FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Archive for the ‘Santi dei giorni nostri’ Category

«La fame del cuore umano per l’immensità di Dio non può essere saziata che qui»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/05/2020

«Come nessuno altro al mondo, l’Eucarestia sconvolge [Giovanni Paolo II]. Talvolta è preso a tal punto dal mistero, che il suo segretario gli deve indicare a che punto del messale si trova. Una volta, dopo la lettura del vangelo, lo avvicina affinché lo baci. Egli non vede niente, gli occhi ancora chiusi, mentre interiorizza la Parola.

Il Giovedì Santo 1980, non ha forse scritto: “Il sacerdote si manifesta in tutta la sua pienezza quando egli stesso permette al mistero dell’Eucaristia di diventare visibile, affinché solo questo mistero brilli nel cuore dei credenti…”.

La sua tenerezza alle volte traspare: “Come è mirabile Dio, quando desidera che noi lo abbracciamo sotto la specie del pane e del vino! (Corpus Domini, 1979).

Poiché egli sa come nessun altro che “quella piccola ostia è la risposta agli interrogativi più lancinanti degli uomini, la risposta alla sete di gioia e d’amore che ognuno porta nel suo cuore(Corpus Domini, 1983).

Sì: “La fame del cuore umano per l’immensità di Dio non può essere saziata che qui.” (Karachi, 1981).

Non è lui che ristabilisce la processione del Corpus Domini fra la basilica del Laterano e quella di Santa Maria Maggiore? Egli ci tiene, nonostante tutte le proteste di certi romani che si lamentano del disturbo dato al traffico. Egli stesso porterà il suo Signore, finché non ne cadrà sfinito…

Quante volte, sul cadere della notte, vedendolo portare Gesù, totalmente raccolto in Lui, curvo sull’ostensorio, ho avuto l’impressione che fosse più il Signore a portarlo che non il contrario? Come nessuno, egli sa che “saranno gli adoratori silenziosi ad essere i costruttori del mondo nuovo dell’anno 2000”.» 

Tratto da: Daniel Ange, “Giovanni Paolo II, dono di Dio, Edizioni Segno, Udine 1996, pag. 65)

“Saranno gli adoratori silenziosi ad essere i costruttori del mondo nuovo dell’anno 2000”.

E anche del 2020, ne sono convinto.

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«Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/12/2019

“In fondo – come ho detto con mio fratello ieri sera – noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.

Con queste parole Gianluca sintetizza l’estrema maturazione che ha vissuto nel corso di due anni di malattia, di una terribile malattia che non perdona, un osteosarcoma.

Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Durante la malattia l’incontro con Gesù, Gian si rivede in Cristo, diventa l’alter Christus Patiens, è la vita che si manifesta nella sua pienezza proprio quando sta per finire. Tramite amici comuni incontra don Marco D’Agostino, con lui parla del Signore, diventa lampada per quel sacerdote da 20 anni, che si converte dinanzi a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. E con don Marco scrive un libro, il suo libro, la sua vita in poche pagine, in un alfabeto, è così che Gian si presenta al mondo proprio quando parte per giungere al Cielo.

Lasciamo parlare don Marco:

“Comincerò dalla “A” di accoglienza. La mia storia con Gian è iniziata così. Preoccupato di che cosa dovevo dirgli, di come presentarmi a lui, dopo che aveva chiesto di vedermi, di quanto fermarmi in casa con lui, sono uscito lavato e purificato dalla sua stessa presenza. Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplciità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza. Gian è stato capace – settimana per settimana – di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore. E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare.

Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata. Anche il peggio. Ha deposto la sua vita in mani, cuori, presenze accoglienti. I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri.

Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.
Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

Lui è stato accogliente, anche verso questa “sorella” così scomoda. Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. In questo grado d’intimità interiore – è la prima volta che uso questo termine – ha fatto scaturire, da lui e da me/noi, sentimenti e pensieri che spingono ad una conversione all’accoglienza della vita stessa, qualunque essa sia, perché è dono, di Dio e dei nostri genitori.

Nella vicenda di Gian ho, poi sperimentato pià volte la “E” di essenza. Lui, spogliandosi, giorno dopo giorno, apparendo in tutta la sua fragilità e dolore, ha raggiunto il centro, il succo della vita umana e cristiana. La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento. Gian ha saputo essere un atleta della vita.

Scrivendo a Papa Francesco – lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicemebre 2014 – aveva detto che era in ospadale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra. E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente. Perché Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa.

