FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI ai giovani, Loreto 2007

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Senza speranza, in sala operatoria, guarisce miracolosamente prima dell’intervento per intercessione di Madre Teresa

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 09/01/2017

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Nato a Santos, in Brasile, nel 1973, l’ingegner Andrino ha iniziato a soffrire di violenti dolori alla testa nel 2006. Nell’ottobre del 2008 gli sono stati diagnosticati otto ascessi cerebrali, in conseguenza dei quali si è sviluppata una grave forma di idrocefalia.

«Avevo una reliquia di Madre Teresa che mi aveva dato il parroco, prima che mi sposassi – ha raccontato Fernanda al Meeting –. La mettevo in testa a Marcilio, dove erano localizzati gli ascessi. Recitavo la preghiera di beatificazione e anche quanto mi veniva dal cuore. Non è stato facile, ma questo periodo mi ha arricchito molto, ha arricchito il nostro amore, la nostra fede. Oggi posso dire che ne è valsa la pena».

«Il 9 dicembre 2008 – prosegue il marito – mi sono svegliato con un mal di testa insopportabile. Non riuscivo a parlare, ma ho chiesto di mia moglie e le ho detto: “Prega per me, perché mi sta scoppiando la testa”. Da quel momento molti medici sono venuti a visitarmi e hanno constatato che la situazione era molto compromessa.

Qualche ora più tardi mi sono svegliato in sala operatoria, senza più mal di testa, mi sono guardato intorno e ho chiesto: “Che cosa ci faccio qui?”. Sentivo una grande pace dentro di me, ma ancora non capivo che cosa mi stesse succedendo. Il chirurgo mi ha detto: “Visto che stai meglio, non ti operiamo, ma ti portiamo in terapia intensiva. Ti opereremo domani”».

Al contrario di quanto si potrebbe immaginare, non si trattava di un miglioramento passeggero. «Il giorno dopo – racconta Marcilio – ho scoperto che gli ascessi si erano ridotti del 70 per cento e l’idrocefalia era scomparsa. Dopo tre giorni, ho fatto altre analisi: non si vedevano neppure le cicatrici degli ascessi. Così ho scoperto di essere guarito».

andrino_02Tornato a casa per Natale, l’uomo si è confidato con il sacerdote da cui era stato seguito durante la malattia e dal quale aveva ricevuto l’Unzione degli infermi. «Nel dialogo con lui – afferma – è emersa la certezza che Madre Teresa aveva interceduto per noi. Ho capito che Fernanda aveva pregato senza sosta per me. Il mio era un caso difficilissimo. Fin dall’inizio, le diagnosi non erano buone e sembrava solo che peggiorassi.

Alla fine, attraversata questa grande sofferenza, abbiamo capito che qualcosa era accaduto. Eravamo certi che fosse un miracolo e il parroco ci ha chiesto di scrivere la nostra storia alle Suore della Carità». La malattia si era manifestata poco dopo le nozze e i medici, considerate le cure alle quali l’uomo era stato sottoposto, avevano escluso l’eventualità di una gravidanza. «Eravamo tristi – ricorda Marcilio – ma ci siamo detti: “Se Dio lo vuole, avremo dei figli”.

Sei mesi dopo il ricovero, sono tornato al lavoro e, qualche settimana dopo il trasferimento a Rio, Fernanda ha iniziato ad avere delle nausee. Siamo andati dal medico, che ha annunciato: “Signora, lei è incinta”. Abbiamo risposto che era impossibile, ma gli accertamenti ci hanno dato torto. Il bambino c’era».

andrino_03Al primogenito, venuto al mondo il 26 febbraio 2010, si è presto aggiunto un fratellino, nato il 28 agosto 2012. «I miei figli sanno tutto – aggiunge Marcilio –, ci hanno sempre accompagnati e, quando andiamo dalle suore a pregare, anche loro capiscono e si uniscono a noi.

Dopo il miracolo la mia fede è cresciuta tanto. Vedo la Grazia. Ero malato, non riuscivo a camminare, dovevo sempre essere aiutato. Oggi cammino, ho una famiglia e sono molto riconoscente».

Marcilio non vuole però che il suo sia considerato un privilegio: «Il messaggio di Madre Teresa è che la misericordia di Dio è per tutti – sostiene –, io e Fernanda siamo persone normali nel popolo di Dio. Dio sceglie a chi far conoscere la Sua misericordia per poter arrivare a tutti, come nel caso di Madre Teresa che curava chiunque, senza fare distinzioni.

Spero che la canonizzazione di Madre Teresa insegni ai popoli di avere misericordia gli uni per gli altri. La misericordia di Dio è per tutti, ripeto. Io ho ricevuto questo miracolo, ma Dio sceglie anche te. Tutti noi siamo scelti».

«Sento un’enorme gratitudine quando vedo Marcilio e i nostri figli – fa eco Fernanda –, ringrazio Dio e Madre Teresa ogni volta che li guardo e ogni volta la mia gratitudine cresce. Sono sicura che tutte le preghiere siano ascoltate da Dio e che Lui ci doni sempre il Suo amore. Nel giorno della canonizzazione, penso di non avere il diritto di chiedere ancora qualcosa a Dio: posso solo ringraziare», conclude.

