FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Archive for the ‘Spirito e cuore’ Category

«Il giorno dopo mio marito cominciò a piangere»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/06/2021

Gironzolando per la rete mi sono imbattuto nel sito dei Piccoli Figli della Luce, un’associazione privata di fedeli approvata dal Vescovo locale (Parma).

Scorrendo il sito mi ha colpito la testimonianza di una donna il cui marito violento, grazie alla preghiera si converte e cambia radicalmente. Una bella storia che mostra come Dio può sciogliere i cuori più duri, sovvertendo il finale di una storia che si verifica fin troppo spesso.

«Negli ultimi anni, i contrasti in famiglia sono stati sempre maggiori e soprattutto mio marito ci ha fatto molto soffrire con i suoi atteggiamenti imperiosi e violenze verbali.

Padre padrone, marito padrone. All’inizio del mese di marzo, in un ennesimo litigio, mio marito, prima caccia fuori di casa un figlio, mi appella con mille brutti nomi, e dorme in un altro letto.

Ho implorato Gesù e la Madonna e ho pregato, in unione ai Piccoli figli della Luce, a cui avevo chiesto preghiera, le novene della Moltiplicazione. Il giorno dopo mio marito cominciò a piangere, io gli dissi parole buone e intercedetti per i figli.

Lo abbracciai, consolandolo come si fa con un bambino e fui costretta a chiamare mio figlio per dirgli del padre. Si parlarono al telefono piangendo e, dopo avergli chiesto perdono, mio marito si calmò. Il giorno dopo mio figlio arrivò a casa, si abbracciarono e si chiarirono.

Ma il fatto non è finito qui, perché dopo due giorni, gli chiesi di andare da un sacerdote. Lui accettò e quel sacerdote, appena lo vide, lo abbracciò e lo porto con sé nel confessionale.

Rimasero pochi minuti perché il sacerdote vedendo le sue lacrime, non lo fece parlare, gli diede l’assoluzione, lo abbracciò, e dopo divenne il suo padre spirituale. Dopo di che, mio marito recitò in Rosario con me in Chiesa e sentì la Santa Messa.

Erano sessant’anni che non si confessava e più di quaranta che non prendeva una Comunione. Ho ringraziato Gesù dal profondo del cuore per questa grazia grandissima e i piccoli figli della luce che in questo periodo hanno pregato per me.»

(Fonte: http://www.piccolifiglidellaluce.it)

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«Ecco perché t’ho chiamato, pe’ ditte che me sei mancato!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/04/2021

Non è che una poesia in vernacolo romanesco ma vale la pena ascoltarla fino in fondo perché rende l’idea della nostalgia di Dio per ciascuno di noi.

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«Sì, Mary. Da adesso parleremo veramente.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/10/2020

Avremo il coraggio di farci cambiare da Dio quando preghiamo come Mary?

Guardate questo video fino in fondo e non abbiate paura a lasciarvi mettere in discussione dal suo messaggio.

Mi piacerebbe che continuasse così.

Mary: «Mio Dio ma come posso fare per essere così coerente con la preghiera che faccio?»

Dio: «Ti ho messo tanto saggi sacerdoti nel tuo cammino, hai chiesto a uno di loro di essere il tuo direttore spirituale? Non sai quanto mi piace quando camminate insieme cercando di fare la mia volontà, di amarmi davvero sopra ogni cosa.»

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«I guru di questo mondo danno consigli ma stanno lì, a distanza. Cristo scende nel nostro dolore, e se lo prende TUTTO.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/03/2020

