FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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«Molti dei miei coetanei non vedono di buon occhio andare in chiesa o frequentare un gruppo parrocchiale. Molto però dipende anche da come ti poni.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/06/2018

Arturo Mariani, classe ’93, studente di Scienze delle Comunicazioni alla Sapienza nel tempo libero, fa parte della Nazionale Amputati, senza avere subito amputazione: già nel ventre materno, infatti, la sua gamba destra non si sviluppa.
Nei suoi due libri racconta di sé, senza filtri, né falso perbenismo la sua storia: straordinaria, nella sua ordinarietà, tra alti e bassi, una grande passione per il calcio, due genitori presenti, due fratelli ed un cugino a cui è molto legato, l’infanzia, l’adolescenza, gli amici, il gruppo giovani Arcobaleno, il volontariato, l’avventura della Nazionale e… la scelta di testimoniare la bellezza della vita, con il suo sorriso!

Cosa provi, pensando che, quando nascesti, a tua madre proposero l’aborto? Quando hai saputo questo dettaglio della tua storia?

L’aborto va contro la vita, è un omicidio, perché, per me, è vita dal primo momento. Penso con orgoglio alla scelta che ha fatto mia madre, ma capisco che non tutti fanno questo ragionamento. Ma c’è poco da ragionarci su: è vita. Punto.
Ho saputo questo dettaglio verso i dodici anni, ma sono sempre stato informato su tutto, anche se sempre in modo graduale e rispettoso del mio sviluppo psicofisico. Tanti mi chiedono se io abbia poi saputo il motivo che ha portato alla mia malformazione intrauterina: devo confessare che, in realtà, non è una cosa a cui i miei genitori si siano particolarmente interessati, prestando, piuttosto, maggiore attenzione al modo in cui risolvere al meglio (protesi e cambio delle stesse in relazione alla crescita, stampelle) i problemi di deambulazione che ho.

In diverse parti del tuo libro, parli del fatto di essere “additato” per la tua diversità: hai mai imparato a “conviverci” o, ancora adesso, ti dà fastidio?

Fastidio no, ma mi rendevo conto di essere al centro dell’attenzione in modo particolare: sguardi, o anche situazioni spiacevoli, sono stati importanti per riflettere e capire quanto l’ignoranza sia diffusa. Mi sono reso conto che stava a me trovare le risposte, prima di pensare che fossero “gli altri” a dover cambiare.

È più difficile spiegare la tua condizione ai grandi o ai piccoli?

Da parte mia, cerco sempre di essere spontaneo. Nei bambini, prevale lo stupore iniziale, fino ad avere domande irreali, come «Dove hai lasciato la gamba?», a cui rispondo sullo stesso tono, che l’ho dimenticata a casa: per un fanciullo, il problema è risolto in questo modo, perché non parte da pregiudizi. Questi, negli adulti, sono più diffusi e richiedono più tempo per essere sconfitti.

Nato così: l’autobiografia di un ragazzo che non è speciale, è unico. Come lo è ciascuno di noi! Che messaggio hai voluto trasmettere ai tuoi lettori con la tua “opera prima”?

Complice l’esperienza con la Nazionale, sentivo la responsabilità di far conoscere la mia storia, perché mi rendevo conto dello stupore che ci attorniava. In questo modo, potevo veicolare un messaggio di speranza a tutti quelli che pensano solo a lamentarsi perché focalizzati solo sugli aspetti negativi.

Cito, da pag. 22 (Nato così), dove c’è un piccolo capolavoro di filosofia di vita che, personalmente, condivido: «L’impatto con te stesso è la tua immagine allo specchio e se non ti piace è un problema. Conosci i tuoi punti deboli, accettali e contrastali con i tuoi infiniti lati positivi e sarai invincibile. (…) Se non ci piace qualcosa di noi stessi, che sia caratteriale o fisico, dobbiamo impegnarci per modificarci puntando alla perfezione, che ovviamente non raggiungeremo mai, ma comunque ci prefissiamo il più alto degli obiettivi. alla base di tutto, dobbiamo cominciare ad accettarci a prescindere, accettare anche i difetti, perché non possiamo modificarli tutti. Puntiamo alla perfezione ma allo stesso accettiamoci per la nostra più estrema imperfezione».
Confermi questa tua “teoria” dell’amor di sé, anche nei propri limiti?

