebrato il rito.

E ha voluto ricordare quel lontano giorno del marzo del 1992, quando per la prima volta mise piedi in chiesa. Graziella lo guardò e gli disse: « Giovanotto come sei bello, sei un seminarista?» «Che cos’è un seminarista?» le chiese don Adriano. Talenti. A tutti sono stati dati. Io non so quanti talenti Graziella abbia ricevuto in dono. Una cosa posso dire con certezza: li ha spesi tutti, fino all’ultimo centesimo, per la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

Quante “Grazielle” ci sono nelle nostre chiese? A quante di queste persone, semplici, nascoste, umili, abbiamo il dovere di dire grazie?

La comunione nella chiesa non è facoltativa. Al contrario, è alla base del nostro essere cristiani e della efficacia della nostra testimonianza. Nel campo di Dio c’è chi semina e chi raccoglie; chi innaffia e chi concima. Ma è il Signore che fa crescere. Graziella è stata una apostola della stampa cattolica a pieno titolo. Ha reso un servizio alla nostra comunità e alla Chiesa. Gratuitamente e nel nascondimento. È passata nella nostra vita e ci ha fatto tanto bene.

Adesso, ne sono certo, sta pregando per noi e per i giornali che ha venduto per tanti anni. Mi sembra di sentirla ancora: «Prendete Avvenire, Famiglia Cristiana. Leggete, è importante, ha detto padre Maurizio…».

Dall’account Facebook di Padre Maurizio Patriciello

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«La fame del cuore umano per l’immensità di Dio non può essere saziata che qui»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/05/2020

«Come nessuno altro al mondo, l’Eucarestia sconvolge [Giovanni Paolo II]. Talvolta è preso a tal punto dal mistero, che il suo segretario gli deve indicare a che punto del messale si trova. Una volta, dopo la lettura del vangelo, lo avvicina affinché lo baci. Egli non vede niente, gli occhi ancora chiusi, mentre interiorizza la Parola.

Il Giovedì Santo 1980, non ha forse scritto: “Il sacerdote si manifesta in tutta la sua pienezza quando egli stesso permette al mistero dell’Eucaristia di diventare visibile, affinché solo questo mistero brilli nel cuore dei credenti…”.

La sua tenerezza alle volte traspare: “Come è mirabile Dio, quando desidera che noi lo abbracciamo sotto la specie del pane e del vino! (Corpus Domini, 1979).

Poiché egli sa come nessun altro che “quella piccola ostia è la risposta agli interrogativi più lancinanti degli uomini, la risposta alla sete di gioia e d’amore che ognuno porta nel suo cuore(Corpus Domini, 1983).

Sì: “La fame del cuore umano per l’immensità di Dio non può essere saziata che qui.” (Karachi, 1981).

Non è lui che ristabilisce la processione del Corpus Domini fra la basilica del Laterano e quella di Santa Maria Maggiore? Egli ci tiene, nonostante tutte le proteste di certi romani che si lamentano del disturbo dato al traffico. Egli stesso porterà il suo Signore, finché non ne cadrà sfinito…

Quante volte, sul cadere della notte, vedendolo portare Gesù, totalmente raccolto in Lui, curvo sull’ostensorio, ho avuto l’impressione che fosse più il Signore a portarlo che non il contrario? Come nessuno, egli sa che “saranno gli adoratori silenziosi ad essere i costruttori del mondo nuovo dell’anno 2000”.» 

Tratto da: Daniel Ange, “Giovanni Paolo II, dono di Dio, Edizioni Segno, Udine 1996, pag. 65)

“Saranno gli adoratori silenziosi ad essere i costruttori del mondo nuovo dell’anno 2000”.

E anche del 2020, ne sono convinto.

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«Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/12/2019

“In fondo – come ho detto con mio fratello ieri sera – noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.

Con queste parole Gianluca sintetizza l’estrema maturazione che ha vissuto nel corso di due anni di malattia, di una terribile malattia che non perdona, un osteosarcoma.

Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Durante la malattia l’incontro con Gesù, Gian si rivede in Cristo, diventa l’alter Christus Patiens, è la vita che si manifesta nella sua pienezza proprio quando sta per finire. Tramite amici comuni incontra don Marco D’Agostino, con lui parla del Signore, diventa lampada per quel sacerdote da 20 anni, che si converte dinanzi a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. E con don Marco scrive un libro, il suo libro, la sua vita in poche pagine, in un alfabeto, è così che Gian si presenta al mondo proprio quando parte per giungere al Cielo.

