FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Archive for the ‘Testimonianze’ Category

“E se questa tua depressione fosse una chiamata?”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/08/2017

Milly Gualteroni racconta com’è stata strappata dall’abisso della depressione grazie alla misericordia di Dio.

(Questa testimonianza non propone la preghiera come cura sostitutiva dei farmaci ma, come insegna Dio stesso in Siracide 38, nella malattia: onora il medico, poi prega…)

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«Comunque vadano le cose, Dio avrà l’ultima parola!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/07/2017

La storia di un sacerdote che ha vissuto fino in fondo la sua vocazione di “difensore”

Tito Brandsma nasce in Olanda, a Bolsward, il 23 febbraio 1881 e la sua salute è così fragile che non gli permette né di lavorare nell’azienda familiare, né (come desidererebbe) di entrare tra i francescani minori. Presso di loro comunque si ferma 6 anni, dal 1892 al 1898, quando entra dai carmelitani di Boxmeer dov’è ordinato sacerdote nel giugno 1905.

Lo mandano a completare gli studi di filosofia e di teologia alla Gregoriana di Roma e poi lo rivogliono in Olanda a fare il professore, mentre lui comincia a coltivare la passione giornalistica. Anzi, il vescovo di Utrecht finisce per nominarlo anche “assistente ecclesiastico” dei 30 giornali cattolici del paese. Lo fa così bene e con tanta passione da diventare un sicuro punto di riferimento, proprio nel momento in cui cominciano ad addensarsi le cupe ombre del nazismo, verso il quale Padre Tito non è per nulla tenero e del quale denuncia a gran voce la distorsione ideologica.

I punti di forza del suo insegnamento e della sua predicazione delineano un messaggio estremamente attuale anche oggi: la persona umana rappresenta un impareggiabile valore, mentre il nazismo va contro la persona; soltanto l’amore cristiano può vincere il neopaganesimo nazista; comunque vadano le cose, Dio avrà l’ultima parola, nelle sue mani noi siamo sicuri; in questo determinato contesto storico dobbiamo trovare nuovi modi per “dire Dio” all’uomo del nostro tempo, perché “i nuovi tempi richiedono nuove forme espressive”. E così viene subito “schedato”.

Con l’invasione tedesca dell’Olanda (10 giugno 1940) i nazisti danno inizio alla vera e propria persecuzione degli ebrei ed alla repressione dei cattolici ed è ancora Padre Tito che, per incarico dei vescovi, si presenta al comando centrale nazista per vigorosamente protestare. Il 26 gennaio 1941 i vescovi olandesi lanciano la scomunica contro i cattolici che sostengono il nazismo, mentre i tedeschi rispondono con la totale censura sui giornali.

Nel clima di incertezza e di paura che si respira, è normale il disorientamento nelle redazioni delle testate cattoliche, presso ciascuna delle quali si reca Padre Tito consegnando personalmente a ciascun direttore una lettera che illustra la posizione della chiesa olandese nei confronti del nazismo e dell’ideologia che propugna. Missione delicatissima, che Padre Tito accetta ben cosciente dei rischi cui va incontro.

Infatti, non appena ritorna da questo suo “tour”, la Gestapo lo va a prelevare nel suo convento di Nimega: è il 9 gennaio 1942. Nella cella in cui lo rinchiudono ha tempo per pregare, meditare, scrivere anche (scritti tra l’altro fondamentali per la sua causa di beatificazione): a Padre Tito la solitudine non pesa e il carcere non spegne la sua vena di ottimismo e di sottile umorismo. Scrivendo ai confratelli comunica di “non aver bisogno di piangere, di mandar sospiri, persino canto un po’ qualche volta, a modo mio e, naturalmente, non troppo forte”, però confessa anche loro, candidamente, di “non riuscire a sopportare le notti. Dalle otto di sera fino alle sette del mattino non posso dormire. Così la notte sto sveglio molto tempo”.

La salute, già precaria, comincia a farne le spese e il suo indebolimento è tale da costringerlo nell’ospedale del campo a fare i conti non certo con le cure mediche dei nazisti ma con le torture e le sperimentazioni cruente cui i prigionieri sono sottoposti.

Il 26 luglio 1942 un’iniezione di acido fenico lo libera dalla prigionia. All’infermiera che gliela pratica Padre Tito regala la sua corona del rosario: “Anche se non sai pregare ad ogni grano dì soltanto “prega per noi peccatori”. Sarà proprio lei a testimoniarlo.

E’ il testamento di un uomo le cui ceneri, insieme a parte dei suoi scritti, sono state disperse al vento, ma la cui testimonianza è così viva, forte e libera da candidarlo indiscutibilmente a diventare il protettore moderno dei giornalisti cattolici.

Di seguito uno dei sui scritti:

Viviamo in un mondo dove l’amore stesso è condannato: lo si chiama debolezza, cosa da superare. Certi dicono: «L’amore non ha importanza, bisogna piuttosto sviluppare le proprie forze; ognuno diventi più forte che può; e la debolezza sparisca!»

Dicono ancora che la religione cristiana, con i suoi discorsi sull’amore, è superata… E’ così: vengono da voi con queste dottrine, e trovano anche gente che le accoglie volentieri. L’amore è misconosciuto: «L’Amore non è amato» diceva ai suoi tempi san Francesco d’Assisi; e qualche secolo dopo, a Firenze, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi suonava le campane del monastero del suo Carmelo perché il mondo sapesse quanto è bello l’Amore!