Confermo, avere una sorta di “leggerezza cosciente” aiuta a crescere, senza farsi angosce inutili.

Nel tuo libro critichi, in modo più o meno velato, il poco spazio che i media riservano a ciò che va al di là delle aspettative comuni: a tuo avviso, quale ruolo hanno (o possono avere), nella possibilità di superare i limiti (spesso culturali) che, il più delle volte, siamo noi stessi ad imporci?

Sicuramente, i media hanno grandi potenzialità. I social network (Facebook, Instagram), me ne accorgo anche a livello personale, possono aiutarti a raggiungere tante persone, ma non basta: chi è più “famoso”, ha anche maggiore responsabilità, perché ha l’opportunità di farsi ascoltare da più persone.

Tuo padre accenna ad un momento in cui sei stato preso in giro, durante giochi con coetanei. Ricordi quale fu la tua reazione, che tuo padre valutò generatrice di “rispetto, affetto e stima” nei tuoi riguardi?

Bisogna sempre partire da se stessi, la colpa non va data agli altri: devo trovare io la soluzione su me stesso. Sono sempre stato abituato così, fin da quando ero abbastanza piccolo (6-7 anni). Così, con spontaneità e sicurezza, ho sempre domandato, a fronte magari di qualche brutto atteggiamento nei miei riguardi, perché quella persona parlasse o si comportasse in quel modo. In genere, l’altro non sa rispondere, per cui rimane, in un certo senso spiazzato.

C’è una cosa strana che spicca. La normalità, anche per chi si definisce credente, è allontanarsi dopo la Cresima. Tu invece fai parte del “piccolo gregge” che ha deciso di continuare. Cosa ti ha spinto a farlo e come hai vissuto questa, di diversità, rispetto ai coetanei?

La scelta è stata quasi “obbligata”, dal momento che avevo vissuto bene il percorso precedente e che la fede, per me, è sempre stata importante (grazie anche al fatto di averla vissuta in famiglia). Ancora oggi, il mercoledì è il giorno di ritrovo del gruppo, che è per noi momento di confronto sulle cose più importanti della vita: io per primo vado anche al “muretto”, ma mi rendo conto che quello non era per me luogo di crescita. Molti dei miei coetanei non vedono di buon occhio andare in chiesa o frequentare un gruppo parrocchiale. Molto però dipende anche da come ti poni: se presenti la tua esperienza con spontaneità, coraggio ed entusiasmo, le difficoltà sicuramente si dimezzano.

Che ricordi conservi dell’esperienza di giocare una partita contro i detenuti, tra le mura del carcere di Rebibbia?

È un’esperienza unica, che ti cambia completamente la prospettiva. Esce fuori il senso di libertà vero. Prima, magari c’è la paura o il pregiudizio verso chi incontrerai (così come tanti hanno pregiudizi nei miei confronti): in entrambi i casi, successivamente, parlando insieme o giocando a pallone, ogni pregiudizio è abbattuto dal fatto che hai davanti una persona, come te.

Sei reduce dall’esperienza dell’Europeo con la Nazionale Amputati, in Turchia. Quali sono i tuoi ricordi più belli legati a questo evento?

