FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Archive for the ‘Santi dei giorni nostri’ Category

Come una molla

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 11/09/2018

Morto a soli 19 anni, Andrea ha vissuto millenni e regalato secoli di gioia ha chi lo ha conosciuto.

I figli, a un certo punto, li vedi come estranei. Carne della tua carne, certo; eppure se stessi, perciò nuovi e inaspettati. Si può imparare da un figlio? Sì, innanzitutto a disattendere i nostri calcoli di genitori e ad accogliere la loro vera paternità, figli di Dio.

Nel leggere la storia di Andrea Mandelli mi sono immedesimata nello sguardo di sua madre Sofia, che è stata un po’ come la Madonna lungo la Via Crucis, presente eppure in disparte. Sovraffollata di domande, m’immagino. Chi sei tu, figlio mio? Dove stai andando? Dove vuoi portarmi? Ce la fai a sopportare il dolore? Da dove ti viene la forza?

Sofia ha visto nascere Andrea, quarto dei suoi sette figli. Lo ha visto crescere nelle dinamiche affettuose e burrascose coi fratelli, accogliere la proposta cristiana, entusiasmarsi per le escursioni in montagna e molto meno per lo studio. E poi lo ha visto confrontarsi con una malattia che non dà scampo, il sarcoma di Ewing.

Il libro che racconta la vita di Andrea Mandelli, Ti regalo la mia molla (di Giovanna Falcon, Itaca edizioni), è una raccolta di testimonianze che lascia sorpresi: il tempo davvero non si misura in anni. Morto a soli 19 anni, Andrea ha vissuto millenni e regalato secoli di gioia ha chi lo ha conosciuto.

La molla, appunto, ha la capacità di dilatarsi, e anche il cuore può farlo. Può aprirsi ad ospitare l’intero universo anche se muore giovane; può avvizzire e stare chiuso anche se campa più di cent’anni.

All’amica di sempre, Angela, lui regalò, durante l’ultimo Natale che visse, proprio la molla di una biro (che inezia, eh?) aggiungendo un biglietto:

«Sai qual è il valore di un amico? Quello di ricordare all’altro come una molla il Destino per cui è fatto. Ti regalo la mia molla».

Fosse stato mio coetaneo, credo che avrei schivato Andrea: uno di quelli sempre al centro dell’attenzione, pronto a lanciarsi in ogni iniziativa, disposto a tirar fuori tutte le questioni urgenti, a trascinare gli amici. Un coinvolgente entusiasta, ecco.

Il centro della sua vita è stata la scuola e l’amicizia coi compagni di Gioventù Studentesca, stupisce con quanta profondità giovanile abbia attecchito in lui il carisma di Don Giussani: la compagnia come cammino al Destino, soprattutto. Da solo non faceva nulla, in ogni frammento di vita si metteva in rapporto con gli altri. Bellissima la trovata grazie a cui riesce a vincere le elezioni della consulta, quasi un presagio…

Pur non avendo vinto alle elezioni del consiglio d’istituto, Andrea decide di partecipare alle elezioni, indette quell’anno stesso, della consulta provinciale degli studenti. La Lista Uno aveva fatto un enorme striscione con scritto: «Lista uno fa le cose in grande». Andrea prende un fogliettino qualsiasi e scrive: «Ma le cose più piccole sono sempre le più preziose – Lista due». E attacca questo foglietto sotto la Lista uno.

Frodo, il piccolo piccolissimo hobbit della Contea deve entrare a Mordor. È sempre vertiginoso il mistero della piccolezza che regge il mondo ed estirpa il male. Sono milioni di piccoli gesti, piccole vite a tenere in piedi la «cosa buona» che è la Creazione. È un mistero altrettanto grande constatare che un ragazzo così entusiasta e generoso venga messo alla prova e il suo «sì» a Dio cresca anziché sgretolarsi.

Come un vero e proprio tallone d’Achille, la malattia insorge con un dolore al piede e si mostra in breve tempo come un tumore osseo gravissimo.

Le cure, le lunghe degenze in ospedale, la diagnosi infausta approfondiscono il legame di paternità tra Andrea e Dio. Ne sono testimoni gli amici che lo vedono meno a scuola, ma lo sentono più forte vicino a loro. Le sue parole e la sua presenza, debilitata nel corpo ma rinvigorita nello spirito, parlano loro di un’intensità di vita:

«Andrea diceva che l’unica cosa che vale è il momento, è lì che vivi la grandezza del tuo cuore. Ciò che il Signore ti dà da vivere, che è un bene per te, è nel presente non nel progetto futuro. Non è fare cose straordinarie, ma fare ogni piccola cosa con quel ‘accada di me’ che diceva la Madonna

Non è il carpe diem dell’edonista che gode e usa tutto. È uno sguardo opposto all’arrivismo e alle smanie odierne che riversano sui giovani l’illusione che la felicità arriverà domani, oltre. Invece è già qui, può essere in ogni gesto che si fa ed è l’unico criterio davvero giusto: perché ad alcuni sono dati cento anni da vivere, ad altri poche ore; ma a tutti è dato un presente ed è lì che – come una molla – il nostro cuore può dilatarsi ad ospitare domande, esperienze e a dare tutto se stesso.

Se su questo sentiero riesco, un po’ indietro, a stare al passo con l’intuizione di Andrea, però poi c’è un passaggio in cui lui mi stacca definitivamente, va libero verso il traguardo … io arranco molto alle sue spalle. Eppure è questa sua frase, ostica-tosta-quasi incomprensibile, che non mi si stacca di dosso:

La pienezza della vita sta nella verginità e nella morte.

