FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Rispettiamo l’etichetta invisibile!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/10/2018

Un’automobile procedeva come una lumaca davanti a me nonostante suonassi il clacson in continuazione. Stavo decisamente perdendo la pazienza quando notai un piccolo adesivo sul vetro posteriore di quella macchina.

“Sono diversamente abile, abbi pazienza.”

Questo cambiò tutto! Immediatamente rallentai procedendo con calma, sentendo un istinto di protezione verso quella macchina e quell’automobilista. Arrivai in ufficio una manciata di minuti dopo ma comunque in orario, ed era tutto ok.

La riflessione è nata spontanea; sarei stato ugualmente paziente senza quell’adesivo? Perché abbiamo bisogno di adesivi per essere pazienti con la gente?

Saremmo più pazienti e gentili con gli altri se indossassero delle etichette adesive sulla fronte?

“Ho perso il lavoro”, “Lotto contro il cancro!”, “Ho divorziato malamente!”, “Sono stato abusato!”, “Ho perso un caro!”, “Mi sento indegno!”, “Sono sul lastrico!”… e così via…

Ogni persona sta combattendo una battaglia di cui noi non sappiamo niente. L’unica cosa che possiamo fare è essere pazienti e gentili!

Rispettiamo l’etichetta invisibile!

(Tradotto dall’inglese, autore sconosciuto.)

E se applicassimo questo racconto anche al nostro modo di stare sui social network?

Quante inutili polemiche e quanti inopportuni commenti piccati eviteremmo?

Quanti screenshot eviteremmo di mandare a questo o a quello per lamentarci di Tizio, di Caio o di Sempronio?

E’ quello che ci dice Gesù; perché non viverlo anche sui social?

«(…) imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.» (Mt 11, 29)

 

 

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Gesù ci aspetta, anche nel cuore di un centro commerciale

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/09/2018

Da qualche anno vado spesso a pregare nella parrocchia San Giuseppe Cottolengo (a Roma) perché il Santissimo Sacramento esposto quasi 24 ore su 24 è una grazia senza misura per un padre di famiglia come me sempre in bilico tra turni e “corri corri” quotidiani. Quella chiesa è una benedizione per il bisogno di stare davanti alla Presenza delle presenze come quello che ho di mangiare e bere.

La grazia dell’adorazione perpetua è stata possibile grazie ai continui atti di fede del parroco don Giuseppe che ha creduto che una volta aperta la chiesa, sarebbero arrivati gli adoratori, e la Provvidenza non ne ha fatti mancare, anche in questi ultimi anni in cui a tempo da record un centro commerciale ha praticamente fagocitato la chiesa che non si vede più arrivando al quartiere di Valle Aurelia, da qualunque strada si arrivi.

Ma Lui, quel Tu speciale davanti a cui ritrovo me stesso, è rimasto sempre lì ad aspettare cuori bisognosi di pace, di guarigione e d’amore gratuito, insieme a don Giuseppe, confessore e ascoltatore instancabile che accoglieva senza risparmiarsi chiunque entrasse in quella chiesa ormai sepolta dal cemento e dalle insegne.

Da settembre il Parroco è stato trasferito a una nuova Parrocchia con nuovi progetti che faranno tanto del bene alla Diocesi, la Provvidenza è dinamica e nel suo dinamismo ha mandato in questa parrocchia la presenza di una comunità che ho sempre ammirato per le testimonianze di fede delle persone che vi camminano, come Lorenzo, come questo ragazzo che è uscito dalla droga, come Nek che nel pieno del successo ha sentito il bisogno di Qualcuno che desse un senso che nessun successo può dare.

Ho conosciuto questa comunità solo virtualmente grazie alle testimonianze virtuose di don Roberto e di don Davide, e finalmente ho l’occasione di conoscerla in questa nuova sfida che è stata chiamata ad assumersi, non vedo l’ora.

Ma Lui? E’ lì per noi ma c’è bisogno di adoratori, per coprire i turni necessari e garantire l’adorazione perpetua 24 ore su 24.

C’è un invito:

“Gesù ci aspetta in questo sacramento d’amore.” (San Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae)

Gesù ci aspetta, anche nel cuore di un centro commerciale…

Andiamo?

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Il segno di Nagasaki

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/08/2018

Quando la bonba atomica “Fat Boy” (ragazzo grasso) quel 9 agosto del 1945 devastò Nagasaki, uno degli edifici ridotti in macerie era la cattedrale della città di Urakami, una delle più grandi cattedrali dell’Asia di quel tempo.

il bagliore accecante dell’esplosione nucleare che avrebbe annientato più di 70000 vite nella città, sconquassò le vetrate della chiesa, abbatté le sue mura, bruciò il suo altare e sciolse la sua campana di ferro.

Ma avvenne ciò che i fedeli poi definirono un miracolo; rinvennero la testa di una statua lignea della vergine Maria, statua superstite tra le colonne crollate, e i detriti bruciati della chiesa romanica ridotta in macerie il 9 agosto 1945.

L’apparizione dell’icona religiosa devastata dalla guerra era inquietante; degli occhi della Madonna non erano rimaste che delle cavità nere, la guancia destra era carbonizzata, e una fessura si faceva strada come una lacrima stridente sul suo volto.

Il resto della statua trovò dimora nella nuova chiesa dedicata a Santa Maria, che venne presto ricostruita a soli cinquecento metri dal “ground zero” della bomba.

(Tradotto dall’ingelse da: https://dirkdeklein.net/)

Un segno portentoso che ci viene donato per rafforzare la nostra fede, per dirci anche nelle più assurde e crudeli tragedie della follia umana, Dio non resta a guardare dall’alto della sua infinita lontananza ma c’è dentro, soffrendo con gli innocenti.

Per ricordare, affidare, e se Dio ne concede la grazia, perdonare.

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19 modi per far sapere ai sacerdoti quanto li apprezziamo

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/08/2018

Ecco 19 consigli utili (soprattutto il quindicesimo), per sostenere i nostri sacerdoti.

I nostri parroci sono tra i membri più lavoratori della Chiesa. Il tipico sacerdote parrocchiale lavora il weekend e durante le vacanze, vive nello stesso posto in cui lavora e ha solo un giorno di riposo a settimana, senza parlare del fatto che al giorno d’oggi gli si chiede di curare più anime e di assumere più responsabilità e funzioni che in qualsiasi altra epoca.

Abbiamo chiesto ad alcuni parroci come potremmo far sapere loro che siamo grati per tutto il lavoro che svolgono per noi. Ci hanno dato queste risposte, senza alcun ordine particolare:

1. Prega per il/i tuo/tuoi sacerdote/i.

“La cosa più importante che il fedele può fare per il suo sacerdote è pregare per lui. Preghiamo sempre per qualcuno, e dobbiamo offrire la Messa tutte le domeniche e i giorni di precetto a beneficio della comunità. È bello sapere che anche i fedeli pregano per noi tutti i giorni”.

(…) “Offri le tue preghiere per il sacerdote e il suo lavoro pastorale. È una grande gioia per me perché so che più la mia comunità prega per me, più efficaci saranno i frutti del mio ministero sacerdotale”.

2. Preparargli un pasto, soprattutto nei giorni di eccessivo lavoro.

“Sarebbe bene che qualcuno si assicurasse che il parroco abbia cibo ben preparato la domenica e i giorni festivi della Chiesa, quando c’è più attività. Spesso non abbiamo chi cucini per noi, e dopo una lunga giornata sarebbe piacevole tornare a casa e mangiare qualcosa che non abbiamo dovuto cucinare da soli”.

“Scopri il suo piatto preferito e preparaglielo”.

3. Festeggia i suoi giorni speciali.

“È una buona idea festeggiare il compleanno del sacerdote o il giorno della sua ordinazione”.

