FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Archive for the ‘Spirito e cuore’ Category

«Penso ad un bambino con i piedi sporchi…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/04/2019

E’ giovedì Santo. Quest’anno il lavoro e gli impegni familiari (e anche una volontà un tantino svogliata) non mi hanno permesso di vivere la Quaresima come avrei voluto, ma le condivisioni dei fratelli che stanno più avanti, come quella che segue, sono sempre boccate d’ossigeno per le anime in pena come quella del sottoscritto.

«Penso ad un bambino con i piedi sporchi, mentre suo padre, amorevolmente, glieli lava prima d’entrare in casa. Quei piedi se li è sporcati perché non ha obbedito ai suoi genitori, andando a giocare nel fango. Sa di aver sbagliato, ma tra le braccia di suo padre si sente al sicuro, tranquillo. Suo padre spera che lui diventi più obbediente, e il bambino, sinceramente, glielo promette.

Mi è soggiunta in mente stamattina questa immagine, dato che la “lavanda dei piedi” è un simbolo della Confessione.

Oggi, nei confronti delle colpe, tendiamo ad oscillare tra la negazione (“non ho nulla da confessare…”) e i sensi di colpa devastanti.

Il dolore dei peccati che viene da Dio è tranquillo, come quello di quel bambino. Non è avvilimento. Non distrugge. Non hai bisogno di negare, e non ti senti sporco perché non guardi ai tuoi sbagli, ma allo sguardo di Cristo che li lava. Con una differenza però.

Per lavare via i nostri peccati non basta il sapone: serve il Sangue di Gesù. Perciò non facciamo come Giuda, che si lascia lavare i piedi senza intenzione di cambiare. La Casa in cui un giorno entreremo è il Paradiso. Nel frattempo perdoniamoci l’un l’altro, e aiutiamoci.»

(Dall’account Facebook dell’amico Pierluigi Cordova)

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«Un “ponte” che collega gli esseri umani»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/03/2019

Una storia dolorosa, di una malattia che non lascia speranze quella di cui parla oggi L’Avvenire, una di quelle storie come tante che mette l’angoscia e che abbatterebbe chiunque, se non fosse per una fede forte e sincera e per un circolo virtuoso di solidarietà e amore in cui, anche una ragazza che non si definisce credente, scorge la mano misteriosa di un “Dio-ponte” che collega gli esseri umani.

Luisa è una giovane professoressa universitaria che scopre di avere un carcinoma infiltrante al seno per cui i medici non danno più molte speranza.

Da qui cito l’articolo originale dell’Avvenire:

«Luisa si reca a fare lezione, come sempre. Sa che si tratta di un congedo dai suoi studenti, ma è decisa a non far trapelare nulla. Poi, fra una formula di statistica e l’altra, è il cuore a prendere il sopravvento sulla ragione: decide di rendere partecipi questi giovani, poco più che ventenni, della prova che sta attraversando. Descrive con sincerità la sua malattia, presentandola, però, come uno strumento utile a compiere scelte importanti e a seguire la propria vocazione.

La risposta degli studenti è sorprendente: la inondano di email, messaggi, bigliettini timidi e un po’ vecchio stile, che le danno la forza di non arrendersi e cominciare a cercare una soluzione al suo problema. È così che scopre una cura sperimentale negli Usa, che potrebbe fare al caso suo: ha già avuto successo su un’altra paziente. Il costo, però, è proibitivo: 500mila euro, una cifra che spaventa solo a leggerla. Non è così per i suoi studenti ed amici, che si rimboccano le maniche e in pochi mesi raccolgono quasi 200mila euro. La strada è ancora lunga, ma le iniziative per raccogliere fondi si moltiplicano e si diffondono, e l’obiettivo è, ogni giorno, un po’ più vicino.

La voglia di vivere e di lottare a Luisa non manca: continua a lavorare e i suoi studenti le stanno vicino anche adesso che non può recarsi in aula, perché si sta sottoponendo a cure molto pesanti, qua in Italia, in attesa del “sogno americano”.