Il miracolo degli ultimi mesi della sua malattia non è stato quello della guarigione. Forse questo sarebbe stato più eclatante. La notizia della sua vicenda – che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità – ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale. Il miacolo vero è stato, per Gian, comprendere il “perché” di quella condizione così umanamente sfavorevole per lui e per la sua famiglia e leggerla con gli occhi della fede. Bisognoso di tutto, da un punto di vista fisico – e infermieri e volontari sanno con esattezza quanto bene ha fatto a ciascuno di loro l’incontro con Gian! – da un punto di vista spirituale risplendeva da dentro.

Quegli occhi “accesi” erano veramente la sua luce. Segni di una Presenza che sapeva illuminare anche la croce, perché già sperimentata al Calvario, duemila anni fa. Debole e fragile intuiva che quel peso, sulle sue giovani spalle, l’avrebbe potuto sopportare solmente con una medicina che non poteva essere quella prescritta dall’ospedale.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro. Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia – non saprei diversamente come chiamarla – di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava. Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di belleza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini” (don Marco D’Agostino in: La Croce Quotidiano).

Gian muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore. Nell’introduzione al suo libro scrive: “In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici”, ed è proprio così.

L’esperienza di questo giovane, rubato alla terra per rendere il Cielo ancor più bello di quello che è, non è stata una meteora in una fredda notte di fine gennaio, la sua luce continua ad illuminare chiunque lo incontra nelle parole del libro, nella voce dei suoi amici, nella testimonianza di don Marco, nell’amore dei suoi genitori e di suo fratello.

Gian vive oggi più di prima, il suo nome, i suoi occhi pieni della vera Gioia, il suo sorriso contagioso ha varcato le soglie della sua casa di Sospiro per raggiungere tanti ragazzi e ragazze come lui, ma anche tanti adulti, che conoscendolo si innamorano della splendida, semplice bellezza del suo cuore. Gian, per un caso del destino, è divenuto come un sospiro, come quella “brezza di vento leggero” che, dopo la tempesta, è segno della presenza di Dio.

Io l’ho incontrato per caso, un volto sulla copertina di un libro, e siamo diventati subito amici, ora sta sempre accanto a me, lo guardo, lo prego, lo sento vicino, compagno nel mio cammino verso il Signore. La breve vita di Gian è stata come un sorriso, dura poco ma riempie il cuore di gioia, Gian è il sorriso di Dio all’umanità afflitta, se riusciamo ad entrare in quel sorriso possiamo scoprire il segreto della felicità.

Gian, amico mio, amico nostro, prega per noi.

Per approfondire:

Gianluca Firetti e don Marco D’Agostino, Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015.

Don Marco D’Agostino, Gianluca Firetti. Santo della porta accanto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

(Fonte: fonte: giovanisanti.wordpress.com)

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«Dio vi aspetta in quei momenti della vostra vita in cui non avete detto “se” e avete detto “si”!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/11/2019

Enrico parla di Chiara, colei che sapeva far spazio alla grazia…

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«Noi pregavamo… Perché noi non possiamo dare agli altri quello che non abbiamo…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/09/2019

Il racconto del Prof. Giuseppe Noia, ginecologo e neonatologo al Policlinico Gemelli di Roma, del suo incontro con Madre Teresa di Calcutta.

«Mi aveva colpito la semplicità di una donna grande, che aveva ricevuto il Nobel a Stoccolma, che non aveva avuto nessuna remora di parlare di aborto a Stoccolma, e che stava al di sopra di tutte le divisioni umane.»

«Noi pregavamo… Perché noi non possiamo dare agli altri quello che non abbiamo…»

«Madre Teresa disse: credo che una persona attaccata alla ricchezza e al possesso delle cose, che vive preoccupata solo di se stessa, in realtà è molto povera. Se questa mette il suo denaro e la sua salute al servizio degli altri, allora è molto ricca.»

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La suora che lottava contro il demonio

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/08/2019

“Perché preghi, tanto casa non te ne danno”

“Anche se non me ne danno, ma bisogna che prego lo stesso…”

“E per quanto preghi?”

“Fintanto che ottengo”

Se volete conoscere la suora che rispondeva così alle tentazioni del demonio, leggete il racconto interessante che ne fa Don Marcello Stanzione nell’articolo che segue.

