FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Posts Tagged ‘eutanasia’

«Che gliela fai ascoltare a fare? Tanto è morto.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 19/11/2019

Il racconto dell’amore ostinato di una madre che, contro i pareri di medici e infermieri, ha consentito al figlio di uscire dal coma.

«Io sono qui perché mamma non si è mai rassegnata e non l’ha mai data vinta ai dottori facendomi staccare la spinae io sono ancora vivo grazia a lei!» (Roberto, sopravvissuto al coma)

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Le star non parlano di Alfie Evans

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/04/2019

Chi sono? Giuseppe e Anita, una “marito-moglie band”.

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Gli staccano la spina

Per il suo bene 

perché la sua vita 

non conviene

E prima di lui

Il piccolo Charlie

E poi Isaiah

E poi la vita tua e la mia?

Chi decide della vita e della morte a Liverpool?

Chi decide della vita e della morte a Londra?

Chi decide della vita e della morte oggi?

Chi decide della vita e della morte domani?

Le star non parlano di Alfie Evans, parlano di cani

O creme per le mani

Le star non parlano di Alfie Evans, parlano di cani

O creme per le mani

Gli staccano la spina

pieni di premure

e con discrezione

Gli prescrivono le cure

Decidono anche l’ora

Decidono anche il modo

Ma non sanno dove sei tu

Di qui a poco

Chi decide della vita e della morte a Liverpool?

Chi decide della vita e della morte a Londra?

Chi decide della vita e della morte oggi?

Chi decide della vita e della morte domani?

Le star non parlano di Alfie Evans, parlano di cani

O creme per le mani

Le star non parlano di Alfie Evans, parlano di cani

O creme per le mani…

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«Chi può dire che non fosse una condizione di vita? Era vita anche quella, la mia volontà era che non mi staccassero le macchine.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/12/2017

Avere vent’anni significa vivere una vita dinamica e coltivare sogni per il futuro. È stato così anche per Sara Virgilio, oggi quarantatreenne, fin quando un pirata della strada la falciò sulle strisce pedonali in pieno centro abitato, nella sua Salerno.

Il dolore, la paura, gli ospedali, il coma, una vita che sembrava perdersi. E che invece è tornata a librare non senza difficoltà. Quella di Sara Virgilio è una testimonianza che lascia il segno, un manifesto contro la “cultura della morte” che qualcuno, in questi giorni di dibattito sulla legge sul biotestamento, vorrebbe – spiega lei stessa a In Terris – “camuffare da diritto”.

La storia

Era il 1994 quando Sara divenne “una vittima della strada”. Dopo il violento impatto con l’automobile, rimase atterra sulle strisce pedonali. “Ebbi una serie di fratture ed entrai in coma – racconta -. Fui trasportata in eliambulanza da Salerno al Policlinico Gemelli di Roma, dove il caso clinico fu trattato secondo protocollo”.

Sara rimase in coma per circa un mese. “Al di là della durata del coma, è l’intensità che conta”, spiega. Si tratta di “una condizione non facile da descrivere, perché chi la vive sa di essere in coma, vorrebbe comunicare con l’esterno ma non può”. Le sono rimasti oggi “solo alcuni frammenti di ricordo”, spiega che non sentiva dolore e che non sempre aveva “una percezione chiara di ciò che avveniva”.

Ma bastano quei frammenti per inquadrare bene la situazione. “Ci furono diverse complicazioni, tra cui un’emorragia celebrare e una polmonare”, afferma Sara. Che aggiunge: “I medici non mi avevano dato grandi speranze di sopravvivere”.

Eppure, nei suoi sprazzi di lucidità era forte l’intento di “essere considerata una persona”. Sara racconta che “volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero, che avevo una dignità e che stavo lottando per svegliarmi”. “Avvertivo – continua – la presenza di mia madre, lei che entrava nella stanza e che mi parlava”.

Voglia di vivere

Sara avrebbe voluto risponderle, ma si sentiva – afferma – “prigioniera del mio corpo”. Una condizione che, tuttavia, anziché fiaccare la sua voglia di vivere, le diede una “forza mai immaginata prima”. “Chi può dire – si chiede – che non fosse una condizione di vita? Era vita anche quella, la mia volontà era che non mi staccassero le macchine”.

Una forza che è rimasta salda anche dopo il risveglio. “Quello fu il momento in cui iniziai a sentire dolore”, racconta. Fu un periodo tribolato, non sapeva in che condizioni sarebbe sopravvissuta. All’inizio era bloccata sul letto, poi fu messa su una sedia a rotelle e lentamente riacquisì l’uso della parola. “I dolori erano spesso lancinanti – ricorda -, non sono mancati i momenti di sconforto, ma fu importante il sostegno dei miei genitori e mai ho pensato di voler morire”.