“È bello che mi ricordino il giorno della mia ordinazione sacerdotale”.

4. Prega di più, lamentati di meno.

“La gran parte delle interazioni che abbiamo sembra ruotare intorno a una lamentela sul sacerdote, la parrocchia, un’altra persona della comunità, la musica, la temperatura in chiesa, una lampadina fulminata, una decisione, ecc., e raramente sulle realtà spirituali soprannaturali”.

5. Offri il tuo aiuto.

“Non aspettare che ti chiedano se puoi fare qualcosa, offriti! Noi sacerdoti abbiamo la vocazione di dare e servire, per noi è difficile chiedere cose”.

“Offrire volontariamente il tuo tempo alla parrocchia è un segno di sostegno e di servizio”. (…)

6. Partecipa alla Messa e/o alla confessione.

“Nulla farà più felice un sacerdote”.

“Scegli un giorno per andare alla Messa che sta celebrando, ed esorta la gente a sedersi nelle prime file. Quando il sacerdote dopo la Messa chiederà perché lo hai fatto, digli che stavi offrendo la tua partecipazione alla Messa in rendimento di grazie per il suo sacerdozio”.

7. Scrivi un biglietto esprimendo la tua riconoscenza.

(…) “La mia attività preferita è ricevere lettere dalle persone. Ma non un biglietto con un paio di parole. Anche questi sono piacevoli, ma adoro ricevere una lettera o un biglietto che contenga un messaggio significativo. È molto potente sentire qualcuno descrivere esattamente come quello che ho detto o fatto è stato fruttuoso. È un promemoria del fatto che Gesù è molto più grande di me, e che può fare grandi cose con il poco che ho da offrire”.

8. Ringrazia.

“Ringrazia il sacerdote per ogni Messa. Anche se il sacerdote non ti piace particolarmente, la Messa ruota sempre intorno alla presenza di Gesù”.

“Può significare molto una cosa semplice come dire al sacerdote dopo la confessione: ‘Grazie per il suo ministero, pregherò per lei’”.

9. Elogia.

“Cerca opportunità per lodare i sacerdoti. Anche quelli che non ti piacciono particolarmente”.

10. Preoccupati per il benessere del sacerdote.

Esorta il sacerdote a fare una pausa nel lavoro (in genere sono così occupati da dimenticarsi che devono anche riposare e curare la propria salute, fino ad ammalarsi).

11. Evita i drammi e i pettegolezzi in parrocchia. Tieni queste cose per te.

“Evita e ferma i pettegolezzi su sacerdoti e parrocchie”.

“Non spettegolare e non criticare, offriti invece per aiutare e costruire. Mi chiedo quante vocazioni si sono rovinate quando i giovani con inquietudini religiose hanno sentito gli adulti criticare e distruggere i sacerdoti, in genere per qualche piccola disputa in parrocchia”.

12. Fa sapere al sacerdote che lo sostieni.

Quando sei testimone di una situazione in cui qualcuno è scortese o ingiusto con il sacerdote, fagli sapere che lo hai notato ed esprimigli vicinanza.

13. Stabilisci un rapporto prima di correggerlo.

“Non dirgli quello che non ti piace o quello che ti dà fastidio se è la prima volta che ti sei scomodato a rivolgerti a lui”.

“Salutalo prima di dirgli quello che non ti sembra corretto”.

14. Nutri aspettative realistiche e utili.

“Probabilmente non è un idraulico, per cui non pretendere che risolva problemi di tubi. Puoi però senz’altro chiedergli se crede che ci sia una perdita” (ovvero sii realista, il sacerdote NON ha tutte le risposte a tutte le possibili situazioni della tua vita, ma se hai un problema puoi andare da lui e chiedergli la sua opinione).

15. Non accaparrarti il sacerdote.

“Non credere di avere il sacerdote solo per te, soprattutto la domenica. Non aspettarti di essere il miglior amico del sacerdote. È il tuo pastore e il tuo servitore, e ha bisogno di mantenere le cose a un livello professionale. Non vantarti davanti agli altri membri della comunità, perché crea rivalità e gelosie, e questo suscita molte tensioni nei sacerdoti”.

16. Sii solidale.

“Ogni volta che in parrocchia c’è qualcosa di stressante o un momento difficile, si apprezza molto il sostegno. Non ne ho avuto molto in questi miei primi cinque anni, ma ricordo alcuni momenti estremamente difficili in cui le persone hanno inviato un bel biglietto. Ricordo di aver scoperto una montagna di biglietti custoditi qui a Santa Maria risalenti a 23 anni fa, quando venne chiusa la scuola. I giornali e poche persone molto rumorose hanno attaccato il sacerdote accusandolo di essere ‘razzista’ e ‘trascurato’. Egli ha tenuto le dozzine di messaggi di persone che gli hanno offerto la propria comprensione per la difficilissima decisione che ha dovuto prendere”.

17. Lasciagli il suo spazio.

“A volte è anche bene stare da soli e in pace. Tieniti lontano da una ‘bontà ansiosa’ che presume che il sacerdote possa essere depresso, stressato, triste, solitario, ecc., quando a volte ha semplicemente bisogno di un po’ di tempo per rilassarsi da solo”.

18. Invitalo alle attività.

“È bello quando la gente tiene conto di me invitandomi alle riunioni familiari: compleanni speciali o anniversari, cene nei giorni festivi – in generale non posso andare perché sto con la mia famiglia, ma è bello essere invitato”.

19. Cerca la santità.

“La cosa più importante che desidera Dio è che siamo santi. Non c’è nulla di più emozionante per un sacerdote che essere testimone della santità nella vita delle persone che assiste. Non è solo un’esperienza di grazia del fatto che il suo lavoro sta portando frutti, ma è anche estremamente edificante per la propria ricerca di santità”.

Spero che questo elenco ti abbia ispirato a fare qualcosa per il tuo sacerdote. Ricorda che ogni sacerdote ha le proprie preferenze. Ad alcuni piacerebbe davvero che li invitassi a cena, mentre altri sacerdoti potrebbero preferire recuperare le forze cenando da soli. Tutti i sacerdoti che contattiamo apprezzano molto le lettere ben pensate, in cui le persone manifestano loro i modi specifici in cui sentono di essere state aiutate da loro. Può essere un modo per iniziare. Facciamo sapere ai nostri sacerdoti quanto ci preoccupiamo per loro.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

(Fonte: https://www.comepecoreinmezzoailupi.com/)

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«Il miracolo dei miracoli che abbiamo la grazia di avere in ogni chiesa.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/06/2018

Regla_01Riprendo con gioia a scrivere sul blog, dopo una sosta in cui la riflessione e il riposo mi hanno permesso di riordinare le idee.

Ho trascorso due settimane a Cuba, da cari amici e fratelli nella fede; quei fratelli e sorelle che ti il Signore ti dona come promesso, e che è giusto custodire come tesori cari, anche se abitano in fondo al mondo. Tra le tante realtà che grazie a loro ho scoperto in queste due settimane, c’è un santuario, Nuestra Señora de la Regla.

Da qui copio preciso preciso dal mio taccuino di viaggio.

Nuestra Señora de la Regla, la protettrice dei neri dell’Avana.

Per i bianchi c’è un’apposita Madonna bianca che si occupa di loro al di qua della baia. Nostra Signora mi perdonerà l’ironia a cui ho vilmente ceduto, Lei sa quanto l’abbia nel cuore, quanto la ami, ma oggi non riesco a sfilarmi di dosso questo sguardo saccente da occidentale, per lo meno per ora. Comunque, al di là, dalla Madonnina nera, ti ci porta un vaporetto arrugginito degli anni sessanta che per un CUC (pari a un dollaro americano), in dieci minuti ti porta da una parte all’altra dell’enorme e bellissima baia habanera.

