FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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«Mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene; mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/03/2018

Jacques Fesch: un uomo che ha vissuto la passione di Cristo passo passo, con la sola differenza di essere colpevole, come il buon ladrone del Golgota. 
 
La storia è lunga, ma autentica e commovente, di croce e resurrezione; vale la pena prendersi qualche minuto, soprattutto durante la Settimana Santa. La storia è raccontata dall’abile penna di Mons. Angelo Comastri.
Julien Green ha affermato paradossalmente: “Se ci si volesse convertire, non bisognerebbe andare in Chiesa, ma nei luoghi detti ‘di piacere’: è quanto vi è di più triste al mondo!” È verissimo! I luoghi del piacere sono moltiplicatori di scontentezza e di spinte autodistruttive: la cronaca lo documenta ogni giorno e la storia di Jacques Fesch, che stiamo per raccontare, lo grida inequivocabilmente.
 
Chi è Jacques Fesch? Jacques Fesch è un giovane che, a 24 anni, commette un terribile delitto: e il suo delitto è la conclusione drammatica di una vita vuota e senza ideali, ma inevitabilmente piena di egoismo e di capricci. Ecco una veloce cronaca del delitto. Il 24 febbraio 1954 Jacques entra al mattino nel negozio di un cambiavalute, un certo Alessandro Silberstein, in Rue Vivienne 39 a Parigi, e ordina un quantitativo di oro. L’uomo si fida perché sa che alle spalle del giovane c’è un padre facoltoso, che può tranquillamente pagare. Nel pomeriggio dello stesso giorno Jacques torna per prelevare l’oro arrivato soltanto in parte, ma invece di pagare, approfitta di un momento di disattenzione del cambiavalute e lo colpisce alla testa con il calcio della rivoltella prelevata in casa di suo padre. Il vecchio Silberstein reagisce e invoca aiuto con tutta la voce che ha. Allora Jacques fugge, raggiunge Rue Saint Marc, arriva al Boulevard des Italiens, dove scorge un caseggiato con la porta carraia aperta che immette in un cortile. Intanto alcune persone lo stanno inseguendo capeggiate da un agente di polizia chiamato in aiuto. Jacques sale al quinto piano e lassù attende che torni un po’ di calma. Passati alcuni minuti, dopo essersi riordinato nell’abbigliamento, ridiscende fingendo meraviglia e tranquillità e si accinge ad uscire con passo normale dalla porta carraia. Ma uno lo riconosce e grida “É lui!”. L’agente Georges Vergnes ordina: “Mani in alto!”. Jacques si gira sui tacchi e, tenendo la mano e la rivoltella nella tasca dell’impermeabile, spara un colpo. Jacques era alto e l’agente di polizia era piuttosto basso: il colpo lo raggiunge al cuore e muore immediatamente. Jacques scappa ancora, spara successivamente un altro colpo e viene finalmente arrestato nella stazione Richelieu-Drouot della metropolitana: la giornata del suo folle sogno termina nel tetro silenzio del carcere di Parigi.
 
Perché questo delitto assurdo? I genitori di Jacques erano di origine belga e si erano trasferiti in Francia. Erano benestanti e, apparentemente, sembrava che nulla mancasse loro per essere felici. Il padre, Georges, già direttore d’un importante istituto di credito a Bruxelles, dirigeva a Saint-Germain-en-Laye (presso Parigi) una banca belga per stranieri. Egli era ateo e di temperamento autoritario: non si preoccupava mai del figlio se non per spegnergli ogni entusiasmo e, soprattutto, la fede. Come fa pensare tutto questo! Certi comportamenti hanno radici lontane e, molto spesso, affondano nel tessuto di esperienze fallimentari vissute all’interno della propria famiglia. Jacques, nato a Saint-Germain il 6 aprile 1930, era un fanciullo simpatico e traboccante di affetto soprattutto verso la madre. Per nove anni ricevette una buona educazione in un istituto religioso della sua città, ma a 17 anni, per influsso del padre, si allontanò definitivamente dalla fede. Il 5 giugno 1951 (a ventuno anni) sposa civilmente Pierrette Polack e nasce loro una bambina: Veronique. Assai presto però abbandona la moglie e la figlioletta (il dramma accadrà qualche mese dopo questo abbandono, anche se egli resterà sempre in contatto con la moglie).
 
Jacques intanto voleva mettere in proprio una ditta concorrente con quella del suocero: una ditta di trasporto del carbone. La mamma mette a disposizione del denaro, ma egli non lo sa usare. É scoraggiato e decide di evadere acquistando un battello e partendo per la Polinesia: Jacques non è abituato a lottare e, pertanto, fugge dal problema. Ma per acquistare il battello occorrono due milioni e duecentomila vecchi franchi: Jacques li chiede al padre, ma il padre li rifiuta. Allora Jacques decide la rapina con l’esito che conosciamo. Questa è la scheda scarna della vita di un giovane che, privo di ogni ideale, approda quasi inconsapevolmente alla tragedia del delitto. Fin da ora vale la pena di ricordare l’importanza degli esempi della famiglia nei confronti dei figli; e vale la pena di sottolineare anche l’importanza d’una buona impostazione degli anni dell’adolescenza e della giovinezza per la buona riuscita di tutta la vita: oggi il modo di vivere la giovinezza molto spesso conduce ad una vita adulta incapace di impegni seri e di responsabilità durature. Da che mondo è mondo, infatti, si raccoglie quel che si semina!
 
Che cosa accade in carcere. Ora ripercorriamo un cammino nel quale la Grazia di Dio ribalta una situazione tragica e fa nascere una creatura completamente nuova: sono i grandi miracoli di Dio quando Lo si lascia operare! Jacques viene rinchiuso nel Carcere de la Santè, a Parigi, in una cella di isolamento. Il Cappellano gli si avvicina amorevolmente, ma Jacques reagisce dicendogli: “Io non ho la fede e non ho bisogno di lei!”. E lo accompagna alla porta. Ma, intanto, tutto è crollato nella sua vita e lentamente egli cerca di capire come abbia fatto a cadere nel precipizio del delitto. Ecco il suo racconto: “Spesso mi hanno detto: ‘Avevi tutto per essere felice. Non si capisce come un ragazzo come te, di così buona famiglia, sia potuto giungere a tanto…!’. Quanto sono false queste spiegazioni! Come se la risoluzione di commettere un atto criminoso non avesse radici più profonde!… Ciò che soprattutto mi ha incatenato a un certo modo di vedere le cose, è l’educazione che ho ricevuto.
 
