FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Posts Tagged ‘carcere’

“[Ero] carcerato e siete venuti a trovarmi”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/12/2015

Natale_01“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.” (Mt 25,34b-36)

Su questo saremo giudicati dal Signore nel giudizio finale. Da qualche giorno mi frullano per la testa questi richiami di Gesù, perché, preso come tutti da mille cose, mi rendo sempre più conto di quanto sia lontano dall’amare il mio prossimo come lui ci chiede.

Soprattutto “[ero] carcerato e siete venuti a trovarmi”, perché qualche volta una distratta carità, magari per metterci a posto la coscienza la facciamo, i vestiti vecchi li buttiamo nei contenitori gialli della Caritas, qualche spicciolo lo laciamo cadere nelle mani tese che incontriamo, almeno amici a parenti li andiamo a trovare se sono ricoverati in ospedale. Ma i carcerati?

Quanti di noi hanno avuto il coraggio di andarli a trovare, o di prendere carta e penna e perdere un’oretta per scrivere quella lettera che potrebbe essere una preziosa boccata d’ossigeno per i sepolti vivi dei giorni nostri?

Da qualche tempo seguo il blog di Carmelo Musumeci, un ergastolano che si batte per l’abolizione di quella che Papa Francesco chiama la “pena di morte nascosta”.

Natale_02Dal suo blog www.carmelomusumeci.com, vi propongo l’ultimo post, che vi invito a leggere senza giudizi, col cuore, pensando alla parola di Gesù: “[ero] carcerato e siete venuti a trovarmi”.

Natale da ergastolani

Ogni anno ricevo moltissimi auguri di buone feste da parte di ergastolani sparsi nelle nostre “Patrie Galere”. E quest’anno ho deciso di rendere pubbliche, almeno in parte, tre di queste lettere. C’è chi pensa, infatti, che sia giusto tenere segregato un proprio simile per “correggerlo e redimerlo”. Queste brevi testimonianze dimostrano invece che una pena senza termine condanna il detenuto ad essere considerato, e a considerarsi, maledetto, cattivo e colpevole per sempre. Così, leggendo questi pensieri, è possibile riflettere più concretamente sulle proprie convinzioni ed iniziare a considerare che, forse, si sta sbagliando.

È vero, molti di noi se la sono cercata. E forse è anche giusto che qualcuno di noi paghi e soffra all’infinito per il male che ha fatto, affinché la nostra sofferenza dia qualche sollievo alle vittime dei nostri reati. Forse è anche giusto il principio biblico: una vita per una vita o occhio per occhio dente per dente. Eppure non riesco a convincermi che ci sia giustizia in una pena che non finisce mai. Piuttosto penso che sia più certa e sicura per la società la “Pena di Morte” che la “Pena di Morte Viva”, cioè l’ergastolo.

In tutti questi anni di carcere mi sono spesso domandato perché la società continua a tenerci in vita se ci considera irrecuperabili e pericolosi fino alla fine dei nostri giorni. Non riesco a capire se lo fa in nome della giustizia, per vendetta o perché non vuole sporcarsi le mani di sangue. Forse, semplicemente, vuole dimostrare che le persone buone non uccidono (nel senso che non tagliano teste) ma preferiscono ipocritamente murare vive persone che ancora non sono morte e senza l’umanità di ammazzarle prima.

Natale_03Caro Melo, come sai è difficile sentirsi vivi se si è ergastolani, perché è quasi impossibile sfuggire al nostro destino. Quale è il senso di una vita così? Ti ci aggrappi, la sopporti insieme a tutte le sue umiliazioni, per nulla. Melo, dobbiamo essere proprio dei folli a continuare a scontare una pena che non finirà mai. Mi raccomando, però: tu che ormai non hai più l’ergastolo ostativo, non ti stancare mai di combattere contro la “Pena di Morte Nascosta” come la chiama Papa Francesco. E continua a lottare anche per me perché io non ce la faccio più e già mi sono arreso perché questo è il trentaduesimo Natale che passo dentro. Ormai fuori non mi è rimasto più nessuno. Sono solo e a volte mi domando che cazzo spero un giorno di uscire, a fare cosa? (Carcere di San Gimignano)

