FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Posts Tagged ‘cattolicesimo’

“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35)

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/09/2016

Mons. Thomas Luke Msusa, Arcivescovo di Blanture in Malawi, racconta la sua conversione al cattolicesimo, quella di suo padre, Imam mussulmano e di tutta la sua famiglia.


Vengo da una famiglia mussulmana; mio padre era un imam ed era un maestro dell’Islam, insegnava.

Io sono diventato cattolico quando ho chiesto a un sacerdote di batteezzarmi a 12 anni. Io ero in una parrocchia perché mio padre e miei parenti non mi accettavano, quindi un sacerdote italiano si prese cura di me, era di Bergamo, e anche una suora sacramentina, anche lei era di Bergamo.

Essi si sono occupati di me, hanno pagato la mia retta scolastica, mi hanno dato da mangiare, si sono occupati di me come se fossero dei dgenitori.

Ho deciso poi di diventare sacerdote senza il consenso di mio padre e degli altri parenti. Ho seguito il consiglio della suora e del sacerdote. Sono diventato missionario monfortano, dopo otto anni di sacerdozio il Papa mi ha nominato Vescovo e l’anno scorso sono diventato Arcivescovo e quest’anno a Gennaio sono stato nominato Arcivescovo di Blanture e presidente della Conferenza Episcopale.

Adesso nella mia famiglia tutti i miei parenti sono cattolici.

Mio padre anche lui è voluto diventare cattolico e nel 2004 lui è venuto da me, si è inginocchiato e ha detto: voglio diventare cattolico.

Io gli ho detto: padre, tu non andrai comunque all’inferno per questo e lui: comunque voglio diventare cattolico perché ho visto l’esempio dei cattolici, essi vivono insieme, si aiutano l’un l’altro, quindi sono attratto da questa vita.

Dopo tre anni di catechesi, nel 2006 ho battezzato mio padre e adesso il suo nome è Abraham, Abramo,

Tutto questo è avvenuto e avviene tuttora fra i mussulmani.

“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35)

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Dall’ateismo alla fede cattolica, attraverso la musica

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/10/2014

Jaqueline Chew, una pianista californiana, ex atea guidata dal suo amore per la musica alla conversione alla fede cattolica, racconta la sua esperienza.

Jacqueline_Chew_01Quanti anni avevi quando hai cominciato a suonare il piano, e cosa ti ha spinto a scegliere questo strumento?

Mi ricordo di un giorno in cui i miei genitori comprarono un piano e lo portavano a casa. In questo modo questo strumento è arrivato a me. L’unico libro di musica che avevamo a casa era un libro di inni di chiesa; l’ho aperto e ho trovato la “dossologia”. Non so come ma ho semplicemente iniziato a suonare la dossologia al pianoforte, senza aver ricevuto alcuna lezione. Non ricordo quindi di aver chiesto di suonare il piano, semplicemente è arrivato a casa e ho iniziato a suonarlo.

Quando e dove hai debuttato come pianista professionista?

Ho iniziato non solo in California ma anche a New York, Boston, Florida e Canada. A quindici anni vinsi una gara per solisti per la San Francisco Symphony e in un certo senso questo è stato il mio debutto, sebbene non fossi ancora che una studentessa.

Sei cresciuta in una famiglia cristiana ma durante il college sei diventata atea. Potresti spiegare ai lettori le ragioni di questa scelta?

I miei genitori erano presbiteriani e sono cresciuta con questa fede. Al college ho cominciato ad avere dei dubbi su Dio. Ero turbata soprattutto dal fatto che Dio permettesse cose negative nel mondo e alla fine ho semplicemente concluso che non esistesse.

Così per un po’ ho vissuto da atea ma cercavo comunque di fare del mio meglio per vivere una vita degna, per fare le cose giuste, le giuste scelte. Questo processo continuò fino a quando a un certo punto nel mio ateismo ho cominciato a dubitare del mio credere nella non esistenza di Dio, così sono tornata sui miei passi, prendendo in considerazione l’ipotesi ditornare a credere in Dio.

Ho letto nelle tue note biografiche che la musica di Olivier Messiaen ti ha ispirato a seguire un cammino di fede, com’è accaduto?