Non penso di dare prova di indiscrezione svelando quanto ormai è stato gridato ai quattro venti, e cioè che i miei genitori non andavano d’accordo. Ne risultava un ambiente familiare detestabile, fatto di urli nei momenti cruciali, e di disagio e di durezza dopo le crisi. Niente rispetto, niente amore! Mio padre, un uomo a suo modo incantevole per gli estranei, aveva di fatto uno spirito sarcastico, orgoglioso e cinico. Ateo all’estremo, nonostante il suo successo professionale, provava disgusto per una vita che non gli aveva procurato che disinganni e delusioni… Fin dalla giovane età mi sono nutrito delle sue massime, né potevo di certo fare altrimenti”. Jacques cerca di capire quali sono le radici dalle quali è sbocciato il suo gesto folle. Egli scopre l’importanza decisiva della famiglia e, improvvisamente, si rende conto del vuoto affettivo e del vuoto spirituale in cui è cresciuto. Qualcuno gli dice: “Perché non sei tornato indietro quando hai visto che la strada andava verso un precipizio?”. Egli con sofferenza risponde: “Dove avrei potuto trovare la forza per una risoluzione così penosa per me? Nel cinismo, nel nichilismo che mi erano stati insegnati? E a quale scopo dovevo sacrificarmi, se pensavo che il caos finale tutto avrebbe inghiottito e che nulla è buono o cattivo in un mondo in cui soltanto le sensazioni hanno valore?”.
 
Come fanno riflettere queste osservazioni! Quanti sbandamenti di oggi hanno la stessa spiegazione: il vuoto interiore può condurre a qualsiasi tragica conclusione! Ricordatelo! Osserva ancora Jacques: “Non in quel giorno sono divenuto criminale: è stato molto tempo prima. Non ho fatto altro che mettere in pratica quello che era in me allo stato latente, e perché se ne presentava l’occasione. Era inevitabile che, un anno o l’altro, avrei finito con lo sviarmi, a meno che nel frattempo non avessi trovato un ideale! Un niente avrebbe potuto salvarmi…”. Un ideale! Vengono in mente le accorate parole lasciate scritte da una ragazza romana suicida alcuni anni fa: “Mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene; mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete dato un ideale per cui valesse la pena di vivere la vita! Per questo me la tolgo!”. Apriamo gli occhi e il cuore sulla situazione di vuoto disperato dentro il quale si muove tanta gioventù. Voler bene ai giovani significa far loro del bene, cioè aiutarli ad uscire dall’egoismo per nascere alla vita dell’amore autentico e, pertanto, appagante.
 
Dio non abbandona mai! Seguiamo la storia di Jacques Fesch: ora egli è chiuso tra quattro pareti; solo con la sua disperazione. Ma nel carcere, circa otto mesi dopo l’arresto, accadde un fatto straordinario: qualcosa che rassomiglia all’esperienza di San Paolo sulla via di Damasco o all’esperienza di Sant’Agostino a Milano o all’esperienza del giovane Francesco d’Assisi nella chiesetta di San Damiano. Ascoltiamo il racconto toccante dello stesso Jacques: “Era una sera, nella mia cella… Nonostante tutte le catastrofi che da alcuni mesi si erano abbattute sulla mia testa, io restavo ateo convinto… Ora, quella sera, ero a letto con gli occhi aperti e soffrivo realmente per la prima volta nella mia vita con una intensità rara, per ciò che mi era stato rivelato riguardo a certe cose di famiglia (si stava sfasciando tutto!) ed è allora che un grido mi scaturì dal petto, un appello al soccorso: ‘Mon Dieu! Mon Dieu!’. E istantaneamente, come un vento violento, che passa senza che si sappia donde viene, lo Spirito del Signore mi prese alla gola”.
 
E, in una lettera all’amico sacerdote Padre Thomas, precisa: “Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. La grazia mi ha visitato e una grande gioia s’è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti. Era una gioia sensibile fortissima…”. È il tipico racconto delle conversioni: sembra il racconto della “conversione” di Teresa di Lisieux nel Natale del 1886; sembra il racconto della conversione di André Frossard nel 1936: identico linguaggio! Cosa è accaduto? Jacques, nell’abisso delle umiliazioni… diventa umile, lascia cadere il muro dell’orgoglio e immediatamente viene invaso dalla luce e dall’amore di Dio. Da questo momento quasi dimentica se stesso e si preoccupa della conversione del padre, della moglie, di tutti…! Scrive alla moglie che resta non-credente: “Il rifiuto che tu opponi (alla fede) non deriva che da mancanza di umiltà! Comunque ti comprendo assai bene: non molto tempo fa avrei avuto le tue stesse reazioni; tutto questo perché non vogliamo vedere. Non c’è che un piccolissimo gradino da salire, ma occorre lasciare sul precedente le nostre acredini e il nostro orgoglio e abbandonarsi a Colui che tutto può”. Nella notte della conversione Jacques ode anche una voce che distintamente gli dice: “Jacques, tu ricevi le grazie della tua morte!”. Jacques non capì il senso di queste parole, perché egli in quel momento sperava nelle attenuanti per il delitto e quindi scartava ogni ipotesi di condanna a morte. In seguito il senso delle parole diventerà chiaro.
 
Inizia una vita nuova in Cristo. Il cambiamento di questo giovane è qualcosa di straordinario: è una testimonianza di quanto Dio può operare, quando un’anima apre le porte del cuore al Suo Amore Infinito. Le lettere che Jacques scrive dal carcere aprono spiragli sul cammino incantevole (anche se duro!) della sua conversione. Scrive: “Ora ho veramente la certezza di cominciare a vivere per la prima volta. Ho la pace e ho dato un senso alla mia vita, mentre prima non ero che un morto vivente”.
 
Ma inizia anche una lotta tra ciò che era prima e ciò che Dio sta operando nella sua anima. Sembra di sentire le stesse parole usate da Sant’Agostino nel libro delle sue “Confessioni”. Jacques confida: “È venuta la lotta, silenziosamente tragica, tra ciò che sono stato e ciò che sono divenuto, perché la creatura nuova che è stata innestata in me implora da me una risposta alla quale sono libero di rifiutarmi. Non posso essere in pace che accettando questa guerra!”.
 