Anch’io, vorrei suonare le campane per dire al mondo com’è bello amare! Il neo-paganesimo (del nazismo) può ripudiare l’amore, ma la storia ci insegna che, malgrado tutto, vinceremo questo neo-paganesimo con l’amore. Non abbandoneremo l’amore. L’amore ci farà riconquistare il cuore di questi pagani. La natura è più forte della filosofia. La filosofia condanni pure e rigetti l’amore chiamandolo debolezza, ma la testimonianza viva dell’amore renderà sempre nuova e potente la sua forza per conquistare ed attrarre il cuore degli uomini.”

(Fonte: http://www.missioniassisi.it/)

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«Io che ero dedito a droghe, sesso e violenza, all’odio… sono stato raccolto e guarito da Dio…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 24/07/2017

Storia del “metallaro” Kirk Martin, violentato da bambino, stretto nella morsa dell’odio, che strinse un patto con il diavolo.

I suoni dell’heavy metal più duro erano una sinfonia armoniosa per lui. Ferito nell’infanzia, affamato di successo, non esitò a offrire tutto pensando che lì stesse il suo tesoro.

“La cosa più bella era stare sul palco mantenendo il controllo… mi piaceva moltissimo essere adorato e che le persone mi guardassero e dicessero ‘Wow, voglio essere così’”. Sono parole di Kirk Martin, che fino a qualche anno faceva da frontman a una band di heavy metal chiamata Power of Pride (Il potere dell’orgoglio) negli Stati Uniti.

Ha tenuto molti concerti, in cui proiettava un’immagine selvaggia e iraconda sul palco. “Far sì che migliaia di persone gridassero blasfemie era la più grande fonte di adrenalina che potessi sperimentare”, ha raccontato al canale televisivo CBN.

Questa immagine sinistra non era solo una posa scenica, ma aveva un’analogia nella vita reale di Kirk. La sua figura imponente dava un contesto al suo carattere attaccabrighe, e i vari tatuaggi sul suo corpo parlavano delle convinzioni e dello spirito che lo abitavano. “Ero così pieno di odio da proiettare quest’odio su molte persone”, ha confessato, proseguendo: “Due dei membri della band – mentre una volta eravamo in viaggio – decisero che erano stanchi di me e che non mi sopportavano più, e decisero di lasciare la band”.

Kirk riconosce che per molto tempo è stato superbo, fomentando con i testi delle sue canzoni la ribellione dei giovani che lo idolatravano. “La mia intenzione era dire alla gente di credere in se stessa, di seguire i propri punti di vista, i propri sogni, e di schiacciare chiunque si mettesse sul suo cammino”.

Le origini del suo successo, segnala, non sono state dovute al semplice impegno o alla qualità della sua musica. Kirk non era disposto a rischiare un fallimento o ad attendere la fortuna, e senza esitare si propose di concretizzare il suo anelito anche se per questo rischiò tutto in un patto sinistro. “Conficcai le unghie al suolo, estirpai la terra e dissi a Satana: ‘Se mi dai tutto ciò che voglio, se mi rendi un dio, se mi dai donne, droghe e fama, tutto… se mi dai il potere di schiacciare la gente, ti servirò fino alla fine dei tempi’”.

Il trauma determinante nell’infanzia

Pochi giorni dopo aver pronunciato questa frase, ricorda, una casa discografica gli offrì un succulento contratto perché il suo gruppo potesse registrare un disco.

Quel patto di schiavitù non era però l’unico segreto che Kirk serbava mentre affondava nell’illusione di fama, sesso e fortuna…

“Durante la mia infanzia, alcuni ragazzini del quartiere iniziarono a molestarmi sessualmente e a sodomizzarmi. Avevo probabilmente 8 anni. È successo più di una volta, e non ne ho mai parlato, non l’ho mai detto a nessuno”.

Violentato nell’infanzia, pieno di rabbia… Approfittare sessualmente delle donne divenne una parte dello stile di vita heavy metal di Kirk. “La parte peggiore del mio abuso fu il fatto che l’ho interiorizzato e violentavo altri”, ha ricordato.

L’incontro con la verità

Quando era sul punto di firmare il contratto discografico per il quale aveva venduto la sua anima, Kirk ebbe un incontro con un estraneo misterioso quando era una mattina in una caffetteria.

“Un tipo entrò e si sedette proprio vicino a me tra tutti i posti in cui avrebbe potuto sedersi… C’erano molti posti liberi, e lo guardai subito con un’espressione orribile e meschina sul volto. Gli dissi: ‘Che c’è?’. Mi guardò dritto in faccia e replicò: ‘Che ti succede, amico?’. Saltai su e misi il naso proprio di fronte al suo. Lo guardai negli occhi e mi limitai a maledirlo, gli dissi tutte le cose immonde che mi venivano in testa e lui mi disse: ‘Dio mi ha mandato qui per dirti che ti ama e che vuole che sappia che non è stato responsabile dei giovani che hanno abusato di te quando eri bambino’. La cosa più allucinante è che disse i loro nomi e aggiunse: ‘Gesù ti sta aspettando perché ritorni a casa’”.

