FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Archive for the ‘Testimonianze’ Category

«Non preoccuparti, mamma, tuo figlio ce la farà: la tua fede l’ha salvato!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/12/2017

Sono Andrea e ho trent’anni. Quando sono nato a Perugia mia madre aveva diciannove anni, e per occuparsi di me smise di studiare. Dopo due anni scoprì che mio padre la tradiva e che era tossicodipendente; tuttavia, io ero un bambino sereno, stavo spesso con i nonni perché mia madre lavorava.

A cinque anni mia madre incontrò un altro uomo: per stare con lui e allontanarci dai problemi siamo andati a vivere a Marsiglia, in Francia. Essendo piccolo non capivo questo cambiamento, non avevo punti di riferimento e tutto era nuovo sia per me che per mia madre; ricordo che a volte piangevo perché volevo ritornare in Italia.

Dopo due anni nacque mia sorella: tutte le attenzioni erano orientate su di lei e io mi sentivo solo e trascurato. Dentro di me sentivo crescere fortemente il rifiuto verso mio padre a causa del suo abbandono, e anche questo mi ha portato ad essere sempre più irrequieto e bugiardo. Nonostante questo mondo interiore già sofferente, a scuola sapevo farmi accettare da tutti.

Quando la sorella minore di mia madre morì a causa della droga avevo dieci anni: ero il suo primo nipote e l’amavo tanto. Per la mia sensibilità non riuscii ad accettare la sua morte e iniziai a ribellarmi in famiglia, litigando spesso con mia madre che ritenevo responsabile di tutti i miei problemi.

A tredici anni iniziai a frequentare ragazzi più vecchi di me che mi portarono a fare le prime esperienze con l’alcool, la droga… Per non sentirmi inferiore a loro, anzi, per sentirmi più forte ho iniziai a rubare e a spacciare. La mia voglia di indipendenza mi faceva spesso cambiare scuola e lavoro perché rifiutavo qualsiasi forma di autorità.

Dopo una forte delusione affettiva iniziai con le droghe pesanti: non credevo più nell’amore. Tradivo chiunque mi desse fiducia, diventando violento e falso, mentendo anche a me stesso. Ebbi problemi con la polizia che mi arrestò per spaccio. Decisi così di tornare in Italia per “girare pagina”.

Mio nonno cercava di aiutarmi facendomi fare dei colloqui in varie comunità, nonostante io non volessi. Dopo diversi anni, ritrovai un giorno per strada mio padre in pessime condizioni. Confrontandomi con lui, capii che ciò che avevo cercato in quegli anni nelle false amicizie e nelle cose del mondo era quello che non avevo avuto da lui: il suo amore. Mi ritrovai a vivere una vita fatta di illusioni, schiavo di una sostanza e pieno di paure.

Pensando a mia zia in cielo, gridai a Dio per chiedergli aiuto.

Tornai da mia madre che nel frattempo si era convertita; lei mi fece conoscere un sacerdote che mi indicò la Comunità Cenacolo come mia unica speranza. Fin dai colloqui e dalle giornate “di prova” sentii che avevo trovato il mio posto, grazie ai sorrisi dei ragazzi e all’amore di un’anziana suora, suor Piera, che a mia madre disse: «Non preoccuparti, mamma, tuo figlio ce la farà: la tua fede l’ha salvato!».

Sono entrato nella fraternità “Pastorelli di Fatima” a Pagno. Il primo anno è stato molto difficile, ma il sostegno dei fratelli mi ha dato la forza di andare avanti. Piano piano mi sentivo sempre meglio. Iniziavo a riaprire gli occhi accorgendomi delle cose belle della vita. I fratelli, con la loro amicizia, mi hanno insegnato a non scappare più davanti alle difficoltà, ma a mettermi in ginocchio affidando tutto a Dio.

Attraverso i nostri sacerdoti nel sacramento della Confessione ho incontrato la Misericordia del Signore ed il Suo perdono.

Dopo un anno sono stato trasferito a Lourdes, dove sono rimasto per più di tre anni “vicino” alla Madonna. In questo luogo benedetto, attraverso i vari impegni quotidiani, la vita di fraternità e l’amore di Maria, ho trovato finalmente il senso della mia vita. Ho capito che per essere felice dovevo donarmi agli altri. Facendo l’“angelo custode”, aiutando i ragazzi giovani a ritrovare una vita piena di speranza e di gioia, ho imparato anch’io a portare la mia croce ogni giorno con il sorriso. Alla grotta di Massabielle ho sempre trovato la pace nei momenti di lotta, l’amore e la consolazione di una buona Madre che mi ha fatto sentire di essere un figlio suo amato.