Regla_03Fuori dal santuario in stile coloniale che ho ammirato stamattina, alcune donne vestite di bianco offrivano non so quali riti chiedendo un’offerta da mettere in bussolotti accanto a delle bamboline raffiguranti inquietanti “santi” della santeria cubana.

Dentro la chiesa, gruppuscoli di donne di colore sedevano rivolte all’altar maggiore, privo del tabernacolo su cui troneggiava Nuestra Señora avvolta da un bellissimo manto color carta da zucchero. Dopo un po’ che pregavo davanti alla suggestiva immagine mi è venuto spontaneo cercare il “padrone di casa”, la Presenza più importante.

Di lato, una cappellina con un’altra statua della patrona, pullulava di pellegrine che accendevano candele. Mi sentivo più alieno del solito perché oltre a essere l’unico bianco insieme alla mia famiglia e alla nostra amica, ero anche l’unico uomo nel santuario, scrutato da centinaia di occhi sospettosi come quelli delle vecchiette del paese molisano ogni volta che ci torno in estate.

Sulla destra di questa cappellina laterale ecco finalmente Lui, nel tabernacolo, solo, ignorato, tra due angeli il cui sguardo rivolto verso il cielo mi sembrava più una reazione rassegnata a tanta devozione popolare che, tra superstizione e magia, dimenticava di contemplare il miracolo dei miracoli che abbiamo la grazia di avere in ogni chiesa.

Regla_02Ho realizzato che anche qua, con modalità diverse rispetto a noi, la gente tende a privilegiare la via più facile, quella più immediata che appaga i sensi, perdendosi – forse perché nessuno li ha portati a scoprirle – le profondità e la pace e la gioia vere che si sperimentano nella preghiera profonda.

Noi abbiamo il benessere, il corri corri, le pseudo spiritualità alternative che fanno tanto figo; cose che imbavagliano la nostra sete di assoluto con altrettanta facilità. Coi bisogni satollati dal tutto-e-subito-sempre-a-disposizione, ci sembra di non aver bisogno di altro, e le nostre anime assetate di assoluto (e lo sono tutte che lo ammettiamo o meno) rimangono all’asciutto.

Qui all’Avana, senza mezzi, la superstizione e antichi riti duri da estirpare, rassicurano, ma lasciano anch’essi la sete di Assoluto che ha ogni anima e che può colmare solo Dio, che piaccia o no. Nel migliore dei casi lasciano a bocca asciutta, quando non fanno danni di cui poi ci si pentirà.

E così gli uomini, sia quelli nati nella parte “giusta” che quelli nati nella parte “sbagliata” del pianeta, si accontentano, limitandosi a volare basso, o si espongono a pericoli spirituali più grandi di loro.

Regla_04Forse perché chi avrebbe potuto (a partire anche da noi) non ha insegnato loro a volare alto?

Con questi pensieri – che non sono altro che pensieri di un cristiano tra i tanti – parto da Cuba col cuore allagato da sensazioni forti e contrastanti, nuove e bellissime, e con una preghiera.

Che questo popolo povero ma autentico, sbandato ma fiero, indolente ma bello, estroverso e sospettoso allo stesso tempo possa ricominciare da Qui, dall’Amore degli amori che tutto accoglie e tutto ricrea.

Ma vale per tutti noi…

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«Mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene; mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/03/2018

Jacques Fesch: un uomo che ha vissuto la passione di Cristo passo passo, con la sola differenza di essere colpevole, come il buon ladrone del Golgota. 
 
La storia è lunga, ma autentica e commovente, di croce e resurrezione; vale la pena prendersi qualche minuto, soprattutto durante la Settimana Santa. La storia è raccontata dall’abile penna di Mons. Angelo Comastri.
Julien Green ha affermato paradossalmente: “Se ci si volesse convertire, non bisognerebbe andare in Chiesa, ma nei luoghi detti ‘di piacere’: è quanto vi è di più triste al mondo!” È verissimo! I luoghi del piacere sono moltiplicatori di scontentezza e di spinte autodistruttive: la cronaca lo documenta ogni giorno e la storia di Jacques Fesch, che stiamo per raccontare, lo grida inequivocabilmente.
 
Chi è Jacques Fesch? Jacques Fesch è un giovane che, a 24 anni, commette un terribile delitto: e il suo delitto è la conclusione drammatica di una vita vuota e senza ideali, ma inevitabilmente piena di egoismo e di capricci. Ecco una veloce cronaca del delitto. Il 24 febbraio 1954 Jacques entra al mattino nel negozio di un cambiavalute, un certo Alessandro Silberstein, in Rue Vivienne 39 a Parigi, e ordina un quantitativo di oro. L’uomo si fida perché sa che alle spalle del giovane c’è un padre facoltoso, che può tranquillamente pagare. Nel pomeriggio dello stesso giorno Jacques torna per prelevare l’oro arrivato soltanto in parte, ma invece di pagare, approfitta di un momento di disattenzione del cambiavalute e lo colpisce alla testa con il calcio della rivoltella prelevata in casa di suo padre. Il vecchio Silberstein reagisce e invoca aiuto con tutta la voce che ha. Allora Jacques fugge, raggiunge Rue Saint Marc, arriva al Boulevard des Italiens, dove scorge un caseggiato con la porta carraia aperta che immette in un cortile. Intanto alcune persone lo stanno inseguendo capeggiate da un agente di polizia chiamato in aiuto. Jacques sale al quinto piano e lassù attende che torni un po’ di calma. Passati alcuni minuti, dopo essersi riordinato nell’abbigliamento, ridiscende fingendo meraviglia e tranquillità e si accinge ad uscire con passo normale dalla porta carraia. Ma uno lo riconosce e grida “É lui!”. L’agente Georges Vergnes ordina: “Mani in alto!”. Jacques si gira sui tacchi e, tenendo la mano e la rivoltella nella tasca dell’impermeabile, spara un colpo. Jacques era alto e l’agente di polizia era piuttosto basso: il colpo lo raggiunge al cuore e muore immediatamente. Jacques scappa ancora, spara successivamente un altro colpo e viene finalmente arrestato nella stazione Richelieu-Drouot della metropolitana: la giornata del suo folle sogno termina nel tetro silenzio del carcere di Parigi.
 
Perché questo delitto assurdo? I genitori di Jacques erano di origine belga e si erano trasferiti in Francia. Erano benestanti e, apparentemente, sembrava che nulla mancasse loro per essere felici. Il padre, Georges, già direttore d’un importante istituto di credito a Bruxelles, dirigeva a Saint-Germain-en-Laye (presso Parigi) una banca belga per stranieri. Egli era ateo e di temperamento autoritario: non si preoccupava mai del figlio se non per spegnergli ogni entusiasmo e, soprattutto, la fede. Come fa pensare tutto questo! Certi comportamenti hanno radici lontane e, molto spesso, affondano nel tessuto di esperienze fallimentari vissute all’interno della propria famiglia. Jacques, nato a Saint-Germain il 6 aprile 1930, era un fanciullo simpatico e traboccante di affetto soprattutto verso la madre. Per nove anni ricevette una buona educazione in un istituto religioso della sua città, ma a 17 anni, per influsso del padre, si allontanò definitivamente dalla fede. Il 5 giugno 1951 (a ventuno anni) sposa civilmente Pierrette Polack e nasce loro una bambina: Veronique. Assai presto però abbandona la moglie e la figlioletta (il dramma accadrà qualche mese dopo questo abbandono, anche se egli resterà sempre in contatto con la moglie).
 