Sono parole che scrive all’amica Angela, e poi nella sua ultima lettera. Cos’hanno in comune la verginità e la morte? Soprattutto: cosa c’entrano con la pienezza?

(Fonte: http://www.it.aleteia.org)

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Perché non io?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/09/2018

Il 31 agosto 1887 Henry Pranzini (vedi foto) veniva giustiziato a Parigi dopo una condanna a morte per triplice omicidio.

Santa Teresa del Bambino Gesù, da molti conosciuta come Santa Teresina di Lisieux, prese l’impegno di pregare per questo criminale e di offrire molti sacrifici per ottenere il suo pentimento.

E noi, abbiamo mai pensato di scegliere una persona del genere, tra i peggiori, e di pregare ogni giorno per la salvezza della sua anima?

Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta tra le notizie che oggi ci arrivano, per individuare una persona bisognosa di tutta la misericordia di Dio.

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Pubblicato l’editto di apertura della causa di beatificazione di Chiara Corbella

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/07/2018

Dal sito ufficiale di Chiara Corbella apprendo con gioia che è stato pubblicato l’Editto di apertura della causa di beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio la cui storia è stata e continua a essere tanto importante nel mio cammino di conversione.

Nel blog ho raccontato alcuni aspetti della sua storia come qui dove ho condiviso la storia di questa giovane donna di Dio, capace di accogliere la vita seppur fragile e limitata ma anche di donare se stessa fino all’estremo sacrificio.

Chiara, una donna capace di accogliere il dono della vita senza condizioni.

Qui potete ascoltare la toccante testimonianza di Enrico, suo marito, che pur nel dolore ha vissuto questa storia estrema in una pace e una gioia che solo le persone di Dio possono trasmettere, arrivando ad affermare che si può morire felici.

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Era un’espressione che Chiara usava spesso, per dirci che la santità non è solo per chi è capace di fare grandi cose, ma per chi, passo dopo passo, nel quotidiano, fa piccole cose con grande amore e donazione di sé.

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«Se sei riuscito a capire che chi è senza peccato è felice, devi farlo capire agli altri.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/07/2018

Matteo Farina: nato dai brindisini Miky Farina e Paola Sabbatini in una clinica di Avellino, scelta dalla mamma per il parto, fin dai primi giorni di vita trascorrerà a Brindisi la sua intera esistenza; (…) fin da subito si dimostrò un bambino ubbidiente, sereno, socievole e curioso per tutto ciò che lo circondava, rivelando attenzione e cura per tutte le creature, anche le più piccole. Chi lo ha conosciuto lo definisce “la dolcezza fatta persona”, una caratteristica, questa, che lo accompagnò in ogni momento della sua vita.

Già dal primo anno della scuola elementare “G. Calò”, Matteo manifestò il desiderio di imparare, di conoscere cose nuove e belle. Rivelava un forte e serio impegno sia nelle attività scolastiche, sia nello sport, praticando diverse discipline, sia nella passione per la musica, trasmessagli da papà Miky, imparando a suonare alcuni strumenti.

Cresciuto in una famiglia che viveva fortemente la fede cristiana, Matteo, a differenza di molti bambini della sua età, si mostrava entusiasta nella partecipazione al catechismo e alla Santa Messa. All’età di otto anni ricevette per la prima volta il Sacramento della Riconciliazione, a cui si sarebbe accostato con serietà e frequenza costante, soprattutto a seguito del sogno fatto nella notte tra il 2 e il 3 gennaio del 2000 in cui san Pio da Pietrelcina, a cui egli fu molto legato, proferiva: “Se sei riuscito a capire che chi è senza peccato è felice, devi farlo capire agli altri, in modo che potremo andare tutti insieme, felici, nel regno dei cieli”.

Iniziò così, spontaneamente, all’età di nove anni, il bisogno di Matteo di evangelizzare, con modi garbati e senza mai mostrarsi presuntuoso, tutti coloro che gli erano intorno, dalla famiglia agli amici più stretti, ai conoscenti e, in particolar modo, ai suoi coetanei. Scriveva così, di questo suo desiderio: “Spero di riuscire a realizzare la mia missione di ‘infiltrato’ tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui); osservo chi mi sta intorno, per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore!”.

Una missione, la sua, che sarà accompagnata da un quotidiano ascolto e lettura della Parola di Dio (all’età di nove anni, come impegno quaresimale, lesse tutto il Vangelo di Matteo), ma soprattutto dal vivere la Parola in prima persona.

La preghiera quotidiana fu, per Matteo, un strumento efficace e, durante la recita del Santo Rosario, affidava alla Vergine Maria i bisogni di coloro che lo circondavano.

Il 4 giugno 2000 Matteo ricevette il Sacramento della Prima Comunione. Il suo sentimento per Gesù, da questo momento in poi, crebbe sempre di più, alimentato dalla Santa Messa e dalla S. Comunione tutte le domeniche, dalla confessione assidua, dalla visita a Gesù Sacramento, dalla devozione al Cuore di Gesù con la pratica dei primi venerdì del mese e dalla recita del S. Rosario in onore della “Madonnina”.

Il 10 maggio 2003 ricevette il Sacramento della Santa Cresima dall’Arcivescovo Mons. Settimo Todisco e volle come madrina la sorella Erika, a motivo del loro indissolubile legame.

In quel periodo frequentava la Scuola Media “J. F. Kennedy”, dando grandi soddisfazioni alla sua famiglia per i risultati scolastici raggiunti e facendo emergere, sempre di più, la sua capacità di stringere relazioni di amicizia basate sulla fiducia e sulla sua innata disponibilità verso il prossimo.