Caro Carmelo, proprio oggi ho avuto la notizia, tra i detenuti, che è morto un vecchio ergastolano. Costui, di origine, era vicino a Napoli. Dico origine, perché quando siamo condannati all’ergastolo non abbiamo più paese e né diritti, siamo di proprietà dell’ergastolo. Questo vecchio aveva quasi 85 anni e si trovava dentro dal 1981. Ha vissuto tutti questi anni senza avere la speranza di morire fuori. E ho pensato che anch’io farò la sua stessa fine. Credo che quello che ti fa andare avanti nella vita sia l’incertezza, perché senza questa la vita diventa piatta. Ma purtroppo molti di noi sono certi che moriranno in carcere. Buon Natale. (Carcere di Porto Azzurro)

Caro amico, non mi piace molto perché è sciocco farsi gli auguri in carcere, ma “purtroppo” siamo vivi e la tradizione è questa. Sai, oggi pensavo che la vita di un ergastolano è diversa da quella delle persone normali perché sai quasi con esattezza dove morirai, cioè in carcere. Mentre il resto delle persone può sognare di morire sotto un cielo aperto, o in qualche incidente stradale, o nella propria casa circondato da qualcuno che gli vuole bene, noi invece moriremo chiusi in una cella da soli, come bestie. L’unica consolazione che ci rimane è che non abbiamo paura della morte perché temiamo più la vita. Con il passare degli anni ti sembra di non essere più umano e ti trasformi in una cosa fra le cose. (Carcere di Sulmona)

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, Natale 2015

 

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“Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/01/2015

“Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti”, affermava Papa Francesco all’udienza generale del 5 giugno 2013, e ce lo ripete spesso, perché sa che è tanto facile assuefarci al pensiero dominante che censura, rimuove, ogni riferimento a certe persone scomode che nessuno vuole vedere.

carceratoI “matti” sono tra questi, e ancor più i “matti pericolosi“.

Non sono passati neanche due mesi dalla morte di Valentino, il figlio di una nostra amica di famiglia, schizofrenico, pericoloso, e il silenzioso quanto feroce dolore di questa madre, è così forte da rendermi incapace di dire parole, che risulterebbero inadeguate, stonate, fuori luogo. E così prego, li ricordo nel Rosario, li porto con me nell’Eucaristia, sto lì ad ascoltare come un broccolo che non sa cosa dire…

Pensavo proprio a Valentino (per la cui anima e per la cui mamma vi invito a pregare insieme a me) quando nella mailbox è apparsa la newsletter del blog “Diario di un ergastolano” che seguo sempre con interesse e a volte qualche lacrima, spesso più di qualche lacrima.

Parla di un “matto” come Valentino, uno scartato tra gli scartati la cui storia voglio condividere qui con voi.

Ve la propongo così com’è, senza aggiungere nulla, se non l’invito a pregare, a offrire Rosari, Comunioni, per quegli scartati di cui parla, ricordandoci le parole di Gesù: “Ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” – Matteo 25,36.

Se non possiamo di persona, “visitiamoli” almeno con la nostra preghiera.

Non so perché, ma penso che le brutte notizie in carcere fanno più male che fuori.

carcerato02

Particolare di un mosaico della Chiesa di Zale, Ljubljiana, Slovenia.

Oggi ho letto questa notizia sulla rassegna stampa:

“Ha aspettato la fine dei controlli giornalieri. Ha scambiato due parole con un infermiere e ha guardato gli agenti e il personale allontanarsi dalla cella. Poi, una volta rimasto solo, si è tolto la maglietta intima e l’ha trasformata in un cappio da legare alle sbarre della cella. Così un uomo, un italiano di circa 50 anni, si è tolto la vita all’Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dove era rinchiuso da tempo. È successo nei primi giorni di gennaio, almeno due settimane fa, anche se la notizia è emersa ed è stata confermata solo in questi giorni.” (Il Fatto Quotidiano, G. Zaccariello)