«Tra i tanti messaggi ricevuti dagli studenti in questi giorni vorrei condividere un frammento della lettera di un’alunna – racconta Luisa – che mi scrive così: “Vede, nonostante l’educazione cattolica ricevuta, non sono del tutto sicura di definirmi cattolica, o di riconoscermi ancora in una religione specifica. Sto crescendo e sto riflettendo da un po’ su questo tema. Tuttavia, la sua storia mi sta sussurrando all’orecchio che forse Dio, al di là di precetti ed istituzioni, è qualcosa di molto simile a questo “ponte” che collega gli esseri umani. Questo amore inspiegabile, indescrivibile, spontaneo, puro, che ci sta facendo sentire così vicini, che ci sta facendo commuovere, che ci sta dando il coraggio di lottare per lei, e che sta dando a lei la forza per non arrendersi mai. Lei forse non comprende quanto ci sta insegnando…”».

E proprio la profonda fede di Luisa la sta sostenendo in questa dura prova cui la vita l’ha sottoposta: «Io non penso di avere delle qualità speciali, credo solo di essere lo strumento attraverso cui Lui sta mostrando qualcosa. Io credo in Dio e so che Dio non ci abbandona nemmeno in momenti difficili come questi. Siamo noi che spesso abbandoniamo Lui. Siamo noi che ci chiudiamo e non riusciamo più a sentire la scintilla di amore che ci unisce. Tutti noi abbiamo bisogno gli uni degli altri, ma spesso lo dimentichiamo e smettiamo di sentire l’umanità e la vita stessa che Dio ha messo dentro ognuno di noi. Gesù diceva “date e vi sarà dato”: per una persona che soffre, anche solo un sorriso, una parola gentile, un abbraccio… se iniziamo a scegliere di alimentare questo circolo virtuoso di amore, solidarietà e sostegno, comunque vada sarà una bellissima cosa per tutti! A volte dimentichiamo quanto bene possa fare un sorriso!».

Non sappiamo quanti dei suoi studenti arriveranno alla laurea, otterranno un trenta e lode in Statistica, avranno successo negli studi e sul lavoro: ciò che sappiamo per certo è che l’insegnamento che hanno ricevuto dalla professoressa Luisa Stracqualursi non verrà facilmente dimenticato.

Chi volesse contribuire alla raccolta fondi «Luisa Vive… se la aiutiamo», può farlo visitando il sito www.luisavive.it.

 

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«Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l’offesa; ma…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/11/2018

“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.” Come cristiani la diciamo automaticamente, ma il loro peso meriterebbe più di una pausa. Abbiamo tutti bisogno di remissione del debito, ma offrire ciò ad altri ci sembra spesso al di sopra delle nostre forze. Questo è un argomento serio. Come possiamo essere perdonati se nemmeno impariamo a perdonare gli altri?

A tal proposito, il Catechismo ci offre una frase meravigliosa su come i cristiani possono imparare a perdonare gli altri:

«Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l’offesa; ma il cuore che si offre allo Spirito Santo tramuta la ferita in compassione e purifica la memoria trasformando l’offesa in intercessione.» <(CCC 2843)

Questo paragrafo è così ricco che ogni frase merita una riflessione.

«Non è in nostro potere non sentire più e dimenticare l’offesa…»

C’è libertà nell’accettare i propri limiti. Quando qualcuno ci ferisce, specialmente quando si tratta di una persona cara, ci fa male. Lo sentiremo e ce lo ricorderemo. Questi sentimenti e queste memorie andranno e verranno, ma è una trappola cercare di coprire i nostri sentimenti o di cercare di cancellare la memoria. Non farebbe che peggiorare le cose. Dobbiamo ammettere di non avere tale potere.

«…ma il cuore che si offre allo Spirito Santo…»

C’è sempre più libertà nell’offrire il nostro cuore allo Spirito Santo. Con qualunque ferita, restiamo sempre liberi di offrire i nostri cuori allo Spirito Santo dicendo: “Tutto ciò che sono appartiene a te!”. Pensate al Padre; saremo sempre dei neonati nelle sue braccia e nessuno ci può separare da questo abbraccio. Ogni volta che subiamo una ferita, è cosa buona rinnovare la nostra resa a Dio.

«…tramuta la ferita in compassione…»

Tra le braccia del Padre impariamo non solo quanto ci ami, ma anche quanto ami gli altri. Il Padre condivide questo amore con noi insegnandoci che non siamo soli nell’essere feriti. Ognuno è carico di lotte e ferite anche quando sembra essere perfettamente tranquillo e felice. Riempita con l’amore del Padre, la nostra ferita ci aiuta a empatizzare con gli altri, mostrando loro che non sono soli, indicando loro il Padre.