Dopo un’estate trascorsa in maniera spensierata, Matteo, nel settembre 2003, a causa di forti attacchi di mal di testa e di problemi alla vista, partì con i propri genitori e lo zio Rosario, per una serie di controlli, dapprima in Italia, negli Ospedali di Avellino e di Verona, e successivamente presso la clinica INI in Hannover, dove venne sottoposto ad un intervento di biopsia al cervello.

In questo periodo iniziò a scrivere un diario perché sperava di “riuscire a dare gioia e forza a chi ne ha bisogno”, definendo quello che stava vivendo come “una di quelle avventure che cambiano la tua vita e quella degli altri. Ti aiuta ad essere più forte e a crescere, soprattutto, nella fede (…) Questo è il diario di un bambino tredicenne in un’esperienza spettacolare (…). Ed è proprio il bello di questa avventura: sembra un sogno, ma è tutto vero”.

Le pagine del suo diario ci rivelano un Matteo che affronta il tutto con coraggio, sempre attento alla cura e alla serenità dell’altro, in continuo dialogo con Gesù; non rinuncia, infatti, alla recita quotidiana del Santo Rosario. Un’esperienza, la sua, che gli consentì di maturare velocemente sia dal punto di vista umano che dal punto di vista spirituale.

Dopo una degenza di circa due settimane ad Hannover, Matteo tornò a casa, accolto e circondato dall’amore della sua famiglia e dei suoi amici, convinto che fosse tutto finito. Gli esiti degli esami, purtroppo, indicavano un edema esteso nella zona temporo-occipitale destra del cervello, al di sotto della quale si sospettava la presenza di cellule maligne.

Ciononostante, Matteo riprese la sua vita normalmente, impegnandosi con fervore negli esami di terza media, che superò con risultati eccellenti. Si rafforzò poi, in questo periodo, il suo amore per la “Madonnina”, tanto da consacrarsi al Cuore Immacolato di Maria con la pratica dei primi sabati del mese, e ritrovando piena consolazione e forza nelle parole della Madonna di Fatima.

Sempre fedele al vivere quotidianamente la Parola di Dio, Matteo creò un fondo per le missioni africane del Mozambico, nel quale non solo depositava i suoi risparmi, ma convinse i suoi familiari a rinunziare agli acquisti natalizi, commutandoli in offerta per i bisognosi dell’Africa.

Dopo appena dieci mesi dal ritorno a Brindisi, Matteo ebbe una forte crisi convulsiva, a seguito della quale la sua vista rimase danneggiata, ma questo non lo fermò; continuava, infatti, ad essere un adolescente innamorato della vita. Appassionato di computer, si iscrisse all’ ITIS “G. Giorgi” di Brindisi, ma purtroppo una risonanza magnetica rivelò la necessità di ritornare in Germania per sostenere il primo intervento di craniotomia per l’asportazione di un tumore celebrale di terzo grado. Era il gennaio 2005 e Matteo affrontò tutto con un abbandono incondizionato a Dio e al rispetto della sua volontà.

Dopo 40 giorni di chemio e radioterapia presso l’Istituto “Carlo Besta” di Milano, Matteo rientrò a Brindisi il 2 aprile 2005. Qui riprese progressivamente la sua vita di adolescente, rimettendosi alla pari con il programma scolastico con ottimi risultati, e avendo come sua prima preoccupazione la serenità dei suoi familiari, che confortava con profonda maturità, dimostrandosi mite e premuroso. Amico di tutti, disponibile verso l’altro, Matteo venne soprannominato dai suoi compagni “il moralizzatore”, perché sempre pronto a parlare di Dio e ad incoraggiare la pace nei rapporti di amicizia.

Terminato il biennio, Matteo si trasferì all’ITIS “Majorana” di Brindisi, per coltivare e approfondire la sua passione per la chimica, potendo così studiare la perfezione dell’atomo, in cui percepiva la grandezza di Dio.

Il 19 settembre 2005 compiva 15 anni e, in una sua riflessione, manifestava una preoccupazione che gli stava molto a cuore:

“Mi piacerebbe riuscire ad integrarmi con i miei coetanei senza essere però costretto a imitarli negli sbagli. Vorrei sentirmi più partecipe nel gruppo, senza però dover rinunciare ai miei principi cristiani. È difficile. Difficile ma non impossibile”.

Matteo continua la sua vita di adolescente sereno e francescano nell’animo, eccellendo negli studi, stringendo amicizie fondate sulla fiducia e il reciproco rispetto e, infine, dedicandosi alla sua grande passione per la musica, con la formazione di un gruppo, i “No Name”, di cui sarà il cantante.

Non si allentava, tuttavia, il forte legame che sentiva verso il Signore, anzi, questo si intensificava ancora di più, perché Matteo avvertì la presenza e la guida di Gesù in ogni sua scelta. Ancora non gli era chiaro cosa il Signore volesse da lui come scelta di vita; si sentiva attirato verso il sacerdozio, ma era consapevole delle sue difficili condizioni di salute.

Dopo circa due anni, in seguito ai controlli periodici, iniziava a farsi strada la speranza che la malattia stesse regredendo. Nell’aprile 2007 Matteo conobbe e si innamorò, ricambiato, di Serena, che definirà “il dono più bello che il Signore potesse dargli”, vivendo con lei una relazione di amore puro, fondata sui principi cristiani. I due giovani sarebbero rimasti insieme fino alla fine, sostenendosi a vicenda, anche quando la malattia avrebbe preso il sopravvento, accogliendo il tutto con grande maturità e fede, come volontà del Signore.

