FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Archive for the ‘Testimonianze’ Category

«Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/12/2019

“In fondo – come ho detto con mio fratello ieri sera – noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.

Con queste parole Gianluca sintetizza l’estrema maturazione che ha vissuto nel corso di due anni di malattia, di una terribile malattia che non perdona, un osteosarcoma.

Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Durante la malattia l’incontro con Gesù, Gian si rivede in Cristo, diventa l’alter Christus Patiens, è la vita che si manifesta nella sua pienezza proprio quando sta per finire. Tramite amici comuni incontra don Marco D’Agostino, con lui parla del Signore, diventa lampada per quel sacerdote da 20 anni, che si converte dinanzi a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. E con don Marco scrive un libro, il suo libro, la sua vita in poche pagine, in un alfabeto, è così che Gian si presenta al mondo proprio quando parte per giungere al Cielo.

Lasciamo parlare don Marco:

“Comincerò dalla “A” di accoglienza. La mia storia con Gian è iniziata così. Preoccupato di che cosa dovevo dirgli, di come presentarmi a lui, dopo che aveva chiesto di vedermi, di quanto fermarmi in casa con lui, sono uscito lavato e purificato dalla sua stessa presenza. Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplciità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza. Gian è stato capace – settimana per settimana – di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore. E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare.

Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata. Anche il peggio. Ha deposto la sua vita in mani, cuori, presenze accoglienti. I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri.

Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.
Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

Lui è stato accogliente, anche verso questa “sorella” così scomoda. Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. In questo grado d’intimità interiore – è la prima volta che uso questo termine – ha fatto scaturire, da lui e da me/noi, sentimenti e pensieri che spingono ad una conversione all’accoglienza della vita stessa, qualunque essa sia, perché è dono, di Dio e dei nostri genitori.

Nella vicenda di Gian ho, poi sperimentato pià volte la “E” di essenza. Lui, spogliandosi, giorno dopo giorno, apparendo in tutta la sua fragilità e dolore, ha raggiunto il centro, il succo della vita umana e cristiana. La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento. Gian ha saputo essere un atleta della vita.

Scrivendo a Papa Francesco – lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicemebre 2014 – aveva detto che era in ospadale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra. E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente. Perché Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa.

Il miracolo degli ultimi mesi della sua malattia non è stato quello della guarigione. Forse questo sarebbe stato più eclatante. La notizia della sua vicenda – che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità – ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale. Il miacolo vero è stato, per Gian, comprendere il “perché” di quella condizione così umanamente sfavorevole per lui e per la sua famiglia e leggerla con gli occhi della fede. Bisognoso di tutto, da un punto di vista fisico – e infermieri e volontari sanno con esattezza quanto bene ha fatto a ciascuno di loro l’incontro con Gian! – da un punto di vista spirituale risplendeva da dentro.

Quegli occhi “accesi” erano veramente la sua luce. Segni di una Presenza che sapeva illuminare anche la croce, perché già sperimentata al Calvario, duemila anni fa. Debole e fragile intuiva che quel peso, sulle sue giovani spalle, l’avrebbe potuto sopportare solmente con una medicina che non poteva essere quella prescritta dall’ospedale.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro. Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia – non saprei diversamente come chiamarla – di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava. Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di belleza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini” (don Marco D’Agostino in: La Croce Quotidiano).

Gian muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore. Nell’introduzione al suo libro scrive: “In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici”, ed è proprio così.

L’esperienza di questo giovane, rubato alla terra per rendere il Cielo ancor più bello di quello che è, non è stata una meteora in una fredda notte di fine gennaio, la sua luce continua ad illuminare chiunque lo incontra nelle parole del libro, nella voce dei suoi amici, nella testimonianza di don Marco, nell’amore dei suoi genitori e di suo fratello.

Gian vive oggi più di prima, il suo nome, i suoi occhi pieni della vera Gioia, il suo sorriso contagioso ha varcato le soglie della sua casa di Sospiro per raggiungere tanti ragazzi e ragazze come lui, ma anche tanti adulti, che conoscendolo si innamorano della splendida, semplice bellezza del suo cuore. Gian, per un caso del destino, è divenuto come un sospiro, come quella “brezza di vento leggero” che, dopo la tempesta, è segno della presenza di Dio.