«…e purifica la memoria…»

Tra le braccia del Padre impariamo anche a pregare, parlando amorevolmente e ascoltando attentamente. Questo tipo di preghiera ha il potere di purificare la nostra memoria. Con fiducia infantile chiediamo a Dio – “Dov’eri quando accadeva questo? Io credo che tu sei sempre con me, ma aiutami a vederlo, a crederlo e ad amarlo.” Le memorie dolorose ritorneranno a galla, ma possiamo rispondere con calma – “Padre mio, tu eri lì, e tu sei sempre con me. Che la tua verità disperda ogni bugia e che il tuo amore disperda ogni paura.”

«…trasformando l’offesa in intercessione.»

Qui ricordiamo le ferite gloriose di Cristo. San Tommaso nella sua Summa Theologica, elenca molti motivi per cui Cristo risorto ancora porta i segni della passione. Tra questi, il fatto che Cristo usi le sue ferite per intercedere per noi presso il Padre. Noi a modo nostro possiamo intercedere per gli altri presso il Padre. Mostriamo al Padre le nostre ferite quando cerchiamo la guarigione, non solo per noi stessi ma per tutti coloro che sono feriti.

San Tommaso cita anche l’opinione di Sant’Agostino che anche i martiri possono portare le loro ferite: “Non c’è una deformità ma una dignità in essi, e una sorta di bellezza risplende in essi.” Nella nostra vita possiamo non sentire la dignità – figuriamoci lo splendore – delle nostre ferite, ma crediamo che un giorno la bellezza di Dio risplenderà attraverso di esse.

(Tradotto dall’originale inglese https://www.dominicanajournal.org/to-forgive-another/ Autore dell’articolo, Padre Joseph Martin Hagan, O.P.)

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«Ecco Miss Italia!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 09/08/2018

Un giorno Padre Pio disse che in molti andavano da lui per chiedere che venisse loro tolta la Croce, ma pochi gli chiedevano di avere la grazia di saperla portare.

Dobbiamo imparare a domandare a Gesù: “Signore, qual è il modo migliore per portare questa Croce?” e, quindi, dobbiamo smetterla di tormentarci chiedendoci “Perché, perché a me?”.

Ecco un racconto di Mons. Angelo Comastri che apre la mente e il cuore su queste domande non facili.

Oggi c’è il culto della bellezza, si fanno gare di bellezza… ma cos’è la bellezza?

Ve lo dico con un episodio accaduto nella Piazza del Santuario di Loreto. Un pomeriggio durante la processione eucaristica notai uno strano movimento in fondo alla Piazza.

La gente si voltava, sorrideva, era distratta. Non capivo cosa stesse succedendo.

Al termine della processione domandai al Padre Cappuccino presente in Piazza, che cosa era accaduto. Mi rispose: “Sono venute da San Benedetto del Tronto un gruppo di ragazze che partecipano al Concorso di Miss Italia! Ed è saltato tutto!”.

Rimasi stupito e anche un po’ amareggiato, però mi venne subito un’idea.

Chiesi prontamente il microfono e invitai tutti a restare in piazza perché dovevo presentare la nuova Miss Italia. L’attenzione fu subito altissima. Chiamai una mamma calabrese che da tanti anni veniva a Loreto, portando con sé i suoi due figli handicappati mentali.

Li accudiva come due gioielli e veniva in pellegrinaggio per chiedere alla Madonna di farla morire un quarto d’ora dopo i suoi figli.

Sul suo volto brillava la bellezza dell’amore non sfiorato da nessuna ombra di egoismo. Era la bellezza vera!

“Ecco Miss Italia!”, gridai.

Questa è la bellezza che brillava sul volto di Maria… e partiva dal suo cuore veramente bello, perché immacolato.

L’Angelo giustamente le aveva detto:

“Gioisci, tu che sei stata riempita di bellezza! Il Signore è con te”.

Se non recuperiamo questa bellezza, il mondo si popolerà di mostri… con maschere di bellezza.