Lasciamo parlare don Marco:

“Comincerò dalla “A” di accoglienza. La mia storia con Gian è iniziata così. Preoccupato di che cosa dovevo dirgli, di come presentarmi a lui, dopo che aveva chiesto di vedermi, di quanto fermarmi in casa con lui, sono uscito lavato e purificato dalla sua stessa presenza. Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplciità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza. Gian è stato capace – settimana per settimana – di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore. E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare.

Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata. Anche il peggio. Ha deposto la sua vita in mani, cuori, presenze accoglienti. I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri.

Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.
Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

Lui è stato accogliente, anche verso questa “sorella” così scomoda. Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. In questo grado d’intimità interiore – è la prima volta che uso questo termine – ha fatto scaturire, da lui e da me/noi, sentimenti e pensieri che spingono ad una conversione all’accoglienza della vita stessa, qualunque essa sia, perché è dono, di Dio e dei nostri genitori.

Nella vicenda di Gian ho, poi sperimentato pià volte la “E” di essenza. Lui, spogliandosi, giorno dopo giorno, apparendo in tutta la sua fragilità e dolore, ha raggiunto il centro, il succo della vita umana e cristiana. La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento. Gian ha saputo essere un atleta della vita.

Scrivendo a Papa Francesco – lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicemebre 2014 – aveva detto che era in ospadale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra. E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente. Perché Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa.

Il miracolo degli ultimi mesi della sua malattia non è stato quello della guarigione. Forse questo sarebbe stato più eclatante. La notizia della sua vicenda – che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità – ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale. Il miacolo vero è stato, per Gian, comprendere il “perché” di quella condizione così umanamente sfavorevole per lui e per la sua famiglia e leggerla con gli occhi della fede. Bisognoso di tutto, da un punto di vista fisico – e infermieri e volontari sanno con esattezza quanto bene ha fatto a ciascuno di loro l’incontro con Gian! – da un punto di vista spirituale risplendeva da dentro.

Quegli occhi “accesi” erano veramente la sua luce. Segni di una Presenza che sapeva illuminare anche la croce, perché già sperimentata al Calvario, duemila anni fa. Debole e fragile intuiva che quel peso, sulle sue giovani spalle, l’avrebbe potuto sopportare solmente con una medicina che non poteva essere quella prescritta dall’ospedale.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro. Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia – non saprei diversamente come chiamarla – di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava. Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di belleza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini” (don Marco D’Agostino in: La Croce Quotidiano).

Gian muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore. Nell’introduzione al suo libro scrive: “In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici”, ed è proprio così.

L’esperienza di questo giovane, rubato alla terra per rendere il Cielo ancor più bello di quello che è, non è stata una meteora in una fredda notte di fine gennaio, la sua luce continua ad illuminare chiunque lo incontra nelle parole del libro, nella voce dei suoi amici, nella testimonianza di don Marco, nell’amore dei suoi genitori e di suo fratello.

Gian vive oggi più di prima, il suo nome, i suoi occhi pieni della vera Gioia, il suo sorriso contagioso ha varcato le soglie della sua casa di Sospiro per raggiungere tanti ragazzi e ragazze come lui, ma anche tanti adulti, che conoscendolo si innamorano della splendida, semplice bellezza del suo cuore. Gian, per un caso del destino, è divenuto come un sospiro, come quella “brezza di vento leggero” che, dopo la tempesta, è segno della presenza di Dio.

Io l’ho incontrato per caso, un volto sulla copertina di un libro, e siamo diventati subito amici, ora sta sempre accanto a me, lo guardo, lo prego, lo sento vicino, compagno nel mio cammino verso il Signore. La breve vita di Gian è stata come un sorriso, dura poco ma riempie il cuore di gioia, Gian è il sorriso di Dio all’umanità afflitta, se riusciamo ad entrare in quel sorriso possiamo scoprire il segreto della felicità.

Gian, amico mio, amico nostro, prega per noi.

Per approfondire:

Gianluca Firetti e don Marco D’Agostino, Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015.

Don Marco D’Agostino, Gianluca Firetti. Santo della porta accanto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

(Fonte: fonte: giovanisanti.wordpress.com)

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«Dio vi aspetta in quei momenti della vostra vita in cui non avete detto “se” e avete detto “si”!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/11/2019

Enrico parla di Chiara, colei che sapeva far spazio alla grazia…

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