Jacqueline_Chew_012Ero atea quando ho ascoltato per la prima volta la musica di Olivier Messiaen, un devoto cattolico romano. Immediatamente ho sentito di dover suonare subito la sua musica che ebbe subito un effetto profondo sul mio intero corpo. Questa musica risultò essere “Vingt regards sur l’Enfant Jesus” (venti contemplazioni sul bambino Gesù).

Mi sono così appassionata a questa musica e non mi dava noia che il protagonista fosse Gesù.

Nella ricerca degli iscritti che hanno influenzato Messiaen a scrivere questa musica, ho cominciato a leggere “Storia di un’anima” di Santa Teresa di Lisieux. La sua vita, che all’inizio sembrava strana, a un’atea con formazione protestante, non avrebbe più abbandonato la mia coscienza più profonda, finendo con influenzarmi nel prendere diverse decisioni nella mia vita.

“Vingt regards” fu scritto nel 1944 per la pianista Yvonne Loriod che divenne in seguito la seconda moglie di Olivier Messiaen. E’ un brano di due ore che esplora Gesù da venti diverse prospettive; il Padre, gli angeli, i profeti, i pastori, i Magi, le stelle, la Vergine, il silenzio, lo spirito della gioia ecc. Mi sono così immersa nella spiritualità della musica di “Vingt regards” che sono stata ricondotta a Dio, e quindi alla Chiesa Cattolica.

Jacqueline_Chew_03Hai poi incontrato Messiaen e sua moglie ad Amsterdam; cosa ricordi di questa esperienza?

(…) Messiaen era già una celebrità all’epoca ma era molto umile; rispettava profondamente i musicisti che eseguivano le sue opere. Rimasi profondamente colpita da come, una persona così famosa e che ammiravvo davvero molto, potesse essere così umile.

Quando hai deciso di convertirti al cattolicesimo?

Mi iscrissi a un ritiro al Santa Sabina Center (California), guidato da suore dominicane. Non avevo idea di cosa fosse un ritiro contemplativo, allora cercai subito di farmi delgi amici. Sebbene i partecipanti parlassero davvero poco, mi resi subito conto di quanto involontariamente sia stata segnata da quel ritiro silenzioso.

Cominciai a star bene in luoghi silenziosi, immersa nella liturgia contemplativa, e cominciai graduelmente a scoprire che stavo tornando a casa. Era la mia prima esperienza di introduzione a un modo di essere contemplativo.

All’inizio pensavo di diventare suora. Nel 2005, dopo un anno di discernimento, sono diventata un’oblata del New Camaldoli Hermitage a Santa Lucia Mountains of Big Sur, California. Essere un’oblata mi permette di restare associata alla comunità delle Benedettine Camaldolesi, ma allo stesso tempo vivere e lavorare ‘nel mondo’ come musicista professionista, insegnando e dando concerti.

Potresti spiegarci cosa sia un’oblata?

Le oblate Benedettine Camaldolesi, sono persone, laiche o appartenenti al clero, normalmente inserite nella società, che, non professe come le suore o i frati ma in quanto associate, affiliate a una comunità monastica (in USA, Italia, India, Brasile o Tanzania). Facciamo una promessa pubblica alla comunità di seguire le regole delle oblate Benedettine Camaldolesi. Non è un ordine religioso separato, ma siamo considerate come un’estensione nel mondo della comunità monastica camaldolese.

Diventare un’oblata ha cambiato la mia vita. Mi ha dato un’opportunità di essere più vicina a Dio e di mettere Dio al primo posto nella mia vita. La mia vita come oblata significa vivere il carisma benedettino camaldolese, avere una continua vita di preghiera, che sia a casa o in convento.

Jacqueline_Chew_04Prima andavo a messa ogni giorno ma diventare oblata mi permette di avere una relazione costante con Dio. Adesso vado in chiesa ogni giorno, e mi impegno a fondo per essere in continua comunione con Dio e con la nostra comunità estesa.

L’ordine camaldolese non è tanto grande, non contando più di un centinaio di suore. Gli oblati (e le oblate), oltre 700, mantengono in contatto tramite internet e la preghiera reciproca i frati e le suore.