Jacques intanto voleva mettere in proprio una ditta concorrente con quella del suocero: una ditta di trasporto del carbone. La mamma mette a disposizione del denaro, ma egli non lo sa usare. É scoraggiato e decide di evadere acquistando un battello e partendo per la Polinesia: Jacques non è abituato a lottare e, pertanto, fugge dal problema. Ma per acquistare il battello occorrono due milioni e duecentomila vecchi franchi: Jacques li chiede al padre, ma il padre li rifiuta. Allora Jacques decide la rapina con l’esito che conosciamo. Questa è la scheda scarna della vita di un giovane che, privo di ogni ideale, approda quasi inconsapevolmente alla tragedia del delitto. Fin da ora vale la pena di ricordare l’importanza degli esempi della famiglia nei confronti dei figli; e vale la pena di sottolineare anche l’importanza d’una buona impostazione degli anni dell’adolescenza e della giovinezza per la buona riuscita di tutta la vita: oggi il modo di vivere la giovinezza molto spesso conduce ad una vita adulta incapace di impegni seri e di responsabilità durature. Da che mondo è mondo, infatti, si raccoglie quel che si semina!
 
Che cosa accade in carcere. Ora ripercorriamo un cammino nel quale la Grazia di Dio ribalta una situazione tragica e fa nascere una creatura completamente nuova: sono i grandi miracoli di Dio quando Lo si lascia operare! Jacques viene rinchiuso nel Carcere de la Santè, a Parigi, in una cella di isolamento. Il Cappellano gli si avvicina amorevolmente, ma Jacques reagisce dicendogli: “Io non ho la fede e non ho bisogno di lei!”. E lo accompagna alla porta. Ma, intanto, tutto è crollato nella sua vita e lentamente egli cerca di capire come abbia fatto a cadere nel precipizio del delitto. Ecco il suo racconto: “Spesso mi hanno detto: ‘Avevi tutto per essere felice. Non si capisce come un ragazzo come te, di così buona famiglia, sia potuto giungere a tanto…!’. Quanto sono false queste spiegazioni! Come se la risoluzione di commettere un atto criminoso non avesse radici più profonde!… Ciò che soprattutto mi ha incatenato a un certo modo di vedere le cose, è l’educazione che ho ricevuto.
 
Non penso di dare prova di indiscrezione svelando quanto ormai è stato gridato ai quattro venti, e cioè che i miei genitori non andavano d’accordo. Ne risultava un ambiente familiare detestabile, fatto di urli nei momenti cruciali, e di disagio e di durezza dopo le crisi. Niente rispetto, niente amore! Mio padre, un uomo a suo modo incantevole per gli estranei, aveva di fatto uno spirito sarcastico, orgoglioso e cinico. Ateo all’estremo, nonostante il suo successo professionale, provava disgusto per una vita che non gli aveva procurato che disinganni e delusioni… Fin dalla giovane età mi sono nutrito delle sue massime, né potevo di certo fare altrimenti”. Jacques cerca di capire quali sono le radici dalle quali è sbocciato il suo gesto folle. Egli scopre l’importanza decisiva della famiglia e, improvvisamente, si rende conto del vuoto affettivo e del vuoto spirituale in cui è cresciuto. Qualcuno gli dice: “Perché non sei tornato indietro quando hai visto che la strada andava verso un precipizio?”. Egli con sofferenza risponde: “Dove avrei potuto trovare la forza per una risoluzione così penosa per me? Nel cinismo, nel nichilismo che mi erano stati insegnati? E a quale scopo dovevo sacrificarmi, se pensavo che il caos finale tutto avrebbe inghiottito e che nulla è buono o cattivo in un mondo in cui soltanto le sensazioni hanno valore?”.
 
Come fanno riflettere queste osservazioni! Quanti sbandamenti di oggi hanno la stessa spiegazione: il vuoto interiore può condurre a qualsiasi tragica conclusione! Ricordatelo! Osserva ancora Jacques: “Non in quel giorno sono divenuto criminale: è stato molto tempo prima. Non ho fatto altro che mettere in pratica quello che era in me allo stato latente, e perché se ne presentava l’occasione. Era inevitabile che, un anno o l’altro, avrei finito con lo sviarmi, a meno che nel frattempo non avessi trovato un ideale! Un niente avrebbe potuto salvarmi…”. Un ideale! Vengono in mente le accorate parole lasciate scritte da una ragazza romana suicida alcuni anni fa: “Mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene; mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete dato un ideale per cui valesse la pena di vivere la vita! Per questo me la tolgo!”. Apriamo gli occhi e il cuore sulla situazione di vuoto disperato dentro il quale si muove tanta gioventù. Voler bene ai giovani significa far loro del bene, cioè aiutarli ad uscire dall’egoismo per nascere alla vita dell’amore autentico e, pertanto, appagante.
 
Dio non abbandona mai! Seguiamo la storia di Jacques Fesch: ora egli è chiuso tra quattro pareti; solo con la sua disperazione. Ma nel carcere, circa otto mesi dopo l’arresto, accadde un fatto straordinario: qualcosa che rassomiglia all’esperienza di San Paolo sulla via di Damasco o all’esperienza di Sant’Agostino a Milano o all’esperienza del giovane Francesco d’Assisi nella chiesetta di San Damiano. Ascoltiamo il racconto toccante dello stesso Jacques: “Era una sera, nella mia cella… Nonostante tutte le catastrofi che da alcuni mesi si erano abbattute sulla mia testa, io restavo ateo convinto… Ora, quella sera, ero a letto con gli occhi aperti e soffrivo realmente per la prima volta nella mia vita con una intensità rara, per ciò che mi era stato rivelato riguardo a certe cose di famiglia (si stava sfasciando tutto!) ed è allora che un grido mi scaturì dal petto, un appello al soccorso: ‘Mon Dieu! Mon Dieu!’. E istantaneamente, come un vento violento, che passa senza che si sappia donde viene, lo Spirito del Signore mi prese alla gola”.
 
E, in una lettera all’amico sacerdote Padre Thomas, precisa: “Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. La grazia mi ha visitato e una grande gioia s’è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti. Era una gioia sensibile fortissima…”. È il tipico racconto delle conversioni: sembra il racconto della “conversione” di Teresa di Lisieux nel Natale del 1886; sembra il racconto della conversione di André Frossard nel 1936: identico linguaggio! Cosa è accaduto? Jacques, nell’abisso delle umiliazioni… diventa umile, lascia cadere il muro dell’orgoglio e immediatamente viene invaso dalla luce e dall’amore di Dio. Da questo momento quasi dimentica se stesso e si preoccupa della conversione del padre, della moglie, di tutti…! Scrive alla moglie che resta non-credente: “Il rifiuto che tu opponi (alla fede) non deriva che da mancanza di umiltà! Comunque ti comprendo assai bene: non molto tempo fa avrei avuto le tue stesse reazioni; tutto questo perché non vogliamo vedere. Non c’è che un piccolissimo gradino da salire, ma occorre lasciare sul precedente le nostre acredini e il nostro orgoglio e abbandonarsi a Colui che tutto può”. Nella notte della conversione Jacques ode anche una voce che distintamente gli dice: “Jacques, tu ricevi le grazie della tua morte!”. Jacques non capì il senso di queste parole, perché egli in quel momento sperava nelle attenuanti per il delitto e quindi scartava ogni ipotesi di condanna a morte. In seguito il senso delle parole diventerà chiaro.
 
Inizia una vita nuova in Cristo. Il cambiamento di questo giovane è qualcosa di straordinario: è una testimonianza di quanto Dio può operare, quando un’anima apre le porte del cuore al Suo Amore Infinito. Le lettere che Jacques scrive dal carcere aprono spiragli sul cammino incantevole (anche se duro!) della sua conversione. Scrive: “Ora ho veramente la certezza di cominciare a vivere per la prima volta. Ho la pace e ho dato un senso alla mia vita, mentre prima non ero che un morto vivente”.
 