Nell’ottobre 2008, mentre si apprestava a frequentare l’ultimo anno delle scuole superiori per poi sostenere l’esame di stato, Matteo partì nuovamente per Hannover perché, dai controlli periodici, risultava una seconda recidiva. La mamma Paola sentì il bisogno di far impartire al figlio l’Unzione degli infermi. Il 9 dicembre dello stesso anno, presso la Clinica INI, Matteo venne sottoposto al primo di tre interventi, che miravano a rimuovere il tumore al cervello.

Le condizioni di Matteo andarono peggiorando e nel gennaio 2009 egli venne sottoposto ad un terzo intervento, finalizzato a consentirgli il ritorno a casa, data, ormai, la constatata impotenza della medicina. Il 13 febbraio dello stesso anno, Matteo rientrava a Brindisi con una paralisi al braccio e alla gamba sinistra, conseguenza delle operazioni a cui era stato sottoposto.

Pur costretto ad utilizzare la sedia a rotelle per muoversi, continuava a dimostrare tanta forza e, soprattutto, tanta fede, affidando tutto al Padre e ripetendo spesso: “Dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non nella tristezza della morte, bensì nella gioia di essere pronti all’incontro con il Signore!”.

Alla fine del mese di marzo, a causa di una forte febbre e della sopraggiunta diminuzione della funzionalità degli arti, Matteo venne ricoverato all’Ospedale Perrino, dove ricevette la visita e la benedizione pasquale da parte dell’Arcivescovo Mons. Rocco Talucci. I medici, non potendo far più nulla per lui, consigliarono il ritorno a casa di Matteo, che, ormai, aveva solo brevi momenti di lucidità.

Ricevette la sua ultima Comunione il 13 aprile 2009. Sempre fedele al suo amore per il Signore, per la “Madonnina” e per il suo prossimo, pur non potendo più esprimersi con le parole, Matteo, alla domanda della mamma di offrire la sua grande sofferenza per la salvezza delle anime, fece cenno di sì con la testa e con gli occhi. Fino all’ultimo fu attorniato dalla presenza, dall’amore e dalla preghiera dei suoi familiari e amici.

Il Servo di Dio morì il 24 aprile 2009.

La malattia è arrivata senza preavviso; era un ragazzo pieno di vita, allegro con i suoi progetti per l’avvenire, una ragazza, la musica, lo sport…

Tutto, all’improvviso sembrò cambiare; ma Matteo trovò nella preghiera e nell’amicizia con Gesù la sua forza; è lui stesso che parla del suo cammino nella malattia e dell’incontro con il sacerdote che lo ha aiutato a leggere anche in quello dolora esperienza un sego dell’amore di Dio:

“Un giorno giochi con i tuoi amici, ridi e sei felice. Poi all’improvviso lei, la sofferenza, la malattia. Senza neanche accorgertene vieni catapultato in un mondo che non ti sembra il tuo.

Sembra tutto impossibile, credi che queste cose accadano solo nei film.

Finalmente torni a casa: il Signore è grande, che gioia. Credi di essere guarito, ma poco dopo ti ritrovi di nuovo a soffrire. Non riesci a crederci. Credi che tutto ti stia crollando addosso.

Inaspettatamente, in un pomeriggio che avresti definito comune, che avresti sprecato come al solito a rattristarti, incontri un umile sacerdote, semplice ma saggio. Sotto la sua guida ti riagganci a Dio; ritrovi la gioia, la speranza. Torni a casa, tra parenti e amici, e tutto va splendidamente, sempre meglio. I medici non si spiegano i miglioramenti; ma tu invece lo sai, e ridi…

Vorresti gridare al mondo che faresti tutto per il tuo Salvatore, che sei pronto a soffrire per la salvezza delle anime, a morire per Lui.

Avrai modo di dimostrargli il tuo amore…” (…)

Sulla fatica. “Accucciati” umile tra le sue braccia e lì sarai protetto finché non torna il bel tempo. Tornerai allora a splendere del suo amore, donando anche una carezza, un sorriso, il tuo piccolo contributo per aiutare chi è come te nella difficoltà, nella fatica; portalo da Dio… Risorgerà anche lui con il Nostro Signore ad una vita d’amore” (…)

Matteo con la sua vita testimonia le parole di san Giovanni Paolo II alla GMG del 2000:

In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna>> (Tor Vergata, sabato 19 agosto 2000).

dott.ssa Francesca Consolini, postulatrice
Via Mons. Cambiaso 32/16 – 17031 Albenga (SV)

(Fonte http://it.matteofarina.com/)

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«La memoria non è più un valore aggiunto»?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/06/2018

Ieri al GR2 delle 13:30 parlando del fatto che si discute sulla possibilità di usare tablet e smartphone agli esami scritti, i giornalisti giustificavano questa possibilità affermando che essendo le informazioni immediatamente accessibili grazie alla rete, «la memoria non è più un valore aggiunto» e che «è più importante la capacità di organizzare le informazioni.»

La memoria non è più un valore aggiunto?

Aggiunto?

Aggiunto a che cosa?

Come organizzare le informazioni se sin da giovanissimi si permette di prescindere dal valore (per niente aggiunto, fondamentale, imprescindibile direi) della memoria, comunque la si voglia intendere?