È stata un’esperienza incredibile, diversa da tutte le altre: forse, perché è stata la prima “professionistica” (ci svegliavamo presto al mattino, giocavamo tutti i i giorni…) e tutto ciò è una bella differenza, rispetto alla mia quotidianità. Abbiamo anche raggiunto un obiettivo importante ed inatteso (il quinto posto nel ranking europeo). Il ricordo che conservo con più entusiasmo, ma anche tristezza, è la finale che si è disputata nello stadio del Besiktas: uno stadio pieno, con 40000 persone sugli spalti, per la partita Turchia – Inghilterra. C’era un’atmosfera indescrivibile: sembrava di essere alla finale di un Mondiale! Poi, era quasi come se ci fossi io in campo, nel senso che conoscevo diversi ragazzi di entrambe le squadre.
Fino all’aeroporto di Istanbul, tutti parlavano di noi, eravamo in prima pagina su giornali e tv. Non appena tornato in Italia, invece, il buio totale. Nessuno sapeva neppure che avessimo disputato un Europeo. Questo testimonia che persino nei confronti della Turchia, che giudichiamo di solito un Paese arretrato, abbiamo tanto da imparare, per quanto riguarda la visibilità degli sport paralimpici.

Hai scritto un altro libro, uscito qualche settimana fa, Vita nova, in cui hai intervistato, tra gli altri, Nino Benvenuti, Massimiliano Sechi, Francesco Acerbi, Monsignor Pompili, Alex Zanardi… per un totale di 13 interviste, in cui i prescelti raccontano di un evento che ha cambiato la loro vita: perché questo secondo libro? Cosa accomuna i personaggi che hai intervistato?

Durante la presentazione del primo libro, la mamma di un ragazzo disabile mi disse che io avrei dovuto diventare famoso, per raccontare storie di dolore a tutto il mondo, portando il tuo sorriso. Diventare famoso è una responsabilità, nei confronti di chi ti ascolta. Ho pensato che il modo migliore, dopo aver raccontato (e scoperto) me stesso, fosse quello di dar voce ad altre persone ed altre storie, che toccano tanti temi: coraggio, resilienza, senso di libertà… La resilienza è sicuramente un tema importante, perché si parla del dolore e della capacità non solo di resistere (come uno scoglio che si oppone alla forza delle onde), ma anche di piegarci, adattandoci alla situazione, per poi ritornare alla nostra forma naturale, nella consapevolezza che nessuna onda durerà per sempre. Si rinasce nuovamente, proprio a partire dagli eventi più traumatici. questo è un po’ il senso del libro.

(Fonte: https://www.sullastradadiemmaus.it/)

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Il sorriso di Gesù

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/03/2018

Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello sono una piccola comunità di consacrate, fondata a Buxeuil (in Francia) nel 1985, riconosciuta canonicamente nel 1990 ed eretta come istituto religioso di vita contemplativa dall’arcivescovo di Bourges, nel 1999.

Tale istituto religioso, (…) è stato seguito nei primi passi della propria esistenza dal celebre genetista francese, il servo di Dio Jérôme Lejeune (1926-1994), per il quale si è concluso nel 2012 il processo diocesano per la causa di beatificazione.

A vocazione contemplativa, si tratta della prima comunità in cui si offre alle giovani trisomiche (affette da sindrome di Down) la possibilità di realizzare la propria vocazione religiosa, sostenute da una minoranza di sorelle prive di tale anomalia cromosomica. Le religiose trascorrono la giornata adeguandosi al medesimo ritmo, condividendo gli impegni secondo le attitudini di ciascuna: lavori di tessitura, di filato, arazzi, scultura su legno, e così via.

Secondo le parole della superiora, la ragion d’essere di questo istituto religioso è di “consentire a quelle che si trovano ‘all’ultimo posto’ nel mondo di svolgere nella Chiesa il ruolo eccezionale di spose di Cristo, e di permettere a quelle di cui è disprezzata l’esistenza – al punto da essere in pericolo a causa della cultura della morte– di testimoniare attraverso la loro consacrazione il Vangelo della Vita”.

Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello seguono la “piccola via” di santa Teresa del Bambino Gesù (1873-1897), con un marcato influsso tratto dalla Regola e dal carisma benedettino, particolarmente nel connubio dell’ora et labora.

