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Posts Tagged ‘genocidio’

«Rimasi immobile, sotterrato dai cadaveri per un tempo che mi sembrò infinito.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/05/2021

Qualche giorno fa il mio caro amico Valens  mi ha regalato un libro, anticipandomi che si trattava dell’esperienza del suo migliore amico Jean Paul, come lui ruandese, del genocidio consumatosi nel loro paese nel 1994.

Avevo letto altri racconti, tra cui quello del mio amico, ma questo mi colpiva particolarmente perché il protagonista, di etnia tutsi ha sposato Marie Louise, di etnia hutu. Entrambi ci mostrano e insegnano con la loro vita, che l’amore, quello vero con la A maiuscola, può vincere anche l’odio più disumano, può sanare le ferite più profonde. Jean Paul insegna religione a Milano dove vive con la sposa e due bei bambini.

La sua storia.

Jean Paul è un bambino ruandese come tanti altri; ha dieci anni quando in Ruanda scoppia il più terribile genocidio che si sia consumato nei giorni nostri. Cento giorni in cui un milione di ruandesi di etnia tutsi verrà trucidato da propri connazionali di etnia hutu.

Il bambino senza sapere che fine avesse fatto la propria famiglia, trova rifugio in parrocchia dove, dopo qualche ora ritrova il fratellino Vincent di soli sette anni che era stato salvato da un gruppo di sconosciuti. 

In parrocchia, come racconta lui stesso, «non avevamo nulla per difenderci se non dei semplici sassi peraltro poco numerosi, mentre gli Interahamwe erano armati fino ai denti con fucili, granate, machete e legni chiodati. Resistemmo rispondendo a sassate.» (Jean Paul Habimana, Nonostante la paura, pag. 21).

In pochi giorni i profughi cominciano a capire che la parrocchia poteva non essere più sicura e la fame, e soprattutto la sete, cominciano a far più paura dei colpi di machete fino a quando…

«Un giorno arrivarono delle suore Pénitentes di San Francesco d’Assisi che da anni gestivano una scuola superiore poco distante: loro si potevano muovere liberamente perché erano sempre scortate da gendarmi, sia perché, essendo hutu, non correvano alcun pericolo. (…) Le suore rientrarono al loro convento tornando un paio d’ore più tardi con un scorta ben armata: erano venute e prenderci.» (Op. cit. pag. 22)

In convento, benché si sentisse relativamente protetto, Jean Paul comincia a realizzare dai racconti dei sopravvissuti, la portata della mattanza in corso. Anche lì le scorte cominciano a scarseggiare fino a quando, il 29 aprile 1994 un gruppo irrompe nel convento sparando all’impazzata. 

«Dall’interno del convento sembrava che gli spari fossero diretti a noi e dalla paura ci mettevamo a correre in ogni dove cercando di salvarci; alcuni si rifugiarono nel giardino delle suore, altri nel bosco esterno, altri ancora nella vicina piantagione di ananas. 

Da tempo la parrocchia era affollatissima, perciò ai primi spari fu un caos totale: la gente impazzita correva disordinatamente qua e là; anch’io scappai cercando di uscire dal cortile del convento ma dopo pochi passi, travolto dalla folla in fuga, inciampai e mi ritrovai con la faccia a terra mentre sentivo cadere su di me i corpi dei fuggiaschi falciati dai fucili e dai machete. 

Schiacciato dal loro peso mi sentivo soffocare; sopra di me alcuni feriti invocavano aiuto ma, al canto di “ire tubatsembatsembe! (Oh, ah, uccidiamoli tutti!), gli Interahamwe li freddarono all’istante. Rimasi immobile, sotterrato dai cadaveri per un tempo che mi sembrò infinito.» (Op cit., pag. 25.

Nascosto dai corpi dei connazionali uccisi, Jean Paul riuscirà a sfuggire alla furia dei persecutori. In circostanze rocambolesche verrà ritrovato dalla cugina Beatrice, poco più che ventenne. «Averla incontrata fu provvidenziale: ci aiutò inventando quasi dal nulla il cibo per sfamarci, e fu grazie a lei che imparammo a travestirci da ragazze per sfuggire agli Interahamwe interessati soprattutto a sterminare per primi i maschi.» (Op. cit. pag. 30) Mendicando cibo vestiti da ragazzine, trascorrono alcuni giorni in ciò che rimaneva della parrocchia, fino a quando:

«Verso la fine di maggio incontrammo Maria Urayeneza. Come la madre di Gesù è stata visitata dall’angelo Gabriele, quella volta noi siamo stati visitati da Maria di nome e di fatto; fu come se il cielo si schiudesse dinanzi a noi perché finalmente ebbi notizie di nostra madre: “la mamma è viva!” Ci disse. “E’ viva? Davvero o lo dici per tranquillizzarci? Guarda che noi ormai siamo abituati alla morte. Vediamo la gente morire ogni giorno qui…” replicai.