La guarigione dell’ingegnere brasiliano, inspiegabile dal punto di vista clinico, è stata determinante per la causa di canonizzazione di Madre Teresa.

(Fonte: http://www.papaboys.org/)

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«Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/12/2016

voluntari08cUna vita all’insegna del martirio, in tutte le sue forme

Beato Anton Durcovici
Vescovo di Iasi (Moldavia)
e martire († 10/12/1951)

Anton Durcovici nasce in Austria il 17 maggio 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità “nec plus ultra”.

Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano il 24 settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia, però, la Prima Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni.

Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale.

Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo tre) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa.

Il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, il 14 aprile 1948 viene consacrato a Bucarest.

Il 1° dicembre 1948, con il varo di una legge, ebbe inizio la persecuzione che rendeva la Chiesa greco-cattolica illegale. I vescovi, uno dopo l’altro, furono incarcerati. Il governo comunista voleva creare una sola Chiesa nazionale, separata da Roma.

anton-durcovici-beato_02In questa situazione critica, il vescovo Durcovici e quello di Alba Iulia, Marton Aron, elaborano insieme un manifesto di dissenso: «La Chiesa cattolica in Romania fa parte della Chiesa romano-cattolica, a capo della quale vi è il Papa». E come risposta all’atteggiamento ateo dello Stato, Durcovici cominciò la visita pastorale in tutte le parrocchie e le consacrò al Cuore immacolato di Maria, risvegliando la fede nelle comunità.

La Securitate aveva paura a intervenire, perché temeva la reazione popolare, e in questo contesto socio-politico, il vescovo fu costretto a sopportare grandi pressioni: durante le celebrazioni, gli ufficiali della polizia politica ascoltavano con attenzione le omelie e i discorsi che poi trascrivevano per trovarvi riferimenti politici. Queste note informative contenevano decine di accuse al vescovo per incriminarlo. Ma paradossalmente, esse hanno finito per costituire una prova testimoniale della fede granitica del martire e il suo filiale attaccamento al Papa.

All’inizio del 1949, la persecuzione giunse al culmine. Il vescovo Durcovici alzò coraggiosamente la propria voce per condannare le azioni promosse dal regime contro i cattolici. Il 26 giugno dello stesso anno, venne arrestato mentre andava alla parrocchia Popeşti-Leordeni di Bucarest, per amministrare il sacramento della cresima. Dopo molte torture, maltrattamenti e offese, venne portato nella prigione del ministero degli Interni, dove restò fino al giugno 1950, quando fu trasferito nel temutissimo carcere di Jilava.

La successiva tappa della sua personale via crucis, fu quella a Sighetu Marmatiei, dove già erano stati imprigionati altri vescovi. Con loro e con i sacerdoti reclusi pregò e soffrì per la fede, incoraggiando tutti a portare la croce pazientemente e con amore per Cristo, in vista della salvezza. Quindi venne isolato e trasferito in un altro bunker, seminudo e privato del cibo necessario, con scarsissima aria e luce, fatto oggetto di insulti, di oltraggi e di maltrattamenti, fino a che fu ridotto a una larva.

E benché, mentalmente sia sempre rimasto lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali, dal punto di vista fisico poté resistere solo tre mesi in quella prigione.

20140432durcovici_1902sLo lasciarono morire di fame nella cella numero 13 il giorno 10 dicembre 1951.

Don Rafael Friederich, sacerdote della sua diocesi, ha testimoniato che mentre puliva i corridoi si avvicinò alla sua cella e gli disse in latino: «Ego sum Friederich». Dall’interno rispose una voce debole: «Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem». E in quello stesso giorno il vescovo Durcovici morì.

Come era abitudine ‘discreta’ della Securitate rumena, la notizia della sua morte fu registrata all’Ufficio Centrale di Bucarest con solo alcune righe molto concise; nulla è rimasto del suo tempo trascorso in carcere, né delle sofferenze inflitte che gli procurarono la morte.

Il corpo del vescovo Durcovici fu sepolto in un posto segreto, con altre 50 personalità politiche, civili e religiose morte a Sighetul Marmatiei; dal cimitero principale della prigione di sterminio, fu distrutta ogni prova. Tutti i documenti che lo riguardavano, compreso la carta d’identità furono distrutti, gli oggetti di valore scomparsi.

Il 28 gennaio 1997, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso il “nihil obstat” per iniziare la causa di beatificazione del vescovo Anton Durcovici, considerato martire della fede.

Anton Durcovici è stato beatificato a Iasi, in Romania il 17 maggio 2014. A rappresentare Papa Francesco è stato il card. Angelo Amato S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Fonti principali: cristianofobia.altervista.org; orizonturiculturale.ro/it

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“Devo incontrare i potenti del mondo. Con quale argomento? Mi rimane quello della sofferenza e dico loro: capitelo!”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/10/2016

L’Angelus più carismatico di San Giovanni Paolo II

Nella Trinità si può intravvedere il modello originario della famiglia umana.