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«Non sarò brevissimo, e forse è giusto così, che legga fino in fondo chi è interessato a questi miei modesti tentativi di leggere la realtà.
Eravamo in 20 milioni circa a pregare con il Papa avantieri.
C’è (purtroppo) chi liquida un tale seguito affermando (con una banalità disarmante) che TUTTO si possa ricondurre al desiderio di appigliarsi a qualunque cosa pur di esorcizzare l’angoscia, con una saccenza tanto piccola rispetto ad una storia di due millenni.
Senza dubbio ciò è vero per una parte di persone, ma se la paura è un amo, è altrove che Dio conduce il suo popolo, attraverso i suoi «pescatori di uomini». Dio pesca in uno stagno per liberare i pesci in mare.
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Lì in piazza non si cucinava, non si cantava a squarciagola, non si recitavano poesie su quanto sarà bello riabbracciarsi, non si diceva «andrà tutto bene» (e nemmeno quasi lo si legge più sui social peraltro).
Un uomo sofferente, tremulo, vacillante. Una pioggia battente, un Crocifisso, una Madonna, sirene in sottofondo.
Non ci s’illudeva con slogan e soluzioni facili, non si cercavano reazioni emotive effimere.
C’era una Presenza, declinata soprattutto nella CONDIVISIONE del nostro dolore.
Il Papa, quasi “in persona Christi”, come durante la Messa, sembrava carico dei pesi del mondo. Chi poté assistere alla Messa di San Pio ci comunica lo stesso sentimento (il Padre piangeva ad ogni celebrazione). C’era un Crocifisso bagnato e consumato dalla pioggia.
IMG-5732C’era il mistero dell’Incarnazione, che distingue i sapienti di questo mondo da Cristo. I guru di questo mondo danno consigli (a volte anche ottimi) ma stanno lì, a distanza.
Cristo scende nel nostro dolore, e se lo prende TUTTO. Questo il cuore di 20 milioni di persone lo ha percepito.
L’andamento sofferente del Papa e il Crocifisso da cui l’acqua grondava suonavano insieme una potente sinfonia, a cui era impossibile restare indifferenti.
C’è chi si dimenticherà di tutto questo, perché se non ci sono miracoli, allora tanti dimenticano, e talora pure quando i miracoli ci sono, non se ne accorgono; perché per loro era davvero un appiglio emotivo, ma non si chiedono perché a fronte di un’atmosfera cupa, non hanno cambiato canale. Dopo essere stati pescati, ritornano nello stagno.
Ma, di nuovo, il motivo per cui eravamo tutti in quella piazza, è proprio l’incarnazione, una Presenza nel nostro dolore, comunque vada! Una Presenza che ci faceva sentire INSIEME, e annullava le distanze molto più di un fitto assembramento in un locale. Sotto quel Crocifisso, eravamo uniti come non mai, perché eravamo liberi di essere noi stessi, fragili e bisognosi di salvezza.
Da lì, dalle nostre sofferenze, nasce la Risurrezione. Quel Crocifisso si è fatto vivo, con potenza, nel Pane Eucaristico, in cui l’arte si fa realtà.

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Se solo conserviamo nel cuore la gioia, la bellezza dell’unità che abbiamo vissuto, cum Petro et sub Petro, anche solo un po’, ne sono convinto, non avremmo bisogno della militarizzazione o di altre soluzioni drastiche perché possiamo essere responsabili gli uni degli altri, soprattutto in un momento duro come questo.
Non trascuriamo, ve ne prego, questo appello.
Insieme.»
(Dall’account Facebook dell’amico Pierluigi Cordova, col suo gentile permesso)

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«Eppure il Signore risorgerà – anche senza il nostro contributo – e vincerà la morte, nonostante noi si resti a casa.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/03/2020

«Non saremo convocati per lo straordinario più entusiasmante dell’anno pastorale, quello che prevede il superlativo assoluto del lavoro comunitario: stesura dei testi, composizione dei libretti, prove dei canti… allestimento dell’altare della Reposizione (perché quello della nostra comunità deve essere sempre il più bello del mondo…).

Nessuna Marta si lamenterá del da farsi: questa sarà la Pasqua in cui Maria, senza dover  ascoltare i cari rimbrotti della laboriosa sorella, resterà seduta, in silenzio, ai piedi di Gesù, per ascoltarlo… Ma cosa sarà dei giorni in cui il Signore non sarà con noi? Ai piedi di chi potremo sederci? “…Et inclinato capite emisit spiritum…”.