«Paola Muzzeddu nacque ad Aggius, piccolo centro della Gallura in provincia di Sassari, quarta di undici figli, da Giovanni Battista e Serra Francesca il 26 febbraio 1913 e ricevette il Battesimo il 24 marzo, vigilia dell’Annunciazione. E’ alla scuola della mamma, semplice,  dignitosa e paziente nelle difficoltà familiari, che la piccola Paola incominciò ad apprendere lo spirito di docilità e di sacrifico. Trascorse la fanciullezza e la giovinezza nel proprio paese, ad eccezione della parentesi nel continente dall’ottobre 1926 all’estate 1931. Nel 1937 si trasferì a Sassari, dove frequentò i Corsi di taglio e cucito: qui incominciò a vivere con Maria Lepori, con la quale condivideva gli ideali religiosi e che fu la sua prima consorella, e, avviato il lavoro di sartoria, diede inizio all’accoglienza delle giovani. Nel dicembre 1943, sfollata in seguito ai bombardamenti, dapprima ad Aggius e dopo a Viddalba – Li Reni, ricevette l’ispirazione di dar vita ad una comunità religiosa, nello spirito della beatitudine “Beati i puri di cuore …

… perché vedranno Dio”.

La dimensione mariana di Paola aveva maturato alla scuola di Maria, la Madre di Gesù, inizialmente attraverso la recita del santo Rosario, preghiera mariana per eccellenza , ne diventerà l’aspetto spirituale. La domenica 5 ottobre 1947, Festa della Beata Vergine del Rosario, a Sassari diede inizio alla vita comune e il giorno 8 dicembre 1948, Festa dell’Immacolata, cinque sorelle indossarono gli abiti benedetti dall’Arcivescovo di Sassari Mons. Arcangelo Mazzotti, che, in occasione della cerimonia, paternamente sottolineò: “Da quando in qua si è visto mai, in un anno, benedire una Cappella, una Madonna e gli abiti?”.

Gli anni successivi furono ricchi di preghiera, di,lavoro e sviluppo dell’opera per l’apertura di nuove case. Madre Paola giunse, dopo due anni di consapevole sofferenza serenamente offerta per riparare ai peccati che vengono commessi, alla fine del suo pellegrinaggio terreno a soli 58 anni, io 12 agosto 1971 nel paese natio, al suono dell’Angelus, consumata dall’amore di Dio.

Il  “diario spirituale” scritto da suor Maria Paola per obbedienza al suo confessore, abbraccia le vicende degli anni tra il 1927 e il 1956, riguardo al demonio, la fondatrice delle suore chiamate popolarmente “celestine” per il colore del loro abito religioso, così scrive nel 1947:

“Un giorno non sono rimasta in chiesa per finire il rosario (mi sentivo male) ho continuato a casa. Mentre pregavo sento una voce che dice: “Perché preghi, tanto casa non te ne danno”. Voleva la casa, allora io un po’ scoraggiata mi sono sentita venir meno, però ho risposto: “Anche se non me ne danno, ma bisogna che prego lo stesso…” e la voce un po’ più debole: “E per quanto preghi?”.

“Fintanto che ottengo” ho risposto… Se ne è andato tutto tremante. Ho pensato che era il demonio che mi voleva scoraggiare dicendo menzogne, perché la casa ce l’hanno data subito.

Bisogna pregare e confidare nel Signore e non dare ascolto al disgusto che si può sentire, perché il disgusto lo fa sentire il demonio e non vuole di pregare: perché sa che se preghiamo otteniamo le grazie e lui è sconfitto…

Tanti giorni prima di andare in viale Caprera, sento il campanello della porta, vado per aprire e dalle persiane vedo questa figura nera, una testa quadrata con occhi grandi che mi guardava con odio e disprezzo.

Ho aperto subito e non c’era nessuno, perché quel mostro era sparito…Ho pensato che il demonio non poteva soffrire di iniziare l’Opera.

Questa figura lunga, nera la vedevo spesso quando andavamo in chiesa mentre scendevo le scale, vedevo però che si metteva da una parte per lasciarmi passare.”

Nel 1951 scrive sempre sul suo diario: “Un giorno, in viale Caprera, ero sola in Cappella e pregavo perché la Madonna illuminasse delle persone per darci i mezzi a costruirci la casa. Vedo entrare in Cappella una figura come un mostro in forma di pesce grande sollevato da terra, aveva la testa quadrata brutta, gli occhi grossi. Mi ha guardato con rabbia e, come in atto di picchiarmi, mi ha dato uno schiaffo…

L’indomani compare nel viso vicino all’occhio un piccolo foruncolo, questo s’ingrandisce tanto che mi copre l’occhio. Ho sofferto molto…”.»