Ma inizia anche una lotta tra ciò che era prima e ciò che Dio sta operando nella sua anima. Sembra di sentire le stesse parole usate da Sant’Agostino nel libro delle sue “Confessioni”. Jacques confida: “È venuta la lotta, silenziosamente tragica, tra ciò che sono stato e ciò che sono divenuto, perché la creatura nuova che è stata innestata in me implora da me una risposta alla quale sono libero di rifiutarmi. Non posso essere in pace che accettando questa guerra!”.
 
Scrive all’amico sacerdote Thomas: “Spesso io ricado ancora in una specie di apatia e di rassegnazione e sono infelice perché sento che ogni gioia mi ha abbandonato e non mi resta altro che la disperazione. E prego Iddio di vivere sempre in me, di aiutarmi e di illuminarmi e di darmi la forza di accettare le sofferenze che la Sua misericordia ha voluto mandarmi per la mia nascita nella luce, a me che ho contribuito ad affondare i chiodi nelle Sue mani!”.
 
Jacques, intanto, organizza la vita in prigione come la vita in un monastero: si dà un orario per la preghiera, legge libri religiosi e nutre la sua anima con l’acqua viva della Parola di Dio e delle vite dei santi; scrive lettere per cercare conforto e dare conforto! Racconta lui stesso: “Noi restiamo sempre soli nella nostra cella, salvo una mezz’ora di passeggiata al giorno ugualmente soli; una mezz’ora di parlatorio alla settimana, un pacco al mese: ed è tutto!”. Cosa fa, allora, durante il giorno? “Ogni mattina alle otto leggo la mia Messa (nel Messalino!)…; e una volta alla settimana, il martedì o il mercoledì, il Cappellano celebra la Messa in una cella a parte. Vi sono io tutto solo, essendo sotto stretta sorveglianza. Durante la giornata leggo e scrivo.
 
Il Cappellano mi impresta spesso dei libri. Ho appena terminato quello della vita di Santa Teresa d’Avila, che ho trovato luminoso”. Passano gli anni 1955 e 1956: Jacques sente in modo particolare la nostalgia della casa e degli affetti ogni volta che si avvicina il Santo Natale. Scrive alla suocera, signora Polack: “Mamma cara, … penso spesso alla mia bambina e vorrei molto averla con me! Penso molto, molto spesso a lei e sempre mi domando che guasti questa storia provocherà nella sua anima. Non un papà per aiutarla e proteggerla, ma, al contrario, un papà che certamente verrà criticato davanti a lei, e che altrettanto certamente sarà accusato di averle lasciato una eredità pesante di cui la gente diffiderà”.
 
Jacques soffre perché pensa che sua figlia sarà inesorabilmente considerata “la figlia dell’assassino”! E all’amico Thomas confida: “Ahimè, qui il Natale è un giorno come gli altri: niente Messa di mezzanotte, niente Messa all’indomani. Alle sette di sera siamo immersi nell’oscurità (viene tolta la corrente nelle celle)”. La notte di Natale dell’anno 1956 la passa in carcere: sente il suono delle campane, immagina la gioia della famiglia, sogna e piange! Intanto egli aspetta il processo e spera: “Se tutto va bene, piglierò vent’anni, o altrimenti l’ergastolo!”. In ogni modo egli spera di poter uscire vivo dal carcere e di riparare il male fatto con una vita consacrata al bene.
 
Arriva il giorno del processo. Il mercoledì 3 aprile 1957 si apre il processo. L’Avv. Baudet, uomo di grande fede, pronuncia una appassionata arringa di difesa e chiama anche il padre di Jacques a testimoniare sulle tristi condizioni della adolescenza e della giovinezza del figlio. (La mamma, nel frattempo, era morta lasciando un grande vuoto nel cuore di Jacques). Il padre si presenta ubriaco e vestito in un modo stravagante. L’Avv. Baudet inorridisce, ma spera che questa circostanza possa aprire gli occhi ai giudici per formulare un giudizio, che tenga conto delle reali attenuanti: Jacques, invece, che era presente in aula, si sente profondamente umiliato dal comportamento del padre e abbassa la testa per la vergogna.
 
Il 6 aprile 1957 (giorno del compleanno di Jacques: compiva 27 anni!) viene annunciata la sentenza: Jacques spera che la circostanza del compleanno sia di buon auspicio per una benevola sentenza. Viene invece condannato a morte: condannato alla ghigliottina! E’ un fulmine che lo lascia sbigottito e quasi impietrito. La prima reazione di Jacques fu un totale smarrimento della sua anima: ed è più che comprensibile! Intanto Jacques viene accompagnato in carcere e lasciato solo nella sua cella e nel suo dolore. Cade in ginocchio ed esclama “Signore, aiutami! Ti offro la mia sofferenza!”. Gli sembra già di vedere la terribile ghigliottina e avverte dei brividi di paura che gli attraversano tutto il corpo. Ma poi egli ricorda la voce sentita nella notte della sua conversione: “Jacques, tu ricevi le grazie della tua morte!”. E trova un attimo di pace. Dopo due mesi di lotta interiore, arriva a scrivere: “Non resta che una cosa da fare: ignorare tutto questo odio, per cercare in sé e intorno a sé Colui che instancabilmente attende l’anima percossa e disperata per darle un tesoro che rifiuta di dare al mondo. È necessario amare coloro che ci percuotono e un giorno si udrà, come il buon ladrone crocifisso: ‘In verità ti dico: oggi stesso tu sarai in Paradiso!’”.
 
L’Avv. Baudet prepara il ricorso in cassazione e lascia come ultima carta la richiesta di grazia al Presidente della Repubblica, Coty. Jacques lascia fare, ma ormai è convinto che tutto sia inutile: egli sarà ghigliottinato! Scrive all’Avv. Baudet: “Fate tutto ciò che il vostro dovere vi impone, affinché la vostra coscienza sia in pace. Ma io non sarò graziato. D’altra parte, se lo fossi, sarei profondamente turbato, perché a due riprese Dio mi ha detto: ‘Tu ricevi le grazie della tua morte’. Dio si è impadronito della mia piccola anima. Un velo si è squarciato e se continuassi a vivere non potrei mai rimanere sulla vetta che ho raggiunto. È meglio che io muoia”. Jacques vive la condanna a morte come una autentica occasione di martirio: come una vocazione ad amare fino al segno estremo, in comunione con Gesù, il condannato del Golgota.
 
La sua anima è talmente aperta all’Amore da arrivare a scrivere parole toccanti alla suocera che si lamentava per certi atteggiamenti di ingratitudine manifestati da alcuni nei confronti di Jacques: “Non scrivere la parola “ingratitudine”. Colui che trova ingrato il proprio fratello, non vuole la felicità di lui ma la propria. Ed è in questo ostacolo che molti inciampano. Bisogna donare se stessi; bisogna che tu comprenda che il giorno in cui ti dimenticherai completamente di te, un torrente di grazie scenderà nel tuo cuore e la gioia e la pace ti saranno date con una profusione che non puoi nemmeno supporre. Non c’è salvezza fuori della croce! Lo comprendi?”. Sono parole di una bellezza incomparabile, che profumano del prodigio del perdono cristiano.
 