Lo ascolteremo per la prima volta la Domenica delle Palme e proveremo la solita stretta al cuore, quella di sempre, quella che nessuna santa proiezione alla Pasqua di Resurrezione sa limitare quanto all’effetto. Ma non avremo intorno la comunità, né la responsabilità logistica e (comunitariamente) spirituale della Settimana Santa… saremo noi, soli, e l’ “emisit spiritum”.

Non festeggeremo in parrocchia celebrando insieme “In coena Domini” e non porteremo Gesù  vivo e vero alla Reposizione. Non veglieremo con Lui, lì esposto per essere adorato, e non accorderemo le nostre chitarre perché la gioia di quel momento resti nel cuore tutto l’anno……non ci stringeremo ai fratelli di comunità celebrando “In Passione”.

E comincerà il tempo più difficile. Forse vedremo la penombra del Getsemani, proveremo la solitudine, avremo timore dei ferri delle armi e ci sentiremo soli, come non mai, proprio in quel momento. E quando il Re si sarà addormentato e farà freddo in ogni cuore del mondo, non avremo i riferimenti di sempre, le coordinate stabili e sicure dei cattolici praticanti nel Triduo Pasquale…

Non prepareremo il rito del Lucernario, né sceglieremo, per il solito zelo, la forma lunga della Liturgia della Parola. Non intoneremo, festosi, il Gloria al suono delle “nostre” campane e, soprattutto, neanche la Notte di Pasqua, quella “In Resurrectione Domini”, riceveremo, fisicamente, nelle Specie, l’Eucarestia… Eppure il Signore risorgerà – anche senza il nostro contributo – e vincerà la morte, nonostante noi si resti a casa.

La luce spezzerà ancora le tenebre… Prepariamoci allo stupore dei figli di Dio, perché il sepolcro vuoto che scopriremo sarà nel nostro cuore! Non temiamo una Pasqua minore… la Pasqua non può esserlo di per sé! Avremo la grazia dell’assoluta intimità  spirituale, come non l’avremo mai vissuta prima, obbedendo alle disposizioni che non discuteremo, non vivremo come privazione, ma come opportunità. 

Ciò che rimane del tempo di questa  Quaresima, vissuta con strana intensità, segnata da una prova alla quale nessuno poteva essere preparato, sia occasione di silenzio e riflessione, per imparare davvero a fidarsi di Dio. Consegneremo nelle Sue mani ogni dubbio, ogni timore, ogni fragilità, perché ogni cosa si faccia nuova, anche in ciò che non comprendiamo. Ora, più che mai, accettiamo l’invito a farci amare infinitamente: non ci viene chiesto di capire, ma di credere.»

(Meditazione sul triduo pasquale dell’amica Loredana Corrao, pubblicata col gentile permesso dell’autrice)

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«Guarda cosa succede se prendi Gesù e lo metti al centro della tua vita.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/12/2019

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La suora che diede tutto a Dio…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/08/2019

Se vi ha colpito la storia di suor Clare pubblicata quattro giorni fa, vi consiglio di non perdere questo video con le testimonianze di chi ha vissuto con lei e molti filmati edificanti di suor Clare, della sua gioia contagiosa e della sua umiltà edificante.

In questo film parlano coloro che conobbero Sr. Clare. Dopo la sua tragica morte nel terremoto del 2016 in Ecuador, sembrava che il fallimento avesse messo la definitiva parola ‘fine’.

Ma tuttavia molti pensano che la storia non sia finita lì.

Sperando che possiate essere contagiati dalla gioiosa santità di questa suora, vi auguro una buona visione.

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«O tutto o niente!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/08/2019

Vi presento suor Claire, della Comunità delle Serve del Focolare della Madre. Il racconto è un po’ lunghetto ma vale davvero la pena dedicargli qualche minuto per conoscere la storia di una ragazza che ha dato tutto, senza misura, fino all’ultimo giorno.

Sr. Clare nacque il 14 novembre 1982 a Derry (Irlanda del Nord) (…) in una famiglia cattolica, e nella sua infanzia ricevette i sacramenti di iniziazione cristiana, ma smise di frequentare la parrocchia durante l’adolescenza.