Io l’ho incontrato per caso, un volto sulla copertina di un libro, e siamo diventati subito amici, ora sta sempre accanto a me, lo guardo, lo prego, lo sento vicino, compagno nel mio cammino verso il Signore. La breve vita di Gian è stata come un sorriso, dura poco ma riempie il cuore di gioia, Gian è il sorriso di Dio all’umanità afflitta, se riusciamo ad entrare in quel sorriso possiamo scoprire il segreto della felicità.

Gian, amico mio, amico nostro, prega per noi.

Per approfondire:

Gianluca Firetti e don Marco D’Agostino, Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015.

Don Marco D’Agostino, Gianluca Firetti. Santo della porta accanto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

(Fonte: fonte: giovanisanti.wordpress.com)

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«Mi meraviglio io stessa come possa essere felice sotto la croce!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 23/11/2019

Una meravigliosa testimonianza che ci aiuta a capire il mistero della sofferenza e della malattia.

Visitata da un amico, Roberto De Flers, aprì il suo animo candidamente. Fu questo il colloquio:

– A Parigi ed in gran parte della Francia si parla di lei. Sono passati de­gli anni e la stampa francese la tiene ancora presente. Come sta in salute?

– I medici non comprendono come io sia ancora in questo mondo.

– Soffre?

– Intensamente!

– I medici non promettono di attenuare questi dolori?

– Lo promettono, ma spero e mi au­guro che non ci riescano. Non si può comprendere quanto io sia felice!

– Nonostante tanti dolori?

– Appunto per questo! Sono felice perché soffro. A dire il vero i primi mesi dopo la mia conversione furono duri… per esitazioni, dubbi e chiaroscuri. Ma da che è sorto il giorno della vittoria su me stessa, quanta gioia mi pervade l’anima! Sono stata colmata di doni dal buon Dio, soprattutto perché mi ha data la fede. Anche mia figlia Giovanna, prima lontana dal Signore, oggi condivide la mia fede in Dio.

Amico mio, pregherò per lei. Quando le parlano di me, dica a tutti quelli che mi conoscono che lei ha veduta la più felice, la più perfettamente felice tra le donne.

La buona signora soleva scrivere il suo diario e riversava su quelle pagine il torrente dei suoi sentimenti.

Mentre tutti si agitano per diventare ricchi a qualunque costo, il suo spirito era rivolto a cose più sublimi. Diceva ancora:
L’orazione è il mio palazzo. Ho sempre in fondo al cuore la lampada della fede che mi rischiara. O mio buon Gesù, quando farai di questa piccola lampada un faro che abbagli? Io non vivo che di questa attesa, di questa speranza: bruciare e morire d’amore per Te, che sei morto d’amore per me! Grazie, Gesù mio, dei mali che ho addosso! Mi meraviglio io stessa come possa essere felice sotto la croce. Cosa sarà il Paradiso, se posso sentirlo già in questo mondo e come è stato che la mia felicità non è definibile? Non trovo parole adatte a dimostrare la mia felicità, perchè le mie parole sono limitate, mentre la mia gioia è senza confini.

Chi è la donna che parla cosi?

E’ Ewa Lavalliére, la stella del teatro di Parigi. Per venti anni fece l’artista, acclamata freneticamente dal pubblico e dai giornalisti francesi.

Viveva lontana da Dio; era immersa nelle vanità della vita; non le mancava nulla agli occhi del mondo.

Visitando un giorno la grotta di Lourdes, si accorse che le mancava tutto; le mancava la fede.

Dato l’addio al mondo, malgrado le pressioni degli artisti e della stampa, non tornò indietro.

Trascorse il resto della vita alla luce della fede e fu felice.

Prima di morire, non potendo più parlare, strinse il Crocifisso con tutte le forze che le rimanevano e lo fissò a lungo. Dopo qualche istante spirava.