(Fonte dell’articolo: http://www.miliziadisanmichelearcangelo.org/content/view/2681/90/lang,it/)

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La suora che diede tutto a Dio…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/08/2019

Se vi ha colpito la storia di suor Clare pubblicata quattro giorni fa, vi consiglio di non perdere questo video con le testimonianze di chi ha vissuto con lei e molti filmati edificanti di suor Clare, della sua gioia contagiosa e della sua umiltà edificante.

In questo film parlano coloro che conobbero Sr. Clare. Dopo la sua tragica morte nel terremoto del 2016 in Ecuador, sembrava che il fallimento avesse messo la definitiva parola ‘fine’.

Ma tuttavia molti pensano che la storia non sia finita lì.

Sperando che possiate essere contagiati dalla gioiosa santità di questa suora, vi auguro una buona visione.

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«O tutto o niente!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/08/2019

Vi presento suor Claire, della Comunità delle Serve del Focolare della Madre. Il racconto è un po’ lunghetto ma vale davvero la pena dedicargli qualche minuto per conoscere la storia di una ragazza che ha dato tutto, senza misura, fino all’ultimo giorno.

Sr. Clare nacque il 14 novembre 1982 a Derry (Irlanda del Nord) (…) in una famiglia cattolica, e nella sua infanzia ricevette i sacramenti di iniziazione cristiana, ma smise di frequentare la parrocchia durante l’adolescenza.

Nella Settimana Santa del 2000, all’età di 17 anni, arrivò a un incontro di preghiera con il Focolare della Madre. Sembrava tanto allegra quanto superficiale. Cercava il sole e i ragazzi in Spagna, e si ritrovò con un gruppo di persone che celebrava con grande intensità la Passione, Morte e Risurrezione del Signore.
Ma lei non era pronta per questo. Fin dall’infanzia accarezzava il sogno di diventare una stella del cinema mondiale e stava lavorando duramente per ottenerlo. Sapeva che aveva le qualità per diventarlo: un grande talento artistico, una bellissima voce, un aspetto fisico attraente e una personalità travolgente. A soli 15 anni l’avevano già assunta come presentatrice di programmi televisivi per giovani per il Canale 4 – uno dei più importanti del Regno Unito – e, quando aveva 17 anni, era interessato a lei il canale statunitense “Nickelodeon”.

Trascorse i primi giorni dell’Incontro della Settimana Santa prendendo il sole e fumando. Il Venerdì Santo qualcuno le disse: «Clare, oggi devi entrare in cappella. Oggi è Venerdì Santo». Clare entrò in cappella, ma rimase nell’ultimo banco. Durante la liturgia del Venerdì Santo i fedeli si avvicinano al presbiterio per adorare e baciare la croce. Clare si unì alla fila. E quel semplice gesto segnò un prima e un dopo nella sua vita. Quando si concluse la liturgia, una suora la trovò che piangeva, mentre ripeteva: «Egli è morto per me. Mi ama!… Perché nessuno me l’ha detto prima?». Clare aveva capito quanto il Signore la amava e quanto Egli aveva fatto per lei. E comprese che «l’amore si paga solo con amore», e che l’amore che il Signore le chiedeva implicava il donarGli tutto.

Non fu facile fare il passo. Di ritorno in Irlanda partecipò come attrice secondaria alle riprese del film «Sunday» del regista Charles McDougall. Ed entrò di nuovo nella voragine della superficialità e del peccato che il mondo del cinema le offriva. Ella stessa lo espresse così: «Vivevo male, vivevo in peccato mortale. Bevevo molto, fumavo molto, iniziai a fumare droghe, continuavo a uscire con i miei amici e il mio ragazzo. Ero uguale a prima. Non avevo la forza di tagliare fuori dalla mia vita tutto quello. Però, ovvio, non ne avevo la forza perché non avevo chiesto al Signore che mi aiutasse». Ma il Signore insisteva nel «perseguitarla». Una notte di festa esagerò di nuovo con l’alcool, e quando stava vomitando nel bagno di una discoteca, sentì che Gesù le diceva: «Perché Mi continui a ferire?». La presenza di Dio era così forte che non poteva ignorarla. Poco tempo dopo si trovava nella stanza di un importante hotel di Londra mentre leggeva l’orario per le registrazioni del giorno dopo. Sentì un vuoto così grande che comprese che la sua vita non aveva senso se non la donava a Gesù Cristo. Né le suppliche della sua famiglia né le promesse del suo manager riuscirono a fermarla. L’11 agosto 2001 donò la sua vita a Dio come postulante delle Serve del Focolare della Madre.