Nella Settimana Santa del 2000, all’età di 17 anni, arrivò a un incontro di preghiera con il Focolare della Madre. Sembrava tanto allegra quanto superficiale. Cercava il sole e i ragazzi in Spagna, e si ritrovò con un gruppo di persone che celebrava con grande intensità la Passione, Morte e Risurrezione del Signore.
Ma lei non era pronta per questo. Fin dall’infanzia accarezzava il sogno di diventare una stella del cinema mondiale e stava lavorando duramente per ottenerlo. Sapeva che aveva le qualità per diventarlo: un grande talento artistico, una bellissima voce, un aspetto fisico attraente e una personalità travolgente. A soli 15 anni l’avevano già assunta come presentatrice di programmi televisivi per giovani per il Canale 4 – uno dei più importanti del Regno Unito – e, quando aveva 17 anni, era interessato a lei il canale statunitense “Nickelodeon”.

Trascorse i primi giorni dell’Incontro della Settimana Santa prendendo il sole e fumando. Il Venerdì Santo qualcuno le disse: «Clare, oggi devi entrare in cappella. Oggi è Venerdì Santo». Clare entrò in cappella, ma rimase nell’ultimo banco. Durante la liturgia del Venerdì Santo i fedeli si avvicinano al presbiterio per adorare e baciare la croce. Clare si unì alla fila. E quel semplice gesto segnò un prima e un dopo nella sua vita. Quando si concluse la liturgia, una suora la trovò che piangeva, mentre ripeteva: «Egli è morto per me. Mi ama!… Perché nessuno me l’ha detto prima?». Clare aveva capito quanto il Signore la amava e quanto Egli aveva fatto per lei. E comprese che «l’amore si paga solo con amore», e che l’amore che il Signore le chiedeva implicava il donarGli tutto.

Non fu facile fare il passo. Di ritorno in Irlanda partecipò come attrice secondaria alle riprese del film «Sunday» del regista Charles McDougall. Ed entrò di nuovo nella voragine della superficialità e del peccato che il mondo del cinema le offriva. Ella stessa lo espresse così: «Vivevo male, vivevo in peccato mortale. Bevevo molto, fumavo molto, iniziai a fumare droghe, continuavo a uscire con i miei amici e il mio ragazzo. Ero uguale a prima. Non avevo la forza di tagliare fuori dalla mia vita tutto quello. Però, ovvio, non ne avevo la forza perché non avevo chiesto al Signore che mi aiutasse». Ma il Signore insisteva nel «perseguitarla». Una notte di festa esagerò di nuovo con l’alcool, e quando stava vomitando nel bagno di una discoteca, sentì che Gesù le diceva: «Perché Mi continui a ferire?». La presenza di Dio era così forte che non poteva ignorarla. Poco tempo dopo si trovava nella stanza di un importante hotel di Londra mentre leggeva l’orario per le registrazioni del giorno dopo. Sentì un vuoto così grande che comprese che la sua vita non aveva senso se non la donava a Gesù Cristo. Né le suppliche della sua famiglia né le promesse del suo manager riuscirono a fermarla. L’11 agosto 2001 donò la sua vita a Dio come postulante delle Serve del Focolare della Madre.

Clare doveva cambiare molte cose nella sua vita.L’ambiente difficile della sua città natale, Derry – con le sue lotte sanguinose per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal governo del Regno Unito – avevano ferito profondamente il suo cuore, e fu la prima cosa che dovette sanare. Ma Clare si era arresa di fronte alla verità dell’immenso amore di Gesù Cristo nei suoi confronti e ormai nulla l’avrebbe fermata nella sua corsa. Ella stessa spiegò: «All’inizio ebbi la tentazione di tornare indietro e di dire: “Lo voglio di nuovo”. Ma capii che avevo trovato un amore più grande».

Dopo gli anni come postulante e novizia, professò l’11 febbraio 2006. Durante gli esercizi spirituali di un mese che fece durante il tempo del noviziato, ricevette la grazia di capire in prima persona ciò che il Signore aveva detto un giorno a Santa Caterina da Siena: «Io sono il tutto e tu sei il niente». Fu qualcosa che la trasformò interiormente e la aiutò – man mano che maturava umanamente e spiritualmente – a mettere al servizio del Signore e dell’evangelizzazione tutti i doni di cui era dotata, che non erano pochi. Così divenne uno strumento sempre più docile nelle mani del Signore.