Quale differenza tra Ewa Lavalliére, illuminata dalla fede, e tante altre persone prive di fede, che dopo essersi dibattute tra le amarezze della vita, chiu­dono la loro vita terrena sotto le rotaie d’un treno o con un salto dal balcone o con una pallottola al cervello o col veleno nelle viscere!

La sola fede è il sole che illumina, riscalda e feconda; l’esserne privi è la più grande sventura dei mortali.
Come si vede, la prima categoria delle virtù è quella delle teologali e la prima delle tre teologali è la fede.

(Fonte: http://www.annalisacolzi.it/)

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«Ho riaperto gli occhi ed ero un’altra!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/09/2019

L’incredibile storia di Carlotta Nobile, la ragazza che si arrese a Cristo, che trasformò dolore e sofferenza in un canto alla vita, una “croce fiorita”.


 

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Quattro chiacchiere con un’anima eroica

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/09/2019

Ieri ho scambiato quattro chiacchiere con una persona che non vedevo da tanto tempo.

È un padre di famiglia che in questi ultimi anni è sopravvissuto alla perdita di una figlia, e (contro ogni previsione medica) a un tumore maligno, a un ictus, a un coma prolungato e a una riabilitazione estenuante durata anni e che dura ancora.

Con un sorriso sulle labbra disarmante ringraziava Dio con gioia – senza un’ombra di tristezza o rassegnazione ma con gioia e gratitudine vere – di essere tornato al lavoro perché troppo giovane per la pensione.

Commosso, edificato e onorato di queste quattro chiacchiere dietro alle quali ho visto Dio all’opera, non ho potuto fare a meno di pensare che, forse, questo mondo storto e ingiusto si regge sull’offerta di queste piccole grandi anime eroiche.

(La foto è stata presa dalla rete)

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«Avevo sempre nascosto la verità di me stessa a me stessa.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/08/2019

La storia di Valentina, una ragazza che ha ritrovato la vita in Gesù nella Comunità Cenacolo. Preghiamo per lei?

Quando sono entrata in comunità non sapevo di essere una ragazza ferita perché avevo sempre nascosto la verità di me stessa a me stessa; credevo, così, di essere forte quando in realtà ero bloccata e piena di paure.

Grazie all’aiuto delle sorelle ho iniziato ad aprirmi e così a far entrare Gesù nelle mie ferite. Una di queste è sicuramente legata a mia mamma, che si è ammalata di cancro quando avevo tredici anni. A casa non c’era dialogo e “schiacciavo” tutto quello che vivevo, facendo finta che tutto andasse bene; mi chiudevo nei miei silenzi e nella musica, creandomi così il mio mondo dove non lasciavo entrare nessuno per non soffrire.

Crescendo, iniziavo a frequentare amicizie sbagliate e, invece di essere matura e aiutare in casa, mi chiudevo sempre di più. Approfittavo della malattia di mia madre rubando le sue medicine per “divertirmi” e fare poi quello che volevo. Quando poi lei è morta, me ne sono andata via di casa, credendo così di essere libera e indipendente.

Oggi capisco che volevo solo scappare da me stessa e dai pesi e sensi di colpa che mi portavo dietro.

In poco tempo sono arrivata a essere dipendente dalla droga fino a perdere tutto: il lavoro, le amicizie e la mia dignità, finché un giorno, grazie ad un’amica, sono riuscita a chiedere aiuto ai miei fratelli, che mi hanno portato in comunità.

Qui l’amore della Madonna e di Gesù per me si è fatto concreto nella pazienza delle sorelle, che mi stanno aiutando ad abbracciare la mia storia e a credere che in quello che mi è successo c’è un disegno di Dio.

Ora so che è anche grazie a mia mamma che dal cielo ha pregato per me che sono arrivata qui, e sono felice di poter donare me stessa ogni giorno imparando ad amare chi mi sta vicino.

Ringrazio la comunità perché grazie alle lotte e ai superamenti quotidiani sto imparando ad aggrapparmi a Dio e a sentirmi figlia amata.