L’uomo misterioso se ne andò, e Kirk rimase a pensare, sotto shock, per qualche secondo. Poi si alzò per affrontare l’estraneo, ma quando uscì in strada quell’uomo era scomparso.

La notte in cui brillò una sola stella

Qualche ora più tardi, quando Kirk stava per addormentarsi sull’autobus della band, venne scosso nel mezzo della notte. Forse fu un sogno rivelatore, ma lo ricorda come un fatto reale e vissuto.

“All’improvviso apparve una grande stella, come se cadesse dal cielo, e lo spirito di Dio stesso agì sull’autobus. Non sapevo perché odiavo tanto Dio. Tutto, semplicemente, volò via, e l’unica cosa che provavo era amore. Mi sentii accettato, mi sentii come se fossi di nuovo quel bambino, prima che abusassero di me, e dissi: ‘Gesù, vieni qui e distruggimi perché non voglio più essere così’. Mi rendo conto ora che di fronte alla presenza di Dio, il peccato, l’odio e la cattiveria non possono resistere, non c’è spazio per loro, devono uscire. E tutte queste cose iniziarono ad abbandonare il mio cuore”.

Kirk, come un bambino, tornò a dormire, e quando si risvegliò la mattina dopo tutto sembrava diverso. “L’erba era più verde, il cielo era più limpido, le nuvole erano belle, e io ero diverso”. Il contratto? Poco gli importava, perché “quello che avevo sempre voluto all’improvviso non lo volevo più. Lasciai tutto e non tornai più nella band”.

Riconciliato

Alla ricerca di risposte e di riconciliazione con la fede, Kirk entrò in una chiesa del suo paese di origine e si abbandonò al cristianesimo.

Quando iniziò ad assistere alle celebrazioni, la sua guida spirituale gli consigliò di porre fine al doloroso ciclo iniziato nell’infanzia. La sfida era cercare i ragazzi che avevano abusato di lui per perdonarli. “Li trovai, e non so se si ricordavano di me. Allora chiesi loro: ‘Perché mi avete fatto questo?’. Iniziarono a raccontarmi la storia di qualcuno che li aveva violentati, che da bambini avevano trovato una rivista pornografica e quello li aveva portati ad abusare di me, e poi avevano invitato un altro ragazzo a fare lo stesso. Avevano donato il loro cuore a Cristo. Ci siamo seduti, abbiamo pianto e ci siamo abbracciati. Abbiamo parlato di quello che era successo e abbiamo pregato”.

Con il tempo, Kirk ha anche ritrovato il suo talento musicale, basato sulla libertà e la guarigione donate da Dio, scrivendo e interpretando canzoni di lode. Si è formato una famiglia e insieme viaggiano in tutto il Paese condividendo il miracolo che ha cambiato la sua vita.

“Mia moglie è semplicemente un tesoro, e la mia famiglia è la testimonianza più grande della pietà e della grazia di Dio. Io che ero dedito a droghe, sesso e violenza, all’odio, che usavo la musica come uno strumento per distruggere le persone, sono stato raccolto e guarito da Dio… tutto ciò per la sua gloria”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti – Fonte: ritasberna.it – Articolo originale su: portaluz.org]

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«Sei libero di non credere, ma io ti dico che se non avessi creduto ora non sarei in questo stato di grazia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/07/2017

Era apparentemente un giorno come tanti, nella routine d’ufficio, in banca, dove lavoravo, ma quella mattina successe qualcosa di importante che cambiò poi per sempre la mia vita.

Venne un cliente (di nome F. ) per delle operazioni. Lo conoscevo di vista; non so perché, cominciò a parlarmi delle apparizioni della Madonna a Medjugorje con tanto entusiasmo e mi invitò ad andarci con lui. La cosa non mi interessava affatto, essendo oramai da tanto tempo nel buio più completo senza fede e immerso nel peccato e nella lussuria più sfrenata, da fare ribrezzo pure a me stesso.

Lui fu molto insistente e per questo, accettai di rivederlo a casa mia all’indomani per parlarne più diffusamente. Anche se non ero interessato, però le sue parole mi mettevano tanta pace, pace che da tempo non albergava più nel mio animo. Solo per togliermi l’impegno, accettai l’incontro per l’indomani.

Lui parlò per tutta la sera di queste apparizioni e quando chiesi perché ci teneva a dirlo a me, rispose che sentiva di dovermelo dire in quanto, un mio eventuale sì avrebbe permesso alla mia vita di prendere un’altra direzione e ritornare ad essere felice e spensierato come da bambino.

Quello era un periodo di grossi tormenti per me, infelice, disperato, sempre alla ricerca di cosa fare della mia vita e come renderla utile e interessante. Avevo 30 anni. L’idea di poter tornare ad essere felice e spensierato mi interessava ma non era facile credere a tutto quello che mi si diceva riguardo ai miracoli operati dalla Madonna a Medjugorje.

Non certo per fede, che non avevo più o forse non avevo mai avuta, ma per le sue continue insistenze, dissi di si al viaggio. Per una volta volli rischiare. Al più sarebbe stato un bel viaggio nella verde terra della Croazia-Bosnia. Ma la decisione fu molto sofferta.

Il 21 giugno 1991 si partì con un gruppo di 15 persone e la guida era F. Gli anni in cui fui lontano da Dio erano stati tanti (12 anni) e col tempo, sprofondavo sempre più nel peccato e nella perdizione anche a causa della mia condizione di omosessuale.