In questi anni ci sono stati tanti miracoli: uno dei più grandi è stata l’esperienza con mia madre, nella quale abbiamo potuto condividere tutto il nostro passato; l’altro miracolo è stato aver ricevuto una lettera da parte di mio padre in cui mi chiedeva perdono. E poi, la possibilità di poter passare una giornata in Comunità insieme a lui, dandogli quell’abbraccio di perdono che Madre Elvira ci ha insegnato.

Ringrazio Madre Elvira per il suo sì che mi ha ridonato la gioia di vivere e tanti desideri puliti. Qui ho imparato ad accogliere la croce, abbracciando la mia vita e quella di chi vive con me.

(Fonte: sito ufficiale della Comunità Canacolo)

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«Quando andai via e la vidi sorridere, mi sentivo felice, come lo ero stata ben poche volte nella mia vita.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/09/2017

«La prima volta che mi è stato chiesto di andare a fare compagnia agli anziani, io non capivo davvero cosa significasse in quanto ero convinta non servisse a niente passare un’ora a settimana con loro, per renderli davvero felici.

Perciò quando la mia migliora amica Tiffany mi “obbligò” (quasi) ad accompagnarla dai “vecchietti” io ero molto impacciata e non sapevo come comportarmi con loro anche perché, come ho già detto, la reputavo una cosa inutile.

Poi, però, mi misi a guardare gli occhi e i visi di quei vecchietti: quando la mia amica dava loro un bacio o quando raccontava le sue avventure e disavventure quotidiane erano felici, anche se solo per un momento, lo erano perché si sentivano voluti bene, capiti, ascoltati.

Così, quando tornai a casa, riflettei su quanto avevo visto e soprattutto pensai al modo in cui una ragazzina di quindici anni aveva potuto rendere felici per cinque minuti quei vecchietti.

La seconda volta che ci andai la mia amica non c’era, quindi io non sapevo esattamente come comportarmi.

Ad un certo punto vidi una signora seduta da sola, che guardava in basso e che tratteneva a stento le lacrime. Così andai da lei e cominciammo a parlare come se ci fossimo conosciute anni prima, come se fossimo state amiche da tempo.

Lei si fidava di me, mi raccontava i suoi sentimenti, le sue emozioni, i suoi dispiaceri ed io non facevo altro che ascoltare, dirle qualche parola di conforto, spiegarle che io ero vicina a lei.

Parlammo per quasi mezz’ora e alla fine, quando andai via e la vidi sorridere, mi sentivo felice, come lo ero stata ben poche volte nella mia vita. Così cominciai a frequentare molto spesso l’ambiente, con la mia amica, tanto che divenne quasi un impegno, un impegno preso con me stessa.

Quando entro nella Casa delle Piccole Sorelle dei Poveri e faccio una partita a carte con Lina o chiacchiero con Rossana o cerco di far sorridere Francesca o ascolto le barzellette del “cavaliere”, mi sento meglio, più completa, come se cercando di rendere felici quelle persone diventassi io stessa più felice.» (Elisa Fanizza)

(Fonte: http://www.psdp.it/testimonianze)

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«Là sentii il soddisfacimento totale di tutto quello che potessi desiderare»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/09/2017

L’abbé de Robert, sacerdote francese, racconta la sua esperienza con l'”aldilà” dopo la fucilazione in Algeria.

«Conobbi la felicità perfetta, poi bruscamente mi ritrovai con il naso in terra.»

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«No, voglio solo pregare. E mi diedero un minuto per farlo.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/09/2017

Abuna Nirwan è un sacerdote francescano originario dell’Irak. Prima di essere ordinato aveva studiato medicina.

Era in Terra Santa quando il Santo padre approvava il miracolo per la beatificazione della Madre María Alphonsin Ghattas. Si doveva riesumare il corpo della suora, compito del Vescovo locale che di solito affida il compito a dei medici; in quel caso venne designato Abuna Nirwan che si occupò della riesumazione e della redazione di un rapporto medico.

Le religiose donarono a Padre Nirwan una reliquia della santa e un rosario che aveva usato, e il religioso le teneva sempre con sé.

La storia che stiamo raccontando accadde il 14 luglio 2007 quando padre Abuna era in Irak per visitare la famiglia.

Aveva concordato con un tassista il passaggio della frontiera con la Siria, così come da lui stesso raccontato durante l’omelia di una Messa celebrata a Bet Yalla:

«Non potevo andare dalla mia famiglia in aereo, era vietato, l’unico mezzo possibile era l’automobile. Avevo pianificato di arrivare a Bagdad e da lì andare a Mossul dove vivono i miei genitori.

L’autista era spaventato per la situazione che c’era in Irak.