Oggi Sara ha una laurea in Biologia, lavora ed è felice. Anche se non mancano gli strascichi di quell’incidente avvenuto ventitré anni fa. Entra ed esce dagli ospedali. “Appena una settimana fa è terminato un ultimo ricovero”, afferma.

Lo sguardo sul Senato

In Senato prosegue l’acceso dibattito sulla legge sul Biotestamento. Una questione che tocca Sara personalmente. Prima dell’incidente, le era capitato di chiedersi come avrebbe reagito se si fosse trovata in una condizione di salute disperata. “C’è però una differenza sostanziale – riflette oggi -: un conto è porsi questa domanda quando si è sani, un conto è essere infermi”.

Sara spiega che “quando la condizione è estrema, anche se l’esperienza è vissuta in maniera diversa da persona a persona, l’istinto è quello di aggrapparsi alla vita con tutte le proprie forze”. Secondo Sara non è possibile prevedere come si reagirebbe in determinate condizioni, per questo le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) rappresentano un pericolo, “non danno spazio al ripensamento”.

Come nasce la “cultura della morte”

Il problema, secondo Sara, è anzitutto culturale. “Oggi si pensa che la vita è tale solo quando si può viaggiare e correre – afferma -. Ma non è così. La persona ha dignità anche quando è costretta su un letto d’ospedale”.

E ancora: “Si sta diffondendo un’idea utilitaristica della vita umana: nel momento in cui non siamo più in grado di produrre, diventiamo un costo e veniamo tolti di mezzo. È così che nasce la ‘cultura della morte’ camuffata da diritto”, che si traduce “nella fretta ad approvare la legge sulle Dat”.

Secondo Sara, il malato chiede di morire “quando si sente lasciato solo”. Pertanto è fondamentale “la vicinanza e la cura degli altri”, nonché “strutture ospedaliere in grado di accogliere e sostenere anche i casi più disperati”. Ecco allora – osserva – “che più che aiutare le persone a morire, sarebbe opportuno che la politica investisse per seguire i pazienti in strutture adeguate e non farli sentire abbandonati”.

Leggi che minacciano la vita

È un tema – ci tiene a sottolineare Sara – che si collega a quello dell’aborto. “In nome della salute delle donne, sta avvenendo – la sua riflessione – una strage di innocenti nella pancia materna. Bisognerebbe mettere invece le donne nelle condizioni, economiche e sociali, di poter avere figli senza sentirlo un peso ma un dono”.

Il suo è dunque un appello, contro la “cultura della morte” promossa da leggi volte “a distruggere la vita e la famiglia”. È un grido che è entrato nei palazzi istituzionali, nel febbraio scorso ha parlato in Senato in una conferenza organizzata dall’Associazione ProVita Onlus. È un inno alla vita che in queste ore torna più che mai attuale.

[Fonte: https://www.interris.it/%5D

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«(…) Andare davanti allo specchio e dire – quanto sono bella – potessi fare pure schifo. Perché? Mo ve lo spiego io!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/03/2017

Giastin, sorriso di Dio. L’amiotrofia spinale di cui è stata affetta dalla nascita non le ha impedito di sorridere ogni giorno alla vita e al Cielo, insieme con sua sorella Rosaria (già in Cielo al momento dell’interista) e a suo fratello Cosimo, affetti dalla sua stessa malattia.

I loro genitori sono stati conquistati dal loro entusiasmo per la vita, ancora oggi felici di aver ospitato in casa tre angeli, che non hanno mai messo piede a terra, perché li avevano già messi in Cielo!

«Per iniziare una buona giornata bisogna addormentarsi prima col sorriso, poi svegliarsi la mattina, andare davanti allo specchio e dire – quanto sono bella – potessi fare pure schifo, quanto sono bella. Perché? Mo ve lo spiego io.

Nella creazione si dice che Dio ci ha creati a sua immagine, allora io penso questo, se noi diciamo che siamo brutti, offendiamo Dio che ci ha fatti a sua immagine.»

Al suo funerale (circa quattro anni dopo questa intervista) preparato da Giastin come il giornod ella sua festa più bella, in cui si sarebbe realizzato il suo desiderio più grande, quello di mettere ali per volare in Cielo, c’è stato un uomo che, sconvolto, ha visto in chiesa al momento dell’offertorio, degli angeli prendere il corpo di Giastin, consegnarlo a Maria e Maria a Gesù e Gesù lanciarla poi in alto e consegnarla al Padre.