Ancora molto giovane e con molte cose da imparare arrivò alla sua prima destinazione, la nostra casa di Belmonte, in provincia di Cuenca (Spagna). Qui le Serve del Focolare della Madre sono incaricate di un collegio per bambine e ragazze che provengono da famiglie con difficoltà. Sr. Clare iniziò qui a mettere in evidenza il dono così speciale che aveva per arrivare alle anime dei bambini e dei giovani, per mostrare loro la Verità, per insegnare loro ad amare il Signore, per guidarli nel loro personale percorso di guarigione interiore dalle ferite che ognuno si trascina dietro. Il suo zelo per le anime, in particolare dei giovani, era immenso.

Sr. Clare rimase solo alcuni mesi in quella casa perché fu mandata nella comunità che si doveva aprire a Jacksonville, Florida (Stati Uniti) nel mese di giugno 2006. Le suore lavorano lì al servizio pastorale della Parrocchia dell’Assunzione e della scuola parrocchiale. Il parroco dell’Assunzione, P. Fred Parke, spiega: «I bambini percepivano l’entusiasmo che lei aveva per l’Eucaristia. Trasudava di entusiasmo per il Signore. E, una volta che eri stato con lei, sapevi che dovevi acquisire quell’entusiasmo. Era molto accattivante!»

L’8 settembre 2010 Sr. Clare tornò dagli Stati Uniti per emettere i voti perpetui.Poi fu destinata alla comunità che le Serve del Focolare della Madre stavano per aprire a Valenza (Spagna). La sua superiora, Sr. Isabel Cuesta, ricorda: «Sr. Clare aveva appena fatto i suoi voti perpetui. Si era donata completamente al Signore e il suo modo di viverlo era farlo con tutta la sua anima. (…) C’era un’immagine che Sr. Clare usava molto e che la aiutava a mettere ogni giorno la sua vita nelle mani di Dio: era l’immagine dell’ “assegno in bianco”. Ogni giorno offriva al Signore un assegno in bianco, affinché Egli le potesse chiedere tutto quello che voleva».

A Valenza l’attività fondamentale di Sr. Clare fu l’assistenza spirituale ai malati terminali e lungodegenti dell’ospedale di Mislata. Era un apostolato molto difficile e che implicava un continuo dimenticarsi di se stessa per capire il cuore di ogni ammalato, e per guidarlo in quell’ultima e definitiva fase della sua vita.

Nell’anno 2011 Sr. Clare tornò a Belmonte.La sua superiora questa volta fu Sr. Ana M. Lapeña che definisce in modo molto azzeccato la “spiritualità” di Sr. Clare: «Dare tutto con un grande umorismo». Sr. Ana M. ancora adesso ammira l’obbedienza di Sr. Clare, fino al punto da affermare: «Non so ancora che cosa le costava fare e quali cose no. Non lo potei notare! E non solo, quando io le chiedevo qualcosa, la sua risposa era sempre: “Ma certo!!!”, ma lei stava sempre osservando per vedere quali necessità c’erano per offrirsi». «Alla fine di quell’anno pensai: “Voglio imparare a obbedire così”».

Nell’ottobre del 2012 Sr. Clare ricevette una nuova destinazione nella quale sviluppare tutta la sua potenzialità evangelizzatrice: l’Ecuador. Si inserì nella comunità fondata da poco a Guayaquil, dove le Serve del Focolare della Madre erano solo da un anno. Le suore insegnano in varie scuole, alcune in zone molto povere, e svolgono un grande lavoro parrocchiale e di evangelizzazione di bambini e giovani, dando ritiri, facendo campi estivi, incontri, riunioni settimanali… Un intensissimo ritmo di lavoro a cui si univa il caldo spossante di quelle terre e il logoramento per le diverse malattie tropicali che soffrì. Ella stessa diede testimonianza della disposizione con cui arrivò in Ecuador: «Quando arrivai in Ecuador, stavamo ascoltando una registrazione sulla vita di San Giovanni Paolo II, e in uno dei suoi viaggi apostolici gli fu chiesto: “Sua Santità, è stanco?”. E lui rispose: “A dir la verità, non lo so”. Io ricordo che durante la mia prima settimana qui in Ecuador io volevo usare quella frase non come mio motto, ma come il mio modo di vivere qui. A volte ci si stanca, ovviamente il lavoro stanca, ma anche se sono stanca spero di non fare la vittima e di continuare a donarmi».