La loro vita semplice è costituita di preghiera, lavoro e sacrificio. Insieme, le sorelle insegnano alle piccole sorelle portatrici di handicap i compiti manuali necessari al loro sviluppo, uniti all’adorazione eucaristica, all’Ufficio e alla recita del Rosario, con il loro proprio ritmo e secondo le loro capacità. Ogni giorno partecipano alla Messa e ricevono l’eucaristia, vivendo nel silenzio e nella preghiera e meditando la Sacra Scrittura.

Le Piccole Sorelle Discepole dell’Agnello ricevono fra loro le giovani ragazze toccate dallo spirito di povertà e devozione, pronte a offrire in sacrificio tutta la loro esistenza al servizio di Cristo nella persona delle loro sorelle trisomiche.

Fra le religiose che hanno fatto parte della comunità, merita una menzione particolare Sr. Rose Claire Lyon (1986-2013) – nota come “Sorriso di Gesù” –, giovane consacrata formatasi alla scuola di santa Teresina, che lei chiamava “la mia sorella maggiore”, che diceva di sé stessa di non volere essere “una santa notoria o visibile, una santa da calendario, ma una santa secondo il cuore di Gesù, dolce e umile”.

Scomparsa alla giovane età di 26 anni, “il messaggio di suor Rose Claire – secondo le parole di Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia di Fontgombault, pronunciate l’8 maggio 2013, durante le esequie della religiosa – è rinchiuso in una parola; e questo messaggio è: Gesù”.

Invitiamo i lettori a vedere (di seguito) un estratto del documentario Les yeux tournés vers l’aube, con la partecipazione delle religiose agli uffici monastici e un’intervista a Don Antoine Forgeot O.S.B., Padre Abate emerito di Fontgombault.

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(Fonte: http://romualdica.blogspot.it)

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«Ma voi avete capito cosa finisce nel bidone delle garze sporche? O a pezzi nel bidone dell’aspiratore?»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/06/2017

«Era così giusto. Un diritto, che nessuna donna si tenesse nella pancia un figlio che non voleva. Anche io tifavo per la Bonino. E poi: tutte le donne morte di conseguenza dell’aborto. Che erano così tante. Bizzarro che in anni di pronto soccorso non ne avessi mai incontrata nemmeno una. Ma proprio nemmeno una. Se i numeri del partito radicale erano quelli che erano avremmo dovuto vederne nei nostri pronto soccorso almeno una al giorno e tre complicazioni, almeno. E invece nulla. Che quei numeri fossero orrendamente gonfiati?

Ma no. Era un caso. Noi non ne avevamo mai vista una per puro caso. Il fatto è che dato che l’aborto era vietato, la gente non lo faceva, lo percepiva come una barbarie. I mariti non spingevano le mogli all’aborto. Poi è diventato una cosa normale. E’ normale chiedersi “lo tengo o no?”.

Quando l’aborto fu legalizzato a me era sembrata una straordinaria vittoria.

Mia madre allora decise di raccontarmi una storia, la mia.

Quando scoprì di essere incinta di me, per lei e mio padre, fu una notizia terribile. La situazione economica era un disastro, non c’era posto per un altro bambino. Solo due mesi dopo si erano già abituati all’idea e quando la mamma ebbe minacce di aborto spesero tutti i pochi soldi che avevano perché le cure le permettessero di tenere quella stessa creatura che due mesi prima avevano avuto l’impressione di non volere. Se l’aborto fosse stato permesso e facile negli anni 50, io forse non esisterei.

Poi finalmente è arrivato il 1986: sono partita a fare il medico in Etiopia, e in quei paesi bisogna essere capaci di fare un po’ di tutto, e quindi prima di partire ho chiesto ai colleghi della ginecologia di frequentare per qualche ora il loro reparto.

Ho assistito a un paio di parti, aiutato un paio di cesarei (un’emozione indescrivibile), fortunatamente la manualità è la stessa delle chirurgia, e quindi il passaggio da una specialità all’altra è molto facile.

Dato che un medico deve saper fare anche i raschiamenti, indispensabili in caso di aborto spontaneo, e necessità di revisione della cavità uterina, ho assistito anche all’aborto e ne ho fatto uno.