Scrive all’amico sacerdote Thomas: “Spesso io ricado ancora in una specie di apatia e di rassegnazione e sono infelice perché sento che ogni gioia mi ha abbandonato e non mi resta altro che la disperazione. E prego Iddio di vivere sempre in me, di aiutarmi e di illuminarmi e di darmi la forza di accettare le sofferenze che la Sua misericordia ha voluto mandarmi per la mia nascita nella luce, a me che ho contribuito ad affondare i chiodi nelle Sue mani!”.
 
Jacques, intanto, organizza la vita in prigione come la vita in un monastero: si dà un orario per la preghiera, legge libri religiosi e nutre la sua anima con l’acqua viva della Parola di Dio e delle vite dei santi; scrive lettere per cercare conforto e dare conforto! Racconta lui stesso: “Noi restiamo sempre soli nella nostra cella, salvo una mezz’ora di passeggiata al giorno ugualmente soli; una mezz’ora di parlatorio alla settimana, un pacco al mese: ed è tutto!”. Cosa fa, allora, durante il giorno? “Ogni mattina alle otto leggo la mia Messa (nel Messalino!)…; e una volta alla settimana, il martedì o il mercoledì, il Cappellano celebra la Messa in una cella a parte. Vi sono io tutto solo, essendo sotto stretta sorveglianza. Durante la giornata leggo e scrivo.
 
Il Cappellano mi impresta spesso dei libri. Ho appena terminato quello della vita di Santa Teresa d’Avila, che ho trovato luminoso”. Passano gli anni 1955 e 1956: Jacques sente in modo particolare la nostalgia della casa e degli affetti ogni volta che si avvicina il Santo Natale. Scrive alla suocera, signora Polack: “Mamma cara, … penso spesso alla mia bambina e vorrei molto averla con me! Penso molto, molto spesso a lei e sempre mi domando che guasti questa storia provocherà nella sua anima. Non un papà per aiutarla e proteggerla, ma, al contrario, un papà che certamente verrà criticato davanti a lei, e che altrettanto certamente sarà accusato di averle lasciato una eredità pesante di cui la gente diffiderà”.
 
Jacques soffre perché pensa che sua figlia sarà inesorabilmente considerata “la figlia dell’assassino”! E all’amico Thomas confida: “Ahimè, qui il Natale è un giorno come gli altri: niente Messa di mezzanotte, niente Messa all’indomani. Alle sette di sera siamo immersi nell’oscurità (viene tolta la corrente nelle celle)”. La notte di Natale dell’anno 1956 la passa in carcere: sente il suono delle campane, immagina la gioia della famiglia, sogna e piange! Intanto egli aspetta il processo e spera: “Se tutto va bene, piglierò vent’anni, o altrimenti l’ergastolo!”. In ogni modo egli spera di poter uscire vivo dal carcere e di riparare il male fatto con una vita consacrata al bene.
 
Arriva il giorno del processo. Il mercoledì 3 aprile 1957 si apre il processo. L’Avv. Baudet, uomo di grande fede, pronuncia una appassionata arringa di difesa e chiama anche il padre di Jacques a testimoniare sulle tristi condizioni della adolescenza e della giovinezza del figlio. (La mamma, nel frattempo, era morta lasciando un grande vuoto nel cuore di Jacques). Il padre si presenta ubriaco e vestito in un modo stravagante. L’Avv. Baudet inorridisce, ma spera che questa circostanza possa aprire gli occhi ai giudici per formulare un giudizio, che tenga conto delle reali attenuanti: Jacques, invece, che era presente in aula, si sente profondamente umiliato dal comportamento del padre e abbassa la testa per la vergogna.
 
Il 6 aprile 1957 (giorno del compleanno di Jacques: compiva 27 anni!) viene annunciata la sentenza: Jacques spera che la circostanza del compleanno sia di buon auspicio per una benevola sentenza. Viene invece condannato a morte: condannato alla ghigliottina! E’ un fulmine che lo lascia sbigottito e quasi impietrito. La prima reazione di Jacques fu un totale smarrimento della sua anima: ed è più che comprensibile! Intanto Jacques viene accompagnato in carcere e lasciato solo nella sua cella e nel suo dolore. Cade in ginocchio ed esclama “Signore, aiutami! Ti offro la mia sofferenza!”. Gli sembra già di vedere la terribile ghigliottina e avverte dei brividi di paura che gli attraversano tutto il corpo. Ma poi egli ricorda la voce sentita nella notte della sua conversione: “Jacques, tu ricevi le grazie della tua morte!”. E trova un attimo di pace. Dopo due mesi di lotta interiore, arriva a scrivere: “Non resta che una cosa da fare: ignorare tutto questo odio, per cercare in sé e intorno a sé Colui che instancabilmente attende l’anima percossa e disperata per darle un tesoro che rifiuta di dare al mondo. È necessario amare coloro che ci percuotono e un giorno si udrà, come il buon ladrone crocifisso: ‘In verità ti dico: oggi stesso tu sarai in Paradiso!’”.
 
L’Avv. Baudet prepara il ricorso in cassazione e lascia come ultima carta la richiesta di grazia al Presidente della Repubblica, Coty. Jacques lascia fare, ma ormai è convinto che tutto sia inutile: egli sarà ghigliottinato! Scrive all’Avv. Baudet: “Fate tutto ciò che il vostro dovere vi impone, affinché la vostra coscienza sia in pace. Ma io non sarò graziato. D’altra parte, se lo fossi, sarei profondamente turbato, perché a due riprese Dio mi ha detto: ‘Tu ricevi le grazie della tua morte’. Dio si è impadronito della mia piccola anima. Un velo si è squarciato e se continuassi a vivere non potrei mai rimanere sulla vetta che ho raggiunto. È meglio che io muoia”. Jacques vive la condanna a morte come una autentica occasione di martirio: come una vocazione ad amare fino al segno estremo, in comunione con Gesù, il condannato del Golgota.
 
La sua anima è talmente aperta all’Amore da arrivare a scrivere parole toccanti alla suocera che si lamentava per certi atteggiamenti di ingratitudine manifestati da alcuni nei confronti di Jacques: “Non scrivere la parola “ingratitudine”. Colui che trova ingrato il proprio fratello, non vuole la felicità di lui ma la propria. Ed è in questo ostacolo che molti inciampano. Bisogna donare se stessi; bisogna che tu comprenda che il giorno in cui ti dimenticherai completamente di te, un torrente di grazie scenderà nel tuo cuore e la gioia e la pace ti saranno date con una profusione che non puoi nemmeno supporre. Non c’è salvezza fuori della croce! Lo comprendi?”. Sono parole di una bellezza incomparabile, che profumano del prodigio del perdono cristiano.
 