E chissà perché quando muore un “matto” in carcere, che le persone perbene chiamano ospedali psichiatrici, mi arrabbio di più. Forse perché nelle carceri ci si finisce perché lo vuoi tu o lo vuole la tua vita, invece nei manicomi ci vai da innocente, perché lo vuole Dio, o la natura per lui. Forse semplicemente quando muore un matto in carcere mi ricordo di quella volta, appena ventenne, che mi mandarono al manicomio di Montelupo Fiorentino dove mi riempirono di pugni nel cuore e calci nel corpo e mi legarono per lungo tempo al letto di contenzione.

Fu lì che conobbi Concetto. Chissà se è ancora vivo. Non penso, almeno lo spero per lui. Probabilmente, a quest’ora, per sua fortuna, sarà nel paradiso dei matti. Spero solo che non sia morto legato nel letto di contenzione o con la camicia di forza.

Mi ricordo che Concetto per il carcere dei matti era un osso duro. E gli operatori del manicomio potevano fare ben poco contro di lui perché lui non aveva più né sogni, né speranze. D’altronde non ne aveva quasi mai avuti. Non c’era con la testa. Era quasi tutto cuore e poco cervello, ma era buono e dolce come lo sanno essere solo i matti. Non parlava quasi mai con nessuno. Lo faceva solo con me. Mi ricordo che Concetto viveva di poco e di niente. Il mondo non lo interessava più. Il mondo lo aveva rifiutato e lui aveva rifiutato il mondo. Non gli interessava neppure più la libertà perché lui ormai si sentiva libero di suo. E non dava confidenza a nessuno, ma non gli sfuggiva niente. Concetto mi aveva raccontato che era cresciuto da solo. Senza nessuno. Prima in compagnia delle suore. Poi dei preti. La sua infanzia non era stata bella. Non aveva mai avuto famiglia. Nessuno lo aveva mai voluto. Nessuno aveva mai voluto stare con lui. Fin da bambino aveva imparato a tenersi compagnia da solo. Solo con il suo cuore. E con la sua pazzia. Neppure il carcere lo aveva voluto. E lo avevano mandato al manicomio. Si era sempre rifiutato di sottomettersi alla vita e al mondo. E dopo si era rifiutato di sottomettersi all’Assassino dei Sogni dei matti, per questo lo tenevano quasi sempre legato. Tutti pensavano che fosse pazzo da legare. Lo pensava pure lui. Io invece non l’ho mai pensato. E non l’ho mai dimenticato nonostante siano passati quarant’anni. Nel suo sguardo non c’era nessuna cattiveria come vedo spesso anche adesso nelle persone “normali”.

Spero che chiudano molto presto gli Opg perché non sono altro che luoghi di tortura. E chissà quanti Concetti ci saranno ancora dentro quelle mura.

Carmelo Musumeci, Carcere di Padova, gennaio 2015

Fonte: http://www.carmelomusumeci.com/

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“L’Eucarestia non rappresenta il corpo e il sangue di Cristo, è il corpo e il sangue di Cristo”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/04/2014

Wimberly_01Lo scorso 9 marzo 2014, l’Arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, si è recato in una delle prigioni più conosciute al mondo, San Quintino, per amministrare il sacramento della Confermazione a quattro detenuti. Tra essi, un condannato per due omicidi, Kent Wimberly, di 52 anni, condannato all’ergastolo nel 1979 per aver ucciso, diciassettenne, i genitori del suo migliore amico.

Nel lungo processo della sua conversione ebbe un ruolo fondamentale un altro recluso, John Grein, di 54 anni, tra le sbarre con la stessa condanna per omicidio. Entrambi, rispondono alle domande del “Catholic” di San Francisco, con la stessa risposta: l’Eucarestia”.

“Ho sempre sentito che la Comunione fosse qualcosa di più di un semplice gesto simbolico”, confessa Wimberly, cresciuto in una famiglia protestante di San Diego in cui si leggeva la Bibbia e si andava al culto domenicale. E Grein, educato come cattolico, convertito protestante in prigione, divenuto pastore, prima di tornare nella Chiesa Cattolica nel 2004, aggiunge le sue convinzioni: “L’Eucarestia non rappresenta il corpo e il sangue di Cristo, è il corpo e il sangue di Cristo”.