Come si può credere senza avere la fede? Come si può tornare alla casa del Padre, con la propria volontà, quando questa è fiacca perché ridotta così, dal peso dei peccati e da una vita dissoluta passata nel buio? La luce acceca e dà fastidio a chi sta nel buio. Dio, inoltre non può cambiare la nostra volontà se non lo vogliamo veramente noi stessi.

Ma la sua Misericordia va oltre i nostri limiti e oltre ogni immaginazione e sa accogliere di nuovo chiunque mostra un minimo segno di buona volontà per tornare a lui. E questo capita quasi sempre dopo lunghe sofferenze fisiche o spirituali.

Arrivati al luogo del santuario, dove restammo per cinque giorni, ebbi modo di vedere i veggenti che raccontavano ai pellegrini la loro storia e incitavano a convertirsi e pregare spesso, partecipando alla messa quotidianamente, confessandosi se necessario e magari digiunando a pane ed acqua una volta a settimana.

Io seguivo tutti questi eventi ma con distacco e anche imbarazzato, talvolta, non essendo più abituato alla preghiera e a sentire la parola di Dio.

L’unica cosa che mi smosse l’animo fu la fede della gente del posto che veniva a pregare ogni giorno in Parrocchia, e non solo le donne e le vecchiette ma tutta la famiglia per intero, compresi i papà.

Mi colpivano questi uomini adulti, spesso alti e di grossa stazza, sembravano dei guerrieri e incutevano timore eppure… docili… col rosario in mano a pregare con tutti gli altri. In un messaggio lasciato ai veggenti, la Madonna disse che aveva scelto questo posto per le apparizioni perché aveva trovato ancora tanta fede. Era vero. Si vedeva.

Verso il terzo giorno, sentii dentro di me un forte impulso a confessarmi, e anzi, avevo davanti a me una visione completa di tutti i peccati e le mancanze che avevo commesso in questo lungo periodo di morte spirituale. Di sacerdoti disponibili alla confessione ce ne erano sempre tanti.

Ne scelsi uno, e mi confessai in piedi in un prato (non c’erano molti confessionali a quell’epoca, e a volte bastava una sedia ). Cominciai ad accusarmi di tutti i peccati e le colpe commesse e un po’ timoroso per la pesante penitenza che avrei sicuramente avuta. Invece… Dopo aver avuto l’assoluzione il sacerdote non mi diede penitenza (…) Vai in pace e non peccare più.

Queste parole provocarono in me una commozione così grande che iniziai a piangere senza potermi più fermare per almeno quindici minuti e siccome lo feci sulla spalla del sacerdote, alla fine si ritrovò con tutta la camicia bagnata dalle mie lacrime. Non se la prese ma fu contento di questo sincero pentimento.

Convertirsi non vuol dire solo dire il rosario e andare a messa, ma cambiare modo di vedere le cose di ogni giorno e vivere secondo i dettami del Vangelo. Per me non era affatto facile e non ce l’avrei fatta a dimenticare tutto il mio passato di omosessuale, con amicizie sbagliate o luoghi da non frequentare più.

La Madonna pensò a tutto e così al mio ritorno, ebbi continuamente F. al mio fianco, come un fratello, che mi fece conoscere delle comunità dove si pregava e si stava insieme, dove si ascoltava la parola di Dio per farla propria e poterla mettere in pratica.

Questo durò per dieci anni. Ho vissuto così intensamente questo periodo che mi fu facile (ma non facilissimo) rinunciare al peccato e alle amicizie sbagliate per far posto a nuovi amici con cui interagivo sempre di più, fino a poter offrire il mio servizio di volontario. Avevo creato un banchetto dove esponevo, alla fine di ogni riunione, dei libri di carattere religioso per approfondire la Parola di Dio, che si potevano acquistare ed io facevo da consulente.

Che la Madonna mi stesse accanto continuamente ne ebbi tante prove, sia quando mi comportavo bene sia quando avevo dei tentennamenti e delle nostalgie di ritorno al passato di omosessuale.

In un periodo estivo, dove i cedimenti sono più frequenti, mi lasciai tentare per un incontro sessuale. Appena arrivato a casa del tizio, ci sedemmo su un divano e nel tavolino, in bella mostra c’era una rivista che parlava di Medjugorje e che io stesso avevo distribuito. Mi disse che gliela aveva regalata una vicina.

Ma io colsi il segno che la Madonna mi stava scoraggiando a consumare questo atto sessuale.

Lei era lì anche attraverso una rivista, che io conoscevo bene. E la coincidenza era incredibile. Me ne andai subito via, salutando frettolosamente.

Inoltre, con sorpresa, notai che molti dei posti dove c’erano incontri comunitari (chiese o conventi) erano posizionati sempre vicini ma dalla parte opposta di quelli che io frequentavo quando stavo nel buio (locali, saune ecc.). Come dire: nello stesso posto c’era il Bene e c’era il Male. Tu hai scelto il male, ma ora che hai voluto convertirti a Cristo, vedi che c’è anche il Bene ma dalla parte opposta.

Ringrazio la Madonna per avermi ridato la Luce e aiutato in tutti questi anni, e a chi dice: io non credo alle apparizioni di Medjugorje, io rispondo: sei libero di non credere, ma io ti dico che se io non avessi creduto ora non sarei in questo stato di grazia. Beato chi crede senza vedere.