Il noi divino costituisce il modello eterno di quello specifico noi umano costituito da un uomo e una donna che reciprocamente sidonano in una comunione indissolubile e aperta alla vita.

“Se il Signore ti ha chiamato tu devi introdurre la Chiesa nel terzo millennio.” Con la preghiera, con le iniziative ma non basta, si doveva introdurla con la sofferenza.

La famiglia è minacciata, aggredita! Dev’essere aggredito il Papa, deve soffrire il Papa, perché veda il mondo…

Devo incontrare i potenti del mondo. Con quale argomento? Mi rimane quello della sofferenza e dico loro: capitelo!

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Ho fatto questo salto e ho trovato il mio tesoro…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/09/2016

Sister Serena, è sufficiente chiamarla così. L’abito bianco bordato di azzurro delle Missionarie della Carità lo indossa da quasi 40 anni.

Milanese, ha vissuto nelle case delle suore di Madre Teresa in Italia e in Spagna, in Russia e in Mongolia, a Calcutta, in Venezuela.

Ha conosciuto e vissuto con Madre Teresa, ne è testimone, con semplicità e chiarezza.

E’ lei l’ospite di Soul su TV2000 domenica 4 settembre, il giorno della canonizzazione della “santa dei poveri”.


Credo fermamente che siamo chiamati dal grembo materno; tutti quanti abbiamo una vocazione che nasce dal grembo materno. E’ nostro compito riconoscerla e questo non è sempre facile, io ci ho messo parecchio tempo, anche se Signore ci dà delle indicazioni. E’ un po’ come una caccia al tesoro che agli angoli delle strade trovi un’indicazione.

La prima indicazione è stata quella del desiderio di servizio ai poveri. Non era sufficiente dare il superfluo ma dovevo dare il mio tempo.

Fui missionaria ma la relazione tra missionario e povero era sempre dall’alto al basso. Il missionario era colui che aveva potere, denaro e capacità di aiutare e il povero era quello che accettava e non mi piaceva eccessivamente.

Poi ho capito improvvisamente che c’era per me un’altra chiamata, entrare nella congregazione. Difficile per me spiegare come, ma era chiara la chiamata, non c’erano dubbi, il fatto che il mio rifiuto fosse forte dimostrava che la chiamata c’era.

Ho fatto questo salto nel vuoto e ho trovato il mio tesoro…

Non siamo tanto fuori dal mondo, siamo contemplative nel cuore del mondo, viviamo in mezzo ai problemi del mondo, non ci esoneriamo, direi che in qualche modo li prendiamo su di noi ma il modo in cui li risolviamo è diverso.

Così risolviamo la povertà: preghiera, sacrificio e condivisione.

La prima volta che l’ho incontrata [Madre Teresa] ero a Londra per imparare l’inglese, lingua della congregazione. Non sapevo l’inglese, la Madre fece domande semplici e poi ha comiciato a parlare delo nostro spirito, a un certo punto l’ho fermata perché capivo tutto e non ci credevo. E lei… Si perché la Madre parla con la semplicità del Vangelo.

La Madre non solo parlava con le parole di Gesù ma agiva con le azioni di Gesù.

L’ultima volta che l’ho vista mi ha fatto sentire la figlia prediletta. Tutti avevano questa sensazione, ci sentivamo particolarmente amati.

Madre Teresa è stata una Madre, ed è qualcuno che vive ancora vicino a me.

Il carisma di Madre Teresa: noi non siamo assistenti sociali; il fine della nostra congregazione è quello di saziare la sete di Gesù per amore e per le anime.

Amando i poveri tra i poveri saziamo la sete di Gesù. Questo è il mezzo…

Nella misura in cui sono consapevole della mia povertà, Gesù mi può usare. Se tutto il mondo si rendesse conto di ciò, sarebbe un Paradiso.

Molti poveri potrebbero testimoniare di averla vista materialmente presente in mezzo a loro…

Noi non vogliamo risolvere nessun problema; la povertà non la risolveremo mai, Gesù ha detto i poveri li avrete sempre con voi.

La sofferenza non è un tormento, non è un dramma, bisogna trovare il significato di questo dolore. Se troviamo il significato ci sentiamo privilegiati. Bisogna credere nel Paradiso e noi siamo qui per questo.

La verità è una ma non imponiamo la nostra fede a nessuno. La Madre diceva: io insegno ad amare, e questo vogliamo fare noi.

La santità dei santi è come la parte che galleggia degli iceberg, quello che appare in superficie è molto limitato.