(Il racconto di Mons. Comastri è tratto da http://pontificiaparrocchiasantanna.it/notizia/591)

Che il Signore ci conceda di vedere e di perseguire la bellezza che conta, quella che brillava sul volto di Maria…

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«Emanava…, emanava Gesù.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/03/2018

Mons. Pierino Galeone, fondatore dei Servi della Sofferenza, è un sacerdote oggi novantunenne, che incontrai una sola volta nel 1999, ma fu sufficiente affinché la mia vita spirituale, allora in pericolo, subisse una robusta inversione a U per riprendere bene il cammino di, e per la felicità, a Gesù, per Maria, sulle orme di Padre Pio.

In questo breve video racconta come incontrò il frate santo del Gargano.


 

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«Venni toccato proprio in quelle viscere straziate dagli stupri che avevo subìto, scoprii la potenza sanante dell’Eucaristia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/02/2018

Fabio Salvatore riceve migliaia di lettere da quando, nel 2008, è stato pubblicato il suo primo romanzo best seller “Cancro non mi fai paura”.

Molti suoi lettori, che condividevano le fatiche quotidiane del dolore e del male, hanno scelto di raccontarsi a lui, condividendo con coraggio e onestà l’inferno vissuto e la rinascita, grazie all’intervento di Dio nella propria vita.

Tra questi “fattacci” raddrizzati dalla Grazia di Dio ricevuti dall’autore del libro, una brutta storia di violenza e di perdono mi ha particolarmente colpito e la vorrei condividere con voi.

«Come ogni anno eravamo in vacanza: mamma, papà e io, a Fregene, ma quell’anno erano venuti con noi anche gli zii e mio cugino Andrea. Dai miei otto anni non ancora compiuti vedevo come un adulto quel ragazzone alto un metro e ottanta, ma scoprii presto che non era grande come me lo immaginavo.

Dopo le mattinate al mare e il pranzo tutti insieme, i nostri genitori, approfittando dei ritmi rallentati della vacanza, andavano a dormire; e io, che di dormire non ne volevo sapere come tutti i bambini, restavo a leggere e a giocherellare in attesa che tutti si svegliassero per la passeggiata pomeridiana.

In quelle ore di siesta non speravo mai che mio cugino “adulto” mi coinvolgesse in qualche cosa. Gli anni che ci separavano erano come una generazione per noi, in realtà erano praticamente una generazione, ma la cosa mi sembrava del tutto normale. Mi meravigliai infatti quando mi invitò nella sua camera per vedere certi giochi che non conoscevo.

Di fronte alla assoluta novità, non venni minimamente sfiorato dal pensiero di essere in pericolo: era mio cugino. Si, era sempre stato un po’ strano (…) ma era un adulto (almeno ai miei occhi) e io ero tranquillo, nonostante mi stesse mostrando un gioco che non capivo.

Non ne capivo il perché, non capivo dove fosse il divertimento; ne ero così all’oscuro che ricordo come fosse ieri quando gli domandai: “Ma quella roba lì che esce, che cos’è? E come si forma?”. La risposta dell'”adulto” fu: “Col cibo”, e mi chiese di aiutarlo in quel gioco.

Lui era l’adulto, il parente di cui mi fidavo, e mi ritrovai a partecipare a quello strano gioco che non capivo. Continuavo a non capire dove fosse il divertimento. Il giorno dopo e quello dopo ancora mi ripropose quel “gioco” dicendomi che era il nostro segreto; io continuavo a partecipare con tutta l’ingenuità dei miei otto anni non ancora compiuti.

Ogni giorno quel gioco rivelava nuovi aspetti, fino al pomeriggio in cui quello che mi venne chiesto e fatto – il dolore, il disagio, assieme alla delusione e al senso di tradimento, e ancora il dolore, quel dolore fisico e quel disagio interiore che permaneva per giorni e giorni – mi portò alla consapevolezza che non era un bel gioco quello a cui venivo invitato ogni pomeriggio, che non era un gioco affatto.

Ma io tacqui. Tacqui per un anno, sotterrando quella sensazione indecifrabile e indicibile nel silenzio di un bambino solare che aveva cambiato carattere, che cominciava a soffrire di mal di testa e disturbi intestinali pur non avendo alcuna patologia.