Due anni dopo, nel 2014, fu mandata in un’altra comunità di missione, sempre in Ecuador, a Playa Prieta.Lì le Serve del Focolare della Madre gestiscono l’Unità Educativa «Sacra Famiglia», una scuola in cui bambini e bambine di modeste risorse economiche possono accedere a un’educazione cattolica e di qualità grazie agli aiuti di borse di studio offerte da molti benefattori. Dopo l’intensa giornata di lezioni e di attività scolastiche, le suore trovano tempo ancora per il lavoro parrocchiale e per l’assistenza alle numerose famiglie povere. Per questo, sotto il sole o sotto le piogge torrenziali, le suore visitano le umili casette di quella zona rurale. Individuano le necessità fondamentali e donano Gesù Cristo e la speranza nella vita eterna, oltre a distribuire i “pacchi” di alimenti, le medicine o a risolvere molti problemi materiali.

Varie volte durante l’anno le comunità di Servi e Serve del Focolare della Madre, assieme a gruppi di giovani, entravano nella Foresta pre-Amazzonica, nel Puyo, nella parte orientale dell’Ecuador, per evangelizzare i suoi abitanti. Anche Sr. Clare camminò per delle ore su quei sentieri impraticabili, con il fango fino alle ginocchia e attraversando a piedi gli affluenti del Rio delle Amazzoni, talvolta con l’acqua al petto, fino ad arrivare agli umili villaggi degli indigeni shuar, quelli che un tempo erano i molto temuti «jíbaros». Gli shuar vivono in piccole comunità di non più di trenta persone. Coltivano le terra con metodi ancestrali e vivono in una grande povertà. A volte le suore sono arrivate in villaggi in cui non era mai stato predicato prima il Vangelo o in cui ancora si pratica la poligamia. Ma persino quelli che hanno ricevuto in qualche occasione la visita di qualche sacerdote e sono stati battezzati non sanno quasi nulla della loro fede.

Tutti ricordano Sr. Clare sempre abbracciata alla sua chitarra, la sua grande alleata nell’evangelizzazione.E la ricordano a cantare e cantare, fino a rimanere senza voce, ma pur così cantava, malgrado il caldo, la stanchezza e l’emicrania di cui spesso soffriva. Il suo modo di cantare era un riflesso del suo modo di vivere. Sr. Kelly Maria Pezo ricorda: «Quando cantava non si risparmiava, e quando viveva non si risparmiava»Ma malgrado l’animazione e la gioia che sempre c’era attorno a lei, man mano che gli anni passavano, cresceva in Sr. Clare la necessità del silenzio e di cercare tempi per stare da sola con il Signore.

Per le suore era evidente in che modo stava consumandosi Sr. Clare, a cui tutto le sembrava poco per Cristo.Lo dimostra questo frammento della mail che scrisse al fondatore delle Serve, P. Rafael, l’8 aprile 2015, nella quale diceva: «Anche se il Venerdì Santo è un giorno triste, non so spiegare la gioia e il desiderio entusiasta che ho di soffrire per il Signore. Tutto mi sembra poco: la mancanza di riposo, il digiuno, il caldo, il dover dare retta alla gente… Tutto ciò che può costare mi riempie di gioia, perché mi fa stare vicino al Signore. (…) Sono rimasta a lungo davanti alla croce chiedendo la grazia di mai, mai dimenticare tutto ciò che il Signore e la Madonna hanno sofferto per me».

