FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Come una molla

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 11/09/2018

Morto a soli 19 anni, Andrea ha vissuto millenni e regalato secoli di gioia ha chi lo ha conosciuto.

I figli, a un certo punto, li vedi come estranei. Carne della tua carne, certo; eppure se stessi, perciò nuovi e inaspettati. Si può imparare da un figlio? Sì, innanzitutto a disattendere i nostri calcoli di genitori e ad accogliere la loro vera paternità, figli di Dio.

Nel leggere la storia di Andrea Mandelli mi sono immedesimata nello sguardo di sua madre Sofia, che è stata un po’ come la Madonna lungo la Via Crucis, presente eppure in disparte. Sovraffollata di domande, m’immagino. Chi sei tu, figlio mio? Dove stai andando? Dove vuoi portarmi? Ce la fai a sopportare il dolore? Da dove ti viene la forza?

Sofia ha visto nascere Andrea, quarto dei suoi sette figli. Lo ha visto crescere nelle dinamiche affettuose e burrascose coi fratelli, accogliere la proposta cristiana, entusiasmarsi per le escursioni in montagna e molto meno per lo studio. E poi lo ha visto confrontarsi con una malattia che non dà scampo, il sarcoma di Ewing.

Il libro che racconta la vita di Andrea Mandelli, Ti regalo la mia molla (di Giovanna Falcon, Itaca edizioni), è una raccolta di testimonianze che lascia sorpresi: il tempo davvero non si misura in anni. Morto a soli 19 anni, Andrea ha vissuto millenni e regalato secoli di gioia ha chi lo ha conosciuto.

La molla, appunto, ha la capacità di dilatarsi, e anche il cuore può farlo. Può aprirsi ad ospitare l’intero universo anche se muore giovane; può avvizzire e stare chiuso anche se campa più di cent’anni.

All’amica di sempre, Angela, lui regalò, durante l’ultimo Natale che visse, proprio la molla di una biro (che inezia, eh?) aggiungendo un biglietto:

«Sai qual è il valore di un amico? Quello di ricordare all’altro come una molla il Destino per cui è fatto. Ti regalo la mia molla».

Fosse stato mio coetaneo, credo che avrei schivato Andrea: uno di quelli sempre al centro dell’attenzione, pronto a lanciarsi in ogni iniziativa, disposto a tirar fuori tutte le questioni urgenti, a trascinare gli amici. Un coinvolgente entusiasta, ecco.

Il centro della sua vita è stata la scuola e l’amicizia coi compagni di Gioventù Studentesca, stupisce con quanta profondità giovanile abbia attecchito in lui il carisma di Don Giussani: la compagnia come cammino al Destino, soprattutto. Da solo non faceva nulla, in ogni frammento di vita si metteva in rapporto con gli altri. Bellissima la trovata grazie a cui riesce a vincere le elezioni della consulta, quasi un presagio…

Pur non avendo vinto alle elezioni del consiglio d’istituto, Andrea decide di partecipare alle elezioni, indette quell’anno stesso, della consulta provinciale degli studenti. La Lista Uno aveva fatto un enorme striscione con scritto: «Lista uno fa le cose in grande». Andrea prende un fogliettino qualsiasi e scrive: «Ma le cose più piccole sono sempre le più preziose – Lista due». E attacca questo foglietto sotto la Lista uno.

Frodo, il piccolo piccolissimo hobbit della Contea deve entrare a Mordor. È sempre vertiginoso il mistero della piccolezza che regge il mondo ed estirpa il male. Sono milioni di piccoli gesti, piccole vite a tenere in piedi la «cosa buona» che è la Creazione. È un mistero altrettanto grande constatare che un ragazzo così entusiasta e generoso venga messo alla prova e il suo «sì» a Dio cresca anziché sgretolarsi.

Come un vero e proprio tallone d’Achille, la malattia insorge con un dolore al piede e si mostra in breve tempo come un tumore osseo gravissimo.

