FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Archive for the ‘Testimonianze’ Category

«Ho riaperto gli occhi ed ero un’altra!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/09/2019

L’incredibile storia di Carlotta Nobile, la ragazza che si arrese a Cristo, che trasformò dolore e sofferenza in un canto alla vita, una “croce fiorita”.


 

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Quattro chiacchiere con un’anima eroica

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/09/2019

Ieri ho scambiato quattro chiacchiere con una persona che non vedevo da tanto tempo.

È un padre di famiglia che in questi ultimi anni è sopravvissuto alla perdita di una figlia, e (contro ogni previsione medica) a un tumore maligno, a un ictus, a un coma prolungato e a una riabilitazione estenuante durata anni e che dura ancora.

Con un sorriso sulle labbra disarmante ringraziava Dio con gioia – senza un’ombra di tristezza o rassegnazione ma con gioia e gratitudine vere – di essere tornato al lavoro perché troppo giovane per la pensione.

Commosso, edificato e onorato di queste quattro chiacchiere dietro alle quali ho visto Dio all’opera, non ho potuto fare a meno di pensare che, forse, questo mondo storto e ingiusto si regge sull’offerta di queste piccole grandi anime eroiche.

(La foto è stata presa dalla rete)

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«Avevo sempre nascosto la verità di me stessa a me stessa.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/08/2019

La storia di Valentina, una ragazza che ha ritrovato la vita in Gesù nella Comunità Cenacolo. Preghiamo per lei?

Quando sono entrata in comunità non sapevo di essere una ragazza ferita perché avevo sempre nascosto la verità di me stessa a me stessa; credevo, così, di essere forte quando in realtà ero bloccata e piena di paure.

Grazie all’aiuto delle sorelle ho iniziato ad aprirmi e così a far entrare Gesù nelle mie ferite. Una di queste è sicuramente legata a mia mamma, che si è ammalata di cancro quando avevo tredici anni. A casa non c’era dialogo e “schiacciavo” tutto quello che vivevo, facendo finta che tutto andasse bene; mi chiudevo nei miei silenzi e nella musica, creandomi così il mio mondo dove non lasciavo entrare nessuno per non soffrire.

Crescendo, iniziavo a frequentare amicizie sbagliate e, invece di essere matura e aiutare in casa, mi chiudevo sempre di più. Approfittavo della malattia di mia madre rubando le sue medicine per “divertirmi” e fare poi quello che volevo. Quando poi lei è morta, me ne sono andata via di casa, credendo così di essere libera e indipendente.

Oggi capisco che volevo solo scappare da me stessa e dai pesi e sensi di colpa che mi portavo dietro.

In poco tempo sono arrivata a essere dipendente dalla droga fino a perdere tutto: il lavoro, le amicizie e la mia dignità, finché un giorno, grazie ad un’amica, sono riuscita a chiedere aiuto ai miei fratelli, che mi hanno portato in comunità.

Qui l’amore della Madonna e di Gesù per me si è fatto concreto nella pazienza delle sorelle, che mi stanno aiutando ad abbracciare la mia storia e a credere che in quello che mi è successo c’è un disegno di Dio.

Ora so che è anche grazie a mia mamma che dal cielo ha pregato per me che sono arrivata qui, e sono felice di poter donare me stessa ogni giorno imparando ad amare chi mi sta vicino.

Ringrazio la comunità perché grazie alle lotte e ai superamenti quotidiani sto imparando ad aggrapparmi a Dio e a sentirmi figlia amata.

(Fonte: Periodico “Resurrezione”, Pagine d’incontro della Comunità Cenacolo – Saluzzo, Anno XXXIII, n. 2, Giugno 2018, Pagg. 14 e 15)

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«I genitori me lo hanno detto, ma poi io ho deciso di credere.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/08/2019

Ho l’onore di presentarvi Veronica Cantero Burroni, la ragazzina che ha scritto una lettera alla propria Croce. Consiglio di guardare il video fino in fondo per ascoltare questa perla preziosa.

«Sono felice perché ho imparato che la vita vale la pena di essere vissuta malgrado le difficoltà che possiamo incontrare.»

Unknown«Non sono arrabbiata perché nella scrittura ho scoperto che questa infermità non è la mia croce ma la ragione per la quale scrivo perché Dio mi ha detto: io ti do questo dono perché attraverso di esso tu possa dimostrare che si può.»