Il gastroenterologo e l’internista non capivano che il dolore che avevo sotterrato, come in un vulcano attivo, si scavava delle camere magmatiche attraverso il mio fisico.

L’estate successiva, quei giochi si ripeterono per quindici giorni di seguito, con la partecipazione di un altro cugino che si era unito al gruppo per divertirsi con “quello sciocco che non si rendeva conto di niente”.

Passato qualche mese, il giorno in cui papà mi diede delle risposte sulla sessualità, capii di botto quello che mi era capitato. Ricordo solo che qualche minuto dopo, mentre ero solo in salotto, ebbi un giramento di testa e mi ritrovai sdraiato, ai piedi del divano, e che rimasi in quella posizione, imbambolato, paralizzato (non svenuto, perché ne ricordo perfettamente ogni minuto) per un paio d’ore.

Quando mi ripresi, cominciai a mangiare e mangiare, e mangiai quanto due, ttre, quattro uomini adulti per vomitare tutto e, sfinito, provare finalmente sollievo.

Da quel giorno non permisi più a nessuno di toccarmi per nessun motivo; nemmeno ai miei genitori, che rispettarono questo mio atteggiamento credendo che facesse parte del mio carattere e non sospettando che avrebbe solo amplificato la sofferenza inestricabile e indicibile che sotterravo e congelavo dietro a quei miei sorrisi e al mio carattere apparentemente aperto e gioviale.

Sorridevo, mi comportavo bene, ma mi sentivo strappare dentro, sempre.

La mia vita sociale e famigliare andava avanti come quella di tanti bambini; gli esami di quinta, le medie, un tentativo di suicidio non andato a buon fine, le superiori, i successi scolastici…

Leggevo molto, mangiavo di più e vomitavo ancora di più. Mangiavo, vomitavo e leggevo, e più leggevo e più capivo, ma quel dolore indicibile era stato tacitato per così tanto tempo che pensavo (o forse speravo) di averlo dimenticato.

Pensavo.

Fino a quel giorno in cui venne fuori come un’eruzione dell’Etna. Grazie a Dio, in quei miei travagliati diciannove anni avevo accettato l’invito a partecipare a un gruppo di preghiera del Rinnovamento nello Spirito. Lì accadde quello che pensavo impossibile. Venni toccato proprio in quelle viscere straziate dagli stupri che avevo subìto, scoprii la potenza sanante dell’Eucaristia.

Una psicoterapeuta cristiana – benedetto il giorno in cui l’ho incontrata – oltre a offrirmi un accompagnamento psicologico, mi consigliò di riposare davanti al Santissimo Sacramento e alla Messa quotidiana. Ogni giorno, Eucaristia dopo Eucaristia, il contatto del mio corpo e della mia anima devastati dal male col Corpo e la divinità del Risorto che era passato per la Croce mi portava fuori dal mio sepolcro: Gesù mi prendeva per mano e, ogni giorno, mi tirava fuori di un millimetro, un millimetro fuori dal mio sepolcro, fino al giorno in cui mi ritrovai completamente libero.

E da fuori riordinai la mia vita. Quel giorno capii che per completare il percorso avrei dovuto pregare per i miei abusatori, sebbene rimasi e resto tuttora ben lontano da certe persone che sono per loro natura “urticanti”.

Questa fu la decisione più difficile, che feci in obbedienza al mio direttore spirituale, anche se sentivo solo risentimento, rabbia e frustrazione. Dopo qualche anno mi ritrovai a pregare per loro senza più provare collera.

Ora ho una famiglia meravigliosa, un lavoro invidiabile, e nella misura in cui mi apro alla Grazia, vivo nella pace.

Ancora soffro, vengo ancora colto da attacchi di panico notturni e, se qualcuno allunga una mano per toccarmi, mi prende un colpo, nonostante abbia passato da un po’ i quaranta; ma, dopo una battuta con cui mi scuso dicendo che ero sovrappensiero, prendo la mano del Signore, scavalco le mie paure e non temo più di essere toccato dall’umanità.»

(Tratto da: Buio e Luce, di Fabio Salvatore, San Paolo, 2018, Pagg 67-72, col gentile permesso dell’autore)

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Dal Carmelo… Prove generali di Cielo…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/03/2017

Mettete la cuffia e ascoltate attentamente…

Novantatre Carmelitane Scalze, ognuna dal proprio monastero, da tutte le parti del mondo, hanno cantato insieme, in un coro virtuale, in onore di Santa Teresa d’Avila per il cinquecentesimo anniversario della sua nascita.