La guardavamo increduli e speranzosi. “Vi assicuro che è viva!” (…) Maria mi assicurò che non solo mia madre era viva ma anche le mie sorelle Enata, Beata e Bernadette e i miei due fratelli Ephrem ed Eugène; l’unico di cui non aveva notizie era mio padre.» (Op. cit. pag. 31)

«L’aiuto e la generosità di Maria acquietarono il rancore che nutrivo nei confronti dei miei vicini di casa di etnia hutu. Il suo sostegno mi aiutò a capire che non tutti gli hutu volevano uccidere i tutsi.» (Op. cit. pag. 32). Sarà proprio una famiglia dell’etnia rivale che proteggerà il piccolo Jean Paul, arrivando a nasconderlo per intere giornate, durante le ispezioni dei persecutori, nell’«intabo», dei contenitori utilizzati per far fermentare le banane, in cui si accucciava per essere ricoperto da strati foglie. 

Oltre a Jean Paul, la famiglia di Maria salverà altre 54 persone. In quella casa, «mangiavamo a turni: prima i piccoli e poi i grandi e, per sfamare tutta quella gente, si cucinava due volte. Dopo cena c’era d’obbligo il rosario.» (Op cit., pag. 35)

La vita di Jean Paul è uno strano condominio in cui convivono gioia e dolore, drammi e momenti di grazia, tragedie disumane e Provvidenza che arriva con una puntualità sconvolgente.

In questo strano “condominio”, Jean Paul si salverà, grazie a chi gli permetterà di raggiungere un campo profughi, o a chi gli consentirà di riprendere una vita normale, poi l’arrivo in Italia, e sempre in questo condominio, continuano a convivere sofferenze e incontri provvidenziali come quello con Marie Louise, che lo porteranno a essere ciò che è ora: marito, padre di famiglia, professore di religione, ma soprattutto uomo di riconciliazione e di pace.

«Fra i ruandesi non c’è famiglia tutsi che non pianga qualche vittima, e non c’è famiglia hutu che non abbia qualcuno che ha partecipato al genocidio.

Eppure, Marie Louise e Jean Paul.

La loro storia d’amore ha quella forza simbolica universale che ci fa sperare. (…) Nel caso di Marie Louise e Jean Paul quel cemento proviene di certo dall’amore reciproco, ma anche dalla loro fede cristiana.

Chi volta pagina e inizia a leggere questa storia difficilmente riuscirà a fermarsi e a chiudere il libro. Perlomeno a me è capitato così, ho posato il manoscritto quando albeggiava. Jean Paul mi deve una notte insonne.» (Dalla prefazione del libro curata da Luciano Scalettari, giornalista)

Jean Paul deve una notte insonne anche a me, e per questo non posso fare altro che invitarvi a completare il racconto della sua storia che ho volutamente lasciato incompleta perché ogni pagina merita di essere letta con un’attenzione totale.

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Nonostante la Paura, di Jean Paul Habimana, pubblicato da Terre di Mezzo Editore.

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Cristianofobia. Quando è la popolazione a subire l’influenza dei terroristi…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/04/2015

cristianofobia_05_Shama Bibi and Sajjad Maseeh

Shama Bibi e Sajjad Maseeh

Una storia di persecuzione:

I Cristiani pakistani non solo sono minacciati dai terroristi, ma anche da una parte della popolazione che ne subisce l’influenza.

Dopo averli torturati per due giorni, il 2 novembre 2014 una folla di 500-600 persone ha spinto in una fornace due giovani sposi cristiani e li ha bruciati vivi. La violenza si è scatenata quando alcune persone dagli altoparlanti di una moschea hanno diffuso la falsa notizia che la coppia aveva dissacrato il Corano bruciandone alcune pagine.

Shama, la moglie, era incinta. La coppia lascia orfani quattro bambini.

Nel settembre del 2013, a Peshawar, due attentatori suicidi all’uscita dalla messa della domenica avevano ucciso più di 80 persone ferendone 120.

Domenica 15 marzo scorso, due attentati suicidi hanno colpito due chiese in un sobborgo di Lahore. L’intenzione di arrecare il massimo danno è evidente perché le chiese, vicine una all’altra, e i loro dintorni, erano gremiti di fedeli convenuti per partecipare alla messa.

Il bilancio, di 17 morti e 70 feriti, sarebbe stato ben più grave se uno dei vigilanti all’ingresso delle chiese, resosi conto del pericolo, non avesse fermato uno degli attentatori abbracciandolo e impedendogli così di entrare mentre si faceva esplodere: un atto di eroismo che gli è costato la vita.

Il 5 marzo un giovane cristiano di Lahore è stato torturato per una notte intera dalla polizia ed è deceduto per le violenze subite.

Il suo cadavere è stato poi gettato davanti alla porta dei suoi genitori la mattina successiva.

Era stato arrestato nell’ambito di una inchiesta per un furto di cui sua madre era stata accusata e di cui lei continua a proclamarsi innocente.

(Tratto da “Via Crucis per i cristiani perseguitati” del 3 aprile 2015 del vescovo di Ivrea, monsignor Edoardo Aldo Cerrato)

Uno dei tenti inviti di Papa Francesco (Udienza generale del 25 settembre 2013)

«Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e anche danno la vita per la loro fede, tocca il mio cuore questo o non viene a me? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia, che sta dando la vita per Gesù Cristo? Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno si risponda nel cuore: “Io prego per quel fratello, per quella sorella, che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede?”. È importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!»

Ci uniamo a lui?

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