«La mia famiglia mi ha insegnato che Dio non mi abbandona mai e c’è sempre una ragione delle difficoltà che incontro nel mio cammino.»

«Ho verificato questo amore perché ho iniziato a pregare da sola, nelle preghiera gli chiedevo forza, pazienza e pace, perché per lottare ho bisogno di molta pazienza.»

«I genitori me lo hanno detto, ma poi io ho deciso di credere.»

«Tutti abbiamo la possibilità di cambiare se lo desideriamo, l’opzione esiste, però dobbiamo sceglierla.»

«Si può sempre trovare qualcosa di buono all’interno del caos.»

 

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«Noi non siamo una casa famiglia, siamo una famiglia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/06/2019

Conosciuta come “suor anti racket”, suor Carla Venditti esce di notte con le sue consorelle a parlare con le prostitute di Roma.

Con una naturalezza che disarma, propone una via d’uscita, in fondo alla quale c’è il suo sposo, Gesù, e molte ragazze riescono a uscire dal racket della prostituzione.


«Non ho avuto un percorso religioso particolare, sono arrivata ai diciotto anni facendo una vita normale ma non andavo a Messa, non ero inserita in nessun gruppo, come molti ragazzi avevo abbandonato tutto, poi a un certo punto è scattato qualcosa, Dio che conduce sempre tutto, mi fece incontrare quella che era stata la mia catechista…

A me piaceva stare in gruppo, però questo era un gruppo diverso, avevo capito che lì c’era qualcosa in più…

Non noi ma è Dio che salva, noi siamo solo un piccolo strumento e ci mettiamo a servizio…

Abbiamo aiutato quindici ragazze, queste quindici anime sono entrate tutte nella nostra vita

Noi non siamo una casa famiglia, siamo una famiglia»

Per chi fosse interessato ad acquistare il libro di suor Carla, con cui finanzia la sua missione, è possibile farlo presso il negozio di articoli religiosi “Cattolica” o nel negozio “Fantacarta” di Avezzano (L’Aquila).

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Quando i riflettori della grazia furono più potenti di quelli della Warner Bros…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/05/2019

Direste mai che è la frase pronunciata da una delle maggiori star di Hollywood tre volte premio Oscar?

E’ una storia un po’ lunghetta ma che va giù tutta d’un fiato e che ci mostra come, una moglie e due amici cattolici ferventi, che per una vita hanno dato un esempio coerente, abbiano portato Gary Cooper ad abbracciare il cattolicesimo.

Neppure un flash fu scattato  nella piccola chiesa del Buon Pastore a Beverly Hills (Hollywood) quando il 9 aprile del 1959, sul capo ormai argenteo di un distinto signore, scendeva silenziosamente, come la grazia nel suo cuore, l’acqua rigeneratrice del Battesimo.

Migliaia di fotografi sarebbero accorsi per cogliere quel momento se l’avessero saputo: uno degli uomini più in vista d’America, il celeberrimo attore del cinema statunitense, faceva l’abiura della Chiesa Episcopaliana per entrare nella Chiesa Cattolica.

(…) Novanta film e tre premi Oscar ne avevano fatto, dopo 35 anni di carriera ininterrotta, uno dei più popolari attori dello schermo. (…) Dopo essere stato travolto [dal successo holliwoodiano], si era tirato fuori abbastanza presto dal turbine di Hollywood.

Non era tagliato per le sregolatezze e le fasullerie di quel mondo di cartapesta. Non aveva nemmeno imparato a bere. Ballava male, pestando i piedi alla compagna. Una volta li pestò con più insistenza del solito a una ragazza, Veronica Balfe, che resistette meglio delle altre, e Gary la sposò.

Veronica era figlia di industriali, gente solida e timorata, che non videro di buon occhio l’ingresso di un attore, per quanto famoso, nella loro famiglia. Ma dovettero ricredersi perché Gary fu un marito ottimo; infatti il suo è stato l’unico matrimonio (o quasi l’unico) di Hollywood che ha resistito fino in fondo.

Ciò non vuol dire che non abbia avuto scossoni. Dall’avventura con Lupe Velez, Gary uscì disfatto fisicamente e moralmente. Egli ci naufragò perché era disarmato, ma ne uscì secco come una lucertola, pieno di rimorsi puritani e col terrore di essere diventato un «play boy» come ce n’erano tanti in quella specie di Sodoma di celluloide.