Una famiglia con padre, madre e una bambina chiese se poteva condividere il taxi con noi, erano musulmani, l’autista cristiano, accettammo di ospitarli nel taxi.

Ci fermammo in una stazione di servizio dove un uomo giovane ci chiese di salire fino a Mossul e venne accettato.

La frontiera tra Giordania e Irak non viene aperta se non all’alba, al sorgere del sole la barriera venne aperta e circa cinquanta, sessanta automobili in fila cominciarono ad avanzare lentamente tutte insieme.

Dopo circa un’ora arrivammo a un posto di blocco, preparammo i passaporti, ci fermammo e il tassista ci disse: “Ho paura di questo gruppo”. In passato era un check-point militare ma un’organizzazione islamica aveva ucciso tutti i soldati prendendo il controllo del luogo.

Appena arrivati ci chiesero i passaporti facendoci uscire dall’auto e portando tutti i documenti in un ufficio.

Una persona tornò rivolgendosi a me dicendo: “Padre, continuiamo con l’ispezione, si diriga verso l’ufficio in quella direzione.” Ma in quella direzione era deserto. Mi dissi – Bene, se dobbiamo andare andiamo. Camminammo un quarto d’ora per arrivare a una cabina da loro indicata.

Appena arrivati uscirono due uomini col volto coperto; uno aveva una telecamera in una mano e un coltello nell’altra, l’altro con una lunga barba teneva un Corano. Si avvicinarono e uno di essi mi domandò: “Da dove viene padre? Mi dicono dalla Giordania.” – Poi lo domandò all’autista, in seguito al ragazzo che viaggiava con noi che venne afferrato da dietro e ucciso col coltello.

Mi legarono le mani alle spalle e mi dissero: “Padre, stiamo registrando questo per Al Jazeera, vuole dire alcune parole? Per favore non più di un minuto.” – “E io dissi: no, voglio solo pregare”, e mi diedero un minuto per farlo.

Mi spinsero quindi per le spalle finché non fui costretto a inginocchiarmi, e uno di loro mi disse: “Sei un chierico, non è possibile che il tuo sangue cada in terra, sarebbe un sacrilegio.” – Prese quindi un secchio e torno per decapitarmi.

Non so cosa pregai in quel momento. Provai molta paura, e lo dissi alla Madre María Alphonsin Ghattasnon può essere un caso se ti porto con me. Se è necessario che il Signore mi prenda giovane sono pronto, ma chiedo che non muoia nessun altro.

L’uomo col coltello afferrò la mia testa con le mani, mi strinse la spalla e sollevò il coltello.

Ci furono alcuni momenti di silenzio e all’improvviso disse: “Ma tu chi sei?” – risposi – “Un frate” – Replicò “E perché non riesco ad abbassare il coltello?”. Senza farmi nemmeno rispondere mi disse: “Tu e tutti gli altri, tornate subito in macchina!”, e noi fuggimmo dove avevamo lasciato l’auto.

Da quel momento ho smesso di aver paura della morte. So che un giorno morirò ma adesso ho chiaro che sarà nel momento in cui Dio vorrà. Da allora non ho più paura di niente e di nessuno. Ciò che mi accadrà sarà volontà di Dio, e sarà Lui a darmi la forza per accogliere la Croce. Dio si prende cura di coloro che credono in Lui.»

(Fonte: http://unsacerdoteentierrasanta.blogspot.it/2016/04/el-milagro-al-padre-nirwan.html?m=1)

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“Lina ha scelto la parte migliore che non le sarà mai tolta!”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/09/2017

Questa la toccante testimonianza di Antonio il marito di Lina la Sig.ra di 59 anni che e morta ad Ischia in seguito al terremoto del 21 agosto 2017. Una testimonianza che solo un uomo dalla fede profonda e vissuta può dare.

Avevano 4 figli e ne avevano adottati due disabili.

“Non è stato facile vivere accanto ad una santa senza essere santo, soprattutto in una santità perfezionata dal martirio.

La rivoluzione totale avvenne il giorno in cui accogliemmo le reliquie dei Santi coniugi Martin, la conoscenza della loro storia illuminò i nostri volti facendo maggiore chiarezza sul nostro cammino.

Il chicco di grano ha prodotto il cento. Il 21 agosto il treno del nostro matrimonio si è fermato in un punto preciso della storia dove Cristo, via, verità e vita, ci chiamava a stare.

Finito di recitare il Santo Rosario con la Parola di Dio in mano eravamo pronti per andare a preparare una nuova Celebrazione della Parola a casa dei fratelli. All’improvviso la terra ha tremato, una parete della Chiesa è crollata e ho sperimentato drammaticamente le parole del Vangelo “uno sarà preso, un altro sarà lasciato”.