(…) Dopo un periodo di convalescenza per un intervento ha cominciato a fare una cosa che hai sempre desiderato, danzare. Perché danzare è così importante per te?

Ho cominciato a studiare piano forte a 5 anni ma a 3 amavo danzare. Era uno dei miei primi desideri. Volevo studiare danza ma mi venne detto che ero troppo piccola. Poi presi delle lezioni ma avevo più talento per il pianoforte, cosìì i miei genitori mi indirizzarono alla musica e fu così che terminarono le mie lezioni di danza classica.

Da adulta presi lezioni per diletto, ma dopo un intervento decisi di iscrivermi a un gruppo di danza liturgica, i “Dancer Circle”. Danziamo per la liturgia.

Potresti darci una tua definizione personale di Dio?

Una volta feci questa domanda a qualcuno al College e la risposta che mi venne data fu: Dio è relazione. Credo che questa definizione sia vera. Sio ha a che fare con la relazione, Dio è amoree l’amore è ciò che ci motiva. Sento la presenza di DIo nella mia vita e il mio obbiettivo è di essere in comunione con Dio ogni minuto della mia vita. Questa relazione d’amore con Dio è espressa anche nelle comunità. Dio viene a me attraverso la comunità, e io gli rispondo interagendo con la mia comunità.

Trovi facile parlare di Dio alla gente soprattutto ai non credenti?

Non è un problema parlare di Dio alla gente, anche se non sono credenti. In effetti, essendo stata atea, mi sento portata verso chi non crede o è alla ricerca di Dio.

Nel mio processo di conversione non ho avuto una guida, guardando indietro vedo che è stato Dio a guidarmi, un passo alla volta.

Da atea avevo molte domande e sentimenti per cui, se oggi vedo qualcuno che passa per lo stesso processo, sono felice di assisterlo e incoraggiarlo. La mia esperienza da atea mi ha dato la comprensione della differenza che c’è tra vivere una buona vita senza Dio e viverla con Dio. Penso che i miei anni da atea mi abbiano reso capace di parlare con la gente che non crede.

Si parla tanto oggi di nuova evangelizzazione. Che opinione hai in proposito?

Una cosa buona che ho imparato nella Chiesa Presbiteriana è l’importanza della testimonianza e della missione. Dobbiamo essere testimoni ovunque andiamo, quando andiamo a fare la spesa e in ogni altro aspetto della nostra vita quotidiana.

Penso che sia importante raggiungere la gente ed evangelizzare.

(Tradotto dalla rivista “Messenger of Ct. Anthony, March 2014)

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“L’Eucarestia non rappresenta il corpo e il sangue di Cristo, è il corpo e il sangue di Cristo”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/04/2014

Wimberly_01Lo scorso 9 marzo 2014, l’Arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, si è recato in una delle prigioni più conosciute al mondo, San Quintino, per amministrare il sacramento della Confermazione a quattro detenuti. Tra essi, un condannato per due omicidi, Kent Wimberly, di 52 anni, condannato all’ergastolo nel 1979 per aver ucciso, diciassettenne, i genitori del suo migliore amico.

Nel lungo processo della sua conversione ebbe un ruolo fondamentale un altro recluso, John Grein, di 54 anni, tra le sbarre con la stessa condanna per omicidio. Entrambi, rispondono alle domande del “Catholic” di San Francisco, con la stessa risposta: l’Eucarestia”.

“Ho sempre sentito che la Comunione fosse qualcosa di più di un semplice gesto simbolico”, confessa Wimberly, cresciuto in una famiglia protestante di San Diego in cui si leggeva la Bibbia e si andava al culto domenicale. E Grein, educato come cattolico, convertito protestante in prigione, divenuto pastore, prima di tornare nella Chiesa Cattolica nel 2004, aggiunge le sue convinzioni: “L’Eucarestia non rappresenta il corpo e il sangue di Cristo, è il corpo e il sangue di Cristo”.

Un ritiro interessato.

Wimberly_02Kent, come è arrivato a questo passo dopo aver trascorso 35 anni in carcere?