Clare doveva cambiare molte cose nella sua vita.L’ambiente difficile della sua città natale, Derry – con le sue lotte sanguinose per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal governo del Regno Unito – avevano ferito profondamente il suo cuore, e fu la prima cosa che dovette sanare. Ma Clare si era arresa di fronte alla verità dell’immenso amore di Gesù Cristo nei suoi confronti e ormai nulla l’avrebbe fermata nella sua corsa. Ella stessa spiegò: «All’inizio ebbi la tentazione di tornare indietro e di dire: “Lo voglio di nuovo”. Ma capii che avevo trovato un amore più grande».

Dopo gli anni come postulante e novizia, professò l’11 febbraio 2006. Durante gli esercizi spirituali di un mese che fece durante il tempo del noviziato, ricevette la grazia di capire in prima persona ciò che il Signore aveva detto un giorno a Santa Caterina da Siena: «Io sono il tutto e tu sei il niente». Fu qualcosa che la trasformò interiormente e la aiutò – man mano che maturava umanamente e spiritualmente – a mettere al servizio del Signore e dell’evangelizzazione tutti i doni di cui era dotata, che non erano pochi. Così divenne uno strumento sempre più docile nelle mani del Signore.

Ancora molto giovane e con molte cose da imparare arrivò alla sua prima destinazione, la nostra casa di Belmonte, in provincia di Cuenca (Spagna). Qui le Serve del Focolare della Madre sono incaricate di un collegio per bambine e ragazze che provengono da famiglie con difficoltà. Sr. Clare iniziò qui a mettere in evidenza il dono così speciale che aveva per arrivare alle anime dei bambini e dei giovani, per mostrare loro la Verità, per insegnare loro ad amare il Signore, per guidarli nel loro personale percorso di guarigione interiore dalle ferite che ognuno si trascina dietro. Il suo zelo per le anime, in particolare dei giovani, era immenso.

Sr. Clare rimase solo alcuni mesi in quella casa perché fu mandata nella comunità che si doveva aprire a Jacksonville, Florida (Stati Uniti) nel mese di giugno 2006. Le suore lavorano lì al servizio pastorale della Parrocchia dell’Assunzione e della scuola parrocchiale. Il parroco dell’Assunzione, P. Fred Parke, spiega: «I bambini percepivano l’entusiasmo che lei aveva per l’Eucaristia. Trasudava di entusiasmo per il Signore. E, una volta che eri stato con lei, sapevi che dovevi acquisire quell’entusiasmo. Era molto accattivante!»

L’8 settembre 2010 Sr. Clare tornò dagli Stati Uniti per emettere i voti perpetui.Poi fu destinata alla comunità che le Serve del Focolare della Madre stavano per aprire a Valenza (Spagna). La sua superiora, Sr. Isabel Cuesta, ricorda: «Sr. Clare aveva appena fatto i suoi voti perpetui. Si era donata completamente al Signore e il suo modo di viverlo era farlo con tutta la sua anima. (…) C’era un’immagine che Sr. Clare usava molto e che la aiutava a mettere ogni giorno la sua vita nelle mani di Dio: era l’immagine dell’ “assegno in bianco”. Ogni giorno offriva al Signore un assegno in bianco, affinché Egli le potesse chiedere tutto quello che voleva».

A Valenza l’attività fondamentale di Sr. Clare fu l’assistenza spirituale ai malati terminali e lungodegenti dell’ospedale di Mislata. Era un apostolato molto difficile e che implicava un continuo dimenticarsi di se stessa per capire il cuore di ogni ammalato, e per guidarlo in quell’ultima e definitiva fase della sua vita.

Nell’anno 2011 Sr. Clare tornò a Belmonte.La sua superiora questa volta fu Sr. Ana M. Lapeña che definisce in modo molto azzeccato la “spiritualità” di Sr. Clare: «Dare tutto con un grande umorismo». Sr. Ana M. ancora adesso ammira l’obbedienza di Sr. Clare, fino al punto da affermare: «Non so ancora che cosa le costava fare e quali cose no. Non lo potei notare! E non solo, quando io le chiedevo qualcosa, la sua risposa era sempre: “Ma certo!!!”, ma lei stava sempre osservando per vedere quali necessità c’erano per offrirsi». «Alla fine di quell’anno pensai: “Voglio imparare a obbedire così”».