La Madonna chiede spesso di pregare per i peccatori. Ma essendo impossibile per lei dare giudizi ( e dire peccatore è un giudizio), lei usa una perifrasi: pregate per coloro che ancora non hanno conosciuto l’Amore di Dio. Questa frase è incisa da sempre nel mio Cuore. Io ero un grande peccatore ma per Lei ero solo uno che ancora non aveva conosciuto il vero Amore: quello di Dio.

Grazie o Maria per avermelo fatto conoscere.

G. T.

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Vi presento David, e la sua testimonianza forte e vera, da ascoltare parola per parola…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/07/2017

«Per me scoprire all’età di sedici anni di avere un cancro è stato abbastanza duro, ma il Signore non mi ha mai abbandonato in questo.»

Vi presento David, e la sua testimonianza forte e vera, da ascoltare parola per parola, fino all’ultima…


 

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«La gioia che proviene da Dio è una dilatazione del cuore; l’allegria non è gioia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 23/06/2017

Carla Ronci nasce a Torre Pedrera (prov. do Rimini) l’11 Aprile 1936. Una bambina paffuta di indole buona, poi studentessa diligente, diventa una ragazza normale che, tra spiaggia, tintarella, nuotate e cinema, cresce animando le feste del luogo, ammirata e anche corteggiata.

Nel 1950 l’incontro con le suore orsoline cambia la sua vita; si accosta alla Chiesa e ai sacramenti e imposta la sua vita alla luce della fede cercando di fare la volontà di Dio in ogni circostanza.

Le vengono affidate le ragazze dell’Azione Cattolica; smpre disponibile e aperta, asseconda con loro il rapporto personale, cerca di capirle, dando loro l’esempio con la sua vita.

Il 20 ottobre 1956 col permesso del suo confessore fa voto di castità. Scrive così nelo suo diario:

“La femminilità è una proprietà che conquista e attira; la femminilità dell’anima consacrata a Dio deve essere così dolce e soave da attirare a sé per condurre poi al Signore“.

Il suo modello è la Madonna: “La femminilità deve essere come quella della Madonna: pura e casta”.

Questo non le impedisce di vestire con grazia ed eleganza: “Vesto con modestia ed eleganza e cerco di far capire alle anime, con la mia vita, che il cristianesimo non è croce ma gioia” (lettera a teresa Dotti, 1962).

Sempre attiva in ogni campo, Carla anima la liturgia, aiuta in chiesa in ogni modo, organizza e guida gite per i ragazzi, insegna a cucire… Apre persino una specie di pre-seminario, il “Cenacolo dei piccoli”, per suscitare vocazioni sacerdotali, missionarie e religiose.

Ai sacerdoti, del resto, ha consacrato la sua vita come vittima già dal 1950, l’anno della sua conversione.

Il 19 agosto 1957, col permesso del suo direttore spirituale, fa voto di povertà. Distaccandosi dalle cose materiali si sente più libera di vivere nella volontà di Dio “in mezzo alle comodità della vita come nella più squallida miseria”.

Nel 1958, dopo aver cullato nel cuore questa scelta e aver avuto l’opposizione di tutti, ma soprattutto del padre, Carla entra nel noviziato delle suore Orsoline di Bergamo. Nei pochi mesi passati in noviziato, il padre la tempesta di visite e lettere per farla desistere. Finché un giorno è la Madre Superiora a chiamarla e a dirle che forse la sua via è da qualche altra parte.

Carla torna a casa e riprende la sua opera all’Azione Cattolica e in parrocchia, cercando però di capire: “Che cosa vuoi da me, Signore? Quando saprò con sicurezza dove vuoi che Ti serva?”.

Nel settembre 1960 incontra Teresa Ravegnini e, tramite lei, l’Istituto Secolare “Ancelle Mater Misericordiae”. Carla si informa, segue gli esercizi spirituali e, nel 1961, fa domanda per essere ammessa.

“Ma chi avrebbe mai pensato che doveva finire così? Ora corona i miei sogni facendomi consacrare in un istituto che tiene le sue figlie nel secolo… Signore ti ringrazio che sei stato così buono con me”.

Nell’agosto 1969 si manifestano i primi sintomi della malattia, con una forte colica al fegato. Ulteriori sintomi richiedono una visita: si tratta di carcinoma polmonare.

Nel gennaio 1970 va a Bologna e in ospedale gli esami e le analisi aumentano la sua già grande sofferenza. Riceve le visite di amici e parenti col sorriso sulle labbra, per non rattristarli.

Scrive al padre spirituale: “Il cuore è a brandelli e il sorriso sulle labbra: ecco la nostra missione di questi giorni. Il mio motto è sempre lo stesso: – Per Gesù e per le anime – e quale forza mi viene da questa intenzione e da questa unione! Sento un grande desiderio di dare, di offrire, di amare e sento che nonostante tutto la vita è meravigliosa!”.

E Carla all’ospedale continua il suo apostolato, andando a trovare gli altri malati e portando loro sollievo, e anche distribuendo fra tutti la frutta e i dolci che i suoi parenti le portano.

La sua salute va sempre peggiorando e i medici consigliano di portarla a morire a casa sua, così il 1° aprile l’ambulanza la trasporta alla clinica “Villa Maria” di Rimini, dove viene chiamato il giorno dopo il cappellano. Le somministra l’Unzione degli Infermi e lei, sorridendo dice: “Ecco lo sposo che viene”. Sono le 17,05 del 2 aprile 1970.