Il terremoto che mise fine alla vita di Sr. Clare e di altre cinque giovani aspiranti iniziò alle 18.58 di sabato 16 aprile 2016.Le suore avevano avuto una settimana molto dura a causa delle forti inondazioni che giorni addietro Playa Prieta aveva subito. Mancavano appena due settimane all’inizio dell’anno scolastico e si trovavano con la scuola in uno stato disastroso: tutte le aule inondate, le pareti pitturate di recente sciupate dall’acqua, e lo stesso dicasi per le sedie, i tavoli, le porte e una grande quantità di materiale didattico che non avevano fatto in tempo a recuperare. Per questo, non appena il livello dell’acqua iniziò a scendere, si erano messe a pulire e a cercare di sistemare quel disastro. Lavoravano con gioia e generosità. Il lavoro era duro, perché l’acqua nell’andarsene lasciava al suolo varie spanne di fango. Ed erano preoccupate anche delle molte famiglie povere che avevano perso tutti, o quasi tutto, a causa delle inondazioni. Erano in una situazione estrema di fronte alla quale reagirono con una grande donazione. Contemplando i fatti a posteriori, sembra che il Signore le stesse preparando.

Quando iniziò il terremoto da poco erano tornate dalla Messa nella parrocchia del paese. Era già buio. Sr. Clare, con il gruppo di ragazze decedute, era al primo piano. Stavano tenendo una lezione di chitarra e stavano per riunirsi al resto delle suore che erano in casa per pregare il rosario in comunità. Non ci fu tempo. La forte scossa fece crollare l’edificio in cui si trovavano le quattro suore e sette ragazze, e di esse solo cinque furono recuperate in vita. Quel giorno, a pranzo, la conversazione era girata proprio attorno al tema della morte. Sr. Clare aveva detto con molta sicurezza: «Io non ho paura della morte. Perché dovrei avere paura della morte se vado da Colui con cui ho sempre anelato stare tutta la mia vita?».

(Fonte: https://it.hermanaclare.com/it/)

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«Penso ad un bambino con i piedi sporchi…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/04/2019

E’ giovedì Santo. Quest’anno il lavoro e gli impegni familiari (e anche una volontà un tantino svogliata) non mi hanno permesso di vivere la Quaresima come avrei voluto, ma le condivisioni dei fratelli che stanno più avanti, come quella che segue, sono sempre boccate d’ossigeno per le anime in pena come quella del sottoscritto.

«Penso ad un bambino con i piedi sporchi, mentre suo padre, amorevolmente, glieli lava prima d’entrare in casa. Quei piedi se li è sporcati perché non ha obbedito ai suoi genitori, andando a giocare nel fango. Sa di aver sbagliato, ma tra le braccia di suo padre si sente al sicuro, tranquillo. Suo padre spera che lui diventi più obbediente, e il bambino, sinceramente, glielo promette.

Mi è soggiunta in mente stamattina questa immagine, dato che la “lavanda dei piedi” è un simbolo della Confessione.

Oggi, nei confronti delle colpe, tendiamo ad oscillare tra la negazione (“non ho nulla da confessare…”) e i sensi di colpa devastanti.

Il dolore dei peccati che viene da Dio è tranquillo, come quello di quel bambino. Non è avvilimento. Non distrugge. Non hai bisogno di negare, e non ti senti sporco perché non guardi ai tuoi sbagli, ma allo sguardo di Cristo che li lava. Con una differenza però.

Per lavare via i nostri peccati non basta il sapone: serve il Sangue di Gesù. Perciò non facciamo come Giuda, che si lascia lavare i piedi senza intenzione di cambiare. La Casa in cui un giorno entreremo è il Paradiso. Nel frattempo perdoniamoci l’un l’altro, e aiutiamoci.»

(Dall’account Facebook dell’amico Pierluigi Cordova)

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«Un “ponte” che collega gli esseri umani»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/03/2019

Una storia dolorosa, di una malattia che non lascia speranze quella di cui parla oggi L’Avvenire, una di quelle storie come tante che mette l’angoscia e che abbatterebbe chiunque, se non fosse per una fede forte e sincera e per un circolo virtuoso di solidarietà e amore in cui, anche una ragazza che non si definisce credente, scorge la mano misteriosa di un “Dio-ponte” che collega gli esseri umani.