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«Ricordati che, quando moriremo, porteremo con noi soltanto la valigia della carità»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/09/2016

Comastri_01Il 4 settembre 2016 è stata proclamata santa Madre Teresa di Calcutta. Vi propongo un passaggio bellissimo del card. Angelo Comastri, in un suo libro:

“La prima volta che incontrai Madre Teresa, fui colpito dal suo sguardo: mi guardò con occhi limpidi e penetranti. Poi mi chiese: «Quante ore preghi ogni giorno?». Rimasi sorpreso da una simile domanda e provai a difendermi dicendo: «Madre, da lei mi aspettavo un richiamo alla carità, un invito ad amare di più i poveri. Perché mi chiede quante ore prego?». Madre Teresa mi prese le mani e le strinse tra le sue quasi per trasmettermi ciò che aveva nel cuore; poi mi confidò: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una povera donna che prega. Pregando, Dio mi mette il Suo Amore nel cuore e così posso amare i poveri. Pregando!».

Non ho più dimenticato questo incontro e queste parole: il segreto di Madre Teresa sta tutto qui.

Ci siamo rivisti tante altre volte. Nel 1988 Madre Teresa venne nella parrocchia di Santo Stefano al Monte Argentario dove ero parroco: fu un dono immenso, inatteso, meraviglioso. Madre Teresa fissò come una bambina lo scenario unico del Monte Argentario e parlò così: «Come è bello questo luogo! In un luogo così bello, anche voi dovete preoccuparvi di avere anime belle». Bastarono queste parole per far vibrare il cuore di oltre ventimila persone.

Al termine della veglia di preghiera accadde un fatto. Un ricco industriale manifestò l’intenzione di regalare a Madre Teresa la sua villa per accogliere i malati di Aids. Egli aveva già in mano le chiavi per consegnarle alla Madre. Madre Teresa rispose: «Debbo pregare, debbo pensarci: non so se è cosa buona portare i malati di Aids in un luogo di grande turismo. E se fossero rifiutati? Soffrirebbero due volte!». Quanta saggezza! Quanta libertà interiore! Ma a tutti noi, uomini di poca fede, sembrava che Madre Teresa stesse perdendo una bella e rara occasione. Un signore che aveva assistito al dialogo, si sentì in dovere di consigliare: «Madre, intanto prenda le chiavi e poi si vedrà…». Madre Teresa, senza alcuna esitazione, forse sentendosi ferita in ciò che aveva di più caro e di più prezioso, chiuse il discorso dicendo risolutamente: «No, signore! Perché ciò che non mi serve, mi pesa!».

Comastri_02Il 27 maggio 1991 Madre Teresa venne a Massa Marittima, dove ero vescovo da appena un anno, per comunicarmi la decisione di aprire a Piombino una casa per le suore contemplative delle Missionarie della Carità. In elicottero andammo poi all’Isola d’Elba per un incontro di preghiera. A un certo punto, durante il tragitto, un uomo che ci accompagnava nel volo, cadde in ginocchio accanto a me e, con voce tremante, mi disse: «Padre, io non so che cosa mi stia accadendo! Mi sembra che Dio, sì Dio, mi stia guardando attraverso gli occhi di quella donna». Riferii subito alla Madre le parole appena ascoltate. Ella, con tranquillità disarmante, commentò: «Gli dica che Dio lo sta guardando da tanto tempo: lui prima non se ne accorgeva!». E, rivolta all’uomo, gli strinse la mano con affetto e gli consegnò alcune medagliette della Madonna: sembravano baci, che portavano il profumo dell’amore di Dio.

Nel mese di maggio del 1994 partecipai a una Santa Messa nella chiesa di San Gregorio al Celio: era presente anche la Madre. Un fotografo, con fastidiosa insistenza, scattava fotografie avvicinandosi al volto della Madre in preghiera. Mi permisi di dire: «Abbia un po’ di delicatezza. Non vede che la Madre sta pregando? La lasci in pace». Il fotografo si acquietò un momento e poi mi disse: «Voglio fotografare gli occhi di Madre Teresa: ho fotografato occhi di principi, di principesse, di attori, di gente famosissima… Ma non ho mai visto due occhi così felici e così luminosi. Chissà qual è il segreto?!». Terminata la Santa Messa, riferii alla Madre il desiderio del fotografo petulante. La Madre, con la serena pazienza di sempre, si sottopose ad alcuni scatti ravvicinati e poi prese la mani del fotografo e, quasi sussurrando, gli disse: «Vuoi sapere perché i miei occhi sono felici? Il segreto è molto semplice: i miei occhi sono felici, perché le mie mani asciugano tante lacrime». Meravigliosa risposta. E aggiunse: «Faccia così anche lei e avrà due occhi bellissimi!».

MT_01Ho visto Madre Teresa per l’ultima volta il 22 maggio 1997: era affaticata, respirava con difficoltà e si avvertiva che era vicina la partenza per il Cielo. Mi disse: Vengo da New York e mi fermo qualche giorno a Roma per visitare le mie suore e i miei poveri, poì devo andare a Dublino, dove seguiamo tanti alcolisti, poi devo andare a Londra dove portiamo un po’ di amore ai poveri che dormono sotto i ponti del Tamigi, poi.. Fu spontaneo, da parte mia, reagire dicendo: «Madre, ma questa è una follia! Non può affrontare questa enorme fatica: neppure un giovane potrebbe resistere a un ritmo simile». La Madre mi ascoltò e fece qualche istante di silenzio. E poi mi fissò con dolcezza estrema e mi disse: «O mio caro vescovo, la vita è una sola: non è come i sandali che ne ho un paio di ricambio. La vita è una sola, io debbo spenderla tutta per seminare amore fino all’ultimo respiro. Ricordati che, quando moriremo, porteremo con noi soltanto la valigia della carità».