Quando la mamma seppe di questa visione, qualche giorno dopo, impallidì: era la storia che lei si era inventata per mettere a letto i suoi figli e consolarli quando le chiedevano come sarebbe stato il giorno della loro “partenza al Cielo”.


Qui, mamma Carolina racconta e testimonia la gioia che ha ricevuto dai suoi tre angeli: Rosaria, Giastin e Cosimo.

«Dovrebbe essere il contrario, un genitore che porta i figli a Dio. Ma sono stati loro a portarmi a Dio.»

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«Fabo, noi siamo il cambiamento che il mondo chiede per evolvere! Tieni duro!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/02/2017

matteoNon avrei che parole stonate e fuori luogo di fronte a certi tipi di sofferenze.

Ma Matteo si, allora forse vale la pena ascoltare l’unico davvero disinteressato, che possa davvero rispondere a DJ Fabo.

«Mi chiamo Matteo Nassigh, ho 19 anni e sono uno che pensa (…) ho troppe cose importanti da dirle e ho paura di non fare in tempo»

«(…)l’ho cercata [la giornalista di Avvenire, n.d.r.] quando ho letto l’appello di dj Fabo, l’uomo che chiede l’eutanasia dopo che un incidente lo ha reso tetraplegico e cieco.

Voglio rispondergli perché io conosco bene la fatica di vivere in un corpo che non ti obbedisce in niente.

Anch’io a volte ho creduto di voler morire, perché spesso gli altri non ci trattano da persone pensanti ma da esseri inutili»

«È vero noi due non possiamo fare niente da soli, ma possiamo pensare e il pensiero cambia il mondo.

Fabo, noi siamo il cambiamento che il mondo chiede per evolvere! Tieni duro»

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“Per fortuna mio marito ha detto di no, si è rifiutato!”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/11/2013

Era in coma, i medici stavano per staccare la spina ma… una lacrima l’ha salvata

Mi sono svegliata ma per i medici non avevo più coscienza, anche se io sentivo tutto e non capivo perché non si rendevano conto che io ero viva.

Ero come murata viva, pensavo sempre di essere come un albero che cresce, lo possiamo tagliare … non può reagire…

Non potevo fare assolutamente niente, nemmeno aprire gli occhi.

Ho molto pregato… e poi mi sono detta, se quelli intorno a me non posso vedere che sono viva, posso pregare Dio e i miei genitori che sono morti, forse possono fare qualcosa per me.

Tutto questo ha fatto si che due giorni dopo io abbia potuto aprire gli occhi.

Sentire l’amore dei tuoi familiare, sentire che desiderano il tuo ritorno…

Hanno proposto a mio marito di fare le procedure per il mio funerale e gli hanno detto che bisognava staccare la spina (…) non c’era più niente da fare, solo il cuore funzionava, ma tutto il resto era inattivo, ero collegata al respiratore artificiale…

Per fortuna mio marito ha detto di no, si è rifiutato.

Ho avuto della tachicardia, l’unico modo in cui potevo trasmettere la mia presenza, ma i medici non capivano… pensavano che stessi per morire.

Mia figlia mi aveva parlato di cose molto intime e questo mi ha fatto piangere. I medici dicevano che si trattava di un gel che mi mettevano negli occhi, ma mia figlia ha capito.

Ho sentito dire: “Mamma sta piangendo!”…

I dottori hanno continuato a dire che era gel, ma fortunatamente sono riuscita a muovere un mignolo e ho aperto un occhio e finalmente hanno capito che stavo tornando alla vita e che ero ancora là…

E’ stato difficile, vedevo le persone doppi e o anche triple, potevo muovere un po’ le dita… il processo di recupero è stato lunghissimo, una vera lotta…

Ho dovuto imparare a parlare, a camminare, a respirare… per respirare senza respiratore ci sono voluti sei mesi…

Ci sono tante persone che non possono parlare ma che sentono dolore, io voglio parlare di questo.

So cosa vuol dire essere in fin di vita…

Molte cose mi hanno dato la forza. Il buon Dio che voleva che io tornassi alla vita, e poi grazie a mio marito e a mia figlia che hanno detto no e poi forse anche alla mia forza di volontà perché io volevo vivere, mi sono aggrappata alla vita…

Non ho rancore ma bisogna che i medici prendano consapevolezza che questa sofferenza esiste, la mia lotta è affinché i medici capiscano che anche quelle persone che si crede non soffrano, che sono nel coma, soffrono.

Vi dico, la vita è bella e non bisogna complicarla con piccole cose senza importanza… Posso alzarmi, posso bere… tutto questo è favoloso!

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