Nell’ottobre del 2012 Sr. Clare ricevette una nuova destinazione nella quale sviluppare tutta la sua potenzialità evangelizzatrice: l’Ecuador. Si inserì nella comunità fondata da poco a Guayaquil, dove le Serve del Focolare della Madre erano solo da un anno. Le suore insegnano in varie scuole, alcune in zone molto povere, e svolgono un grande lavoro parrocchiale e di evangelizzazione di bambini e giovani, dando ritiri, facendo campi estivi, incontri, riunioni settimanali… Un intensissimo ritmo di lavoro a cui si univa il caldo spossante di quelle terre e il logoramento per le diverse malattie tropicali che soffrì. Ella stessa diede testimonianza della disposizione con cui arrivò in Ecuador: «Quando arrivai in Ecuador, stavamo ascoltando una registrazione sulla vita di San Giovanni Paolo II, e in uno dei suoi viaggi apostolici gli fu chiesto: “Sua Santità, è stanco?”. E lui rispose: “A dir la verità, non lo so”. Io ricordo che durante la mia prima settimana qui in Ecuador io volevo usare quella frase non come mio motto, ma come il mio modo di vivere qui. A volte ci si stanca, ovviamente il lavoro stanca, ma anche se sono stanca spero di non fare la vittima e di continuare a donarmi».

Due anni dopo, nel 2014, fu mandata in un’altra comunità di missione, sempre in Ecuador, a Playa Prieta.Lì le Serve del Focolare della Madre gestiscono l’Unità Educativa «Sacra Famiglia», una scuola in cui bambini e bambine di modeste risorse economiche possono accedere a un’educazione cattolica e di qualità grazie agli aiuti di borse di studio offerte da molti benefattori. Dopo l’intensa giornata di lezioni e di attività scolastiche, le suore trovano tempo ancora per il lavoro parrocchiale e per l’assistenza alle numerose famiglie povere. Per questo, sotto il sole o sotto le piogge torrenziali, le suore visitano le umili casette di quella zona rurale. Individuano le necessità fondamentali e donano Gesù Cristo e la speranza nella vita eterna, oltre a distribuire i “pacchi” di alimenti, le medicine o a risolvere molti problemi materiali.

Varie volte durante l’anno le comunità di Servi e Serve del Focolare della Madre, assieme a gruppi di giovani, entravano nella Foresta pre-Amazzonica, nel Puyo, nella parte orientale dell’Ecuador, per evangelizzare i suoi abitanti. Anche Sr. Clare camminò per delle ore su quei sentieri impraticabili, con il fango fino alle ginocchia e attraversando a piedi gli affluenti del Rio delle Amazzoni, talvolta con l’acqua al petto, fino ad arrivare agli umili villaggi degli indigeni shuar, quelli che un tempo erano i molto temuti «jíbaros». Gli shuar vivono in piccole comunità di non più di trenta persone. Coltivano le terra con metodi ancestrali e vivono in una grande povertà. A volte le suore sono arrivate in villaggi in cui non era mai stato predicato prima il Vangelo o in cui ancora si pratica la poligamia. Ma persino quelli che hanno ricevuto in qualche occasione la visita di qualche sacerdote e sono stati battezzati non sanno quasi nulla della loro fede.

Tutti ricordano Sr. Clare sempre abbracciata alla sua chitarra, la sua grande alleata nell’evangelizzazione.E la ricordano a cantare e cantare, fino a rimanere senza voce, ma pur così cantava, malgrado il caldo, la stanchezza e l’emicrania di cui spesso soffriva. Il suo modo di cantare era un riflesso del suo modo di vivere. Sr. Kelly Maria Pezo ricorda: «Quando cantava non si risparmiava, e quando viveva non si risparmiava»Ma malgrado l’animazione e la gioia che sempre c’era attorno a lei, man mano che gli anni passavano, cresceva in Sr. Clare la necessità del silenzio e di cercare tempi per stare da sola con il Signore.

Per le suore era evidente in che modo stava consumandosi Sr. Clare, a cui tutto le sembrava poco per Cristo.Lo dimostra questo frammento della mail che scrisse al fondatore delle Serve, P. Rafael, l’8 aprile 2015, nella quale diceva: «Anche se il Venerdì Santo è un giorno triste, non so spiegare la gioia e il desiderio entusiasta che ho di soffrire per il Signore. Tutto mi sembra poco: la mancanza di riposo, il digiuno, il caldo, il dover dare retta alla gente… Tutto ciò che può costare mi riempie di gioia, perché mi fa stare vicino al Signore. (…) Sono rimasta a lungo davanti alla croce chiedendo la grazia di mai, mai dimenticare tutto ciò che il Signore e la Madonna hanno sofferto per me».