Andatelo a dire a un ebreo che la memoria è un valore “aggiunto”, o a un bosniaco, o al mio amico ruandese che ha vissuto il genocidio, o a me quando assistevo mia zia malata di Alzheimer col cuore che sanguinava ogni volta che quel male bastardo le divorava un pezzetto di memoria.

Provate a dirlo a un attore, o a un cantante che la memoria è un valore aggiunto, o a una come mia moglie che ricorda i prezzi di ogni prodotto di ogni supermercato per paragonarli e comprare il meglio con la minima spesa.

Perché vogliono privare i nostri figli della soddisfazione di maturare e arricchirsi culturalmente sul serio con la scusa di evitar loro l’ormai “inutile” sforzo di usare la memoria?

Forse perché chi ha memoria è meno manipolabile?

Il Cardinale vietnamita Van Thuan  (il cui corpo giace ora nella chiesa di Santa Maria alla Scala in Trastevere a Roma), nei lunghi anni di ingiusta prigionia a causa della fede cattolica, non è impazzito grazie alla memoria; privato di ogni libro, celebrava Messa a memoria, recitava il breviario richiamando alla memoria i salmi e così tutto quello che riusciva a ricordare.

Negli anni bui dell’isolamento, il Vescovo privato del Vangelo, non potendo in altra maniera, tentò di scriverselo a memoria.

Così raccontava questo Vescovo eroico: “A poco a poco sono riuscito a sottrarre alcuni fogli di carta, e sono riuscito a scrivere più di 300 brani di Vangelo che ricordavo a memoria. La Parola di Dio, così ricostruita, è stata la mia agenda quotidiana, il mio scrigno prezioso da cui attingere cibo e forza”.

E così, grazie al dono della memoria, esercitata quotidianamente, il Vangelo è potuto essere «lampada ai suoi passi» e «luce sul suo cammino», impedendo che impazzisse, conservandolo sano e santo e permettendo addirittura la conversione dei suoi carcerieri.

Spero che chi ipotizza con disinvoltura l’utilizzo di tablet e smartphone agli esami – perché la memoria sarebbe un valore aggiunto – possa leggere storie di questo tipo e che cambi idea non considerandola più un valore aggiunto ma un dono fondamentale da custodire, curare e coltivare ogni giorno con amore.

Ogni giorno.

Con amore.

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Il tabernacolo al centro

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/04/2018

Don Tonino Bello raccontato dal suo segretario.

In tanti mi hanno chiesto in questi giorni una testimonianza su don Tonino. Solo ora mi sto rendendo conto che pur avendo toccato tanti aspetti importanti della sua vita di credente e di pastore, non ho dato il giusto risalto alla sua vita interiore, alla sua preghiera.

Spero di poter recuperare una così grave omissione con questo piccolo contributo. Anche perché – alla luce della stessa esperienza di Gesù riportata nei vangeli – tutte le sue scelte coraggiose partono, secondo me, proprio da questo suo rapporto speciale con Dio nella preghiera.

La lusinga del potere non risparmia nessuno e la si può vincere solo se si lascia entrare Dio nella vita. Anche Gesù, subito dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, quando la folla si mette sulle sue tracce per farlo re, si ritira sul monte a pregare (cfr. Gv 6, 15).

La forte e determinata distanza critica da ogni forma di potere, da dove proverrebbe in don Tonino se non da una sua frequentazione diuturna e sincera con Dio nella preghiera?! E così pure il suo impegno coraggioso per la pace, l’accoglienza per gli immigrati, la carità “sine modo” per gli ultimi, da dove lo avrebbe attinto?! Non ho dubbi: da quella sorgente di amore e di vita che è la preghiera.

Ebbene, quando ricordo don Tonino che prega non posso fare a meno di immaginarlo nella cappella dell’episcopio, una specie di piccolo cenacolo dove trascorreva i momenti più importanti della sua giornata di Vescovo in compagnia del Signore.

Era lì al mattino presto, prima di entrare nel vortice delle tante incombenze pastorali; nel pomeriggio, prima di uscire per raggiungere le varie comunità e gruppi della Diocesi; la sera, dopo cena, prima di ritirarsi nella sua cameretta.

Il tabernacolo al centro, incastonato nel meraviglioso altare dell’ottocento pieno di intarsi preziosi posto sulla parete di fronte, un inginocchiatoio davanti, sulle pareti laterali i quadretti di una modesta via crucis color argento e subito, appena si entra a sinistra, una piccola scrivania con sopra la Bibbia, il breviario, una penna e qualche foglio bianco; e accanto una libreria essenziale.

Spesso nel cuore della notte si raccoglieva in preghiera e nel clima dell’adorazione notturna, seduto a quella scrivania, scriveva le lettere, le omelie e i discorsi, i messaggi augurali di Natale e Pasqua, i programmi pastorali annuali; quei testi bellissimi, insomma, che avevamo poi la possibilità di leggere sul nostro settimanale diocesano.

E mi pare di vederlo ancora là. Sì, perché almeno un paio di volte, svegliato da qualche rumore – quello della porta della sua stanza che si apre e quello dei suoi passi – e attratto da quell’unica luce accesa nel grande appartamento dell’episcopio ancora immerso nel buio della notte, furtivamente, a sua insaputa, mi sono avvicinato per “spiare” la sua sagoma e, quindi, la sua postura e il suo sguardo rapito in quell’atmosfera di intimità e di raccoglimento.

Mi pare di vederlo – dicevo – mentre scrive e poi si ferma a riflettere e poi ancora ripete ad alta voce gli appunti raccolti sul foglio, rivolgendo lo sguardo verso il tabernacolo come a voler strappare al suo importante Interlocutore divino una sorta di consenso: “Che ne dici? Va bene così o correggo? È un po’ anche il tuo pensiero?”.