Un ritiro interessato.

Wimberly_02Kent, come è arrivato a questo passo dopo aver trascorso 35 anni in carcere?

Tutto è cominciato nel 2005, era passato poco più di un quarto di secolo dal giorno in cui commisi quel crimine. Volevo a tutti i costi la libertà provvisoria, così approfittai della possibilità di partecipare a un ritiro di “Kairos”, un’associazione protestante che svolge dei corsi di cristianesimo per i carcerati di tutto il paese e anche di detenuti fuori dagli Stati Uniti, e il tema era: cambiare i cuori per trasformare le vite.”

In quel momento si considerava un buddista zen, pertanto non credeva in un Dio trascendente. Ciononostante chiese a Dio che, se era davvero “reale”, che glielo avesse rivelato. In quel momento, seduto con gli occhi chiusi, sentì una luce sempre più forte e brillante che lo invadeva: “Tanto che letteralmente pensavo che sarei morto. Fu come una pennellata dal cielo. Quel giorno incontrai Gesù Cristo“.

Per la sua formazione, questa esperienza si tradusse soprattutto nello studio della Bibbia: completò i corsi di Sacra Scrittura e passò presto a insegnare ad altri carcerati.

Wimberly_03Sensazione di appartenenza

Un giorno ricevette un invito a partecipare a una funzione in una cappella cattolica. Era la sua prima Messa, ma accadde qualcosa: “Sentìì come se era proprio lì che dovessi stare”. E quando l’anno successivo fu trasferito a San Quintino, cominciò a frequentare la cappellania del gesuita George Williams, che gli permise di partedipare alle attività del gruppo cattolico nonostante fosse a conoscenza della sua chiara intenzione di non diventarlo.

Col tempo questo contatto, lo portò a leggere cari catechismi della biblioteca della prigione, fino a decidersi di intraprendere questa strada. “Mi ero sempre sentito protestante”, spiega, “ma non appena terminai di leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica, mi feci questa domanda: esattamente, di cosa sto protestando?”. Capì di essere “un protestante che praticava il cattolicesimo”, così decise di trasformare le opere in essere. Poco dopo conobbe John Grein, che divenne la sua guida nel cammino di conversione che sfociò, due settimane fa, nal sacramento della Confermazione.
Fonte: http://es.catholic.net/

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Davide! Davide! Davide! Due pagine di Vangelo strappate e, dopo la Camorra e il carcere, la vera vita alla luce della fede

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/03/2014

<<Io lasciavo la campagna di Miano, sempre periferia nord di Napoli, dove tenevo dietro al gregge di mio padre, facevo il pastore delle pecore di mio padre. Da questa pace, da questa tranquillità, da questa natura, nel 1980 vengo trasferito alle vele di Scampia, avevo solo sei anni, il comune ci dava il nuovo alloggio.

Davide_01

Ali Bruciate, il libro che Davide ha scritto con Alessandro Pronzato

Trovarmi di fronte questi grossi palazzoni di cemento è stato veramente avvilente, però non c’è voluto tanto per diventare una cosa, quasi un legame di sangue con questo cemento e quindi cresceva sempre di più in me la voglia, quasi il piacere per il crimine, era una cosa che pian piano mi piaceva proprio e mi era sempre più chiaro che io dovevo fare quello, che io dovevo far parte di quell’ingranaggio criminoso.

Già a dieci anni, i grandi, gli adulti sbagliati diciamo così, si servivano di me, mi facevano trasportare, per dire, delle armi da un quartiere all’altro, si servivano di me perché non davo nell’occhio, allora.

Assisto in televisione all’arresto di mia mamma e questo mi ha segnato tantissimo, Quando vedo questo, ovviamente piango però sento anche dentro di me, prepotente, la voglia e la scelta di ritornare e andare a occupare quel posto che lasciava vuoto da mia mamma, parliamo di andare a occupare il posto di una gestione di una piazza, di una delle piazze di spaccio.