In pochi istanti mi sono trovato a vivere la scena del Calvario tenendo tra le mani il corpo di Lina martoriato e il suo volto pieno di sangue. Ho visto il volto sofferente di Cristo, mi sono sentito come Giovanni ai piedi della croce insieme alla Madonna, ho sentito con l’orecchio del cuore le parole di Cristo rivolte ai miei figli: “ecco tua madre!”, ma Cristo ha vinto la morte!

Il treno della nostra vita riparte carico di doni e destinazioni con un passeggero in meno ma con una guida sicura dal cielo. L’ultimo vagone di questo treno lo avevamo lasciato ancora vuoto per riempirlo di nuovi progetti di Dio, tra cui realizzare una casa famiglia per accogliere bambini disabili…

In questi momenti torna a galla la domanda: Che cosa è la verità? Preferirei rispondere con lo stesso silenzio di Gesù, ma davanti a tutti quelli che dicono “dov’è il tuo Dio?” a quanti bussano e chiedono ancora che cos’è la verità, la risposta è una soltanto: “Lina ha scelto la parte migliore che non le sarà mai tolta!”

Questa è la verità! Piuttosto, un’altra è la domanda: “O morte dov’è la tua vittoria?” e dov’è infatti la vittoria della morte in una donna che ha sempre annunciato con forza le parole di San Paolo: “per me vivere è Cristo e il morire un guadagno.”

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“E se questa tua depressione fosse una chiamata?”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/08/2017

Milly Gualteroni racconta com’è stata strappata dall’abisso della depressione grazie alla misericordia di Dio.

(Questa testimonianza non propone la preghiera come cura sostitutiva dei farmaci ma, come insegna Dio stesso in Siracide 38, nella malattia: onora il medico, poi prega…)

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«Comunque vadano le cose, Dio avrà l’ultima parola!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/07/2017

La storia di un sacerdote che ha vissuto fino in fondo la sua vocazione di “difensore”

Tito Brandsma nasce in Olanda, a Bolsward, il 23 febbraio 1881 e la sua salute è così fragile che non gli permette né di lavorare nell’azienda familiare, né (come desidererebbe) di entrare tra i francescani minori. Presso di loro comunque si ferma 6 anni, dal 1892 al 1898, quando entra dai carmelitani di Boxmeer dov’è ordinato sacerdote nel giugno 1905.

Lo mandano a completare gli studi di filosofia e di teologia alla Gregoriana di Roma e poi lo rivogliono in Olanda a fare il professore, mentre lui comincia a coltivare la passione giornalistica. Anzi, il vescovo di Utrecht finisce per nominarlo anche “assistente ecclesiastico” dei 30 giornali cattolici del paese. Lo fa così bene e con tanta passione da diventare un sicuro punto di riferimento, proprio nel momento in cui cominciano ad addensarsi le cupe ombre del nazismo, verso il quale Padre Tito non è per nulla tenero e del quale denuncia a gran voce la distorsione ideologica.

I punti di forza del suo insegnamento e della sua predicazione delineano un messaggio estremamente attuale anche oggi: la persona umana rappresenta un impareggiabile valore, mentre il nazismo va contro la persona; soltanto l’amore cristiano può vincere il neopaganesimo nazista; comunque vadano le cose, Dio avrà l’ultima parola, nelle sue mani noi siamo sicuri; in questo determinato contesto storico dobbiamo trovare nuovi modi per “dire Dio” all’uomo del nostro tempo, perché “i nuovi tempi richiedono nuove forme espressive”. E così viene subito “schedato”.

Con l’invasione tedesca dell’Olanda (10 giugno 1940) i nazisti danno inizio alla vera e propria persecuzione degli ebrei ed alla repressione dei cattolici ed è ancora Padre Tito che, per incarico dei vescovi, si presenta al comando centrale nazista per vigorosamente protestare. Il 26 gennaio 1941 i vescovi olandesi lanciano la scomunica contro i cattolici che sostengono il nazismo, mentre i tedeschi rispondono con la totale censura sui giornali.

Nel clima di incertezza e di paura che si respira, è normale il disorientamento nelle redazioni delle testate cattoliche, presso ciascuna delle quali si reca Padre Tito consegnando personalmente a ciascun direttore una lettera che illustra la posizione della chiesa olandese nei confronti del nazismo e dell’ideologia che propugna. Missione delicatissima, che Padre Tito accetta ben cosciente dei rischi cui va incontro.