Gli ultimi due mesi: miracolo nel miracolo! Il 5 agosto 1957, convinto che ormai la condanna è decisa inesorabilmente, Jacques scrive all’amico Padre Thomas: “Amatissimo fratello,…Gesù attende che io creda nel suo amore e che io mi salvi con un atto di volontà, partecipando all’evento (della decapitazione) che Egli permette per un fine di misericordia, affinché possa donarmi la vita eterna. Non sono io che sono andato verso di Lui, ma è Lui che una volta di più mi ha preso sulle sue spalle. Ora io so che tutto è grazia e che non è verso la morte che io vado, ma verso la vita”. Queste parole rivelano un’anima abitata da un fuoco d’amore che desidera trasformare la condanna a morte in un autentica offerta di vita. Jacques vuole morire d’amore, vuol morire per amore: questo è il desiderio ardente della sua anima.
 
Il 3 settembre scrive ancora all’amico sacerdote: “Sì, fratello mio, io non voglio guardare né avanti né indietro: solo conta l’istante presente. Voglio tenere la Santa Vergine per mano e non voglio più lasciarla fino a quando Ella mi condurrà al Figlio Suo. Io vivo delle ore meravigliose e ho l’impressione di non aver mai vissuto altra vita se non quella che trascorro da un mese”. E nel diario-testamento per la figlia, in data 10 settembre 1957, annota: “Ho il cuore tutto traboccante di amore, specialmente quando penso alla Santa Vergine. Con Lei io non temo nulla, dovessi soffrire mille morti. Ella mi protegge senza sosta, e non passo un quarto d’ora senza rivolgerLe preghiere e parole d’amore. Mi raffiguro il Suo Cuore Immacolato tutto coronato di spine come l’ha mostrato ai piccoli pastorelli di Fatima, e mi sogno di toglierle tutte quelle brutte spine e di rimarginare le ferite col posarvi sopra dei baci. Mi ripeto spesso la frase che la Madonna ha pronunciato rivolgendosi a Lucia: ‘Tu sforzati almeno di consolarmi!’. Sogno spesso di consolarLa anch’io”.
 
Intanto i giorni passano velocemente: Jacques capisce che ormai la condanna si avvicina, anche se non conosce ancora il giorno esatto dell’esecuzione. Egli desidera prepararsi spiritualmente e desidera salutare da gran cristiano tutti coloro che lo hanno amato e accompagnato nel viaggio della fede. Riceve in carcere una ciocca di capelli della figlia Veronique, che ha appena sei anni. Si commuove e scrive così alla famiglia: “Ho ricevuto la piccola ciocca di capelli di Veronique! Che bei capelli ha! Ho realmente l’impressione di avere la mia figlioletta nella cella!” Ma il suo pensiero va costantemente al “giorno fatale” che lo attende e lo commenta così: “Nonostante tutto quello che sta per succedermi, io non sarò salvato che dalla grazia e unicamente dalla grazia di Dio”. Egli sente lucidamente che l’Amore di Dio è un puro regalo, perché nessuno è degno dell’Amore di Dio: davanti a Dio, Jacques si presenta con molta umiltà.
 
Intanto Veronique manda alcune cartoline al suo papà. Jacques si commuove profondamente, perché ora sta scoprendo la bellezza della paternità e vorrebbe viverla fino in fondo, ma non gli è permesso. Scrive alla sua bambina nascondendo l’emozione per l’ora che si avvicina: “Figliolina mia, sono tanto contento di ricevere le tue care paroline e spero che me ne scriverai delle altre. Ho ricevuto delle belle foto di te in vacanza e ho potuto vedere che bella bambina sei, e che ti diverti molto. So anche che hai ricevuto un bell’astuccio con l’occorrente per scrivere al tuo papà (Jacques sa bene che potrà scrivere ancora pochissime volte!) e che dici bene le tue preghiere al Bambino Gesù e alla Santa Vergine. Papà ti abbraccia con tutto il cuore e prega per te affinché il Bambino Gesù ti protegga”.
 
Quanto gli dovettero costare queste parole! Quanto gli doveva sanguinare il cuore mentre cercava di nascondere alla figlia la passione della sua anima! Ma l’Amore ormai dominava su ogni altro sentimento: anche sulla paura! 
Nell’ultimo scritto del Diario-Testamento lascerà questo appunto luminoso: “Non mi accadrà alcun male e sarò portato diritto in Paradiso con tutta la dolcezza che si conviene a un neonato”. Queste sono parole degne di un santo: sono parole che sbocciano nella terra della totale umiltà che rende la persona come un bambino tra le braccia di Dio. Jacques intanto, consapevole dell’imminenza della partenza per il Cielo, si congeda delicatamente da tutti gli amici. Scrive al Cappellano del carcere: “Porto il vostro nome in cielo, scolpito nel mio cuore, e quando il Signore mi permetterà di gettare uno sguardo sulla terra, volgerò i miei occhi verso una piccola cella oscura dove un sacerdote celebra il più grande sacrificio che esista, associandosi egli stesso ogni giorno all’Amore crocifisso, e domanderò allora a Nostro Signore che si degni di volgere uno sguardo benigno al suo fedele ministro e lo colmi di benefici”.
 
Ultimi giorni: l’attesa dell’incontro con Gesù. 23 settembre. Giacomo ancora non conosce il giorno esatto dell’esecuzione, anche se sa che è vicina. L’avvocato va a trovarlo e gli comunica che il Presidente della Repubblica ha lasciato l’ultima decisione al Consiglio Superiore della Magistratura che verrà convocato il 26 settembre. L’attesa avrebbe snervato anche il più forte degli uomini! Ecco i sentimenti di Jacques Fesch: “Ho ancora pochi giorni da vivere. Signore Gesù, arrivo!”.
 
24 settembre. L’avvocato, ricevuto dal Presidente della Repubblica, racconta la meravigliosa conversione del giovane condannato. Il Presidente è sorpreso, si commuove ed esclama: “Dite a Jacques Fesch che gli stringo la mano per ciò che è diventato”. Ma la condanna a morte resta confermata.
 

25 settembre. Il babbo e Pierrette sono ammessi in carcere: salutano Jacques per l’ultima volta. L’emozione è fortissima, gli sguardi intensi, le lacrime si affacciano sugli occhi stanchi. Però una notizia riempie di gioia il cuore del condannato: Pierrette gli annuncia che, finalmente, il giorno dopo riceverà la Santa Comunione! Jacques l’aveva tanto desiderato e, tornato in cella, scrive nel suo diario: “Io parto con la speranza che Gesù sarà presto in lei e che finalmente crederà. Ne sono tanto felice! Possa il mio sangue essere accettato da Dio come sacrificio completo…”.
 
Domenica 29 settembre: Jacques sa che il giorno è alle porte. “Stamattina – scrive nel suo diario – mi sono comunicato e il cappellano mi ha avvertito che domani verrà a celebrare la Messa nella mia cella, perché è molto probabile che l’esecuzione sia per martedì mattina… Supplizio ben amato, che mi farà guadagnare il Cielo! Perché non posso donare la vita come i martiri…?”. Scrive le ultime lettere di addio: in esse c’è tutto il suo cuore e ci sono i segni di una lotta a sangue per restare sereno nelle braccia della Misericordia di Dio.
 
Scrive all’amico sacerdote: “Ancora soltanto qualche ora di lotta, prima di conoscere Colui che è l’Amore! Ha tanto sofferto Lui per me… Attendo l’Amore, attendo di essere inebriato da torrenti di gaudio e di cantare eterne lodi alla gloria del Risorto… Dio è Amore! Non temere fratello mio! Io porto il tuo nome lassù, inciso nel mio cuore… A rivederci in Dio. Io ti lascio, fratello mio. Ti abbraccio in Cristo Gesù e in Maria”.
 