Carla, che ora riposa nella sua chiesa di Torre Pedrera, è stata riconosciuta venerabile dal Santo Padre il 7 luglio 1997.

[Fonte: http://bellenotizie.altervista.org/%5D

Alcune frasi di Carla Ronci:

“Semina, getta il tuo grano senza stancarti mai. Non fermarti troppo a considerare quello che ne sarà. Semina senza guardare dove il seme cade. Gesù, aiutami a fare così, a essere generosa”.

“L’anima in grazia di Dio vive nella gioia, perché tutto le serve per donarsi, per amare, per riparare, per ringraziare”.

“La gioia che proviene da Dio è una dilatazione del cuore; l’allegria non è gioia”.

“Vedi? Ho la sensazione che Gesù si stia distaccando dalla Croce per lasciarmi il suo posto: credo proprio che mi voglia crocifissa, perché Lui sa che per me il soffrire con Lui è una gioia”.

“Dove Dio ti ha seminata, là devi fiorire”.

“Oggi il Signore ha bisogno di testimoni che lo facciano sentire, più che con le prediche, con la propria vita e il proprio esempio. Oggi occorre che l’apostolato diventi una testimonianza personale di dottrina vissuta”.

“Nella Comunione ricevo Gesù per farlo vivere in me e per me: Gesù io voglio vivere di Te; Tu devi rivelarti agli altri attraverso la mia povera vita”.

“Sento il desiderio dell’infinito… Solo Dio con il suo amore può saziare la sete d’amore che ha il mio cuore”.

“Miei cari tutti, per la mia morte non piangete ma pregate, pregate: farete così in modo che il desiderato incontro con lo Sposo avvenga più presto. Io di lassù vi proteggerò sempre. Perdonate, vi prego, ciò che in me vi ha fatto soffrire e arrivederci in Cielo.”

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«Tendiamo una mano verso Dio e l’altra verso il prossimo: siamo cruciformi»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/06/2017

Vi presento Catherine de Hueck-Doherty.

Nata a Nizhny-Novgorod in Russia, il 15 agosto 1896, da genitori ricchi e profondamente cristiani, cresce in una famiglia aristocratica e devoto profondamente convinta che Cristo si incontra nei poveri e che la vita ordinaria è fonte di santità. All’età di 15 anni, sposa suo cugino, Boris de Hueck.

La rivoluzione russa distrugge il suo mondo. Membri della sua famiglia vi perdono la vita. Sfuggono essi stessi alla morte. La rivoluzione segna molto la vita di Catherine. Vede in questa la conseguenza tragica di una società detta cristiana ma incapace di vivere secondo la sua fede. Durante tutta la sua vita si ergerà contro l’ipocrisia di quelli che pretendono di seguire Cristo e mancano al loro dovere di cristiani respingendolo negli altri.

Diventatati profughi, Catherine e Boris fuggono inizialmente verso l’Inghilterra. Nel 1921, partono per il Canada. Nel corso degli anni successivi, Catherine vivrà nella più grande povertà sostenendo alla meno peggio un marito malato ed un giovane bambino nato nel frattempo. Dopo anni di difficoltà coniugali, il suo matrimonio con Boris crolla. Quest’unione sarà annullata dalla Chiesa.

Il talento d’oratore di Catherine è presto scoperto da un’agenzia di conferenze. Percorrerà allora l’America del Nord e diventerà conferenziere di reputazione. Ma, benché abbia infine trovato la libertà finanziaria, il suo cuore non è in pace. Sente incessantemente queste parole di Gesù: «Vedi tutto ciò che possiedi e seguimi.» Il 15 ottobre 1930, Catherine decide di rinnovare una promessa fatta a Dio durante i tumulti della rivoluzione e gli dedica la vita diventando apostolo laico al servizio dei poveri.

Allora, la nozione di apostolato laico è poco conosciuta. Animata dalla convinzione di insegnare il vangelo con la sua vita, Catherine cerca la sua via. Più mette in pratica la vita evangelica, più giovani la seguono. Formano insieme Friendship House e vivono conformemente alla spiritualità di San Francesco. Opereranno in piena crisi economica assistendo i più bisognosi.

Incomprensioni e calunnie assilleranno Catherine sino alla dissoluzione del gruppo.

Poco tempo dopo ciò, il gesuita John LaFarge, capo d’archivio del movimento dei diritti civici negli Stati Uniti, la inviterà a fondare nuovamente Friendship House a Harlem. Nel febbraio 1938, accetta il suo invito. Friendship House di Harlem è rapidamente brulicante di attività. Catherine vi scopre la dignità del popolo nero ed è sconvolta dalle ingiustizie di cui è vittima. Percorrerà il paese per denunciare il razzismo al riguardo dei neri.

L’opera, tra molte difficoltà, continua e si espande cambiando nome in Madonna House. Nell’ottobre 1951, Catherine si reca a Roma per partecipare al primo congresso sul laicato. Il segretario papale, Mons. Montini, e futuro papa Paolo VI, incoraggia Catherine ed i suoi collaboratori a prevedere un impegno permanente.

Il 7 aprile 1954, coloro che vivono a Madonna House decidono di assumere un impegno permanente e fare promessa di povertà, castità ed obbedienza. È pertanto fondata la Comunità di Madonna House.