Gli ultimi due mesi: miracolo nel miracolo! Il 5 agosto 1957, convinto che ormai la condanna è decisa inesorabilmente, Jacques scrive all’amico Padre Thomas: “Amatissimo fratello,…Gesù attende che io creda nel suo amore e che io mi salvi con un atto di volontà, partecipando all’evento (della decapitazione) che Egli permette per un fine di misericordia, affinché possa donarmi la vita eterna. Non sono io che sono andato verso di Lui, ma è Lui che una volta di più mi ha preso sulle sue spalle. Ora io so che tutto è grazia e che non è verso la morte che io vado, ma verso la vita”. Queste parole rivelano un’anima abitata da un fuoco d’amore che desidera trasformare la condanna a morte in un autentica offerta di vita. Jacques vuole morire d’amore, vuol morire per amore: questo è il desiderio ardente della sua anima.
 
Il 3 settembre scrive ancora all’amico sacerdote: “Sì, fratello mio, io non voglio guardare né avanti né indietro: solo conta l’istante presente. Voglio tenere la Santa Vergine per mano e non voglio più lasciarla fino a quando Ella mi condurrà al Figlio Suo. Io vivo delle ore meravigliose e ho l’impressione di non aver mai vissuto altra vita se non quella che trascorro da un mese”. E nel diario-testamento per la figlia, in data 10 settembre 1957, annota: “Ho il cuore tutto traboccante di amore, specialmente quando penso alla Santa Vergine. Con Lei io non temo nulla, dovessi soffrire mille morti. Ella mi protegge senza sosta, e non passo un quarto d’ora senza rivolgerLe preghiere e parole d’amore. Mi raffiguro il Suo Cuore Immacolato tutto coronato di spine come l’ha mostrato ai piccoli pastorelli di Fatima, e mi sogno di toglierle tutte quelle brutte spine e di rimarginare le ferite col posarvi sopra dei baci. Mi ripeto spesso la frase che la Madonna ha pronunciato rivolgendosi a Lucia: ‘Tu sforzati almeno di consolarmi!’. Sogno spesso di consolarLa anch’io”.
 
Intanto i giorni passano velocemente: Jacques capisce che ormai la condanna si avvicina, anche se non conosce ancora il giorno esatto dell’esecuzione. Egli desidera prepararsi spiritualmente e desidera salutare da gran cristiano tutti coloro che lo hanno amato e accompagnato nel viaggio della fede. Riceve in carcere una ciocca di capelli della figlia Veronique, che ha appena sei anni. Si commuove e scrive così alla famiglia: “Ho ricevuto la piccola ciocca di capelli di Veronique! Che bei capelli ha! Ho realmente l’impressione di avere la mia figlioletta nella cella!” Ma il suo pensiero va costantemente al “giorno fatale” che lo attende e lo commenta così: “Nonostante tutto quello che sta per succedermi, io non sarò salvato che dalla grazia e unicamente dalla grazia di Dio”. Egli sente lucidamente che l’Amore di Dio è un puro regalo, perché nessuno è degno dell’Amore di Dio: davanti a Dio, Jacques si presenta con molta umiltà.
 
Intanto Veronique manda alcune cartoline al suo papà. Jacques si commuove profondamente, perché ora sta scoprendo la bellezza della paternità e vorrebbe viverla fino in fondo, ma non gli è permesso. Scrive alla sua bambina nascondendo l’emozione per l’ora che si avvicina: “Figliolina mia, sono tanto contento di ricevere le tue care paroline e spero che me ne scriverai delle altre. Ho ricevuto delle belle foto di te in vacanza e ho potuto vedere che bella bambina sei, e che ti diverti molto. So anche che hai ricevuto un bell’astuccio con l’occorrente per scrivere al tuo papà (Jacques sa bene che potrà scrivere ancora pochissime volte!) e che dici bene le tue preghiere al Bambino Gesù e alla Santa Vergine. Papà ti abbraccia con tutto il cuore e prega per te affinché il Bambino Gesù ti protegga”.
 
Quanto gli dovettero costare queste parole! Quanto gli doveva sanguinare il cuore mentre cercava di nascondere alla figlia la passione della sua anima! Ma l’Amore ormai dominava su ogni altro sentimento: anche sulla paura! 
Nell’ultimo scritto del Diario-Testamento lascerà questo appunto luminoso: “Non mi accadrà alcun male e sarò portato diritto in Paradiso con tutta la dolcezza che si conviene a un neonato”. Queste sono parole degne di un santo: sono parole che sbocciano nella terra della totale umiltà che rende la persona come un bambino tra le braccia di Dio. Jacques intanto, consapevole dell’imminenza della partenza per il Cielo, si congeda delicatamente da tutti gli amici. Scrive al Cappellano del carcere: “Porto il vostro nome in cielo, scolpito nel mio cuore, e quando il Signore mi permetterà di gettare uno sguardo sulla terra, volgerò i miei occhi verso una piccola cella oscura dove un sacerdote celebra il più grande sacrificio che esista, associandosi egli stesso ogni giorno all’Amore crocifisso, e domanderò allora a Nostro Signore che si degni di volgere uno sguardo benigno al suo fedele ministro e lo colmi di benefici”.
 
Ultimi giorni: l’attesa dell’incontro con Gesù. 23 settembre. Giacomo ancora non conosce il giorno esatto dell’esecuzione, anche se sa che è vicina. L’avvocato va a trovarlo e gli comunica che il Presidente della Repubblica ha lasciato l’ultima decisione al Consiglio Superiore della Magistratura che verrà convocato il 26 settembre. L’attesa avrebbe snervato anche il più forte degli uomini! Ecco i sentimenti di Jacques Fesch: “Ho ancora pochi giorni da vivere. Signore Gesù, arrivo!”.
 
24 settembre. L’avvocato, ricevuto dal Presidente della Repubblica, racconta la meravigliosa conversione del giovane condannato. Il Presidente è sorpreso, si commuove ed esclama: “Dite a Jacques Fesch che gli stringo la mano per ciò che è diventato”. Ma la condanna a morte resta confermata.
 