(Fonte: Periodico “Resurrezione”, Pagine d’incontro della Comunità Cenacolo – Saluzzo, Anno XXXIII, n. 2, Giugno 2018, Pagg. 14 e 15)

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«I genitori me lo hanno detto, ma poi io ho deciso di credere.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/08/2019

Ho l’onore di presentarvi Veronica Cantero Burroni, la ragazzina che ha scritto una lettera alla propria Croce. Consiglio di guardare il video fino in fondo per ascoltare questa perla preziosa.

«Sono felice perché ho imparato che la vita vale la pena di essere vissuta malgrado le difficoltà che possiamo incontrare.»

Unknown«Non sono arrabbiata perché nella scrittura ho scoperto che questa infermità non è la mia croce ma la ragione per la quale scrivo perché Dio mi ha detto: io ti do questo dono perché attraverso di esso tu possa dimostrare che si può.»

«La mia famiglia mi ha insegnato che Dio non mi abbandona mai e c’è sempre una ragione delle difficoltà che incontro nel mio cammino.»

«Ho verificato questo amore perché ho iniziato a pregare da sola, nelle preghiera gli chiedevo forza, pazienza e pace, perché per lottare ho bisogno di molta pazienza.»

«I genitori me lo hanno detto, ma poi io ho deciso di credere.»

«Tutti abbiamo la possibilità di cambiare se lo desideriamo, l’opzione esiste, però dobbiamo sceglierla.»

«Si può sempre trovare qualcosa di buono all’interno del caos.»

 

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«Noi non siamo una casa famiglia, siamo una famiglia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/06/2019

Conosciuta come “suor anti racket”, suor Carla Venditti esce di notte con le sue consorelle a parlare con le prostitute di Roma.

Con una naturalezza che disarma, propone una via d’uscita, in fondo alla quale c’è il suo sposo, Gesù, e molte ragazze riescono a uscire dal racket della prostituzione.


«Non ho avuto un percorso religioso particolare, sono arrivata ai diciotto anni facendo una vita normale ma non andavo a Messa, non ero inserita in nessun gruppo, come molti ragazzi avevo abbandonato tutto, poi a un certo punto è scattato qualcosa, Dio che conduce sempre tutto, mi fece incontrare quella che era stata la mia catechista…

A me piaceva stare in gruppo, però questo era un gruppo diverso, avevo capito che lì c’era qualcosa in più…

Non noi ma è Dio che salva, noi siamo solo un piccolo strumento e ci mettiamo a servizio…

Abbiamo aiutato quindici ragazze, queste quindici anime sono entrate tutte nella nostra vita

Noi non siamo una casa famiglia, siamo una famiglia»

Per chi fosse interessato ad acquistare il libro di suor Carla, con cui finanzia la sua missione, è possibile farlo presso il negozio di articoli religiosi “Cattolica” o nel negozio “Fantacarta” di Avezzano (L’Aquila).

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Quando i riflettori della grazia furono più potenti di quelli della Warner Bros…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/05/2019

Direste mai che è la frase pronunciata da una delle maggiori star di Hollywood tre volte premio Oscar?

E’ una storia un po’ lunghetta ma che va giù tutta d’un fiato e che ci mostra come, una moglie e due amici cattolici ferventi, che per una vita hanno dato un esempio coerente, abbiano portato Gary Cooper ad abbracciare il cattolicesimo.

Neppure un flash fu scattato  nella piccola chiesa del Buon Pastore a Beverly Hills (Hollywood) quando il 9 aprile del 1959, sul capo ormai argenteo di un distinto signore, scendeva silenziosamente, come la grazia nel suo cuore, l’acqua rigeneratrice del Battesimo.

Migliaia di fotografi sarebbero accorsi per cogliere quel momento se l’avessero saputo: uno degli uomini più in vista d’America, il celeberrimo attore del cinema statunitense, faceva l’abiura della Chiesa Episcopaliana per entrare nella Chiesa Cattolica.

(…) Novanta film e tre premi Oscar ne avevano fatto, dopo 35 anni di carriera ininterrotta, uno dei più popolari attori dello schermo. (…) Dopo essere stato travolto [dal successo holliwoodiano], si era tirato fuori abbastanza presto dal turbine di Hollywood.