Scrive all’avvocato Baudet: “Caro Avvocato, non posso scrivere questa lettera senza commozione, al pensiero che, quando la leggerete, io sarò in Cielo! Un grande ringraziamento per quanto avete fatto per me. Grazie alle vostre fatiche di avvocato, ma soprattutto all’uomo di Dio che non ha cessato di guidarmi e ricondurre questa pecora ribelle verso l’ovile del Padre. Caro Avvocato, in questi ultimi momenti non posso augurarvi altro che di divenire sempre più simile a Gesù Crocifisso. Il Signore vi protegga fino all’ultimo mattino, in cui una nuova aurora splenderà anche e finalmente per voi. Vostro fratello in Dio, Jacques”.
 
30 settembre 1957. Jacques nel silenzio della cella vive la drammatica attesa. Nel testamento per la sua bambina riesce a scrivere: “Ultimo giorno di lotta! Domani a quest’ora sarò in Cielo!”. Tramite Padre Thomas, che riceve separatamente i consensi, Jacques si unisce in matrimonio religioso con Pierrette: un matrimonio che durerà soltanto poche ore! Eppure il cuore del giovane è felice, perché ora la sua famiglia è benedetta da Dio. Esclama: “Mi sento unito con tutto l’amore a Pierrette, che ora è mia moglie in Dio”.
 
Intanto da diverse settimane egli ha rinunciato al fumo e si nutre a pane ed acqua per prepararsi bene alla morte e per ringraziare, con questi sacrifici, il Signore per la Sua Misericordia. L’avvocato, un uomo religiosissimo al quale Jacques si era tanto affezionato, va a trovarlo e gli dice: “Jacques, è stata fissata l’ora: domani, all’alba!”.
 
Mancano poche ore: l’emozione è fortissima. Giacomo scorge il mucchietto di lettere ricevute dalla suocera negli ultimi mesi e su un foglio ferma i suoi ultimi pensieri: “Cara mamma, innanzi tutto ti devo un grosso grazie per tutto l’amore di cui mi hai circondato in questi ultimi mesi.. Tu sai ciò che Gesù ha detto nel Suo Vangelo: ‘Ero in carcere e mi avete visitato…’ Con queste righe io ti affido la mia figlioletta… Proteggila assiduamente… Amala in Dio e sii certa che di lassù io la proteggerò e veglierò su di lei …”.
 
Ma non riesce più a scrivere: gli occhi sono pieni di lacrime. L’ultima notte è una vera agonia: si alternano sentimenti di fiducia e di paura, di gioia e di tremore. In certi momenti già sente la festa dell’eternità e confida: “Gesù mi è vicinissimo. Egli mi attira a Sé sempre di più; e io non posso che adorarlo in silenzio desiderando morire d’amore”. E aggiunge: “Attendo nella notte e nella pace. Ho gli occhi fissi al Crocifisso e i miei sguardi non si distolgono dalle piaghe del mio Salvatore.
 
Mi ripeto instancabilmente: ‘É per te’. Voglio serbare quest’immagine sino alla fine, io che soffrirò così poco. Attendo l’Amore! Fra cinque ore vedrò Gesù!”. “Reciterò il Rosario e le preghiere per i moribondi, poi rimetterò la mia anima a Dio. Buon Gesù, aiutami!”.
 
Ma poi sembra che una tempesta gli entri nel cuore: “La pace è svanita per far posto all’angoscia. É orribile! Ho il cuore che salta nel petto. Santa Vergine, aiutami!”. E la Madonna, che è vera Madre, accompagna Gesù accanto al condannato, che così può dire: “Sono più tranquillo di un momento fa, perché Gesù mi ha promesso di portarmi subito in Paradiso. Io credo che andrò diritto in Cielo!”.
 
Alle tre del mattino chiede la luce alla guardia carceraria, dicendogli: “É fra poco, bisogna che mi prepari!”. Appunta un ultimo pensiero che rivela la lotta che si consuma nella sua anima: “Poco fa mi sembrava che, qualunque cosa io faccia, mai il Paradiso sarebbe per me! É Satana che m’ispira questo. Vuole scoraggiarmi. Mi sono gettato ai piedi di Maria e ora va meglio… Santa Vergine, aiutami! Sono felice… Addio!”.
 
Alle 5,30 del mattino lo trovano in preghiera, accanto al letto rifatto: un’ultima delicatezza di un uomo visitato dalla Bontà di Dio. Si confessa per l’ultima volta e fa la Comunione in ginocchio, accanto all’avvocato Baudet. Poi va incontro alla ghigliottina; gli legano le mani; c’è attorno un clima di intensissima emozione. Jacques improvvisamente si rivolge al cappellano e lo supplica: “Il Crocifisso, padre mio, il Crocifisso!” e lo bacia lungamente, bagnandolo con le sue lacrime.
 
Tutti sono commossi: il Condannato del Golgota è l’unico che possa consolare il condannato Jacques Fesch!
 
Appoggia la testa sul patibolo… si sentono le sue ultime parole: “Signore, non abbandonarmi..!”. La ghigliottina affonda veloce la sua lama: cade la testa, ma non è più un assassino che muore, è un martire che muore pieno di amore.
 
Il 27 agosto 1957 aveva scritto nel suo diario: “Verranno gli angeli a felicitarsi con me per essere diventato un eletto. Sarà proprio la prima cosa in cui riuscirò nella vita!” Jacques Fesch, non è la prima cosa in cui sei riuscito nella vita: la tua morte ci ha insegnato a vivere! Grazie! Grazie!
 
Jacques Fesch la tua giovinezza “bruciata” ci ricorda che è tanto facile rovinare un giovane, è tanto facile ingannarlo, è tanto facile depistarlo nella ricerca della gioia vera: la lezione drammatica e meravigliosa della tua vita sia monito per tutti gli educatori e sia motivo di riflessione per tutti i giovani. Jacques Fesch prega per noi! Amen!
 

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Per sorridere (e riflettere) su scienza e fede

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/02/2018

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«Dio ci ha cercati prima ancora che noi pensassimo di cercarlo»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/02/2018

Sono numerose le persone che lasciano la Massoneria, ma poche sono quelle che osano raccontarlo.

È il caso di Serge Abad-Gallardo, ex architetto francese sessantenne che ha passato ventiquattro anni in seno ad una delle obbedienze più importanti di Francia, quella del Droit Humain («Diritto Umano»), un’emanazione del Grand’Oriente di Francia.

Vi propongo una sua interessante intervista.

Intervistatore: «Per quale ragione lei è entrato nella Massoneria?

Serge Abad-Gallardo: Avevo l’età e la situazione sociale ideale per diventare un massone: a trentatré anni ero un altolocato funzionario municipale, in quanto direttore dell’urbanistica. A quell’epoca, mi ero allontanato dalla Chiesa e la mia fede era molto tiepida. Un amico, che non sapevo essere massone, mi propose di entrare a far parte della Massoneria. Ero curioso di scoprire i supposti segreti di questa organizzazione.

Intervistatore: Quando ha cominciato a prendere coscienza degli aspetti più inquietanti di questa organizzazione?

Serge Abad-Gallardo: All’inizio, in certe parole del rituale massonico (Rito Scozzese Antico e Accettato) ho riconosciuto certi legami tra la Massoneria e la Chiesa. Ad esempio, nel rituale di iniziazione si ritrovano frasi come «cercate e troverete» o «bussate e vi verrà aperto», passi estratti dai Vangeli. Ma poco a poco, mi sono reso conto che il senso attribuito a queste parole non era lo stesso. Ho sentito anche certe espressioni anticlericali.

La cosa non mi è piaciuta, ma mi sono adattato perché mi ero allontanato dalla fede, e soprattutto dalla Chiesa. Inoltre, in Massoneria si parlava molto di «fratellanza», ma col tempo mi sono accorto che dietro questa apparente fratellanza c’erano degli accordi e delle lotte per il potere nel seno stesso della Massoneria. Infine, quando sono ritornato alla fede, ho compreso che il cattolicesimo e la Massoneria sono incompatibili.