25 settembre. Il babbo e Pierrette sono ammessi in carcere: salutano Jacques per l’ultima volta. L’emozione è fortissima, gli sguardi intensi, le lacrime si affacciano sugli occhi stanchi. Però una notizia riempie di gioia il cuore del condannato: Pierrette gli annuncia che, finalmente, il giorno dopo riceverà la Santa Comunione! Jacques l’aveva tanto desiderato e, tornato in cella, scrive nel suo diario: “Io parto con la speranza che Gesù sarà presto in lei e che finalmente crederà. Ne sono tanto felice! Possa il mio sangue essere accettato da Dio come sacrificio completo…”.
 
Domenica 29 settembre: Jacques sa che il giorno è alle porte. “Stamattina – scrive nel suo diario – mi sono comunicato e il cappellano mi ha avvertito che domani verrà a celebrare la Messa nella mia cella, perché è molto probabile che l’esecuzione sia per martedì mattina… Supplizio ben amato, che mi farà guadagnare il Cielo! Perché non posso donare la vita come i martiri…?”. Scrive le ultime lettere di addio: in esse c’è tutto il suo cuore e ci sono i segni di una lotta a sangue per restare sereno nelle braccia della Misericordia di Dio.
 
Scrive all’amico sacerdote: “Ancora soltanto qualche ora di lotta, prima di conoscere Colui che è l’Amore! Ha tanto sofferto Lui per me… Attendo l’Amore, attendo di essere inebriato da torrenti di gaudio e di cantare eterne lodi alla gloria del Risorto… Dio è Amore! Non temere fratello mio! Io porto il tuo nome lassù, inciso nel mio cuore… A rivederci in Dio. Io ti lascio, fratello mio. Ti abbraccio in Cristo Gesù e in Maria”.
 
Scrive all’avvocato Baudet: “Caro Avvocato, non posso scrivere questa lettera senza commozione, al pensiero che, quando la leggerete, io sarò in Cielo! Un grande ringraziamento per quanto avete fatto per me. Grazie alle vostre fatiche di avvocato, ma soprattutto all’uomo di Dio che non ha cessato di guidarmi e ricondurre questa pecora ribelle verso l’ovile del Padre. Caro Avvocato, in questi ultimi momenti non posso augurarvi altro che di divenire sempre più simile a Gesù Crocifisso. Il Signore vi protegga fino all’ultimo mattino, in cui una nuova aurora splenderà anche e finalmente per voi. Vostro fratello in Dio, Jacques”.
 
30 settembre 1957. Jacques nel silenzio della cella vive la drammatica attesa. Nel testamento per la sua bambina riesce a scrivere: “Ultimo giorno di lotta! Domani a quest’ora sarò in Cielo!”. Tramite Padre Thomas, che riceve separatamente i consensi, Jacques si unisce in matrimonio religioso con Pierrette: un matrimonio che durerà soltanto poche ore! Eppure il cuore del giovane è felice, perché ora la sua famiglia è benedetta da Dio. Esclama: “Mi sento unito con tutto l’amore a Pierrette, che ora è mia moglie in Dio”.
 
Intanto da diverse settimane egli ha rinunciato al fumo e si nutre a pane ed acqua per prepararsi bene alla morte e per ringraziare, con questi sacrifici, il Signore per la Sua Misericordia. L’avvocato, un uomo religiosissimo al quale Jacques si era tanto affezionato, va a trovarlo e gli dice: “Jacques, è stata fissata l’ora: domani, all’alba!”.
 
Mancano poche ore: l’emozione è fortissima. Giacomo scorge il mucchietto di lettere ricevute dalla suocera negli ultimi mesi e su un foglio ferma i suoi ultimi pensieri: “Cara mamma, innanzi tutto ti devo un grosso grazie per tutto l’amore di cui mi hai circondato in questi ultimi mesi.. Tu sai ciò che Gesù ha detto nel Suo Vangelo: ‘Ero in carcere e mi avete visitato…’ Con queste righe io ti affido la mia figlioletta… Proteggila assiduamente… Amala in Dio e sii certa che di lassù io la proteggerò e veglierò su di lei …”.
 
Ma non riesce più a scrivere: gli occhi sono pieni di lacrime. L’ultima notte è una vera agonia: si alternano sentimenti di fiducia e di paura, di gioia e di tremore. In certi momenti già sente la festa dell’eternità e confida: “Gesù mi è vicinissimo. Egli mi attira a Sé sempre di più; e io non posso che adorarlo in silenzio desiderando morire d’amore”. E aggiunge: “Attendo nella notte e nella pace. Ho gli occhi fissi al Crocifisso e i miei sguardi non si distolgono dalle piaghe del mio Salvatore.
 
Mi ripeto instancabilmente: ‘É per te’. Voglio serbare quest’immagine sino alla fine, io che soffrirò così poco. Attendo l’Amore! Fra cinque ore vedrò Gesù!”. “Reciterò il Rosario e le preghiere per i moribondi, poi rimetterò la mia anima a Dio. Buon Gesù, aiutami!”.
 
Ma poi sembra che una tempesta gli entri nel cuore: “La pace è svanita per far posto all’angoscia. É orribile! Ho il cuore che salta nel petto. Santa Vergine, aiutami!”. E la Madonna, che è vera Madre, accompagna Gesù accanto al condannato, che così può dire: “Sono più tranquillo di un momento fa, perché Gesù mi ha promesso di portarmi subito in Paradiso. Io credo che andrò diritto in Cielo!”.
 
Alle tre del mattino chiede la luce alla guardia carceraria, dicendogli: “É fra poco, bisogna che mi prepari!”. Appunta un ultimo pensiero che rivela la lotta che si consuma nella sua anima: “Poco fa mi sembrava che, qualunque cosa io faccia, mai il Paradiso sarebbe per me! É Satana che m’ispira questo. Vuole scoraggiarmi. Mi sono gettato ai piedi di Maria e ora va meglio… Santa Vergine, aiutami! Sono felice… Addio!”.
 
Alle 5,30 del mattino lo trovano in preghiera, accanto al letto rifatto: un’ultima delicatezza di un uomo visitato dalla Bontà di Dio. Si confessa per l’ultima volta e fa la Comunione in ginocchio, accanto all’avvocato Baudet. Poi va incontro alla ghigliottina; gli legano le mani; c’è attorno un clima di intensissima emozione. Jacques improvvisamente si rivolge al cappellano e lo supplica: “Il Crocifisso, padre mio, il Crocifisso!” e lo bacia lungamente, bagnandolo con le sue lacrime.
 
Tutti sono commossi: il Condannato del Golgota è l’unico che possa consolare il condannato Jacques Fesch!
 