Infatti, non appena ritorna da questo suo “tour”, la Gestapo lo va a prelevare nel suo convento di Nimega: è il 9 gennaio 1942. Nella cella in cui lo rinchiudono ha tempo per pregare, meditare, scrivere anche (scritti tra l’altro fondamentali per la sua causa di beatificazione): a Padre Tito la solitudine non pesa e il carcere non spegne la sua vena di ottimismo e di sottile umorismo. Scrivendo ai confratelli comunica di “non aver bisogno di piangere, di mandar sospiri, persino canto un po’ qualche volta, a modo mio e, naturalmente, non troppo forte”, però confessa anche loro, candidamente, di “non riuscire a sopportare le notti. Dalle otto di sera fino alle sette del mattino non posso dormire. Così la notte sto sveglio molto tempo”.

La salute, già precaria, comincia a farne le spese e il suo indebolimento è tale da costringerlo nell’ospedale del campo a fare i conti non certo con le cure mediche dei nazisti ma con le torture e le sperimentazioni cruente cui i prigionieri sono sottoposti.

Il 26 luglio 1942 un’iniezione di acido fenico lo libera dalla prigionia. All’infermiera che gliela pratica Padre Tito regala la sua corona del rosario: “Anche se non sai pregare ad ogni grano dì soltanto “prega per noi peccatori”. Sarà proprio lei a testimoniarlo.

E’ il testamento di un uomo le cui ceneri, insieme a parte dei suoi scritti, sono state disperse al vento, ma la cui testimonianza è così viva, forte e libera da candidarlo indiscutibilmente a diventare il protettore moderno dei giornalisti cattolici.

Di seguito uno dei sui scritti:

Viviamo in un mondo dove l’amore stesso è condannato: lo si chiama debolezza, cosa da superare. Certi dicono: «L’amore non ha importanza, bisogna piuttosto sviluppare le proprie forze; ognuno diventi più forte che può; e la debolezza sparisca!»

Dicono ancora che la religione cristiana, con i suoi discorsi sull’amore, è superata… E’ così: vengono da voi con queste dottrine, e trovano anche gente che le accoglie volentieri. L’amore è misconosciuto: «L’Amore non è amato» diceva ai suoi tempi san Francesco d’Assisi; e qualche secolo dopo, a Firenze, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi suonava le campane del monastero del suo Carmelo perché il mondo sapesse quanto è bello l’Amore!

Anch’io, vorrei suonare le campane per dire al mondo com’è bello amare! Il neo-paganesimo (del nazismo) può ripudiare l’amore, ma la storia ci insegna che, malgrado tutto, vinceremo questo neo-paganesimo con l’amore. Non abbandoneremo l’amore. L’amore ci farà riconquistare il cuore di questi pagani. La natura è più forte della filosofia. La filosofia condanni pure e rigetti l’amore chiamandolo debolezza, ma la testimonianza viva dell’amore renderà sempre nuova e potente la sua forza per conquistare ed attrarre il cuore degli uomini.”

(Fonte: http://www.missioniassisi.it/)

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«Io che ero dedito a droghe, sesso e violenza, all’odio… sono stato raccolto e guarito da Dio…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 24/07/2017

Storia del “metallaro” Kirk Martin, violentato da bambino, stretto nella morsa dell’odio, che strinse un patto con il diavolo.

I suoni dell’heavy metal più duro erano una sinfonia armoniosa per lui. Ferito nell’infanzia, affamato di successo, non esitò a offrire tutto pensando che lì stesse il suo tesoro.

“La cosa più bella era stare sul palco mantenendo il controllo… mi piaceva moltissimo essere adorato e che le persone mi guardassero e dicessero ‘Wow, voglio essere così’”. Sono parole di Kirk Martin, che fino a qualche anno faceva da frontman a una band di heavy metal chiamata Power of Pride (Il potere dell’orgoglio) negli Stati Uniti.

Ha tenuto molti concerti, in cui proiettava un’immagine selvaggia e iraconda sul palco. “Far sì che migliaia di persone gridassero blasfemie era la più grande fonte di adrenalina che potessi sperimentare”, ha raccontato al canale televisivo CBN.

Questa immagine sinistra non era solo una posa scenica, ma aveva un’analogia nella vita reale di Kirk. La sua figura imponente dava un contesto al suo carattere attaccabrighe, e i vari tatuaggi sul suo corpo parlavano delle convinzioni e dello spirito che lo abitavano. “Ero così pieno di odio da proiettare quest’odio su molte persone”, ha confessato, proseguendo: “Due dei membri della band – mentre una volta eravamo in viaggio – decisero che erano stanchi di me e che non mi sopportavano più, e decisero di lasciare la band”.