La visione di Catherine include di tutto. Nulla è straniero all’apostolato, eccetto il peccato (…). la norma prima dello apostolato è di amarsi reciprocamente (…). se rispettiamo la legge dell’amore e se comprendiamo quest’amore, noi diventeremo luce per il mondo, dichiara, poiché la benzina del nostro apostolato è l’amore.” L’amore che abbiamo per Dio irradierà sugli altri.

Catherine offre, come soluzione alle sfide del mondo occidentale, le nozioni spirituali della sua Russia d’origine. Introduce in America del Nord l’idea di poustinia, parola russa che significa «deserto». Questo concetto, completamente sconosciuto nell’occidente degli anni 60. Poustinia del punto di vista spirituale, è il luogo di riunione con Dio nella solitudine, la preghiera ed il digiuno. La visione di Catherine così come la sua applicazione del vangelo nella vita quotidiana diventeranno rimedi agli effetti disumanizzanti della tecnologia moderna. Allo scopo di ricambiare l’aumento di individualismo che caratterizza il XXo secolo, esorta Madonna House al Sobornost, un altro concetto russo che vuole dire unità profonda del cuore e dello spirito nella Trinità santa; un’unità che supera l’intendimento umano.

Il 14 dicembre 1985, al termine di una lunga malattia, Catherine de Hueck Doherty muore. Lascia in eredità una famiglia spirituale di 200 membri e delle fondazioni ovunque nel mondo.

Alcune sue citazioni:

Signore dona pane agli affamati ed affamati a coloro che hanno pane.

Siamo così indaffarati in questo tempo…. Più velocemente, più veloce, più velocemente – siamo noi. Non sappiamo se stiamo andando in avanti,indietro o in quale senso. siamo così…, vivendo in un mondo che va tutto intorno a noi – più egoista, più gretto, più orribile di prima. Più velocemente, più veloce, più veloce va. Ma Cristo ha detto, «sono venuto a servire» (Mt 20:28) e così dovremmo noi.

Tendiamo una mano verso Dio e l’altra verso il prossimo. Siamo cruciformi. La croce di Cristo sarà la nostra rivoluzione, e questa rivoluzione sarà fondata sull’amore

Siamo chiamati ad incarnare Gesù nelle nostre vite, a vestire le nostre vite di Lui, in modo che gli uomini possono vederlo in noi, toccarlo, riconoscerlo.

[Fonte: http://puntocuore.org/Jules-Monchanin.html]

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Il rabbino che si arrese a Cristo

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/06/2017

Finalmente la storia di Israel Zoller (1881-1956), ebreo polacco scomodo, esce dall’oscurità per trovare vivida luce nelle pagine di Judith Cabaud, israelita di Brooklyn, anche lei, come il protagonista del suo libro, convertita al cattolicesimo.

Zoller: una figura colpita dalla damnatio memoriae dei suoi correligionari, che lo considerano – come ricorda Vittorio Messori nella prefazione – un meshummad (apostata, rinnegato), e dall’imbarazzato silenzio di un certo mondo cattolico che crede, sulla scorta di un ecumenismo male inteso, di dover evitare qualsiasi tema che possa turbare le buone relazioni con gli appartenenti ad altre fedi.

Proprio lo squarcio di questa coltre di silenzio rappresenta il merito maggiore della piccola opera divulgativa di Cabaud, edita in Francia con notevole successo e oggi approdata in Italia: Il rabbino che si arrese a Cristo (Edizioni San Paolo, Milano 2002, pp. 120, euro 12,50).

L’autrice, che vive in Francia e ha nove figli, il primo dei quali sacerdote, scrive, da non professionista, pagine nelle quali la descrizione del personaggio si avvale della sensibilità derivante dal comune itinerario spirituale che ha condotto l’uno e l’altra, attraverso il battesimo, in seno alla Chiesa cattolica, apostolica, romana.

Un itinerario che secondo Zoller non è di apostasia ma molto più semplicemente di riconoscimento del legame profondo che unisce Antico e Nuovo Testamento, ossia l’inveramento della promessa messianica della venuta di Cristo, vero Dio e vero
uomo.

Israel Zoller, nato in una famiglia benestante, conosce presto le ristrettezze economiche quando l’impero russo decide di confiscare, senza alcun indennizzo, la fabbrica del padre. A ventitré anni lascia la Polonia per Vienna e poi per l’Italia, dove diverrà gran rabbino di Trieste.

Nel 1940, cioè dopo che le leggi razziali lo avevano costretto a italianizzare il suo nome in Italo Zolli, diviene rabbino capo di Roma. Sono gli anni duri della guerra, delle persecuzioni nazionalsocialiste dei fratelli ebrei in Germania e negli altri paesi invasi dalle divisioni tedesche, delle incomprensioni con la comunità romana, lacerata al proprio interno, delle difficoltà di far intendere alla dirigenza ebraica i rischi del nuovo clima creatosi, nel settembre 1943, con la caduta di Mussolini e con l’occupazione militare della Città Eterna ad opera dei tedeschi.

È allora che Zolli, già sulla via di Cristo, si dà da fare per salvare gli israeliti romani cercando di disperderli, di nasconderli, di allontanarli verso zone e paesi più sicuri. In quest’opera trova il prezioso aiuto di Eugenio Pacelli, Papa Pio XII, il quale ordina ai conventi e ai monasteri, anche quelli di clausura, di ospitare clandestinamente gli ebrei romani.