Ma la moglie era cattolica, una cattolica convinta e praticante. Non avrebbe mai consentito al divorzio. Di qui il diminutivo di Veronica, Rocky, che vuol dire rocciosa, con cui la chiamava il marito. (…)

Quando si convertì al cattolicesimo (i suoi genitori erano quaccheri), egli era al vertice della sua carriera artistica. È facile immaginare l’impressione suscitata negli ambienti holliwoodiani, ma per quanti lo conoscevano più intimamente, non fu una sorpresa: già da tempo si parlava di questa possibilità.

L’amicizia con altri due notissimi esponenti del cinema americano, Bing Crosby e Irene Dunn, entrambi ferventi cattolici e membri dell’associazione dei Christofers, l’avere egli sempre dimostrato interesse per i problemi religiosi, la delicata e intelligente opera della moglie e il suo esempio di vera cristiana facevano prevedere che un giorno il re dei cow boys avrebbe abbracciato la piena fede nella Chiesa di Roma.

Egli era stato ricevuto una prima volta da Papa Pio XII nel 1953; venne poi ricevuto un’altra volta, con la moglie e con la figlia, nell’anno della conversione che avvenne, come lui stesso confidò a un amico, «dopo avere a lungo riflettuto».

Ai giornalisti, che subito dopo la notizia si precipitarono in folla a chiedergli dichiarazioni sull’avvenimento, Gary rispose molto semplicemente che la cosa riguardava soltanto la sua coscienza e non intendeva farne una speculazione pubblicitaria. Con queste parole rivelava ancora una volta la sua vera personalità. 

Egli non tradì mai il suo «tipo», neppure nell’ultimo periodo della sua vita, quando ebbe a subire la prova del fuoco nella malattia che lo condusse alla tomba il 13 maggio 1961. 

La fede cristiana, accettata nella sua pienezza, era giunta in tempo a sostenere l’eroe candido e gentile, forte e leale, nella battaglia decisiva per la conquista dell’eternità.

La resistenza di Gary [nella malattia] aveva qualcosa di eccezionale. I medici dissero che altri, al suo posto, sarebbero stati vinti dalla malattia molto prima di lui. Guardava serenamente al suo passato e alla morte che si profilava quanto mai vicina. Diceva: «Ho avuto una vita felice. Non potrei chiedere altro che morire serenamente come ho sempre desiderato».

Nel corso della malattia ricevette più volte i sacramenti. Alcuni giorni prima della morte, in occasione del suo compleanno, rifiutò i sedativi per essere pienamente sveglio e consapevole.

La sua fine era imminente quando gli venne l’ultimo riconoscimento dal mondo del cinema, il terzo Oscar. Il volto magro di James Stewart, che ritirò a nome suo l’ambita statuetta d’oro, apparve in primo piano su milioni di teleschermi americani rigato di lacrime quando disse: «Cooper, con questo Oscar ti manifestiamo la nostra amicizia e il nostro affetto, l’ammirazione e il profondo rispetto di noi tutti. Siamo orgogliosi, molto orgogliosi di te.»

Il malato seguiva la trasmissione sul video della sua casa e rispose all?amico: «Ho avuto tante soddisfazioni nella vita, ora vorrei tanto morire bene.» E alla moglie ripeteva: «Voglio morire bene, sia come uomo che come cristiano.»

Tre giorni prima della fine Gary Cooper aveva ricevuto in piena coscienza l’Unzione degli Infermi. Visto il parroco Sullivan accanto al suo letto, gli sorrise con grande dolcezza. La sofferenza scavava un solco inarrestabile sul suo volto; dolori terribili gli mordevano le carni.

Poco prima del trapasso mormorò: «Sia fatta la volontà di Dio.» A un tratto mosse a fatica le labbra e disse a mezza voce: «Signore aiutami a morire senza paura». Poi chiuse gli occhi in un sonno che era già mortale.

I riflettori della grazia hanno battuto quelli della Warner Bros e della Paramount, illuminando la pagina più bella della vita del vecchio e amato cow boy.