Io ascoltavo e non avevo il coraggio di ribattere: il ragionamento della Madre seguiva perfettamente la logica dell’amore! Alla fine concluse: «Porteremo con noi soltanto la valigia della carità: riempila, finché sei ancora in tempo!».

Queste parole mi risuonano dentro l’anima ogni mattina quando mi sveglio e ogni sera quando chiudo la giornata: «Ho messo qualcosa nella valigia della carità? Se non ho messo niente, ho perso inutilmente una giornata».”

Dal libro “Ho conosciuto una Santa” del cardinale Angelo Comastri ,edizioni S.Paolo

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“Ciò che il sangue è per il corpo, la preghiera è per l’anima”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/09/2016

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Tutti conoscono le opere realizzate nel mondo da Madre Teresa di Calcutta, canonizzata il 4 settembre 2016 a piazza San Pietro da Papa Francesco.

Le azioni della santa però erano frutto di una preghiera intensa, innamorata, a cui dedicava le prime ore del mattino e nel cui spirito viveva ogni cosa, e tutto il suo tempo, come racconta Saverio Gaeta nel libro Il segreto di Madre Teresa.

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<<Dinanzi a qualsiasi problema e difficoltà, Madre Teresa rispondeva in un solo modo: “Dobbiamo pregare”.

Non era innanzi tutto per raggiungere lo scopo desiderato o per ottenere qualcosa di concreto, ma perché “la preghiera dilata il nostro cuore sino a quando è capace di contenere il dono di Dio stesso. Proprio come il seme è destinato a diventare un albero, così noi siamo destinati a crescere in Gesù”.

E addirittura ella era solita comparare la preghiera a una trasfusione sanguigna: “Ciò che il sangue è per il corpo, la preghiera è per l’anima”.

Sin da quando era entrata fra le suore di Loreto, si era ripromessa di essere la prima a giungere in cappella. Un impegno che mantenne per tutta la vita, svegliandosi ogni mattina alle 4.40 – anche se era andata a letto tre o quattro ore prima – ed entrando nella cappella alle 5.

Nell’iniziare la recita delle preghiere con il segno della Croce, Madre Teresa invitava ogni giorno le sue suore a rivolgere un pensiero alla Trinità associandolo con il loro carisma, e così diceva: “Nel nome del Padre – preghiera; del Figlio – povertà; dello Spirito Santo – zelo per le anime. Amen – Maria“.

Mother_Teresa_02(…) La Madonna, che ella definiva “la prima Missionaria della Carità”, era il perno centrale delle devozioni di Madre Teresa.

“Maria, Madre di Gesù, sii ora anche mia madre” e “Maria, rendimi pura e umile come te, affinché io possa essere santa come Gesù” erano due delle frasi che più spesso aveva sulle labbra.

Così come il rosario, che recitava in ogni momento libero, particolarmente durante i viaggi. Era tanto tenero il modo in cui pronunciava la sequenza di Ave Maria che una volta un vescovo messicano disse in un’omelia: “Quando vedo la Madre pregare il rosario, penso a una piccola bambina avvinghiata alla mano della mamma”.

E anche le sue discepole ne seguono le orme, tanto da indicare abitualmente la distanza dei luoghi dove devono recarsi con il numero di rosari che riescono a dire camminando o muovendosi con l’autobus.

(…) Ma la devozione più caratteristica di Madre Teresa fu quella della Medaglia Miracolosa, ispirata all’apparizione del 1830 a Santa Caterina Labouré, sulla quale la Vergine è raffigurata in piedi su un globo mentre dalle mani scaturiscono dei raggi che simboleggiano le sue grazie, e tutto intorno la scritta “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi”.

Dovunque andasse, ella si assicurava di avere una scorta di medaglie da regalare alla gente che incontrava. A ciascuno chiedeva quanti figli, quanti fratelli o sorelle avesse, in modo da dargli un numero sufficiente di medaglie. E non accettò mai che le distribuisse un’altra suora, perché voleva consegnarle tutte di persona.

medaglia_miracolosa_frConnesso con la medaglia, c’era poi il Memorare, la preghiera risalente al XII secolo e attribuita a San Bernardo di Chiaravalle che, tradotta dal latino all’italiano recita:


Ricordati, o piissima Vergine Maria,

che non si è mai inteso al mondo
che qualcuno sia ricorso alla tua protezione,
abbia implorato il tuo aiuto,
chiesto il tuo patrocinio
e sia stato da te abbandonato.
Animato da tale confidenza,
a te ricorro, o Madre,
Vergine delle vergini,
a te vengo, e, peccatore come sono,
mi prostro ai tuoi piedi a domandare pietà.
Non volere, o Madre del divin Verbo,
disprezzare le mie preghiere,
ma benigna ascoltale ed esaudiscile. Amen.