Non era tagliato per le sregolatezze e le fasullerie di quel mondo di cartapesta. Non aveva nemmeno imparato a bere. Ballava male, pestando i piedi alla compagna. Una volta li pestò con più insistenza del solito a una ragazza, Veronica Balfe, che resistette meglio delle altre, e Gary la sposò.

Veronica era figlia di industriali, gente solida e timorata, che non videro di buon occhio l’ingresso di un attore, per quanto famoso, nella loro famiglia. Ma dovettero ricredersi perché Gary fu un marito ottimo; infatti il suo è stato l’unico matrimonio (o quasi l’unico) di Hollywood che ha resistito fino in fondo.

Ciò non vuol dire che non abbia avuto scossoni. Dall’avventura con Lupe Velez, Gary uscì disfatto fisicamente e moralmente. Egli ci naufragò perché era disarmato, ma ne uscì secco come una lucertola, pieno di rimorsi puritani e col terrore di essere diventato un «play boy» come ce n’erano tanti in quella specie di Sodoma di celluloide.

Ma la moglie era cattolica, una cattolica convinta e praticante. Non avrebbe mai consentito al divorzio. Di qui il diminutivo di Veronica, Rocky, che vuol dire rocciosa, con cui la chiamava il marito. (…)

Quando si convertì al cattolicesimo (i suoi genitori erano quaccheri), egli era al vertice della sua carriera artistica. È facile immaginare l’impressione suscitata negli ambienti holliwoodiani, ma per quanti lo conoscevano più intimamente, non fu una sorpresa: già da tempo si parlava di questa possibilità.

L’amicizia con altri due notissimi esponenti del cinema americano, Bing Crosby e Irene Dunn, entrambi ferventi cattolici e membri dell’associazione dei Christofers, l’avere egli sempre dimostrato interesse per i problemi religiosi, la delicata e intelligente opera della moglie e il suo esempio di vera cristiana facevano prevedere che un giorno il re dei cow boys avrebbe abbracciato la piena fede nella Chiesa di Roma.

Egli era stato ricevuto una prima volta da Papa Pio XII nel 1953; venne poi ricevuto un’altra volta, con la moglie e con la figlia, nell’anno della conversione che avvenne, come lui stesso confidò a un amico, «dopo avere a lungo riflettuto».

Ai giornalisti, che subito dopo la notizia si precipitarono in folla a chiedergli dichiarazioni sull’avvenimento, Gary rispose molto semplicemente che la cosa riguardava soltanto la sua coscienza e non intendeva farne una speculazione pubblicitaria. Con queste parole rivelava ancora una volta la sua vera personalità. 

Egli non tradì mai il suo «tipo», neppure nell’ultimo periodo della sua vita, quando ebbe a subire la prova del fuoco nella malattia che lo condusse alla tomba il 13 maggio 1961. 

La fede cristiana, accettata nella sua pienezza, era giunta in tempo a sostenere l’eroe candido e gentile, forte e leale, nella battaglia decisiva per la conquista dell’eternità.

La resistenza di Gary [nella malattia] aveva qualcosa di eccezionale. I medici dissero che altri, al suo posto, sarebbero stati vinti dalla malattia molto prima di lui. Guardava serenamente al suo passato e alla morte che si profilava quanto mai vicina. Diceva: «Ho avuto una vita felice. Non potrei chiedere altro che morire serenamente come ho sempre desiderato».

Nel corso della malattia ricevette più volte i sacramenti. Alcuni giorni prima della morte, in occasione del suo compleanno, rifiutò i sedativi per essere pienamente sveglio e consapevole.

La sua fine era imminente quando gli venne l’ultimo riconoscimento dal mondo del cinema, il terzo Oscar. Il volto magro di James Stewart, che ritirò a nome suo l’ambita statuetta d’oro, apparve in primo piano su milioni di teleschermi americani rigato di lacrime quando disse: «Cooper, con questo Oscar ti manifestiamo la nostra amicizia e il nostro affetto, l’ammirazione e il profondo rispetto di noi tutti. Siamo orgogliosi, molto orgogliosi di te.»