Kirk riconosce che per molto tempo è stato superbo, fomentando con i testi delle sue canzoni la ribellione dei giovani che lo idolatravano. “La mia intenzione era dire alla gente di credere in se stessa, di seguire i propri punti di vista, i propri sogni, e di schiacciare chiunque si mettesse sul suo cammino”.

Le origini del suo successo, segnala, non sono state dovute al semplice impegno o alla qualità della sua musica. Kirk non era disposto a rischiare un fallimento o ad attendere la fortuna, e senza esitare si propose di concretizzare il suo anelito anche se per questo rischiò tutto in un patto sinistro. “Conficcai le unghie al suolo, estirpai la terra e dissi a Satana: ‘Se mi dai tutto ciò che voglio, se mi rendi un dio, se mi dai donne, droghe e fama, tutto… se mi dai il potere di schiacciare la gente, ti servirò fino alla fine dei tempi’”.

Il trauma determinante nell’infanzia

Pochi giorni dopo aver pronunciato questa frase, ricorda, una casa discografica gli offrì un succulento contratto perché il suo gruppo potesse registrare un disco.

Quel patto di schiavitù non era però l’unico segreto che Kirk serbava mentre affondava nell’illusione di fama, sesso e fortuna…

“Durante la mia infanzia, alcuni ragazzini del quartiere iniziarono a molestarmi sessualmente e a sodomizzarmi. Avevo probabilmente 8 anni. È successo più di una volta, e non ne ho mai parlato, non l’ho mai detto a nessuno”.

Violentato nell’infanzia, pieno di rabbia… Approfittare sessualmente delle donne divenne una parte dello stile di vita heavy metal di Kirk. “La parte peggiore del mio abuso fu il fatto che l’ho interiorizzato e violentavo altri”, ha ricordato.

L’incontro con la verità

Quando era sul punto di firmare il contratto discografico per il quale aveva venduto la sua anima, Kirk ebbe un incontro con un estraneo misterioso quando era una mattina in una caffetteria.

“Un tipo entrò e si sedette proprio vicino a me tra tutti i posti in cui avrebbe potuto sedersi… C’erano molti posti liberi, e lo guardai subito con un’espressione orribile e meschina sul volto. Gli dissi: ‘Che c’è?’. Mi guardò dritto in faccia e replicò: ‘Che ti succede, amico?’. Saltai su e misi il naso proprio di fronte al suo. Lo guardai negli occhi e mi limitai a maledirlo, gli dissi tutte le cose immonde che mi venivano in testa e lui mi disse: ‘Dio mi ha mandato qui per dirti che ti ama e che vuole che sappia che non è stato responsabile dei giovani che hanno abusato di te quando eri bambino’. La cosa più allucinante è che disse i loro nomi e aggiunse: ‘Gesù ti sta aspettando perché ritorni a casa’”.

L’uomo misterioso se ne andò, e Kirk rimase a pensare, sotto shock, per qualche secondo. Poi si alzò per affrontare l’estraneo, ma quando uscì in strada quell’uomo era scomparso.

La notte in cui brillò una sola stella

Qualche ora più tardi, quando Kirk stava per addormentarsi sull’autobus della band, venne scosso nel mezzo della notte. Forse fu un sogno rivelatore, ma lo ricorda come un fatto reale e vissuto.

“All’improvviso apparve una grande stella, come se cadesse dal cielo, e lo spirito di Dio stesso agì sull’autobus. Non sapevo perché odiavo tanto Dio. Tutto, semplicemente, volò via, e l’unica cosa che provavo era amore. Mi sentii accettato, mi sentii come se fossi di nuovo quel bambino, prima che abusassero di me, e dissi: ‘Gesù, vieni qui e distruggimi perché non voglio più essere così’. Mi rendo conto ora che di fronte alla presenza di Dio, il peccato, l’odio e la cattiveria non possono resistere, non c’è spazio per loro, devono uscire. E tutte queste cose iniziarono ad abbandonare il mio cuore”.

Kirk, come un bambino, tornò a dormire, e quando si risvegliò la mattina dopo tutto sembrava diverso. “L’erba era più verde, il cielo era più limpido, le nuvole erano belle, e io ero diverso”. Il contratto? Poco gli importava, perché “quello che avevo sempre voluto all’improvviso non lo volevo più. Lasciai tutto e non tornai più nella band”.

Riconciliato

Alla ricerca di risposte e di riconciliazione con la fede, Kirk entrò in una chiesa del suo paese di origine e si abbandonò al cristianesimo.