Sembrava insomma che quello scritto fosse il frutto di una preziosa collaborazione. O che stesse lì a comporre quelle riflessioni per trattenere in quelle righe non solo le sue intuizioni geniali, ma anche il palpito del cuore di Cristo, “suo indistruttibile amore”, come lo definisce in una sua bellissima relazione.

E dire che quando gli chiedevano di parlare della sua preghiera rispondeva che era rammaricato del fatto che non riuscisse a dedicare a Dio più tempo, e che quando invece gli riusciva si accorgeva che le difficoltà pastorali si dissolvevano come “un cubetto di ghiaccio che si scioglie al sole”.

E comunque un’idea originalissima di preghiera lui ce l’ha lasciata nella parola “contemplattività”.

Il vero cristiano – ripeteva – è un contemplattivo perché il suo rapporto col Signore non va vissuto come fuga dal mondo e dai problemi quotidiani. E soprattutto non fa diventare la preghiera una realtà di contorno, una cosa marginale, una sorta – diceva – di “merletto che si aggiunge al panno della propria giornata che, per questo, rischia facilmente di lacerarsi dall’abito dell’esistenza alla prima difficoltà e alla prima sofferenza”.

Tutto questo vissuto interiore, don Tonino è riuscito a trasmettercelo in maniera efficace soprattutto quando celebrava l’Eucaristia o, ancora, quando semplicemente si univa alla preghiera del suo popolo.

E penso ora alla straordinaria esperienza degli incontri di Quaresima e di Avvento che viveva con i giovani. La Cattedrale si riempiva per ascoltare le sue parole vibranti. Era in quelle occasioni che toccavamo tutti con mano il suo cuore contemplativo e la sorgente della sua carica profetica, della sua passione per la giustizia, del suo impegno per la pace.

Perché la preghiera quando è autentica ci umanizza di più, ma soprattutto non ti avvicina soltanto a Dio, ma anche agli uomini e ai loro drammi.

(Gianni Fiorentino, segretario di don Tonino Bello https://agensir.it/)

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«Possono togliermi tutto ma non la preghiera»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/02/2018

Josef Kalinowski nasce il 1 settembre a Vilnius (attuale Lituania) da nobile famiglia polacca (all’epoca Polonia e Lituania facevano parte dell’Impero russo). Nel 1857 si laurea in ingegneria all’Accademia Militare di San Pietroburgo col grado di tenente dell’esercito. Nel 1863, scoppiata l’insurrezione in Polonia, si congeda dall’esercito russo e, seppur convinto che “la Patria ha bisogno di sudore, non di sangue”, accetta l’incarico di Ministro della Guerra del governo rivoluzionario.

Fallito il tentativo di indipendenza della Polonia, il 24 marzo 1864 viene arrestato e condannato a morte, però grazie alla sua popolarità non viene fucilato ma la pena gli è commutata con dieci anni di prigionia in Siberia. Porta con sé il Vangelo, il libro di Giobbe i Salmi, l’Imitazione di Cristo e un Crocifisso.

In carcere organizza la sua vita sul modello di quella dei religiosi. Scrive nelle sue memorie: «Mi ero fatto un orario preciso per tutte le ore; mi alzavo alle cinque del mattino. Il mio primo pensiero era quello della preghiera, poi la meditazione e, quando ottenni i libri di devozione, ebbi una grande consolazione. Potevo sentire ogni giorno la Messa, ma da lontano”.

Ai suoi scrive: «Possono togliermi tutto ma non la preghiera!».

L’esilio diventa un tempo di grazia strordinaria. Si dona con generosità ai bisognosi, prodigandosi in ogni occasione per consolare e aiutare tutti senza distinzione di religione o di nazione. Si adopera per l’evangelizzazione soprattutto dei più giovani.

Scontata la pena, nel 1874 si trasferisce a Parigi come precettore di Augusto Czartoryski, adolescente di famiglia principesca (beatificato da Giovanni Paolo II ). Grazie alla guida del suo precettore scoprirà la vocazione religiosa e nel 1887, accolto da San Giovanni Bosco, entrerà nei Salesiani.

Giuseppe Kalinowski invece nel 1877 era già entrato nell’ordine dei Carmelitani Scalzi (a Graz, in Austria) col nome di Fra’ Raffaele di San Giuseppe. Proprio accompagnando il principe Czartoryski, scopre il carisma teresiano e ne rimane conquistato.

Il 15 gennaio 1882, all’età di 47 anni, riceve l’ordinazione sacerdotale a Czerna presso Cracovia. Diveta un confessore molto apprezzato; come direttore spirituale guida le anime verso Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa e il prossimo.

Sempre raccolto nella preghiera, sempre unito a Dio, sempre pronto alla rinuncia, al digiuno, alla mortificazione per la salvezza dei fratelli. Lo chiameranno “il martire del confessionale”. E’ comprensivo, prudente e buono, spicca in lui un altissimo senso di umanità.

Scopre, soprattutto attraverso la lettura di “Storia di un’anima”, di Santa Teresa di Gesù Bambino, che l’amore misericordioso è l’amore del Padre che comprende la sua creatura, la ama, la solleva, la perdona come un padre il proprio figlio. La spiritualità dell’abbandono diventa sua e cerca di viverla superando la sua formazione severa e austera.