Appoggia la testa sul patibolo… si sentono le sue ultime parole: “Signore, non abbandonarmi..!”. La ghigliottina affonda veloce la sua lama: cade la testa, ma non è più un assassino che muore, è un martire che muore pieno di amore.
 
Il 27 agosto 1957 aveva scritto nel suo diario: “Verranno gli angeli a felicitarsi con me per essere diventato un eletto. Sarà proprio la prima cosa in cui riuscirò nella vita!” Jacques Fesch, non è la prima cosa in cui sei riuscito nella vita: la tua morte ci ha insegnato a vivere! Grazie! Grazie!
 
Jacques Fesch la tua giovinezza “bruciata” ci ricorda che è tanto facile rovinare un giovane, è tanto facile ingannarlo, è tanto facile depistarlo nella ricerca della gioia vera: la lezione drammatica e meravigliosa della tua vita sia monito per tutti gli educatori e sia motivo di riflessione per tutti i giovani. Jacques Fesch prega per noi! Amen!
 
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Per sorridere (e riflettere) su scienza e fede

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/02/2018

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«Dio ci ha cercati prima ancora che noi pensassimo di cercarlo»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/02/2018

Sono numerose le persone che lasciano la Massoneria, ma poche sono quelle che osano raccontarlo.

È il caso di Serge Abad-Gallardo, ex architetto francese sessantenne che ha passato ventiquattro anni in seno ad una delle obbedienze più importanti di Francia, quella del Droit Humain («Diritto Umano»), un’emanazione del Grand’Oriente di Francia.

Vi propongo una sua interessante intervista.

Intervistatore: «Per quale ragione lei è entrato nella Massoneria?

Serge Abad-Gallardo: Avevo l’età e la situazione sociale ideale per diventare un massone: a trentatré anni ero un altolocato funzionario municipale, in quanto direttore dell’urbanistica. A quell’epoca, mi ero allontanato dalla Chiesa e la mia fede era molto tiepida. Un amico, che non sapevo essere massone, mi propose di entrare a far parte della Massoneria. Ero curioso di scoprire i supposti segreti di questa organizzazione.

Intervistatore: Quando ha cominciato a prendere coscienza degli aspetti più inquietanti di questa organizzazione?

Serge Abad-Gallardo: All’inizio, in certe parole del rituale massonico (Rito Scozzese Antico e Accettato) ho riconosciuto certi legami tra la Massoneria e la Chiesa. Ad esempio, nel rituale di iniziazione si ritrovano frasi come «cercate e troverete» o «bussate e vi verrà aperto», passi estratti dai Vangeli. Ma poco a poco, mi sono reso conto che il senso attribuito a queste parole non era lo stesso. Ho sentito anche certe espressioni anticlericali.

La cosa non mi è piaciuta, ma mi sono adattato perché mi ero allontanato dalla fede, e soprattutto dalla Chiesa. Inoltre, in Massoneria si parlava molto di «fratellanza», ma col tempo mi sono accorto che dietro questa apparente fratellanza c’erano degli accordi e delle lotte per il potere nel seno stesso della Massoneria. Infine, quando sono ritornato alla fede, ho compreso che il cattolicesimo e la Massoneria sono incompatibili.

Intervistatore: Come si è svolto questo processo di conversione?

Serge Abad-Gallardo: È durato quasi nove anni! Credo che Dio mi abbia lasciato per così tanto tempo nell’errore della Massoneria (per ventiquattro anni, fino a diventare Venerabile e ad accedere ai Gradi più alti) affinché oggi nessun massone possa dirmi – come certuni hanno tentato di fare in totale malafede – di non avere capito nulla. Sono passato per diversi stadi.

Innanzitutto, come spiego nel mio libro, ho preso coscienza della presenza di Cristo al mio fianco. Ciò è iniziato nel 2002, quando ho incontrato un religioso francescano presso Aix-en-Provence. Le sue parole mi sono sembrate massoniche, e mi sono piaciute perché pensavo che esistessero dei legami tra la Massoneria e il cattolicesimo, ma poco a poco ho compreso che il senso delle sue parole era fondamentalmente diverso da quello attribuito in Loggia.

Intervistatore: Ad esempio?

Serge Abad-Gallardo: Quando la Massoneria parla di «Luce» si riferisce ad una «Conoscenza», ad uno scibile esoterico, ermetico e occulto. Al contrario, questo francescano mi parlava di «Luce» come se si trattasse dell’amore di Dio per noi. Un altro esempio: quando la Massoneria dice «cercate e troverete», si tratta di andare a cercare e a trovare un qualcosa dentro a sé stessi; è la parola ermetico-massonica «V.I.T.R.I.O.L.» («Visita Interiorem Terræ Rectificando Invenies Occultum Lapidem»), ossia «visita l’interno della terra e purificandoti troverai la pietra nascosta».

Ma le parole del Vangelo non significano nulla di tutto ciò: esse dicono che Dio ci ha cercati prima ancora che noi pensassimo di cercarlo. È Dio che dona l’amore all’uomo, non il contrario. L’amore dell’uomo è solo un’immagine dell’amore di Dio. Il Signore ci ha fatti a Sua immagine.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la magia, con l’occultismo o con le formule simboliche! Sono uscito dall’incontro con quel francescano completamente sconvolto, e ho sentito la presenza di Cristo al mio fianco. Non potevo immaginare che Egli mi amava di quell’Amore immenso che adesso provavo. Non ci sono parole per descriverlo.

Intervistatore: Ma non era ancora la conversione completa…

Serge Abad-Gallardo: Ho iniziato a pregare, senza tuttavia tornare a frequentare la Messa. Un giorno del 2005, in un periodo nero della mia vita, mi trovavo in una cappella quando Cristo mi ha risposto. E’ stata un’esperienza incredibile; sono quasi caduto dalla panca. Ma anche così, resistevo e non comprendevo ciò che Cristo si aspettava da me.

Intervistatore: Poi cos’è accaduto?