Quando iniziò ad assistere alle celebrazioni, la sua guida spirituale gli consigliò di porre fine al doloroso ciclo iniziato nell’infanzia. La sfida era cercare i ragazzi che avevano abusato di lui per perdonarli. “Li trovai, e non so se si ricordavano di me. Allora chiesi loro: ‘Perché mi avete fatto questo?’. Iniziarono a raccontarmi la storia di qualcuno che li aveva violentati, che da bambini avevano trovato una rivista pornografica e quello li aveva portati ad abusare di me, e poi avevano invitato un altro ragazzo a fare lo stesso. Avevano donato il loro cuore a Cristo. Ci siamo seduti, abbiamo pianto e ci siamo abbracciati. Abbiamo parlato di quello che era successo e abbiamo pregato”.

Con il tempo, Kirk ha anche ritrovato il suo talento musicale, basato sulla libertà e la guarigione donate da Dio, scrivendo e interpretando canzoni di lode. Si è formato una famiglia e insieme viaggiano in tutto il Paese condividendo il miracolo che ha cambiato la sua vita.

“Mia moglie è semplicemente un tesoro, e la mia famiglia è la testimonianza più grande della pietà e della grazia di Dio. Io che ero dedito a droghe, sesso e violenza, all’odio, che usavo la musica come uno strumento per distruggere le persone, sono stato raccolto e guarito da Dio… tutto ciò per la sua gloria”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti – Fonte: ritasberna.it – Articolo originale su: portaluz.org]

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«Sei libero di non credere, ma io ti dico che se non avessi creduto ora non sarei in questo stato di grazia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/07/2017

Era apparentemente un giorno come tanti, nella routine d’ufficio, in banca, dove lavoravo, ma quella mattina successe qualcosa di importante che cambiò poi per sempre la mia vita.

Venne un cliente (di nome F. ) per delle operazioni. Lo conoscevo di vista; non so perché, cominciò a parlarmi delle apparizioni della Madonna a Medjugorje con tanto entusiasmo e mi invitò ad andarci con lui. La cosa non mi interessava affatto, essendo oramai da tanto tempo nel buio più completo senza fede e immerso nel peccato e nella lussuria più sfrenata, da fare ribrezzo pure a me stesso.

Lui fu molto insistente e per questo, accettai di rivederlo a casa mia all’indomani per parlarne più diffusamente. Anche se non ero interessato, però le sue parole mi mettevano tanta pace, pace che da tempo non albergava più nel mio animo. Solo per togliermi l’impegno, accettai l’incontro per l’indomani.

Lui parlò per tutta la sera di queste apparizioni e quando chiesi perché ci teneva a dirlo a me, rispose che sentiva di dovermelo dire in quanto, un mio eventuale sì avrebbe permesso alla mia vita di prendere un’altra direzione e ritornare ad essere felice e spensierato come da bambino.

Quello era un periodo di grossi tormenti per me, infelice, disperato, sempre alla ricerca di cosa fare della mia vita e come renderla utile e interessante. Avevo 30 anni. L’idea di poter tornare ad essere felice e spensierato mi interessava ma non era facile credere a tutto quello che mi si diceva riguardo ai miracoli operati dalla Madonna a Medjugorje.

Non certo per fede, che non avevo più o forse non avevo mai avuta, ma per le sue continue insistenze, dissi di si al viaggio. Per una volta volli rischiare. Al più sarebbe stato un bel viaggio nella verde terra della Croazia-Bosnia. Ma la decisione fu molto sofferta.

Il 21 giugno 1991 si partì con un gruppo di 15 persone e la guida era F. Gli anni in cui fui lontano da Dio erano stati tanti (12 anni) e col tempo, sprofondavo sempre più nel peccato e nella perdizione anche a causa della mia condizione di omosessuale.

Come si può credere senza avere la fede? Come si può tornare alla casa del Padre, con la propria volontà, quando questa è fiacca perché ridotta così, dal peso dei peccati e da una vita dissoluta passata nel buio? La luce acceca e dà fastidio a chi sta nel buio. Dio, inoltre non può cambiare la nostra volontà se non lo vogliamo veramente noi stessi.

Ma la sua Misericordia va oltre i nostri limiti e oltre ogni immaginazione e sa accogliere di nuovo chiunque mostra un minimo segno di buona volontà per tornare a lui. E questo capita quasi sempre dopo lunghe sofferenze fisiche o spirituali.

Arrivati al luogo del santuario, dove restammo per cinque giorni, ebbi modo di vedere i veggenti che raccontavano ai pellegrini la loro storia e incitavano a convertirsi e pregare spesso, partecipando alla messa quotidianamente, confessandosi se necessario e magari digiunando a pane ed acqua una volta a settimana.

Io seguivo tutti questi eventi ma con distacco e anche imbarazzato, talvolta, non essendo più abituato alla preghiera e a sentire la parola di Dio.