Le cure, le lunghe degenze in ospedale, la diagnosi infausta approfondiscono il legame di paternità tra Andrea e Dio. Ne sono testimoni gli amici che lo vedono meno a scuola, ma lo sentono più forte vicino a loro. Le sue parole e la sua presenza, debilitata nel corpo ma rinvigorita nello spirito, parlano loro di un’intensità di vita:

«Andrea diceva che l’unica cosa che vale è il momento, è lì che vivi la grandezza del tuo cuore. Ciò che il Signore ti dà da vivere, che è un bene per te, è nel presente non nel progetto futuro. Non è fare cose straordinarie, ma fare ogni piccola cosa con quel ‘accada di me’ che diceva la Madonna

Non è il carpe diem dell’edonista che gode e usa tutto. È uno sguardo opposto all’arrivismo e alle smanie odierne che riversano sui giovani l’illusione che la felicità arriverà domani, oltre. Invece è già qui, può essere in ogni gesto che si fa ed è l’unico criterio davvero giusto: perché ad alcuni sono dati cento anni da vivere, ad altri poche ore; ma a tutti è dato un presente ed è lì che – come una molla – il nostro cuore può dilatarsi ad ospitare domande, esperienze e a dare tutto se stesso.

Se su questo sentiero riesco, un po’ indietro, a stare al passo con l’intuizione di Andrea, però poi c’è un passaggio in cui lui mi stacca definitivamente, va libero verso il traguardo … io arranco molto alle sue spalle. Eppure è questa sua frase, ostica-tosta-quasi incomprensibile, che non mi si stacca di dosso:

La pienezza della vita sta nella verginità e nella morte.

Sono parole che scrive all’amica Angela, e poi nella sua ultima lettera. Cos’hanno in comune la verginità e la morte? Soprattutto: cosa c’entrano con la pienezza?

(Fonte: http://www.it.aleteia.org)

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Vi presento David, e la sua testimonianza forte e vera, da ascoltare parola per parola…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/07/2017

«Per me scoprire all’età di sedici anni di avere un cancro è stato abbastanza duro, ma il Signore non mi ha mai abbandonato in questo.»

Vi presento David, e la sua testimonianza forte e vera, da ascoltare parola per parola, fino all’ultima…


 

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“Una candela che si consuma per dare agli altri la luce”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/03/2017

«Mi chiamo Solidoro Mirella, ho 18 anni, ma ne dimostro 9.

Da tre anni ho subito un intervento alla testa che mi ha rovinato la vista. Ora sto sempre a letto e vivo con la fede in Dio che è diventata l’ unica ragione della mia vita.

I miei giorni li trascorro tutti uguali, uno dopo l’altro, come gli anelli di un Rosario.

All’età di 9 anni il Signore mi ha affidato una missione particolare: quella della sofferenza e del dolore. Le sofferenze aumentavano giorno dopo giorno e i miei genitori cercavano di porre rimedio a tanto soffrire, ma nessuno mi ha capito. Cercai di trovare la consolazione nel Signore, che diventò per me il mio Padre fedele, il mio Consolatore, che mi diede la forza di affrontare meravigliosamente i miei piccoli doveri, la scuola, lo studio.

All’età di 14 anni, il 28 /9/1979, mi fu fatto l’intervento dal quale ne uscii non vedente. Ma fu in quel buio che incominciai a vedere; non era la luce del mondo ma quella di Dio. Fu per me quella la chiamata decisiva alla Croce.

In un primo momento mi sentii come un uccello al quale il Signore aveva tagliato le ali, ma poi capii che il Signore mi stava dando le più grandi ali per volare nel suo nuovo orizzonte. Dopo di che mi addormentai in un lungo sonno, che durò tre anni.

Mi svegliai da questo sonno il 2/5/1982, mi sentii come una bambina appena nata. Il Signore mi chiamò alla vita per la seconda volta, in un nuovo modo e in un nuovo mondo. Confesso che quando mi accorsi che tutti quei progetti che io ritenevo giusti (in quanto mi volevo consacrare al Signore, giacché sin da bambina il mio desiderio era di diventare suora) andarono in fumo, fui assalita da un po’ di amarezza, ma poi il Signore mi aiutò ad apprezzare e stimare la Croce e capii che quello era per me il più bel regalo che il Signore mi potesse fare.

Accettai il dolore e lo amai tanto da desiderarlo, capii che il Signore aveva bisogno di anime disposte ad immolarsi per la salvezza dell’umanità.