(Tratto da «Uomini incontro a Cristo», Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi, a cura di Giovanni Rossi)

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«Quando ricevo cattiverie capisco che lì c’è una persona che deve allenarsi all’amore…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/04/2019

L’altra sera guardando la puntata di Beati Voi presentata dall’amica Beatrice Fazi, ho capito, ascoltando la testimonianza di Annalisa Minetti quale debba essere l’atteggiamento più adeguato nei confronti dei cosiddetti “hater”.

“Il dolore non dev’essere fine a se stesso ma deve essere il mezzo con il quale io miglioro la mia vita e migliorare la vita di chi può vedere e non lo fa.

Credo che queste persone (gli haters) debbano essere accolte per provare una cosa che probabilmente non provano e che è l’amore e capire che l’espressione più grande dell’amore è il perdono.

Quando ricevo cattiverie capisco che lì c’è una persona che deve essere amata, deve allenarsi all’amore…

La vera medaglia che porto al collo è il mio rosario, è la mia fede, e non è limitarsi alla religione in sé e per sé ma raccontare che cos?’ l’amore, coi suoi benefici…”

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«Perché Dio ti ama! Hai capito? Ti ama! Ama proprio te!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/03/2019

Un’ispirata e infuocata suor Anna Nobili racconta con coraggio con la sua incredibile storia di conversione che l’ha portata dai cubi delle discoteche al convento.


«Avevo questo vuoto d’amore enorme, ho cercato di riempire questo vuoto con tutto quello che il mondo mi prometteva al di fuori della famiglia.

La vita di tutti i giorni mi annoiava, allora ho iniziato la sera a lavorare nei pub e a frequentare discoteche tutte le notti … conoscevo tutti i PR e ho iniziato non solo a ballare ma a gettare il mio corpo, la mia sessualità, come se fossero delle caramelle.

Mi piaceva la musica e ci sapevo fare ma la danza e il corpo erano la mia arma di seduzione perché solo così potevo mendicare quell’amore che mi mancava.

Sono entrata nel mondo delle grandi luci, nel mondo dello spettacolo ma questo vuoto aumentava.

Mia madre decise di far pregare per me e dopo un paio d’anni…. Quella notte piansi tutta la notte…

Perché Dio ti ama! Hai capito? Ti ama! Ama proprio te!

Di giorno andavo in chiesa e di notte ero l’Anna della perversione…

Poi ho avuto un’effusione spontanea dello Spirito e ho sentito che Dio era dentro di me e ho iniziato a piangere…

Il mio volto era pieno di luce, non l’avevo mai visto con la luce.

Guardavo i ragazzi che mi guardavano il corpo, alcune parti del corpo, ma non volevano conoscere Anna…

Mi venivano in mente le parole di San Paolo… Tu sei tempio dello Spirito Santo…

Il Signore ha fatto un grandissimo miracolo dentro di me; io non potevo guardare negli occhi un bambino, un uomo, un giovane, una donna, perché il mio binocolo era sempre eros, possesso, non potevo mai godermela la relazione.»

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«Quel giorno sono caduto in ginocchio davanti al mio cuore»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/03/2019

Ventuno minuti e trenta secondi preziosi che vi consiglio di seguire con attenzione, in cui una garbata e attenta Beatrice Fazi (#BeatiVoi su #TV2000) intervista Tim Guénard, un uomo la cui vita dimostra che Dio tende la mano tante volte nella vita ma che bisogna avere l’umiltà e il coraggio di saperla afferrare.

Se vi ha toccato il cuore, suggerisco di leggere questo post pubblicato nel 2012 e quest’altro in cui racconta la sua storia con altri particolari sconvolgenti e meravigliosi.


«Mi sono strappato un capello e (…) ho capito di essere unico.»

«Dio ha messo davanti a me sette persone buone e io ho seguito il sentiero dell’amore.»

«I disabili sono i primi che mi hanno trattato in modo normale.»

«Quando mi dissero – Vieni a vedere Gesù – sono andato; pensavo che mi volessero presentare un muratore portoghese che si chiamasse Gesù…»

«Facevo 75km, andavo da quel prete ma non gli parlavo, lo guardavo negli occhi, era bello guardarlo pregare.»

«Quel giorno sono caduto in ginocchio davanti al mio cuore.»