Il malato seguiva la trasmissione sul video della sua casa e rispose all?amico: «Ho avuto tante soddisfazioni nella vita, ora vorrei tanto morire bene.» E alla moglie ripeteva: «Voglio morire bene, sia come uomo che come cristiano.»

Tre giorni prima della fine Gary Cooper aveva ricevuto in piena coscienza l’Unzione degli Infermi. Visto il parroco Sullivan accanto al suo letto, gli sorrise con grande dolcezza. La sofferenza scavava un solco inarrestabile sul suo volto; dolori terribili gli mordevano le carni.

Poco prima del trapasso mormorò: «Sia fatta la volontà di Dio.» A un tratto mosse a fatica le labbra e disse a mezza voce: «Signore aiutami a morire senza paura». Poi chiuse gli occhi in un sonno che era già mortale.

I riflettori della grazia hanno battuto quelli della Warner Bros e della Paramount, illuminando la pagina più bella della vita del vecchio e amato cow boy.

(Tratto da «Uomini incontro a Cristo», Edizioni Pro Civitate Christiana, Assisi, a cura di Giovanni Rossi)

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«Quando ricevo cattiverie capisco che lì c’è una persona che deve allenarsi all’amore…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/04/2019

L’altra sera guardando la puntata di Beati Voi presentata dall’amica Beatrice Fazi, ho capito, ascoltando la testimonianza di Annalisa Minetti quale debba essere l’atteggiamento più adeguato nei confronti dei cosiddetti “hater”.

“Il dolore non dev’essere fine a se stesso ma deve essere il mezzo con il quale io miglioro la mia vita e migliorare la vita di chi può vedere e non lo fa.

Credo che queste persone (gli haters) debbano essere accolte per provare una cosa che probabilmente non provano e che è l’amore e capire che l’espressione più grande dell’amore è il perdono.

Quando ricevo cattiverie capisco che lì c’è una persona che deve essere amata, deve allenarsi all’amore…

La vera medaglia che porto al collo è il mio rosario, è la mia fede, e non è limitarsi alla religione in sé e per sé ma raccontare che cos?’ l’amore, coi suoi benefici…”

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«Perché Dio ti ama! Hai capito? Ti ama! Ama proprio te!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/03/2019

Un’ispirata e infuocata suor Anna Nobili racconta con coraggio con la sua incredibile storia di conversione che l’ha portata dai cubi delle discoteche al convento.


«Avevo questo vuoto d’amore enorme, ho cercato di riempire questo vuoto con tutto quello che il mondo mi prometteva al di fuori della famiglia.

La vita di tutti i giorni mi annoiava, allora ho iniziato la sera a lavorare nei pub e a frequentare discoteche tutte le notti … conoscevo tutti i PR e ho iniziato non solo a ballare ma a gettare il mio corpo, la mia sessualità, come se fossero delle caramelle.

Mi piaceva la musica e ci sapevo fare ma la danza e il corpo erano la mia arma di seduzione perché solo così potevo mendicare quell’amore che mi mancava.

Sono entrata nel mondo delle grandi luci, nel mondo dello spettacolo ma questo vuoto aumentava.

Mia madre decise di far pregare per me e dopo un paio d’anni…. Quella notte piansi tutta la notte…

Perché Dio ti ama! Hai capito? Ti ama! Ama proprio te!

Di giorno andavo in chiesa e di notte ero l’Anna della perversione…

Poi ho avuto un’effusione spontanea dello Spirito e ho sentito che Dio era dentro di me e ho iniziato a piangere…

Il mio volto era pieno di luce, non l’avevo mai visto con la luce.

Guardavo i ragazzi che mi guardavano il corpo, alcune parti del corpo, ma non volevano conoscere Anna…

Mi venivano in mente le parole di San Paolo… Tu sei tempio dello Spirito Santo…

Il Signore ha fatto un grandissimo miracolo dentro di me; io non potevo guardare negli occhi un bambino, un uomo, un giovane, una donna, perché il mio binocolo era sempre eros, possesso, non potevo mai godermela la relazione.»

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