Madre Teresa era solita pronunciarla per nove volte di seguito in ogni circostanza nella quale aveva bisogno di aiuto soprannaturale.

Con il suo senso dell’umorismo la definiva una “novena volante”, per la sua efficacia e perché poteva essere recitata in breve tempo.>>

(Tratto da Il segreto di Madre Teresa di Saverio Gaeta, Piemme 2002, pagg. 110-113)

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Una santa speciale che traccia ma una strada percorribile.

La seguiamo insieme?

 

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“Preghino!” (…) “Dunque, preghiamo!”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/09/2016

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La televisione spagnola, il 21 luglio 1980, ha dedicato a Madre Teresa un lungo programma. La registrazione dell’intervista aveva avuto luogo quasi un mese prima. Solo pochi di noi collaboratori eravamo stati autorizzato a entrare con lei nello studio.

“Non mi sono mai sentito tanto impressionato di fronte a un altro personaggio”, sentii in quell’occasione che confessava il direttore di A Fondo a uno di quei collaboratori.

Io, che avevo visto Madre Teresa tante volte, potei constatare che davanti alle telecamere lei era serena e sicura come in qualsiasi altra circostanza: una serenità e una sicurezza che le vengono dal di dentro.

Quando si sedette di fronte all’intervistatore, prima di aggiustarsi gli auricolari, si fece il segno della Croce, con grande semplicità.

Nel corso dell’interminabile intervista, nella quale spesso le telecamere la inquadravano con grande risalto, continuò a tenere il rosario tra le dita.

Accettò tutte le domande meno alcune di carattere personale. Queste le eluse sempre con grande cortesia: “Non parliamo di questo, non ha importanza. Parliamo della nostra gente (our people)”. E chi è familiarizzato con il linguaggio di Madre Teresa sa che la nostra gente – our people – sono i poveri.

Concludendo l’intervista, Soler Serrano le chiese quale messaggio voleva trasmettere agli spagnoli.
Madre Teresa fu molto breve: “Preghino!”. Il direttore di  Fondo apparve sorpreso: si aspettava probabilmente una risposta più lunga.

MT_02Le telecamere continuavano a centrare Madre Teresa. I microfoni erano sempre aperti. Ma Madre Teresa si alzò, considerando terminata l’intervista. Aggiunse solo: “Dunque preghiamo!” (So, let’s pray!).

La segretaria del programma, anche a nome degli altri presenti, le chiese di posare per una foto di gruppo.

Madre Teresa – che imputa il merito ai fotografi e ai giornalisti se le sarà evitato il Purgatorio – acconsentì. Ma volle anche che non perdessero tempo a dare esecuzione al suo messaggio e suggerì che tutti: direttore, segretaria, assistente, tecnici, ecc., nonché coloro che erano presenti per semplice curiosità, recitassero un Padre Nostro mentre si accingevano a essere fotografati dinanzi alle telecamere.

(Da”Il sorriso dei poveri, aneddoti di Madre Teresa di Calcutta”, di José Luis Gonzàlez-Balado, Città Nuova, pagg. 137-138)

“AMATE LA PREGHIERA. PROVATE SPESSO DURANTE IL GIORNO LA NECESSITA’ DI PREGARE? FATELO DUNQUE!

LA PREGHIERA ALLARGA IL CUORE, FINO A RENDERLO CAPACE DI CONTENERE IL DONO DI DIO STESSO.

CHIEDETE E CERCATE, E IL VOSTRO CUORE SI FARA’ GRANDE A SUFFICIENZA PER CONTENERE CRISTO, PER ALBERGARLO DENTRO DI VOI.”

(Santa Teresa di Calcutta)

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Sei cose da sapere su San Massimiliano Kolbe

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/08/2016

Kolbe_03“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” (Gv 15,13)

E’ questo il versetto che viene in mente se si pensa a San Massimiliano Kolbe che la Chiesa celebra il 14 agosto. Non sorprende che queste siano state le parole introduttive al decreto papale della sua beatificazione.

San Massimiliano Kolbe fu arrestato in Polonia nel febbraio del 1941 e a maggio venne condotto nel campo di concentramento di Auschwitz.

Il prigioniero 16670 donò la propria vita per un altro compagno di sventura il 14 agosto 1941 all’età di 47 anni.

A causa della fuga di un prigioniero nel luglio di quell’anno, dieci uomini della sua baracca vennero presi a caso per morire di stenti, per punizione e come deterrente.

Padre Massimiliano si offrì di prendere il posto di uno di quegli uomini, Franciszek Gajowniczek che aveva sentito chiedere pietà per lui e per la sua famiglia.

Le settimane seguenti furono di un orrore inimmaginabile; quegli uomini soffrirono le pene della fame e della disidratazione.

Ma quell’uomo santo non solo si offrì di essere uno di quei sofferenti, egli li accompagnò anche come sacerdote. Dopo tre settimane rimanevano quattro sopravvissuti e proprio in quel giorno, la vigilia dell’Immacolata Concezione, Padre Kolbe e i suoi compagni di prigionia vennero uccisi con un’iniezione di avido fenico.