È così che si salvano in tanti, con l’aiuto di frati, sacerdoti, suore, monache ma anche delle molte famiglie cattoliche che, a proprio rischio e pericolo, vengono in aiuto dei fratelli ebrei.

Nel 1945, quando più nessuno avrebbe potuto interpretarlo come un atto di viltà per sfuggire alla persecuzione, Israel entra nella comunione della Chiesa cattolica con il nome di Eugenio. Una scelta che meglio e più di ogni altro atto testimonia il ruolo fondamentale svolto a favore degli ebrei da Pio XII, oggi ignobilmente attaccato da quanti, colpendo lui, vogliono colpire la stessa Chiesa.

Eugenio Zolli, già gran rabbino di Roma, paga successivamente quest’atto con l’ostracismo della sua comunità: resta solo con la sua famiglia che lo seguirà nella fede cattolica dopo poco.

Vive con dignità le difficoltà economiche, divenute nel frattempo gravissime, affidandosi alla misericordia e alla volontà di quel Signore che pazientemente aveva guidato i suoi passi sino al battesimo nella Basilica di S. Maria degli Angeli.

Negli anni successivi scrive molto soprattutto sul filo che lega indissolubilmente ebraismo e cristianesimo. Si ritira in un piccolo appartamento vicino a quello della figlia, dove muore il 2 marzo 1956, primo venerdì del mese.

Poco prima di morire dice a chi pietosamente lo assiste: «Quando sento il fardello della mia esistenza, quando sono cosciente delle lacrime trattenute, delle bellezze non viste, piango sul Cristo crocifisso per me e in me […]. Non possiamo che confidare nella misericordia di Dio, nella pietà di Cristo che muore perché l’umanità non sa vivere in Lui».

[Fonte: Agostino Carloni, Il Corriere del Sud n. 11/2002 – Anno XI – 1 giugno/15 giugno]

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«Non so come lo rivedrò, se nell’età in cui ci ha lasciati o invecchiato. Speriamo di riconoscerci»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/05/2017

L’ex portiere e campione del mondo con l’Italia nel 1982, Giovanni Galli, ospite del programma ‘Beati Voi-Tutti santi’ su Tv2000, ricorda il figlio Niccolò morto nel 2001 in un incidente stradale e racconta di come la fede lo abbia aiutato ad affrontare la grave perdita.

 

«Dopo l’incidente di Niccolò due cose sono state fondamentali nella mia vita: il grande amore della mia famiglia e la fede.

Ho perso mio padre a 19 anni e non pensavo di dover portare i fiori al cimitero a mio figlio. Se non avessi avuto questa grande fede e la convinzione di ritrovare e rivedere un giorno mio figlio sarebbe stato difficile convivere con questo dolore.

Il dolore non passa mai, ci si può solo convivere.

Nella carriera da calciatore, la domenica mattina dovunque fossi a giocare andavo a messa, mi sentivo di doverci andare, era una chiamata più forte di me.

La fede è un qualcosa che ti senti dentro e andare a messa mi faceva sentire bene.

Con la mia famiglia non siamo stati mai superficiali. Abbiamo sempre dato valore alla vita, alle cose e alle persone ma dopo la scomparsa di Niccolò qualcosa in più c’è stata.

Davanti a mia moglie e alle mie figlie volevo essere la persona alla quale loro potessero aggrapparsi e cercavo di non farmi vedere piangere.

Mi è mancato poter piangere, lo facevo di nascosto sotto la doccia perché non volevo farlo davanti a loro. Ma è stato comunque un errore perché sia il dolore che la felicità devono essere condivise con tutti. A distanza di tempo mi sto portando dentro ancora tante ferite.

Niccolò era nato il 22 maggio 1983 quel giorno si festeggia Santa Rita. Quando è successo l’incidente ci siamo sentiti in dovere di andare a Cascia e portare una fotografia di Niccolò che abbiamo perso nel 2001 all’età di 17 anni. Con quella foto abbiamo restituito nostro figlio a Santa Rita. Lei ce lo aveva ‘dato’ il 22 maggio e noi glielo abbiamo riportato.

Dopo la scomparsa di Niccolò – ha concluso Giovanni Galli – il mio rapporto con Dio non è cambiato. Ogni sera prima di dormire faccio le mie preghiere e l’ultima immagine è quella di Niccolò. Non so come lo rivedrò se nell’età in cui ci ha lasciati o invecchiato. Speriamo di riconoscerci.»

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«Mi sono riconosciuta fragile come tutte quelle persone che nelle Scritture guariscono nell’incontro col Signore…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/05/2017

Un caro amico che intervista una cara amica e con gioia condivido le meraviglie che il Signore ha compiuto nella sua vita.

Don Francesco Cristofaro e Beatrice Fazi su Padre Pio TV, da guardare e ascoltare, fino alla fine…

“Ho messo in atto tante strategie che si sono rivelate fallimentari… Ho sperimentato quel male di vivere di cui parla Montale…

Vivere alla presenza del Signore ogni giorno della tua vita è il vero segreto della felicità

Mi sono riconosciuta fragile come tutte quelle persone che nelle Scritture guariscono nell’incontro col Signore…”

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