Gli anni passarono velocemente ed oggi mi trovo qui nelle quattro mura della mia stanza che è diventata il mio campo di missione, e in un letto che è divenuto la mia dimora, con il desiderio di imitare Cristo ed essere una candela che si consuma per dare agli altri la luce.»

[Testimonianza dettata da Mirella nel 1987 e incisa su musicassetta, tratta dal sito ufficiale www.mirellasolidoro.it]

Questa ragazza nata a Taurisano in provincia di Lecce il 13 luglio 1964 era affetta da “Disgerminoma ipotalamico” che le indusse a vivere un calvario accettato con pace e serenità eroiche.

Intorno al letto di Mirella si riuniscono tante persone provenienti da Taurisano, dalla provincia di Lecce, dalla provincia dell’Aquila e da tante zone dell’Italia Meridionale. Insieme con lei la gente prega, a lei le persone si rivolgono per avere conforto nelle difficoltà.

Molti affermano di aver ricevuto favori particolari e guarigioni, grazie alla preghiera di Mirella.

Intanto, ella vive una devozione incondizionata al Santissimo Crocefisso. A volte, quando il dolore si allevia, si fa accompagnare al Santuario del Santissimo Crocefisso in Galatone, cittadina distante da Taurisano una ventina di chilometri.

Nutre una profonda devozione alla Madonna, tant’ è che la corona del rosario è sempre tra le sue mani scarnite, mentre compone numerose preghiere, poesie e pensieri dedicati al Signore e alla Beata Vergine Maria.

Pane quotidiano si fa l’Eucaristia che ella riceve quasi ogni giorno con immensa devozione. Il suo volto si illumina quando può incontrare Gesù nel segno del pane. Per lei, costretta a digiunare perché il suo stato di salute non le permette di deglutire, l’Eucaristia rappresenta in diverse riprese, il suo unico nutrimento.

Ascolta i Salmi che diventano nutrimento per la sua preghiera personale e per la preghiera in gruppo.

Il Vangelo, poi, è l’olio per la sua lampada, per la sua fede. Ritiene a memoria le parole e i consigli del Signore e spesso, durante le conversazioni, cita le parole di Gesù e invita la gente a mettere in pratica tutto.

(…)

Col passare del tempo, non è difficile per Mirella continuare a riunire intorno a sé un piccolo cenacolo di preghiera. Chiunque le si accosti, ne resta colpito tornando a casa rinnovato.

(…)

[Arriva il momento in cui Mirella] deve trasferirsi, insieme con tutta la famiglia nel garage del fratello Antonio, adattato per l’occasione in appartamento.

Passano alcuni anni nella nuova abitazione. Un ulteriore aggravarsi del male, la sottopone a ripetuti accertamenti clinici. Ai dolori agli arti, alle piaghe di decubito, ai sempre più intensi mal di testa, si aggiungono insopportabili, quelli dei denti e ulcere alla bocca. Infine, nonostante le precarie condizioni di salute, dopo tanto temporeggiare, giunge il tempo di un nuovo intervento chirurgico alla testa. Come sempre
Mirella accetta, anzi ama la crocifiggente volontà del Signore.

Nei primi giorni di settembre del 1997, viene ricoverata a Lecce e sottoposta ad un difficile intervento alla testa e, contemporaneamente, all’estrazione di sei denti e ad un’operazione per le ulcere alla lingua. La madre racconta il desiderio espresso da Mirella: non vuole che le vengano somministrati calmanti per lenire il dolore, intendendo offrire queste sofferenze per la salvezza delle anime.

Nel 1999 viene ricoverata nuovamente presso ospedale di Tricase il 27 settembre 1999. Sta molto male; cosciente, risponde a stento.

Quattro giorni dopo entra in un coma irreversibile e, dopo un rapido aggravarsi delle condizioni generali di salute, Mirella conclude serenamente la sua vita terrena. È il 4 ottobre 1999.

Per conoscere meglio la storia di Mirella – vissuta nel “desiderio di imitare Cristo ed essere una candela che si consuma per dare agli altri la luce” – consiglio di consultare il sito www.mirellasolidoro.it

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