L’appartenenza a un ordine nato in oriente e trapiantato in occidente lo confermerà nel desiderio di unificazione delle chiese. Scriverà: «L’unità sacra! L’unità santa! Questa parola riempie già il cuore di dolore, ma accende anche il fuoco della speranza». Molto quindi ha fatto per l’ecumenismo, lasciando questa missione come testamento ai fratelli e sorelle carmelitane.

Era convinto che l’unione con i cristiani ortodossi sarebbe stata possibile solo in Maria. Sul letto di morte ripete incessantemente: «Padre, che tutti siano una cosa sola!».

Muore il 15 novembre 1907 nel convento carmelitano da lui fondato nella cittadina polacca di Wadowice. Qui tredici anni dopo nascerà Karol Woitila che, divenuto papa Giovanni Paolo II, lo ha beatificato nel 1983 e canonizzato nel 1991 e che, con incisive parole, ci ha offerto il ritratto spirituale di San Raffaele Kalinowski:

«Dà la vita agli altri nello svolgimento del ministero sacerdotale spingendo tutti alla perfezione, alla santità. Egli diventa preghiera e lavoro volendo essere “proprietà degli altri”». (Omelia della canonizzazione).

(Tratto dalla rivista “Aggancio” dell’11/12/2012, n. 11-12, pagg.9-11)

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«La vita vissuta senza Dio è un passatempo, noioso o divertente, con cui giocare in attesa della morte»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/11/2017

Vi presento Sandra Sabattini, una giovane contemporanea, serva di Dio.

Una ragazza come le altre, poi la morte, la scoperta del suo diario a cui aveva affidato, giorno dopo giorno, i particolari della sua relazione profonda con Dio.

«Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia, non c’è nulla a questo mondo che sia tuo, Sandra, renditene conto, è tutto un dono su cui il Donatore può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno, per quando sarà l’ora.»

Le ultime righe scritte prima di morire a 23 anni.

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«Non saremo mai soli; per questo Francesca non aveva paura.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/10/2017

Storia di Francesca Pedrazzini, una mamma che a 38 anni ha lasciato il marito e tre bambini. Il modo in cui ha affrontato la sofferenza e la morte ha convertito tanti e dimostrato che con Gesù anche la morte può essere strada alla vita.

Può un funerale essere come un matrimonio? Può una bambina chiedere che il funerale della mamma sia una festa? Può una mamma che sta per morire, parlare con i suoi bambini e insegnare loro ad avere fede perché Gesù è buono e lei li vedrà e curerà dal cielo? Può una donna che sta per lasciare il marito ed i suoi bambini fare festa con gli amici in ospedale?

Questo e altro ha fatto Francesca Pedrazzini, moglie e madre di 38 anni, salita in cielo dopo trenta mesi di combattimento con un tumore che l’ha uccisa.

La sua vicenda ed il suo modo di affrontare il dolore e la morte così straordinariamente eroico sono stati raccontati nel libro di Davide Perillo, “Io non ho paura”, pubblicato dalle edizioni San Paolo.

Ha narrato il marito Vincenzo Casella, il 21 agosto, nel corso di un incontro al Meeting di Rimini, dopo una serie di visite e esami, il 17 agosto 2012 la dottoressa lo prende da parte e gli dice “potrebbe essere questione di giorni. Al massimo qualche settimana”.

E lì Vincenzo viene preso dall’angoscia: “Dirglielo? E come? E i bambini? E se poi crolla? Forse è meglio tacere per tenerla su di morale…”. Vincenzo chiede alla dottoressa, che gli confessa: “Guardi io sono una mamma. Se toccasse a me, vorrei sapere. Per decidere cosa fare con i miei bimbi”.

Ma Francesca ha già capito. Chiama Vincenzo vicino al suo letto, lo guarda con una tenerezza grande. “Vincè – gli dice – io sono tranquilla. Non ho paura perché c’è Gesù”. “Ma non sei triste?”, le chiede Vincenzo, e lei: “No, non sono triste. Sono certa di Gesù. Anzi sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando. Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio il contrario…”. “E’ vero. Soprattutto per i bimbi”.

Francesca mostra una serenità ed una forza straordinaria. Chiede di vedere i figli: Cecilia di 11 anni, Carlo di 8 e Sofia di 4. Li vede uno per volta per 15 minuti e gli dice: “Guardate, io vado in Paradiso. E’ un posto bellissimo, non vi dovete preoccupare. Avrete nostalgia, lo so. Ma io vi vedrò e vi curerò sempre. E mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una grande festa”. Vincenzo era lì e la guardava con gli occhi spalancati, senza parole.

“Ha fatto una cosa – ha spiegato – che vale cinquant’anni di educazione di una mamma”. Così accade che il taxista che accompagna una amica al funerale di Francesca non ci voleva credere. Era sceso a domandare pensando che la cliente avesse sbagliato chiesa: “Ma davvero c’è un funerale qui? No, sa, tutta questa gente elegante, le facce… Io pensavo a un matrimonio”.

Quando Mariachiara, la mamma di Francesca, aveva parlato con la dottoressa che la curava, questa le ha detto: “Una fede come quella di sua figlia non l’ho mai vista. Mi sarebbe piaciuto conoscerla un po’ di più. Le chiedo un piacere: se può, le dica che quando sarà in Paradiso si ricordi dell’ultimo medico che l’ha curata”.

E Gianguido che aveva partecipato ai funerali, ha raccontato: “Sono rimasto impressionato dal funerale della Chicca (diminutivo in cui veniva chiamata Francesca, ndr). Io non credo in Dio. Ma non si può negare che lì c’era qualcosa. Qualcosa di straordinario che io non so spiegare”.