In quello stesso 1941 venne istituita la causa di beatificazione che vide nel 1971 la beatificazione di Kolbe ad opera di Papa Paolo VI e nel 1982 si concluse con la canonizzazione da parte di San Giovanni Paolo II.

Per chi non conosce che questa parte della storia, vorrei condividere sei aspetti della vita di San Massimiliano che forse non tutti conoscono.

1 – Da bambino gli era apparsa la Vergine Maria.

Battezzato col nome di Raimondo Kolbe, il santo era un bambino normale senza quella falsa patina che i biografi usano mettere nelle storie di alcuni bambini santi. A parte una sbalorditiva eccezione.

Kolbe_01

Niepokalanów, la Città dell’Immacolata

Una notte la Madonna apparve in sogno al bambino, tenendo una corona bianca e una rossa. Raccontò in seguito il santo: “La Madonna mi chiedeva se fossi disposto ad accettare entrambe quelle corone. Quella bianca significava che avrei perseverato nella purezza e la rossa, che sarei diventato un martire. Le dissi che le avrei accettate entrambe”.

Quindi si, Massimiliano condusse una normalissima infanzia ma con un particolare che avrebbe definito il corso della sua vita.

2 – Aveva sempre voluto essere un soldato.

Da studente il giovane Raimondo, eccellente negli studi scientifici, era anche interessato alle cose legate alla carriera militare.

Sul sogno infantile del sacerdozio prevalse presto un cuore di soldato ardente di patriottismo, e si volse alla carriera militare per difendere la sua amata Polonia.

A causa di alcune complicazioni dovette abbandonare questo sogno e riemerse l’altro, così che nel 1910 entrò nel noviziato francescano e nel 1918 venne ordinato sacerdote.

3 – Fondò una realtà religiosa votato all’evangelizzazione.

Intorno ai trent’anni Padre Kolbe fondò vicino a Varsavia una casa che chiamò Niepokalanów, la Città dell’Immacolata, da cui iniziare il suo sforzo evengelizzatore.

Radio Niepokalanów

Radio Niepokalanów

Iniziò con una manciata di frati e dopo una decina di anni ce ne erano più di mille! Con un gruppetto di confratelli arrivarono persinoin Giappone dove fondarono una casa nella città di Nagasaki!

4 – Era un esperto di new media.

Padre Kolbe era un uomo dei suoi tempi, moderno nell’evangelizzazione. I frati dovevano usare le tecnologie di stampa più moderne ed efficienti strategie di distribuzione del loro materiale, un vero e proprio arsenale della guerra spirituale della Milizia.

E così aprirono anche una stazione radioo e Padre Kolbe aveva il progetto di aprire anche uno studio di riprese video.

5 – Il prigioniero salvato da Padre Mssimiliano era presente alla sua canonizzazione.

Kolbe_04Sebbene venne risparmiato dal bunker degli stenti, Franciszek Gajowniczek aveva comunque sofferto enormemente; passò ad Auschwitz cinque anni e i suoi figli non videro la data del suo rilascio del padre.

Inoltre i prigionieri sopravvissuti furono crudeli con lui perché lo colpevolizzavano per la perdita dei loro amati amici. Tuttavia, nel 1982 ricevette la consolazione di vedere canonizzato il prete che gli aveva salvato la vita.

6 – Il Papa lo ha dichiarato santo patrono del ventesimo secolo.

San Massimiliano Kolbe è il patrono delle famiglie, dei prigionieri, dei giornalisti, dei prigionieri politici, dei tossicodipendenti e dei movimenti a favore della vita.

San Giovanni Paolo II lo ha dichiarato anche “santo patrono del nostro difficile secolo”.

(Tradotto da http://www.wordonfire.org/resources/blog/9-things-to-know-about-st-maximilian-kolbe/4426/)

Continuiamo a chiedere la sua intercessione affinché possiamo seguire e perseverare nel seguire Gesù, attraverso sua Madre la Vergine Maria!

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“Facciamo di noi stessi un cuore attento a tutti”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/07/2016

Jacques_Hamel_02Padre Jacques Hamel, martire cristiano, crudelmente assassinato in odium fidei, il 26 luglio 2016 nella sua chiesa di Saint Etienne Du Rouvray a Rouen, Francia.

Solo pochi giorni fa, nel giornalino parrocchiale scriveva alcune righe tanto semplici quanto vere per vivere le vacanze in maniera davvero significativa.

Rispondiamo all’odio con l’Amore, quello con la A maiuscola, che viene da Dio. Leggiamo e rileggiamo questa parole semplici e sante di Padre Jacques e viviamole, come unico, vero, e rivoluzionario smacco all’odio che sta imperversando nel mondo in questi ultimi tempi.

Ma lasciamo la parola a questo santo ordinario dei giorni nostri…

«La primavera è stata piuttosto fresca. Se stiamo un po’ giù di morale, pazienza, l’estate finirà con l’arrivare, e con essa le vacanze.