Questa unione di voci è stata possibile grazie alla creatività delle Carmelitane di Reno (Nevada, USA), il risultato è stato questo video creato da Scott Haines, nativo del Kansas.

Il coro virtuale canta “Nada te turbe” (niente ti spaventi) dal testo di una celebre preghiera di Santa Teresa d’Avila, in una composizione originale delle carmelitane di Reno.

Da tutto il mondo, senza spostarsi, lodano Dio cantando…

A me sembrano le “prove generali” del Paradiso…

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«(…) Andare davanti allo specchio e dire – quanto sono bella – potessi fare pure schifo. Perché? Mo ve lo spiego io!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/03/2017

Giastin, sorriso di Dio. L’amiotrofia spinale di cui è stata affetta dalla nascita non le ha impedito di sorridere ogni giorno alla vita e al Cielo, insieme con sua sorella Rosaria (già in Cielo al momento dell’interista) e a suo fratello Cosimo, affetti dalla sua stessa malattia.

I loro genitori sono stati conquistati dal loro entusiasmo per la vita, ancora oggi felici di aver ospitato in casa tre angeli, che non hanno mai messo piede a terra, perché li avevano già messi in Cielo!

«Per iniziare una buona giornata bisogna addormentarsi prima col sorriso, poi svegliarsi la mattina, andare davanti allo specchio e dire – quanto sono bella – potessi fare pure schifo, quanto sono bella. Perché? Mo ve lo spiego io.

Nella creazione si dice che Dio ci ha creati a sua immagine, allora io penso questo, se noi diciamo che siamo brutti, offendiamo Dio che ci ha fatti a sua immagine.»

Al suo funerale (circa quattro anni dopo questa intervista) preparato da Giastin come il giornod ella sua festa più bella, in cui si sarebbe realizzato il suo desiderio più grande, quello di mettere ali per volare in Cielo, c’è stato un uomo che, sconvolto, ha visto in chiesa al momento dell’offertorio, degli angeli prendere il corpo di Giastin, consegnarlo a Maria e Maria a Gesù e Gesù lanciarla poi in alto e consegnarla al Padre.

Quando la mamma seppe di questa visione, qualche giorno dopo, impallidì: era la storia che lei si era inventata per mettere a letto i suoi figli e consolarli quando le chiedevano come sarebbe stato il giorno della loro “partenza al Cielo”.


Qui, mamma Carolina racconta e testimonia la gioia che ha ricevuto dai suoi tre angeli: Rosaria, Giastin e Cosimo.

«Dovrebbe essere il contrario, un genitore che porta i figli a Dio. Ma sono stati loro a portarmi a Dio.»

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“Sara mi cantava: nascerà, nascerà”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/02/2017

In un post di qualche anno fa raccontavo l’incredibile morte di Sara Mariucci, tre anni e mezzo, morta folgorata da una scossa elettrica in una giostra, il 5 Agosto 2006.

Nel video la mamma raccontava di come, il luogo dove ritrovasse la figlia, fosse solo la santa Messa, l’unico luogo di vera comunione con lei e con tutti gli abitanti del cielo.

La tragedia. Il 5 agosto 2006 in uno stabilimento balneare di Villapiana, in Calabria, la piccola moriva, folgorata da una scarica elettrica. La sera prima di salire in cielo Sara aveva raccontato alla madre Anna dell’esistenza di un’altra mamma ancora più buona, mamma Morena, e del desiderio di ricongiungersi con lei. Dopo la morte della bimba, la famiglia ha saputo che proprio il 5 agosto in Bolivia a Copacabana c’è un grande santuario dove si festeggia la Madonna Morena.

Nel ricordino della bimba c’è riportata la conversazione con la madre la sera del 4 agosto: “Quando ero piccola piccola, ero in posto lontano, lontano, meraviglioso, su una nuvoletta”.

mamma_morena_01Con chi eri?

“Con Mamma Morena”.

E chi è Mamma Morena?

“L’altra mia mamma”.

Ma com’è questa Mamma Morena?