L’unica cosa che mi smosse l’animo fu la fede della gente del posto che veniva a pregare ogni giorno in Parrocchia, e non solo le donne e le vecchiette ma tutta la famiglia per intero, compresi i papà.

Mi colpivano questi uomini adulti, spesso alti e di grossa stazza, sembravano dei guerrieri e incutevano timore eppure… docili… col rosario in mano a pregare con tutti gli altri. In un messaggio lasciato ai veggenti, la Madonna disse che aveva scelto questo posto per le apparizioni perché aveva trovato ancora tanta fede. Era vero. Si vedeva.

Verso il terzo giorno, sentii dentro di me un forte impulso a confessarmi, e anzi, avevo davanti a me una visione completa di tutti i peccati e le mancanze che avevo commesso in questo lungo periodo di morte spirituale. Di sacerdoti disponibili alla confessione ce ne erano sempre tanti.

Ne scelsi uno, e mi confessai in piedi in un prato (non c’erano molti confessionali a quell’epoca, e a volte bastava una sedia ). Cominciai ad accusarmi di tutti i peccati e le colpe commesse e un po’ timoroso per la pesante penitenza che avrei sicuramente avuta. Invece… Dopo aver avuto l’assoluzione il sacerdote non mi diede penitenza (…) Vai in pace e non peccare più.

Queste parole provocarono in me una commozione così grande che iniziai a piangere senza potermi più fermare per almeno quindici minuti e siccome lo feci sulla spalla del sacerdote, alla fine si ritrovò con tutta la camicia bagnata dalle mie lacrime. Non se la prese ma fu contento di questo sincero pentimento.

Convertirsi non vuol dire solo dire il rosario e andare a messa, ma cambiare modo di vedere le cose di ogni giorno e vivere secondo i dettami del Vangelo. Per me non era affatto facile e non ce l’avrei fatta a dimenticare tutto il mio passato di omosessuale, con amicizie sbagliate o luoghi da non frequentare più.

La Madonna pensò a tutto e così al mio ritorno, ebbi continuamente F. al mio fianco, come un fratello, che mi fece conoscere delle comunità dove si pregava e si stava insieme, dove si ascoltava la parola di Dio per farla propria e poterla mettere in pratica.

Questo durò per dieci anni. Ho vissuto così intensamente questo periodo che mi fu facile (ma non facilissimo) rinunciare al peccato e alle amicizie sbagliate per far posto a nuovi amici con cui interagivo sempre di più, fino a poter offrire il mio servizio di volontario. Avevo creato un banchetto dove esponevo, alla fine di ogni riunione, dei libri di carattere religioso per approfondire la Parola di Dio, che si potevano acquistare ed io facevo da consulente.

Che la Madonna mi stesse accanto continuamente ne ebbi tante prove, sia quando mi comportavo bene sia quando avevo dei tentennamenti e delle nostalgie di ritorno al passato di omosessuale.

In un periodo estivo, dove i cedimenti sono più frequenti, mi lasciai tentare per un incontro sessuale. Appena arrivato a casa del tizio, ci sedemmo su un divano e nel tavolino, in bella mostra c’era una rivista che parlava di Medjugorje e che io stesso avevo distribuito. Mi disse che gliela aveva regalata una vicina.

Ma io colsi il segno che la Madonna mi stava scoraggiando a consumare questo atto sessuale.

Lei era lì anche attraverso una rivista, che io conoscevo bene. E la coincidenza era incredibile. Me ne andai subito via, salutando frettolosamente.

Inoltre, con sorpresa, notai che molti dei posti dove c’erano incontri comunitari (chiese o conventi) erano posizionati sempre vicini ma dalla parte opposta di quelli che io frequentavo quando stavo nel buio (locali, saune ecc.). Come dire: nello stesso posto c’era il Bene e c’era il Male. Tu hai scelto il male, ma ora che hai voluto convertirti a Cristo, vedi che c’è anche il Bene ma dalla parte opposta.

Ringrazio la Madonna per avermi ridato la Luce e aiutato in tutti questi anni, e a chi dice: io non credo alle apparizioni di Medjugorje, io rispondo: sei libero di non credere, ma io ti dico che se io non avessi creduto ora non sarei in questo stato di grazia. Beato chi crede senza vedere.

La Madonna chiede spesso di pregare per i peccatori. Ma essendo impossibile per lei dare giudizi ( e dire peccatore è un giudizio), lei usa una perifrasi: pregate per coloro che ancora non hanno conosciuto l’Amore di Dio. Questa frase è incisa da sempre nel mio Cuore. Io ero un grande peccatore ma per Lei ero solo uno che ancora non aveva conosciuto il vero Amore: quello di Dio.

Grazie o Maria per avermelo fatto conoscere.

G. T.

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