Serge Abad-Gallardo: Nel 2012, ho sperimentato ciò che si potrebbe definire il «Male». Mi sono trovato faccia a faccia con la nefandezza dell’animo umano e di fronte alla presenza del diavolo nella nostra vita a causa della stregoneria e della magia. Ciò può sembrare incredibile, ma non ho altra scelta che raccontare le cose come sono andate. Il mondo si è chiuso per me. Nel giro di alcuni mesi ho perso il mio impiego, il mio buon stipendio, la casa dove abitavamo, la mia barca a vela di dodici metri, la mia macchina sportiva, i miei amici…

Mi sentivo totalmente perso e non trovavo risposte nella Massoneria, la quale non aveva nulla da dirmi circa la questione dell’esistenza del male nel mondo. Mi venne l’idea di ritirarmi per alcuni giorni nell’abbazia di Lagrasse; e là, davanti a Cristo crocifisso, mi misi a piangere e mi resi conto che anche Cristo piangeva con me. Questo Amore fu come una luce. Ho trascorso una settimana con i monaci, e il mio cuore si è totalmente aperto all’amore di Cristo.

Intervistatore: É stato in quel momento che lei è uscito definitivamente della Massoneria?

Serge Abad-Gallardo: Tutto ciò che vivevo all’interno di quella organizzazione mi è sembrato falso, o almeno tiepido. Non sono potuto restare, tanto più che avevo compreso che la Massoneria è totalmente incompatibile con la fede cattolica.

Intervistatore: La Massoneria è così potente come si dice?

Serge Abad-Gallardo: Sì, essa è veramente potente! In Francia, a partire dal 2012, numerosi ministri sono massoni. E i Gran Maestri del Grand’Oriente, del Droit Humain o della Gran Loggia vogliono cambiare la società. Certe leggi come quella sull’aborto, sull’eutanasia o sul matrimonio omosessuale sono idee massoniche. Un Gran Maestro della Gran Loggia di Francia, Pierre Simon, ha confessato che tutte queste leggi erano state pensate e maturate nelle Logge prima di essere votate dai deputati.

Intervistatore: La Massoneria cospira?

Serge Abad-Gallardo: La Massoneria crede nell’«utopia»: in altre parole, essa ritiene che tutto ciò che è possibile ad un essere umano, si deve e si può permettere. Non c’è alcun limite fissato da una legge naturale che provenga di Dio; la morale proviene dal patto sociale. Non c’è dunque altro stile di vita che l’edonismo: il piacere e la rincorsa della felicità sono l’unico scopo, la salvezza eterna non esiste, bisogna godersi la vita. Per questa ragione, la Massoneria cospira contro ogni modo di pensare che non sia il suo.

(Fonte: http://www.centrosangiorgio.com/)

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Capodanno, una bella occasione per benedire

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/01/2018

Dio insegna a Mosè e Aronne la formula per benedire nel nome di Dio.

A Capodanno la Chiesa ce lo ricorda nella prima lettura della Messa tratta dal libro dei Numeri (Nm 6,22-27).

San Francesco fece sua questa preghiera in questa versione che si fece veicolo di tante conversioni e guarigioni.

In mezzo a una società, a ai social in cui dire male, maledire in un certo senso è diventata la norma, perché non riscoprire quanto sia bello e fecondo benedire?

Capodanno è una buona occasione per cominciare, anche se non credi…

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Che fai a Capodanno?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/12/2017

E’ la domanda più inflazionata di questi ultimi giorni del 2017… Io quasi quasi mi medito un passo biblico per questo 2018.

Ogni anno sotto Capodanno proliferano previsioni astrologiche, predizioni, oroscopi, tutto un grande imbroglio frutto solo di ignoranza e paura.

Abbiamo bisogno di essere rassicurati illudendoci di poter prevedere il futuro, impossibile perché nelle mani di Dio e in parte frutto anche del gran dono di Dio del libero arbitrio, ma la paura è umana, fa parte di noi.

Per quanto mi riguarda, le mie paure si placano solo quando riesco ad affidarmi e ad affidare davvero tutto al Padre, ogni giorno, permettendo alla Sua Parola di essere luce per ogni mio passo.

Perché non farlo allora anche per Capodanno?

Non è Bibliomanzia, non usiamo la Bibbia come se interpellassimo un oracolo, semplicemente chiediamo il dono di un passo (ogni passo biblico è da Dio) che ci sia di luce e che ci aiuti ad affidare quest’anno a Dio, liberi da ogni paura.

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Come fare?

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  • Prima invoca lo Spirito Santo.
  • Sta’ un po’ in silenzio.
  • Poi clicca → QUA ←
  • Leggi e rileggi il passo biblico.
  • Chiedi allo Spirito Santo cosa vuol dire a te qui ed ora.
  • Rileggi.
  • Rispondi con una preghiera affidando a Dio tutte le tue paure.
  • Prendi un proposito per migliorare la tua relazione con Dio, da lì parte tutto…

Buon 2018

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Buon Natale!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 24/12/2017

Con tanta gratitudine per incontrare ogni giorno tanti “fermenti” di pace, gioia e luce, con Gesù al centro, e altrettanta gioia per poterli condividere sul blog, faccio i miei migliori auguri di buon Natale a tutti i lettori, vecchi e nuovi!

Affidiamoci e affidiamo sempre tutto a Lui, che ci attende a Messa…

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«Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell’amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l’immagine del Figlio suo»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 15/12/2017

Dieci passi per sconfiggere la pornografia:

La pornografia è un grosso problema nella società moderna. In realtà no. La pornografia è un immenso problema nella società moderna. Sapevate che il 10-15% delle ricerche online (il 20% se fatte dagli smart phone) sono per materiale pornografico? Le analisi mostrano che il 90% dei ragazzi e il 60% delle ragazze sono esposti alla pornografia prima della maggiroe età. Inoltre il 70% di uomini giovani e il 20% di donne giovani guardano pornografia ogni settimana e i siti porno hanno più visualizzazioni mensili di Twitter e Amazon messi insieme.

Nonostante i numeri siano alti, soprattutti tra i maschi, non vuol dire che tutti gli uomini ne facciano uso e non dobbiamo pensare che questa costituisca un normale comportamento sessuale. Tuttavia, soprattutto tra gli uomini giovani, se l’uso regolare della pornografia non viene affrontato rapidamente, rischia di diventare una dipendenza debilitante.

La buona notizia è che si è osservato che un’autentica pratica religiosa contribuisce in modo sostanziale alla riduzione dell’uso e della dipendenza dalla pornografia.

Di seguito proponiamo dieci utili passi per sconfiggerla. Questi passi si concentrano sulla vita spirituale ma alcuni di essi richiedono considerevoli cambiamenti nella vita pratica; tuttavia, se sinceramente determinati a riprenderne il controllo, per chi è stato chiamato a essere un uomo o una donna di Cristo, non c’è altra strada.