“E’ buonissima”.

Più buona di Mamma Anna?

“Sì”.

Davvero, sei sicura?

“Sì”.

E di che colore ha i capelli? E gli occhi?

“Castani come i miei”.

Ma lasceresti mamma Anna per andare da Mamma Morena? Mi ha risposto:

“Sì”.

Da allora si sono ripetuti tanti fatti inspiegabili.

Dal cimitero di Gubbio per volonta’ del vescovo Ceccobelli la salma di Sara Mariucci, dal cimitero comunale è stata trasportata nella Chiesa di San Martino in Colle. Una folla incredibile, con gente proveniente da tutta Italia e anche dall’estero, visita questa tomba sotto il controllo di padre Francesco Ferrari, il parroco, incaricato anni fa dal vescovo di raccogliere tutte le testimonianze sui “fatti strani”, tra cui guarigioni miracolose, verificatisi dopo la morte della piccola Mariucci.

mamma_morena_02La cappella dedicata alla Madonna Morena, realizzata nella sacrestia, e dove l’artista eugubino Luca Grilli ha scolpito un bellissimo sarcofago di pietra dove riposerà Sara.

Infine l’ultimo fatto strano, che è stato rivelato da Palmiro, il nonno di Sara: “Qualche settimana dopo la morte di mia nipote, eravamo alla fine di agosto, mi sono accorto che nel mio uliveto era nato uno strano fiore di colore bianco. Di una specie rara, mai visto prima. L’ho fatto analizzare all’istituto di botanica dell’università di Perugia: è risultato che era uno stramonio, fiore originaro del Sudamerica, molto comune in Bolivia dove si venera la Madonna Morena, la mamma ritenuta più buona di tutte dalla nostra Sara. Da quel giorno ogni anno il fiore bianco di Sara ritorna puntuale a fiorire in agosto”.

Tanti sono i “fatti strani” accaduti, come quello di Luana Cavazza, la donna di Latina che sostiene di essere guarita di tumore dopo aver pregato sulla tomba della piccola Sara Mariucci nel cimitero di San Martino in Colle, ha portato la sua testimonianza a “La vita in diretta” su Rai Uno. Il “caso” relativo alla guarigione dal cancro al midollo spinale della casalinga di Latina che – come hanno scritto in maniera inequivocabile i medici dopo che la risonanza magnetica che ha dato risposta negativa – non trova una spiegazione scientifica.

I “fatti strani”, intanto, gli episodi inspiegabili, quelli che alcuni chiamano “miracoli” e che altri invece etichettano come “coincidenze”, continuano a riemergere, dopo essere stati coperti per anni da una cortina di silenzio e di riservatezza voluta dalla famiglia Mariucci proprio per non correre il rischio di spettacolarizzare quel dolore così atroce.

Ecco allora che padre Francesco venerdì mattina ha rivelato due fatti molto simili, accaduti uno a Gubbio e l’altro a Padova. Entrambi vedono protagoniste due mamme malate e in stato interessante. A una donna di Gubbio con una grave malattia ai reni e costretta ad assumere farmaci molto forti, era stato quasi ordinato di effettuare l’aborto terapeutico.

La donna però non ha voluto rinunciare alla sua maternità e si è opposta fino al momento in cui ha rivelato: “Nessun aborto, ho avvertito dietro di me la presenza della piccola Sara che cantava: nascerà, nascerà”. E così ha portato a termine la gravidanza dando alla luce una bellissima bambina, sana e piena di voglia di vivere.

Fatto analogo per una coppia padovana. In questo caso la mamma era afflitta da un tumore che la stava uccidendo. Per curarsi avrebbe dovuto sottoporsi a cure con tutta probabilità fatali per il bimbo che aveva in grembo, per cui i medici l’hanno esortata a praticare l’aborto. Ma anche a lei, in un momento di profondo dolore, è accaduto di avvertire una presenza strana e più tardi dirà: “Sara mi cantava: nascerà, nascerà”. E anche in questo caso la gravidanza è giunta al termine nel modo più bello.