Due zii di Francesca, lui ingegnere, lei bibliotecaria all’università di Pisa, sposati da 33 anni erano 40 anni che non andavano in Chiesa. Poi, saputo della malattia di Francesca, hanno iniziato a pregare. Hanno vissuto tutto il tragitto di Francesca dalla sofferenza alla morte. Ed hanno ritrovato la fede. Alla domanda chi è Francesca per voi, hanno risposto: “Un esempio, un faro. Un desiderio di essere così, un segno di croce tutte le mattine”.

Un uomo aveva una parente in ospedale negli stessi giorni di Francesca, malata terminale come lei. Una sera rimane stupito perché vede nella camera di Francesca una tavolata di persone che mangiano la pizza, scherzano e ridono. All’inizio si irrita, perché non può essere, poi viene contagiato dalla gioia di quelle persone. Ha raccontato: “Qualcosa come un inno alla vita mi entrava nel cuore, nell’anima e nella mente”. Al termine della pizza i presenti pregano insieme, e solo al momento dei saluti quell’uomo capisce chi è l’ammalata: è l’unica che rimane in ospedale.

Nel libro, Io non ho paura quest’uomo racconta che l’immagine di quella donna di 38 anni madre di tre bambini, che si appresta a lasciare consapevolmente il mondo, sorridente e divertita di fronte ad una pizza con intorno i propri cari è come se gli avessero piantato “un chiodo nel cuore. Un chiodo come un seme che ha fatto germogliare una pianticella che è e sarà il mio inno alla vita”.

Un’amica che ha incontrato Vincenzo al bar gli ha detto: “Francesca mi ha colpito per il commosso coraggio con cui ha abbracciato la croce, per essere in Paradiso. Questa roba da Santi e di Santi abbiamo bisogno, in questa ordinaria vita comune. Francesca ha sofferto ma ha anche scommesso su Dio. E in ciò è la sua grandezza semplice, da madre e da sposa. Non siamo soli. Non saremo mai soli. Per questo Francesca non aveva paura”.

Lorenza, amica della famiglia di Vincenzo, gli ha girato un tema fatto dalla figlia Letizia di tredici anni. Le era stato chiesto di fare un tema su “una persona che ti ha fatto crescere”. Lorenza ha scritto: “la persona che non dimenticherò mai è la mamma di tre bambini con cui andavamo in vacanza da piccoli. (…) è mancata a soli 38 anni. L’avevo incontrata al mare ed in montagna. Era contenta e allegra, era forte”.

Steve Jobs citava un poeta che diceva “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” e Lorenza ha commentato, forse Francesca non aveva mai sentito queste parole, “ma viveva ogni secondo in modo speciale, un modo che mi ha cambiato le vacanze e ora penso, la vita”.

“Per me – conclude Lorenza – è stata una grande testimonianza, (…) mi ha fatto capire di vivere la vita, viverla veramente secondo per secondo, e ora quando penso a lei mi chiedo se sto dando tutto quello che posso dare”.

Alcuni hanno detto a Vincenzo: “Scusa se ti facciamo parlare di Francesca, lo sappiamo che è dura perché ogni volta la ferita si riapre”. E Vincenzo ha risposto: “Molti pensano che per superare bisogna dimenticare, ma per me è l’esatto contrario: più ripercorro quella esperienza più mi da pace”.

(Fonte: http://www.santiebeati.it/)

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14 Agosto – San Massimiliano Maria Kolbe

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/08/2017

14 Agosto
San Massimiliano Maria Kolbe

Zduńska Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, Polonia, 14 agosto 1941

Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell’ordine dei francescani e, mentre l’Europa si avvia a un secondo conflitto mondiale, svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Ammalato di tubercolosi, Kolbe dà vita al «Cavaliere dell’Immacolata», periodico che raggiunge in una decina d’anni una tiratura di milioni di copie. Nel 1941 è deportato ad Auschwitz. Qui è destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Nel campo di sterminio Kolbe offre la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Muore pronunciando «Ave Maria». Sono le sue ultime parole, è il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo». La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte. (Avvenire)

CONSACRAZIONE a MARIA IMMACOLATA composta da M. Maria Kolbe

O Immacolata,
Regina del cielo e della terra,
Rifugio dei peccatori
e Madre nostra amorosissima,
cui Dio volle affidare
l’intera economia della misericordia,
io, indegno peccatore, mi prostro ai tuoi piedi,
supplicandoTi umilmente
di volermi accettare tutto e completamente
come cosa e proprietà Tua,
e di fare ciò che Ti piace di me
e di tutte le facoltà della mia anima
e del mio corpo,
di tutta la mia vita, morte ed eternità.
Disponi pure, se vuoi, di tutto me stesso,
senza alcuna riserva, per compiere
ciò che è stato detto di Te:
“Ella ti schiaccerà il capo” (Gn 3,15),
come pure: “Tu sola hai distrutto
tutte le eresie sul mondo intero” (Lit.),
affinché nelle Tue mani immacolate
e misericordiosissime
io divenga uno strumento utile
per innestare e incrementare
il più fortemente possibile la Tua gloria
in tante anime smarrite e indifferenti
e per estendere in tal modo,
quanto più è possibile,
il benedetto regno del SS. Cuore di Gesù.
Dove Tu entri, infatti, ottieni la grazia
della conversione e santificazione,
poichè ogni grazia scorre, attraverso le Tue mani,
dal Cuore dolcissimo di Gesù fino a noi.

Concedimi di lodarTi, o Vergine santissima.
Dammi forza contro i Tuoi nemici.

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