1 – Prendi l’impegno di andare a Messa e di ricevere in grazia di Dio la Comunione ogni giorno. La Comunione è cibo e forza per il percorso e se non la poniamo in cima alla lista, non saremo mai seri nella battaglia. La Messa quotidiana richiederà di svegliarsi presto al mattino o di accorciare la pausa pranzo, ma quanto vogliamo vincere in questa battaglia?

2 – Ricerca il sacramento della Confessione tanto spesso quanto ne hai bisogno. Se sei nel mezzo della battaglia, considera l’idea di confessarti una volta a settimana, ma se ne hai bisogno ogni giorno, vai ogni giorno. Ricorda che questo sacramento è una stanza della misericordia ed è lì che possiamo chiedere a Dio di trasformare realmente la nostra vita.

3 – Cerca un direttore spirituale (meglio se un sacerdote) con cui ti puoi incontrare regolarmente. La pornografia è un peccato e i peccati prosperano nel segreto. Dobbiamo sfidare le aree oscure della nostra vita facendovi splendere una luce. Cerca di essere completamente aperto al tuo direttore spirituale con riguardo alla tua lotta affinché il cammino di guarigione abbia inizio.

4 – Passa almeno trenta minuti al mattino e trenta alla sera in preghiera. Prova a passare questo tempo in una chiesa, se non puoi, cerca un posto tranquillo in cui puoi parlare a Dio. Puoi iniziare con una riflessione su un breve passo biblico, successivamente puoi scrivere la tua preghiera su di un diario. E’ importante che laq maggior parte di questo tempo sia speso per parlare con Dio cuore a cuore.

5 – Prega il Rosario ogni giorno chiedendo alla Madre di Dio la purezza. La bellezza del cristianesimo sta nel fatto che viviamo nella comunione dei santi e che possiamo, e dovremmo, chiedere a tutta questa gente in Paradiso di intercedere per noi.

6 – Affronta lo strumento che ti porta a peccare. Se accedi alla pornografia dal tuo smart phone, chiedi al tuo gestore di chiuderti il pacchetto dati, o cambialo con un normale telefono. Se il tuo PC è il mezzo con cui accedi alla pornografia, fallo uscire da casa fino a quando non sarai pronto a riaverne uno. Possono sembrarti delle azioni estreme ma la pornografia pure è estrema e deve essere affrontata in modo radicale.

7 – Di’ “ciao ciao” ad amici, contatti o situazioni che ti inducono nel peccato. Ogni persona deve esaminare la propria vita identificando le cose che bloccano il successo contro il peccato, e affrontarle. Queste sono decisioni personali, ma quanto siamo disposti a investire per la libertà?

8 – Trascorri del tempo di qualità con persone del tuo stesso sesso, che condividano la fede e che sono attive in essa. Se non hai amici di questo tipo, cercane nella tua parrocchia e incontrali. Questo passo non deve essere necessariamente per condividere con loro la tua battaglia contro la pornografia ma per stabilire sane relazioni con uomini e donne buoni.

9 – Tieniti occupato. Il proverbio – Le mani pigre fanno il lavoro del diavolo – è vero. Se perdiamo troppo tempo o stiamo troppo attaccati ai videogiochi, stiamo lasciando una porta aperta alla tentazione. Le possibili buone scelte sono infinite: volontariato, hobby, visita a bisognosi ecc. Quando la sera la tua testa arriva al cuscino, è bene che siate realmente stanchi, se non avete altri problemi.

10 – Non pensare che la tua personale lotta ti ponga in una categoria a parte, una sorta di alieno, e non pensare che questo problema, per quanto serio, sia considerato più grande di quanto non debba. In altre parole, non diamo troppo credito al demonio. Stiamo lottando in molti modi ma, come lo stesso San Giovanni Paolo II diceva, “Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell’amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l’immagine del Figlio suo”.

(Tradotto dal mio blog cattolico americano preferito http://www.ignitumtoday.com/2015/05/02/10-steps-to-beat-pornography/)

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Preghiamo insieme per il disarmo nucleare?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/10/2017

Il 10 e l’11 novembre prossimi ci sarà un vertice mondiale per il disarmo nucleare indetto da Papa Francesco, nella speranza di fermare il pericolo di un olocausto nucleare che in questi ultimi tempi pare turbare particolarmente i delicati equilibri mondiali.

Il pontefice incontrerà undici premi Nobel per la pace; “ci sia aspetta più di un semplice appello a fermare l’escalation nucleare”, commenta il giornalista di Rai News che riporta la notizia, notizia che mi interpella, come uomo di pace e come cristiano, ad affidare a Dio questo evento, nella speranza che Dio compia ciò che gli uomini, sebbene di pace, non arrivano a fare con le proprie forze.

Come pregare? Ci dà un’indicazione il Papa stesso, durante il suo ultimo viaggio in Polonia:

“Con lo sguardo rivolto alla Madre del Signore e Regina delle Missioni, invito tutti, specialmente in questo mese di ottobre, a pregare il Santo Rosario per l’intenzione della pace nel mondo”

E allora, vi va di unirvi a me pregando ogni giorno il Rosario con l’espressa intenzione di una buona riuscita del prossimo vertice per la pace?

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«La fede è ciò che ci fa superare pozzanghere e banchi di nebbia, senza perdere la direzione…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/10/2017

Un’esperienza di Ernesto Olivero, Fondatore del SERMIG di Torino.

«Giorni fa ero in macchina da solo, pioveva, a un certo punto davanti a me un grande TIR, ho messo la freccia per sorpassarlo ma un’enorme pozzanghera mi ha invaso; non vedevo nulle e quel momento è diventato interminabile, non finiva più.

Alla destra avevo l’ombra del TIR, a sinistra il guard-rail, sembrava che mi aspettasse, ma in un baleno mi sono detto – Io ho visto la strada davanti a me, la strada è libera.

Ho capito veramente che se mi spaventavo morivo, se frenavo morivo, se spostavo solo di un millimetro il volante, mi ammazzavo, mi sono detto – Se non mi faccio prendere dalla paura, fra qualche secondo vedrò di nuovo la luce, la strada.

Questa è la fede: riuscire a vedere quando non vedi niente, riuscire a vivere come puoi anche nei momenti in cui ti sembra di non farcela.

La fede è ciò che ci fa superare pozzanghere e banchi di nebbia, senza perdere la direzione

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Ci uniamo anche noi?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/10/2017

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