Il terremoto che mise fine alla vita di Sr. Clare e di altre cinque giovani aspiranti iniziò alle 18.58 di sabato 16 aprile 2016.Le suore avevano avuto una settimana molto dura a causa delle forti inondazioni che giorni addietro Playa Prieta aveva subito. Mancavano appena due settimane all’inizio dell’anno scolastico e si trovavano con la scuola in uno stato disastroso: tutte le aule inondate, le pareti pitturate di recente sciupate dall’acqua, e lo stesso dicasi per le sedie, i tavoli, le porte e una grande quantità di materiale didattico che non avevano fatto in tempo a recuperare. Per questo, non appena il livello dell’acqua iniziò a scendere, si erano messe a pulire e a cercare di sistemare quel disastro. Lavoravano con gioia e generosità. Il lavoro era duro, perché l’acqua nell’andarsene lasciava al suolo varie spanne di fango. Ed erano preoccupate anche delle molte famiglie povere che avevano perso tutti, o quasi tutto, a causa delle inondazioni. Erano in una situazione estrema di fronte alla quale reagirono con una grande donazione. Contemplando i fatti a posteriori, sembra che il Signore le stesse preparando.

Quando iniziò il terremoto da poco erano tornate dalla Messa nella parrocchia del paese. Era già buio. Sr. Clare, con il gruppo di ragazze decedute, era al primo piano. Stavano tenendo una lezione di chitarra e stavano per riunirsi al resto delle suore che erano in casa per pregare il rosario in comunità. Non ci fu tempo. La forte scossa fece crollare l’edificio in cui si trovavano le quattro suore e sette ragazze, e di esse solo cinque furono recuperate in vita. Quel giorno, a pranzo, la conversazione era girata proprio attorno al tema della morte. Sr. Clare aveva detto con molta sicurezza: «Io non ho paura della morte. Perché dovrei avere paura della morte se vado da Colui con cui ho sempre anelato stare tutta la mia vita?».

(Fonte: https://it.hermanaclare.com/it/)

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«Cantare il nome di Gesù, fino all’ultimo respiro.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/08/2019

La storia di suor Rani Maria, la prima donna martire beatificata dell’India.

«Suor Rani Maria, dell’Ordine delle Clarisse Francescane (OCC), nacque in Kerala, dove lavorò come missionaria per la liberazione ed il recupero di persone povere e sfruttate dai proprietari terrieri della diocesi di Indore nello stato del Madhya Pradesh in India e fu beatificata ad Indore il 4 novembre del 2017.

Suor Rani Maria, mentre viaggiava in autobus, fu brutalmente attaccata e pugnalata a morte da Samandar Singh il 25 febbraio del 1995 nel complotto ordito dai proprietari terrieri della zona che disprezzavano il lavoro svolto dalla suora per liberare i poveri dalle loro grinfie.

Samandar Singh fu perdonato dalla sorella, Sr. Selmy Paul – anche lei Clarissa – e da tutta la loro famiglia. Singh presenziò la cerimonia di beatificazione del 14 febbraio.

Ciò che ha toccato molte persone è il modo in cui Sr Rani Maria, che aveva subito 40 ferite gravi e 14 lividi dovuti alle coltellate, ha continuato a cantare il nome di Gesù, nel più grande dolore fino a che non ha emesso il suo ultimo respiro; il modo in cui tutta la famiglia ha perdonato il suo assassino e la conversione che ha vissuto lo stesso assassino.

Ringraziamo e lodiamo il Signore per questo. Suor Rani Maria si dedicò con forte impegno all’assistenza sociale dopo aver vissuto l’esperienza del Battesimo nello Spirito Santo durante un seminario tenutosi per i Leader Carismatici della Regione dell’India del Nord a Indore dal 13 al 20 settembre 1993.

Il Seminario fu organizzato dall’equipe di Servizio Nazionale. Gli insegnamenti riguardarono principalmente il Rinnovamento Carismatico Cattolico, la leadership, i carismi e l’intercessione. Per noi tutti, il Seminario ed il Battesimo nello Spirito Santo furono una esperienza potente.

Suor Rani Maria fu beatificata come Beata Martire il 4 novembre del 2017 a Indore. Durante la Santa Messa S.E. Angelo Cardinale Amatho S.D.B, prefetto della Congregazione per i Santi beatificò suor Rani Maria pubblicando il decreto ufficiale di beatificazione firmato da Sua Santità Papa Francesco. Sr. Rani Maria è la prima donna Beata Martire dell’India.»