Le vacanze sono un tempo per prendere le distanze dalle nostre occupazioni abituali. Ma non sono una semplice parentesi; sono un tempo di relax, ma anche di ritorno alle origini, di incontri, di condivisione, di convivialità.

Un tempo di ritorno alle origini: qualcuno si prenderà qualche giorno per un ritiro o un pellegrinaggio. Altri rileggeranno il Vangelo, soli o insieme ad altri, come una Parola che fa vivere l’oggi.

Altri potranno ritrovarsi nel grande libro della creazione ammirando paesaggi così differenti e talmente magnifici che ci elevano e che ci parlano di Dio.

Possiamo sentire, in quei momenti, l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, a farne, proprio là dove viviamo, un mondo più caloroso, più umano, più fraterno.

Un tempo di incontro, col prossimo, con gli amici: un momento per prenderci del tempo da vivere qualcosa insieme. Un momento per essere attento all’altro, chiunque esso sia.

Un tempo di condivisione: condivisione della nostra amicizia, della nostra gioia. Condivisione del nostro sostegno ai bambini, mostrando loro che sono importanti per noi.

Jacques_Hamel_01Un tempo che sia anche tempo di preghiera, attenti a quello che accade nel nostro mondo in quel momento. Preghiamo per coloro che ne hanno più bisogno, per la pace, per un vivere insieme migliore.

Questo sarà ancora l’anno della misericordia. Facciamo di noi stessi un cuore attento alle belle cose, a tutti, soprattutto a coloro che rischiano di sentirsi un po’ più soli.

Che le vacanze ci permettano di fare il pieno di gioia, d’amicizia e di ritorno alle origini. Allora potremo, meglio attrezzati, riprendere insieme il cammino.

Buone vacanze a tutti!»

Père Jacques Hamel, Juin 2016

Tradotto dall’originale francese: http://www.lavie.fr/actualite/documents/ce-que-le-pere-jacques-hamel-ecrivait-en-juin-dernier-dans-la-lettre-paroissiale-26-07-2016-75077_496.php)

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“Ho dato a Dio un figlio sacerdote ed una figlia martire”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 23/07/2016

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Don Luca Monti, fratello di Simona, uccisa a 33 anni assieme al bambino che portava in grembo nel tragico attentato di Dacca, avvenuto nella notte tra il 1° e il 2 luglio 2016

«Simona è stata uccisa in odio alla fede e per questo abbiamo voluto ricordarla anche sostenendo i cristiani perseguitati».

Così don Luca Monti, fratello della vittima, spiega la decisione di fare una donazione ad Aiuto alla Chiesa che Soffre in onore di Simona, uccisa a 33 anni assieme al bambino che portava in grembo nel tragico attentato alla Holey Artisan Bakery di Dacca, avvenuto nella notte tra il 1° e il 2 luglio scorsi.

La famiglia Monti contribuirà, tramite ACS, alla costruzione della Chiesa di San Michele ad Harintana, piccola cittadina del Bangladesh meridionale appartenente alla diocesi di Khulna.

«La nostra è una famiglia cristiana – afferma don Luca, parroco della Chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo di Santa Lucia di Serino in provincia di Avellino – e consideriamo martirio la morte di Simona e di tutte le altre vittime di quel drammatico attacco.

Abbiamo quindi preferito delle esequie semplici, per poter realizzare un’opera di bene in favore dei cristiani perseguitati. E lo abbiamo fatto attraverso Aiuto alla Chiesa che Soffre, perché è una fondazione pontificia e perché realizza splendidi progetti per i nostri fratelli perseguitati in odio alla fede».

Una risposta concreta all’orrore dell’estremismo per favorire, in un Paese colpito dal fondamentalismo come il Bangladesh, il dialogo interreligioso e sostenere le minoranze.

Don Luca 02

Simona Monti

La famiglia Monti contribuirà quindi a donare un luogo in cui pregare alla comunità cristiana di Harintana, finora costretta a percorrere alcuni chilometri ed attraversare un fiume per raggiungere la chiesa più vicina.

«Abbiamo scelto questo progetto perché ci dà speranza sapere che la Chiesa di San Michele rappresenterà un incentivo per i cristiani del Bangladesh, affinché non abbiano paura e non si arrendano anche di fronte alla violenza.

E poi lo abbiamo fatto per Simona, perché speriamo che la locale comunità abbia la bontà di pregare per la sua anima e per la nostra famiglia».

Di sua sorella don Luca ricorda in particolare la dedizione al lavoro e l’amorevole determinazione.

Il sacerdote nota inoltre come al di là della grande sofferenza, la famiglia Monti tragga forza dalla consapevolezza che Simona sia stata uccisa in ragione della sua fede.

«È stato molto toccante ascoltare mio padre dire: “Ho dato a Dio un figlio sacerdote ed una figlia martire”».

Dal gennaio 2015 ad oggi, ACS ha realizzato interventi in Bangladesh per oltre 750mila euro.

(Articolo del 21 luglio 2016 su http://acs-italia.org/la-nostra-storia/)

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