E quindi a quattordici anni mi sono trovato arruolato guadagnando 800.000 lire al giorno. La mia identità io l’ho ritrovata in questo ruolo. Tanti dei miei amici che hanno voluto occupare un gradino più alto, hanno perso la vita, molti sono in carcere. Ecco, vedi la malavita cosa ti riserva? Questo.

Poi subentra la droga, cioè stordirsi, non capire. Fare il camorrista è uno schifo. Poi la camorra è qualcosa di sporco, molto sporco, ha sempre giocato sporco la camorra, che attira soprattutto i giovani. Il vero oro della camorra sono soprattutto i giovani, i ragazzini. Come se li compra? Con il denaro, l’estetismo, la macchina, il motorino, gli orologi, e poi e poi tanti, tanti soldi. non è la vita però a loro basta.

Conta più il boss. Prende posto nelle propria esistenza il capo e per lui si dà anche la vita. E’ quel desiderio che ho provato io nei confronti di chi mi teneva sotto il giogo. Uccidere una persona per il proprio capo è una gratificazione immensa, perché poi il capo te lo fa sapere: “Sei stato bravo, sei stato coraggioso! Che grandezza, che spettacolo! Pensa! Questa è la vita!”, quando loro stanno in disparte, non fanno reati perché vogliono godersi quei tantissimi soldi che hanno guadagnato e fanno fare i reati agli altri, ai ragazzini molto giovani.

Davide_02Però ti posso dire che è stata veramente una brutta cosa, anche perché poi c’è stato l’arresto a sedici anni, con tre giorni, anche perché poi c’è stato l’avvocato “del sistema” che mi ha fatto uscire, e sono ritornato nella vita di sempre, non è cambiato niente, neppure la morte di un ragazzo che avevo conosciuto in questi tre giorni di carcere minorile, a lui la camorra aveva ucciso il padre, lui sapeva chi lo aveva ucciso, voleva vendicare suo padre e dopo una settimana che eravamo usciti insieme dal carcere, la mamma ne denunciava la scomparsa, lupara bianca. Mi ritrovavo davanti a questo circolo ricreativo per anziani, sono arrivate queste due persone, io ero con un altro ragazzo, hanno tirato fuori le pistole e hanno cominciato a sparare.

A quello che puntava a me si è inceppata la pistola, io ho riportato il braccio alla schiena perché c’era la porta, mi sono buttato dentro, ho chiuso, hanno cominciato a sparare ai vetri di questa porta, hanno sfondato la porta, sono entrati tutti ie due, uni di loro ha detto – Spariamolo a questo che è un infame – si sono avvicinati, io mi sono adagiato per terra, mi hanno appoggiato proprio le canne delle pistole sulle gambe e mi hanno sparato.

Il capo di Secondigliano, mi ha mandato a chiamare, sono andato a casa sua, si era blindato, sono andato a casa, mi ha chiamato nella sua stanza, mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio come si fa con un proprio figlio. Ha aperto il cassetto, ha preso una sua pistola personale, mi ha alzato il giubbotto e me l’ha messo nella cintura. Mi ha detto – dobbiamo andare in un posto – Io portavo quella pistola perché nel caso di un fermo della Polizia me la dovevo accusare io, ma nel caso ci fosse stato un agguato da parte dei killer, lui me l’avrebbe sfilata dalla cintura – è questo che devono capire i ragazzivoi magari date la vostra vita per loro ma loro non la daranno mai per voi.

Davide_03Sono cosa veramente brutte che non dovrebbero esistere, stare in una camera, riscaldare dei coltelli per tagliare i panetti di fumo, tutta robaccia, non so come dirti, e non mi interessa neanche cercare kle parole per spiegarlo. A 18 anni e un giorno mi hanno arrestato perché si aspettava che diventassi maggiorenne per darmi una punizione forte e non che uscivo sempre. Mi hanno portato al carcere di Poggio Reale dove ho visto inferno, dove molte notti stringevo le mani sulle orecchie per non sentire le urla dei ragazzi che venivano presi a botte nelle celle di punizione chiamate “zero”. Abbascio o zero! Scendi giù allo zero!” – Cioè eri zero!