(Fonte: CHARIS Magazine N° 1 – Luglio 2019)

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«Se tu arrivi a questo, hai vinto!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 24/06/2019

Due anni fa vi presentavo la testimonianza eroica di David morto a soli sedici anni, con una serenità sovrumana.

Da dove aveva origine questa serenità e questa gioia? Don Pierangelo Pedretti ce lo spiega nell’omelia della messa in occasione del secondo anniversario della morte di David.

«…Noi siamo schiavi della paura di morire, invece se siamo disposti a perdere la vita non abbiamo più paura di nulla, neanche di morire.

Tutti sanno scappare. Tutti sanno amare in una relazione semplice. Tutti sanno vivere una vita senza esami, tensioni, pericoli. Ma qual è la perfezione che Cristo vuole regalarci? Quella degli adoratori in spirito e verità, quella di coloro che sono liberi dalla paura.

Una volta David mi ha detto: se guarisco, divento prete. Ma io gli ho risposto: Non funziona così, non è che tu gli offri di accettare la cosa che ti fa più schifo, e in cambio lui ti fa la grazia. Con Dio non funziona così, non devi farci dei patti, delle contrattazioni.

Funziona che il centro di tutto è dire sì alla volontà di Dio, che sia farti prete o fare tanti bambini o diventare suora, non decidi tu. Entra in una relazione con Cristo in cui davvero gli chiedi, seriamente, “cosa vuoi che io faccia?”, e per te va bene tutto. Digli che non hai paura di niente.

Non è la perfezione umana di chi non sbaglia più. Se accogli questa ricchezza che Dio ti dà, non sei più schiavo della paura, neanche di una malattia.

Oggi ricordiamo David, un ragazzo a cui Dio ha fatto fare un percorso accelerato in questo senso. Lo scatto profondo è stato quando ha messo in conto che nella volontà di Dio ci fosse il fatto che lui morisse a sedici anni. Se tu arrivi a questo, hai vinto.

David aveva paura di morire, diceva “io non ce la faccio”, ma ha chiesto allo Spirito Santo di aiutarlo, di accettare la volontà di Dio in quel momento, e come dirà lui in un’intervista, da quel momento ha vissuto l’anno più bello della sua vita. Ha detto: okay, accetto di morire, e offro questo per la conversione dei giovani.

Quando hai paura non vai fino in fondo in una relazione, e Gesù Cristo ha assunto questa povertà, quella in cui si ha paura. L’uomo della carne è sempre in una relazione limitata, vivi sempre in un futuro che non verrà o in un passato che rimpiangi, ma non sei mai in un adesso con Gesù.

Si è fatto uomo Gesù per mostrare a tutti che dietro a quell’amore che fa male c’è la vita. Ognuno di noi è chiamato a cercare l’Amore vero della vita. Quando in una relazione non dici più la verità, è perché hai paura. Quando non vivi più l’obbedienza, hai paura di morire.

La vita di David è stato questo: una vita che doveva essere disperata e invece riusciva a dare parole di speranza.

Perché? Ha visto Cristo.

È ciò che accade ad un’anima quando entra lo Spirito Santo, è questa la perfezione che Cristo vuole regalarci.

Non è uno sforzo. Tutto viene da Dio…»

(Don Pierangelo Pedretti,dalla sua omelia al secondo anniversario dalla morte di David, un ragazzo che frequentava la Fraternità Francescana di Betania a Roma.)

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«Lei aveva sempre del tempo per incontrare qualcuno.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/03/2019

Una testimonianza preziosa, e un bell’insegnamento per noi uomini e donne di oggi che non abbiamo mai tempo per nessuno…

«La mia prima impressione è stata la sua premura.
Quando mia madre è andata via lei stessa ha cominciato a sistemare il mio posto
Lei aveva sempre del tempo per incontrare qualcuno.
Nel 1997, poco tempo prima che morisse, ci ricordava la santità della vita, necessaria per compiere l’opera di Dio.
Dobbiamo prenderci cura dei più poveri perché sono Gesù.
Il Vangelo delle cinque dita: prendeva una mano e diceva: lo-hai-fatto-a-me, poi prendeva l’altra mano e diceva: io sarò, io vorrò essere santo con la benedizione di Dio, e poi diceva: unisci le due mani e avrai da una parte santità e dall’altra servizio ai poveri.»

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