Tutto è cominciato nel 2005, era passato poco più di un quarto di secolo dal giorno in cui commisi quel crimine. Volevo a tutti i costi la libertà provvisoria, così approfittai della possibilità di partecipare a un ritiro di “Kairos”, un’associazione protestante che svolge dei corsi di cristianesimo per i carcerati di tutto il paese e anche di detenuti fuori dagli Stati Uniti, e il tema era: cambiare i cuori per trasformare le vite.”

In quel momento si considerava un buddista zen, pertanto non credeva in un Dio trascendente. Ciononostante chiese a Dio che, se era davvero “reale”, che glielo avesse rivelato. In quel momento, seduto con gli occhi chiusi, sentì una luce sempre più forte e brillante che lo invadeva: “Tanto che letteralmente pensavo che sarei morto. Fu come una pennellata dal cielo. Quel giorno incontrai Gesù Cristo“.

Per la sua formazione, questa esperienza si tradusse soprattutto nello studio della Bibbia: completò i corsi di Sacra Scrittura e passò presto a insegnare ad altri carcerati.

Wimberly_03Sensazione di appartenenza

Un giorno ricevette un invito a partecipare a una funzione in una cappella cattolica. Era la sua prima Messa, ma accadde qualcosa: “Sentìì come se era proprio lì che dovessi stare”. E quando l’anno successivo fu trasferito a San Quintino, cominciò a frequentare la cappellania del gesuita George Williams, che gli permise di partedipare alle attività del gruppo cattolico nonostante fosse a conoscenza della sua chiara intenzione di non diventarlo.

Col tempo questo contatto, lo portò a leggere cari catechismi della biblioteca della prigione, fino a decidersi di intraprendere questa strada. “Mi ero sempre sentito protestante”, spiega, “ma non appena terminai di leggere il Catechismo della Chiesa Cattolica, mi feci questa domanda: esattamente, di cosa sto protestando?”. Capì di essere “un protestante che praticava il cattolicesimo”, così decise di trasformare le opere in essere. Poco dopo conobbe John Grein, che divenne la sua guida nel cammino di conversione che sfociò, due settimane fa, nal sacramento della Confermazione.
Fonte: http://es.catholic.net/

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“Il cristianesimo non è una religione come un’altra”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/11/2013

Jean-Marie Elie Setbon 01Jean-Marie Elie Setbon, ebreo-ortodosso francese, affascinato sin da piccolo alla figura di Cristo, a soli ventisei anni è rabbino del movimento Lubavitch, nel 2004 la conversione al cattolicesimo, dopo la morte della moglie. Racconta Setbon:

«La nostra famiglia viveva nella precarietà. Ciononostante lunedì 6 agosto 2007 ci venne offerta una giornata di vacanza al mare, in Normandia, a Trouville. Visitai l’immenso calvario che si trova vicino alla spiaggia: quella vista mi causò una emozione molto forte. E nello stesso momento venni a sapere della morte del cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger (un altro grande convertito dall’ebraismo; nda): era un fatto che non poteva essere casuale!

Un mese più tardi ho vissuto una sorta di esperienza mistica, di incontro con Gesù Cristo a casa mia, nella mia stanza: l’ho visto come presente! Di lì, grazie all’accoglienza paziente delle Piccole sorelle di Betlemme, mi sono preparato al battesimo. Sono stato battezzato con il nome di Jean-Marie il 14 settembre 2008.

Jean-Marie Elie Setbon 02

Jean-Marie Elie Setbon presenta il suo libro: Dalla Kippà alla Croce, conversione di un ebreo al cattolicesimo

In quanto “apostata” sono stato rinnegato dalla mia famiglia, ma i miei figli, a loro volta, hanno seguito la mia scelta religiosa. Non è un qualche principio del cristianesimo che mi ha convinto, bensì il fatto di aver avuto la grazia di aver “visto” Gesù risorto.

Questa esperienza diretta con Cristo mi ha trasformato interiormente e mi ha spinto a chiedere il battesimo. Anche prima, quando avevo il desiderio di essere battezzato, non c’era un qualche dogma cristiano che mi convinceva più di un altro. Proprio per questo un giorno vorrei scrivere un libro sul fatto che il cristianesimo non è una religione come un’altra»

[Fonte: UCCR – http://www.uccronline.it/tag/conversione/%5D

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