Intervistatore: Come si è svolto questo processo di conversione?

Serge Abad-Gallardo: È durato quasi nove anni! Credo che Dio mi abbia lasciato per così tanto tempo nell’errore della Massoneria (per ventiquattro anni, fino a diventare Venerabile e ad accedere ai Gradi più alti) affinché oggi nessun massone possa dirmi – come certuni hanno tentato di fare in totale malafede – di non avere capito nulla. Sono passato per diversi stadi.

Innanzitutto, come spiego nel mio libro, ho preso coscienza della presenza di Cristo al mio fianco. Ciò è iniziato nel 2002, quando ho incontrato un religioso francescano presso Aix-en-Provence. Le sue parole mi sono sembrate massoniche, e mi sono piaciute perché pensavo che esistessero dei legami tra la Massoneria e il cattolicesimo, ma poco a poco ho compreso che il senso delle sue parole era fondamentalmente diverso da quello attribuito in Loggia.

Intervistatore: Ad esempio?

Serge Abad-Gallardo: Quando la Massoneria parla di «Luce» si riferisce ad una «Conoscenza», ad uno scibile esoterico, ermetico e occulto. Al contrario, questo francescano mi parlava di «Luce» come se si trattasse dell’amore di Dio per noi. Un altro esempio: quando la Massoneria dice «cercate e troverete», si tratta di andare a cercare e a trovare un qualcosa dentro a sé stessi; è la parola ermetico-massonica «V.I.T.R.I.O.L.» («Visita Interiorem Terræ Rectificando Invenies Occultum Lapidem»), ossia «visita l’interno della terra e purificandoti troverai la pietra nascosta».

Ma le parole del Vangelo non significano nulla di tutto ciò: esse dicono che Dio ci ha cercati prima ancora che noi pensassimo di cercarlo. È Dio che dona l’amore all’uomo, non il contrario. L’amore dell’uomo è solo un’immagine dell’amore di Dio. Il Signore ci ha fatti a Sua immagine.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la magia, con l’occultismo o con le formule simboliche! Sono uscito dall’incontro con quel francescano completamente sconvolto, e ho sentito la presenza di Cristo al mio fianco. Non potevo immaginare che Egli mi amava di quell’Amore immenso che adesso provavo. Non ci sono parole per descriverlo.

Intervistatore: Ma non era ancora la conversione completa…

Serge Abad-Gallardo: Ho iniziato a pregare, senza tuttavia tornare a frequentare la Messa. Un giorno del 2005, in un periodo nero della mia vita, mi trovavo in una cappella quando Cristo mi ha risposto. E’ stata un’esperienza incredibile; sono quasi caduto dalla panca. Ma anche così, resistevo e non comprendevo ciò che Cristo si aspettava da me.

Intervistatore: Poi cos’è accaduto?

Serge Abad-Gallardo: Nel 2012, ho sperimentato ciò che si potrebbe definire il «Male». Mi sono trovato faccia a faccia con la nefandezza dell’animo umano e di fronte alla presenza del diavolo nella nostra vita a causa della stregoneria e della magia. Ciò può sembrare incredibile, ma non ho altra scelta che raccontare le cose come sono andate. Il mondo si è chiuso per me. Nel giro di alcuni mesi ho perso il mio impiego, il mio buon stipendio, la casa dove abitavamo, la mia barca a vela di dodici metri, la mia macchina sportiva, i miei amici…

Mi sentivo totalmente perso e non trovavo risposte nella Massoneria, la quale non aveva nulla da dirmi circa la questione dell’esistenza del male nel mondo. Mi venne l’idea di ritirarmi per alcuni giorni nell’abbazia di Lagrasse; e là, davanti a Cristo crocifisso, mi misi a piangere e mi resi conto che anche Cristo piangeva con me. Questo Amore fu come una luce. Ho trascorso una settimana con i monaci, e il mio cuore si è totalmente aperto all’amore di Cristo.

Intervistatore: É stato in quel momento che lei è uscito definitivamente della Massoneria?

Serge Abad-Gallardo: Tutto ciò che vivevo all’interno di quella organizzazione mi è sembrato falso, o almeno tiepido. Non sono potuto restare, tanto più che avevo compreso che la Massoneria è totalmente incompatibile con la fede cattolica.

Intervistatore: La Massoneria è così potente come si dice?

Serge Abad-Gallardo: Sì, essa è veramente potente! In Francia, a partire dal 2012, numerosi ministri sono massoni. E i Gran Maestri del Grand’Oriente, del Droit Humain o della Gran Loggia vogliono cambiare la società. Certe leggi come quella sull’aborto, sull’eutanasia o sul matrimonio omosessuale sono idee massoniche. Un Gran Maestro della Gran Loggia di Francia, Pierre Simon, ha confessato che tutte queste leggi erano state pensate e maturate nelle Logge prima di essere votate dai deputati.

Intervistatore: La Massoneria cospira?

Serge Abad-Gallardo: La Massoneria crede nell’«utopia»: in altre parole, essa ritiene che tutto ciò che è possibile ad un essere umano, si deve e si può permettere. Non c’è alcun limite fissato da una legge naturale che provenga di Dio; la morale proviene dal patto sociale. Non c’è dunque altro stile di vita che l’edonismo: il piacere e la rincorsa della felicità sono l’unico scopo, la salvezza eterna non esiste, bisogna godersi la vita. Per questa ragione, la Massoneria cospira contro ogni modo di pensare che non sia il suo.

(Fonte: http://www.centrosangiorgio.com/)

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Capodanno, una bella occasione per benedire

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/01/2018

Dio insegna a Mosè e Aronne la formula per benedire nel nome di Dio.

A Capodanno la Chiesa ce lo ricorda nella prima lettura della Messa tratta dal libro dei Numeri (Nm 6,22-27).

San Francesco fece sua questa preghiera in questa versione che si fece veicolo di tante conversioni e guarigioni.

In mezzo a una società, a ai social in cui dire male, maledire in un certo senso è diventata la norma, perché non riscoprire quanto sia bello e fecondo benedire?

Capodanno è una buona occasione per cominciare, anche se non credi…

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Che fai a Capodanno?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/12/2017

E’ la domanda più inflazionata di questi ultimi giorni del 2017… Io quasi quasi mi medito un passo biblico per questo 2018.

Ogni anno sotto Capodanno proliferano previsioni astrologiche, predizioni, oroscopi, tutto un grande imbroglio frutto solo di ignoranza e paura.

Abbiamo bisogno di essere rassicurati illudendoci di poter prevedere il futuro, impossibile perché nelle mani di Dio e in parte frutto anche del gran dono di Dio del libero arbitrio, ma la paura è umana, fa parte di noi.

Per quanto mi riguarda, le mie paure si placano solo quando riesco ad affidarmi e ad affidare davvero tutto al Padre, ogni giorno, permettendo alla Sua Parola di essere luce per ogni mio passo.

Perché non farlo allora anche per Capodanno?

Non è Bibliomanzia, non usiamo la Bibbia come se interpellassimo un oracolo, semplicemente chiediamo il dono di un passo (ogni passo biblico è da Dio) che ci sia di luce e che ci aiuti ad affidare quest’anno a Dio, liberi da ogni paura.

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Come fare?

↓ ↓ ↓ ↓ ↓

  • Prima invoca lo Spirito Santo.
  • Sta’ un po’ in silenzio.
  • Poi clicca → QUA ←
  • Leggi e rileggi il passo biblico.
  • Chiedi allo Spirito Santo cosa vuol dire a te qui ed ora.
  • Rileggi.
  • Rispondi con una preghiera affidando a Dio tutte le tue paure.
  • Prendi un proposito per migliorare la tua relazione con Dio, da lì parte tutto…

Buon 2018

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