Luisa è una giovane professoressa universitaria che scopre di avere un carcinoma infiltrante al seno per cui i medici non danno più molte speranza.

Da qui cito l’articolo originale dell’Avvenire:

«Luisa si reca a fare lezione, come sempre. Sa che si tratta di un congedo dai suoi studenti, ma è decisa a non far trapelare nulla. Poi, fra una formula di statistica e l’altra, è il cuore a prendere il sopravvento sulla ragione: decide di rendere partecipi questi giovani, poco più che ventenni, della prova che sta attraversando. Descrive con sincerità la sua malattia, presentandola, però, come uno strumento utile a compiere scelte importanti e a seguire la propria vocazione.

La risposta degli studenti è sorprendente: la inondano di email, messaggi, bigliettini timidi e un po’ vecchio stile, che le danno la forza di non arrendersi e cominciare a cercare una soluzione al suo problema. È così che scopre una cura sperimentale negli Usa, che potrebbe fare al caso suo: ha già avuto successo su un’altra paziente. Il costo, però, è proibitivo: 500mila euro, una cifra che spaventa solo a leggerla. Non è così per i suoi studenti ed amici, che si rimboccano le maniche e in pochi mesi raccolgono quasi 200mila euro. La strada è ancora lunga, ma le iniziative per raccogliere fondi si moltiplicano e si diffondono, e l’obiettivo è, ogni giorno, un po’ più vicino.

La voglia di vivere e di lottare a Luisa non manca: continua a lavorare e i suoi studenti le stanno vicino anche adesso che non può recarsi in aula, perché si sta sottoponendo a cure molto pesanti, qua in Italia, in attesa del “sogno americano”.

«Tra i tanti messaggi ricevuti dagli studenti in questi giorni vorrei condividere un frammento della lettera di un’alunna – racconta Luisa – che mi scrive così: “Vede, nonostante l’educazione cattolica ricevuta, non sono del tutto sicura di definirmi cattolica, o di riconoscermi ancora in una religione specifica. Sto crescendo e sto riflettendo da un po’ su questo tema. Tuttavia, la sua storia mi sta sussurrando all’orecchio che forse Dio, al di là di precetti ed istituzioni, è qualcosa di molto simile a questo “ponte” che collega gli esseri umani. Questo amore inspiegabile, indescrivibile, spontaneo, puro, che ci sta facendo sentire così vicini, che ci sta facendo commuovere, che ci sta dando il coraggio di lottare per lei, e che sta dando a lei la forza per non arrendersi mai. Lei forse non comprende quanto ci sta insegnando…”».

E proprio la profonda fede di Luisa la sta sostenendo in questa dura prova cui la vita l’ha sottoposta: «Io non penso di avere delle qualità speciali, credo solo di essere lo strumento attraverso cui Lui sta mostrando qualcosa. Io credo in Dio e so che Dio non ci abbandona nemmeno in momenti difficili come questi. Siamo noi che spesso abbandoniamo Lui. Siamo noi che ci chiudiamo e non riusciamo più a sentire la scintilla di amore che ci unisce. Tutti noi abbiamo bisogno gli uni degli altri, ma spesso lo dimentichiamo e smettiamo di sentire l’umanità e la vita stessa che Dio ha messo dentro ognuno di noi. Gesù diceva “date e vi sarà dato”: per una persona che soffre, anche solo un sorriso, una parola gentile, un abbraccio… se iniziamo a scegliere di alimentare questo circolo virtuoso di amore, solidarietà e sostegno, comunque vada sarà una bellissima cosa per tutti! A volte dimentichiamo quanto bene possa fare un sorriso!».

Non sappiamo quanti dei suoi studenti arriveranno alla laurea, otterranno un trenta e lode in Statistica, avranno successo negli studi e sul lavoro: ciò che sappiamo per certo è che l’insegnamento che hanno ricevuto dalla professoressa Luisa Stracqualursi non verrà facilmente dimenticato.

Chi volesse contribuire alla raccolta fondi «Luisa Vive… se la aiutiamo», può farlo visitando il sito www.luisavive.it.

 

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