(Fonte di gran parte del post: http://www.lalucedimaria.it/)

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“Sono fermamente convinta che nelle parole di Gesù ci sia la chiave di lettura più profonda della vita”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/01/2017

ogni_giorno_il_sole_01Ho appena finito di leggere un bel libro regalatomi da mia moglie per Natale:  “Ogni giorno il sole”, di Lorella Cuccarini. Gradevole, sincero, va giù come l’acqua e quando lo finisci ti sembra come quando parte un’amica e un po’ ti dispiace.

Che ci fa la Cuccarini in un blog come questo?

Da quando l’ho iniziato alla fine del 2011 dopo aver partecipato alle catechesi sui dieci comandamenti di don Fabio Rosini, ho applicato un’unica regola aurea, condividere ciò che mi edifica a Cristo, nella Chiesa Cattolica come “Ogni giorno il sole”, soprattutto le due pagine che condivido di seguito, col gentile permesso dell’autrice.

I genitori possono solo donare ai figli pennelli, colori e tavolozza per dipingere il quadro della propria esistenza: gli autori sono loro. Da credente, una delle tavolozze più preziose che ho consegnato ai miei figli è quella della fede. Sono convinta che il messaggio di Gesù e la Chiesa siano colori fondamentali per delineare una vita armoniosa e piena. Anche se oggi, purtroppo, la Chiesa viene spesso vissuta come un’istituzione anacronistica.

Io non mi aspetto che la Chiesa cambi. Il suo messaggio è immutabile. La Chiesa è la Chiesa. Se così non fosse, non sarebbe radicata e forte da oltre duemila anni.


E’ una forza che sento potente,
quando leggo di intere comunità cattoliche perseguitate in Asia o in Africa solo perché hanno deciso di non abiurare la loro fede. Ogni anno, migliaia di persone vengono uccise per la loro religione. Dei veri e propri martiri moderni. Al pensiero di quanto sia radicata la loro fede, mi sento inadeguata. Per noi è così facile essere cattolici.

ogni_giorno_il_sole_02Ai miei figli ho regalato questri colori. Ma il mio compito finisce qui. Spetterà a loro decidere se li useranno o meno.

La domenica, andare a messa insieme è un appuntamento consueto. Con i due gemelli di sedici anni, che ovviamente vivono ancora in casa, questo è ancora possibile. Gli altri due, che sono più grandi e vivono fuori, naturalmente fanno le loro scelte. Non sto certo a chiamarli per ricordargli di farlo. Non nascondo però che, qualche giorno fa mia figlia mi ha salutato velocemente al telefono per non tardare alla messa, ero felice. Felice per lei. Sono fermamente convinta che nelle parole di Gesù ci sia la chiave di lettura più profonda della vita. La Chiesa è viva. Anche in questi anni difficili per lei e per il mondo, la Chiesa è più viva che mai.

Essendo particolarmente affascinata e affezionata alla figura di Maria, sono legata ad alcuni dei luoghi in cui si è manifestata più evidentemente.

Il santuario di Fatima è stato il primo che ho visitato, molti anni fa. Ero insieme a mia madre, mia sorella e i miei figli più grandi, allora piccoli.

ogni_giorno_il_sole_03A Lourdes, ho accompagnato una mia amica malata: aveva espresso il desiderio di pregare nella grotta delle Apparizioni prima che fosse troppo tardi. Fu un viaggio faticoso ma profondamente toccante.

Medjugorje è stata l’ultima scoperta, fatta insieme a tutta la famiglia. Quando proposi il viaggio ai miei figli la prima volta, rimasi colpita dal fatto che avessero accettato di venire senza un fiato. Ero certa che sarebbero rimasti colpiti da qual luogo. E così è stato. Soprattutto quando hanno visto le migliaia di persone attratte lì ogni giorno. Di ogni età, di ogni nazionalità. Tantissimi giovani.

E pensare che ci si immagina siano luoghi solo per anziani o malati. In quei posti, c’è una bellezza indescrivibile e una forza spirituale immensa. Non serve vedere la “danza del sole” o uno dei tanti segni che lasciano a bocca aperta soprattutto i cattolici dell’ultima ora. E’ sufficiente osservare gli occhi delle persone che incontri scalando il Križevac, o pregare in piazza insieme a oltre centomila persone.

(Fonte: Lorella Cuccarini, “Ogni giorno il sole”, pagine 118, 119, 120, col gentile permesso dell’autrice, che ringrazio di vero cuore).

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