Quando arrivari a Poggio Reale, le guardie carcerarie, per farmi capire dove stavo mi mandarono su tutto gonfio, mi diedero un sacco di botte. Tornando dall’ora d’aria un giorno, dopo aver letto una poesia di padre Davide Maria Turoldo… sulla mia branda c’era un piccolo Vangelo. Vinsi la vergogna di farmi giudicare male dai miei compagni di stanza, salii su questa branda e aprii questo libriccino.

Apro questo libriccino e nelle penultime pagine c’era scritto per tre volte il mio nome. Nel carcere di Poggio Reale c’è un Vangelo con due pagine mancanti, l’autore di quel furto sono io. Ho strappato queste pagine, probabilmente lì per lì non era successo niente però questa cosa mi ha affascinato tantissimo.

Pensa che un mio familiare quando gli feci capire che non volevo più accettare quella vita di morte, mi disse – Ma tu si’ pazz’ – io non ero pazzo quando stavo nella malavita ma quando volevo uscirne dalla malavita, ma ci pensi? E allora – mamma mia – è stata una conquista straordinaria, importante e lì ho cominciato a toccare con mano e a convincermi che la vita è una cosa seria e che vale la pena veramente viverla tutta.>>

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In carcere per un madornale errore, incontra Dio e…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/02/2014

BartoloLa testimonianza di Bartolo alla XXXI convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito 

«Mi trovai improvvisamente in carcere, innocente. A casa mi attendevano una moglie e due figli piccoli, senza neanche il necessario per vivere».

Nel 1989, a ritorno dalla fiera del mobile di Milano dove era andato per lavoro, Bartolo viene arrestato. Sul treno aveva incontrato un ragazzo di un paesino calabrese vicino al suo. Giunti alla stazione avevano preso lo stesso taxi. La Guardia di Finanza – racconta Bartolo – trovò nel borsone di quel ragazzo un fucile. E Bartolo fu considerato complice.

Nei due anni in cui è costretto in carcere vive una profonda conversione.

Bartolo_02«Chiedevo a Dio il perché di quella situazione e riflettevo sulla mia vita, pensando a quando ero a casa e bestemmiavo, a quando mia moglie frequentava la Messa e io mi arrabbiavo.

All’improvviso è stato come se in quella cella fosse esplosa la luce. Cominciai a piangere, a tremare, e compresi che Dio non mi aveva mai abbandonato ma era lì vicino a me. Quando mia moglie venne a trovarmi in carcere le chiesi di portarmi una Bibbia e iniziai a leggerla senza curarmi dei miei compagni di cella che mi prendevano in giro».

Uscito dal carcere, Bartolo spera di ricominciare dal suo lavoro, dal suo negozio di mobili rimasto chiuso per tutto quel tempo. E invece a causa di un guasto alle tubature il magazzino si era allagato e tutti i mobili erano da buttare:

«Non avevo più neanche una sedia sulla quale sedere! Invocai, piangendo, la Vergine Maria e le promisi che, se solo mi avesse dato la forza di ricominciare, mi sarei preso cura di ogni bisognoso incontrato sulla mia strada».

Bartolo_03Bartolo incontra un gruppo del RnS e comincia a frequentarlo insieme alla moglie e ai figli:

«Lì ho capito cosa vuol dire essere chiamati alla santità. Desideravo con tutto il cuore servire Dio e i fratelli. Il poco che avevo si raddoppiò e il doppio si triplicò.

Mi impegnai a mantenere la promessa fata alla Mamma celeste e, con l’aiuto del mio gruppo di preghiera, ho messo in piedi un centro di accoglienza per immigrati, principalmente extracomunitari, interamente sostenuto da volontari. Attualmente diamo da mangiare tre volte la settimana a più di trecento persone».

(Fonte: www.rns-italia.it/)

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