Bene, è tutto qui. Aborto è una parola. Un ammasso di sillabe. Diritto. Autodeterminazione.

In nome di Dio, sono tutte sillabe.

Ma voi avete capito cosa finisce nel bidone delle garze sporche? O a pezzi nel bidone dell’aspiratore?

Quello che la signora Bonino aspirava con la sua pompa era una creatura viva con un cuore che batteva, che viene smembrata e aspirata a pezzi.

Quello che io ho buttato nel bidone delle garze sporche era un bimbo con gambe e braccia, e una testa e un cuoricino che avrebbe continuato a battere, se io non lo avessi fermato.

Forse è giusto che una donna decida del suo corpo, ma deve essere altrettanto sacrosanto che la società le chieda di non farlo.

Questa sola frase “Signora, ci ha pensato bene? Questo è il suo bambino!” mi ha permesso di fermare decine di donne.

Tutte mi hanno ringraziato. Il maledetto consenso informato che si firma per abortire non contiene la verità.

Non c’è scritto “Lei potrebbe rimpiangerlo. E quando lo rimpiangerà sarà troppo tardi, sarà troppo tardi, questo era il suo bambino unico e irripetibile e invece di proteggerlo lei lo ha ucciso”.

Il consenso informato non dice nulla della depressione post aborto (ma guarda un po’) dell’aumento del rischio di sterilità.

Perché l’aborto è sotto censura?

Perché siamo bersagliati dalle immagini degli animali scuoiati per le pellicce, o della macellazione, ed è sotto censura l’immagine del feto ucciso, con le sue manine chiuse a pugnetto, e il suo cuoricino che stupidamente batte perché il piccolo idiota non ha capito che è spazzatura, che il suo ruolo è di riempire il bidone della spazzatura con le garze sporche.

È stato abortito per un sospetto di un difetto esofageo (che non c’era) un feto che è nato vivo , di quasi sei mesi ed ha impiegato 10 ore a morire di disidratazione, una morte atroce.

Pare che il piccolo idiota si sia permesso anche di piangere alla sua nascita, un lamento flebile e atroce che risuona normalmente nelle cliniche USA dove si abortisce fino al nono mese. Pensate, il piccolo idiota ha pianto, non ha capito che la VOLONTÀ della proprietaria dell’utero era di non metterlo al mondo e questa volontà è tutto.

Nessuno si faccia illusioni.

L’aborto è un suicidio differito, una donna normale il suo bambino lo mette al mondo, una donna che si odia lo uccide. E il rimpianto arriva. Io passo il mio tempo [la De Mari è anche psicoterapeuta, ndR]ad ascoltare il dolore del rimpianto, queste voci di donne, che nessuno consola, perché non è consolabile».

Tratto dall’account Facebook della Dottoressa Silvana De Mari

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La storia di Emilia che non abortì

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/02/2017

emilia_01

“Lei deve abortire signora. Non ha nessuna alternativa purtroppo.”

emilia_02Queste furono le durissime parole dei medici per la terza gravidanza di Emilia che sbiancò e si appoggiò al braccio del marito.
Continuarono: “È malata ai reni e il suo cuore è appeso ad un filo… rischiate di morire entrambi. Nelle sue condizioni non riuscirà a portare a termine la gravidanza, il suo bambino, per il quale vuole sacrificare la sua vita, morirà“.

La salute di Emilia cominciò a vacillare sin dalla seconda gravidanza; era soggetta a fortissimi mal di schiena che la costringevano a letto per giorni interi. I medici dicevano che aveva i reni compromessi.

Emilia non prese in considerazione l’idea dell’aborto nemmeno un attimo. Sì affidò a Dio.

emilia_03Quel bambino nacque il 18 maggio 1920 in Polonia col nome di Karol Josef Wojtyla.

Emilia visse ancora per nove anni sopportando il dolore con fede, col sorriso, senza parlare mai dei suoi disturbi.