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«Un “ponte” che collega gli esseri umani»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/03/2019

Una storia dolorosa, di una malattia che non lascia speranze quella di cui parla oggi L’Avvenire, una di quelle storie come tante che mette l’angoscia e che abbatterebbe chiunque, se non fosse per una fede forte e sincera e per un circolo virtuoso di solidarietà e amore in cui, anche una ragazza che non si definisce credente, scorge la mano misteriosa di un “Dio-ponte” che collega gli esseri umani.

Luisa è una giovane professoressa universitaria che scopre di avere un carcinoma infiltrante al seno per cui i medici non danno più molte speranza.

Da qui cito l’articolo originale dell’Avvenire:

«Luisa si reca a fare lezione, come sempre. Sa che si tratta di un congedo dai suoi studenti, ma è decisa a non far trapelare nulla. Poi, fra una formula di statistica e l’altra, è il cuore a prendere il sopravvento sulla ragione: decide di rendere partecipi questi giovani, poco più che ventenni, della prova che sta attraversando. Descrive con sincerità la sua malattia, presentandola, però, come uno strumento utile a compiere scelte importanti e a seguire la propria vocazione.

La risposta degli studenti è sorprendente: la inondano di email, messaggi, bigliettini timidi e un po’ vecchio stile, che le danno la forza di non arrendersi e cominciare a cercare una soluzione al suo problema. È così che scopre una cura sperimentale negli Usa, che potrebbe fare al caso suo: ha già avuto successo su un’altra paziente. Il costo, però, è proibitivo: 500mila euro, una cifra che spaventa solo a leggerla. Non è così per i suoi studenti ed amici, che si rimboccano le maniche e in pochi mesi raccolgono quasi 200mila euro. La strada è ancora lunga, ma le iniziative per raccogliere fondi si moltiplicano e si diffondono, e l’obiettivo è, ogni giorno, un po’ più vicino.

La voglia di vivere e di lottare a Luisa non manca: continua a lavorare e i suoi studenti le stanno vicino anche adesso che non può recarsi in aula, perché si sta sottoponendo a cure molto pesanti, qua in Italia, in attesa del “sogno americano”.

«Tra i tanti messaggi ricevuti dagli studenti in questi giorni vorrei condividere un frammento della lettera di un’alunna – racconta Luisa – che mi scrive così: “Vede, nonostante l’educazione cattolica ricevuta, non sono del tutto sicura di definirmi cattolica, o di riconoscermi ancora in una religione specifica. Sto crescendo e sto riflettendo da un po’ su questo tema. Tuttavia, la sua storia mi sta sussurrando all’orecchio che forse Dio, al di là di precetti ed istituzioni, è qualcosa di molto simile a questo “ponte” che collega gli esseri umani. Questo amore inspiegabile, indescrivibile, spontaneo, puro, che ci sta facendo sentire così vicini, che ci sta facendo commuovere, che ci sta dando il coraggio di lottare per lei, e che sta dando a lei la forza per non arrendersi mai. Lei forse non comprende quanto ci sta insegnando…”».

E proprio la profonda fede di Luisa la sta sostenendo in questa dura prova cui la vita l’ha sottoposta: «Io non penso di avere delle qualità speciali, credo solo di essere lo strumento attraverso cui Lui sta mostrando qualcosa. Io credo in Dio e so che Dio non ci abbandona nemmeno in momenti difficili come questi. Siamo noi che spesso abbandoniamo Lui. Siamo noi che ci chiudiamo e non riusciamo più a sentire la scintilla di amore che ci unisce. Tutti noi abbiamo bisogno gli uni degli altri, ma spesso lo dimentichiamo e smettiamo di sentire l’umanità e la vita stessa che Dio ha messo dentro ognuno di noi. Gesù diceva “date e vi sarà dato”: per una persona che soffre, anche solo un sorriso, una parola gentile, un abbraccio… se iniziamo a scegliere di alimentare questo circolo virtuoso di amore, solidarietà e sostegno, comunque vada sarà una bellissima cosa per tutti! A volte dimentichiamo quanto bene possa fare un sorriso!».

Non sappiamo quanti dei suoi studenti arriveranno alla laurea, otterranno un trenta e lode in Statistica, avranno successo negli studi e sul lavoro: ciò che sappiamo per certo è che l’insegnamento che hanno ricevuto dalla professoressa Luisa Stracqualursi non verrà facilmente dimenticato.

Chi volesse contribuire alla raccolta fondi «Luisa Vive… se la aiutiamo», può farlo visitando il sito www.luisavive.it.

 

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