Il resto della storia lo conosciamo.

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“Vorrei solo dire a tutte quelle mamme che si trovano in difficoltà di non arrendersi mai e di chiedere, chiedere aiuto perché c’è. Io l’ho trovato”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/04/2016

Segretariato_01

Ho avuto il primo figlio molto giovane, in un’età dove tutto sembra possibile e a portata di mano e la morte è un pensiero che non ti sfiora, perché hai voglia di vivere.

Per me era dietro l’angolo. Il mio ragazzo è morto in un incidente d’auto e non avrebbe mai conosciuto suo figlio.

Dopo, ho attraversato anni bui in cui ho trovato la forza di andare avanti solo grazie a mio figlio. Per molto tempo mi è bastato solo lui, poi ho cominciato a sentire di più la solitudine, a desiderare di avere di nuovo accanto un uomo.

La mia vita è tornata a essere serena dopo aver conosciuto Davide. Anche lui, con le sue ferite ancora aperte, ci siamo aiutati e abbiamo ricominciato insieme.

Una famiglia finalmente: il mio sogno e di mio figlio. Il passato ormai era alle spalle e cercavo di fare il meglio per essere felici.

Il lavoro però era la nostra preoccupazione. Lui faceva l’operaio senza un contratto regolare, sempre con la paura che lo mandassero via. Io lavoravo ogni tanto facendo quello che capitava.

Un giorno mi accorsi di essere incinta. Non fu un “lieto evento” e non perché non desiderassi avere un figlio. Lui non voleva il bambino, perché non c’erano abbastanza soldi per mantenerlo. Temevo di perdere il mio uomo e per debolezza alla fine ho fatto l’aborto per paura di restare da sola con due figli.

Una ferita profonda, che mi ha fatto stare tanto male, e che ha permesso anche al mio compagno di capire la gravità del gesto.

Mi accorsi di aspettare un nuovo bambino. Quanto timore ho avuto nel dirglielo! Ma stavolta è stato più accogliente, felice.

La situazione certo era migliorata, perché io lavoravo in modo più regolare. Questa felicità però è durata poco. Dopo qualche settimana lui perse il lavoro.

Segretariato_02Ricordo ancora la sua espressione quando tornato a casa ha dovuto dirmelo: “E adesso che facciamo?”. Io ero rimasta senza parole, preoccupata di tutta la situazione e di quel bambino che aspettavo.

Non potevamo andare avanti solo col mio lavoro, non bastava. Lui non mi disse nulla ma tornò lo spettro dell’aborto.

Quante chiamate ad amici e conoscenti per cercare lavoro! Ma nessuna risposta sicura: “Ti faccio sapere…”, “Adesso vediamo”. E intanto a fine mese per pagare l’affitto avevamo dovuto vendere alcune cose d’oro.

Una sera poi mi ha chiesto di abortire.

Non volevo però ripetere quella brutta esperienza.

Gli chiesi ancora tempo: “Voglio cercare aiuto e se lo trovo lo teniamo vero?”. Lui acconsentì.

Ho passato la sera si internet poi ho trovato l’indirizzo e il telefono di un centro di aiuto alla maternità difficile, il Segretariato Sociale per la Vita.

Chiamai il giorno dopo e a un’operatrice spiegai che ero incinta e in difficoltà economica, ma che non volevo abortire. Mi tranquillizzò e mi disse che c’erano aiuti anche economici del Progetto Gemma, così avremmo potuto affrontare le spese per nostro figlio per 18 mesi.

Mi informarono anche di aiuti previsti dallo Stato e che avrei potuto richiedere all anascita del bambino. Mi invitarono a recarmi al centro. Accettai con grossa speranza.

Camilla grazie al loro aiuto è nata.

Vorrei solo dire a tutte quelle mamme che si trovano in difficoltà di non arrendersi mai e di chiedere, chiedere aiuto perché c’è. Io l’ho trovato.

[Fonte: rivista “Acqua&Sapone”, Novembre 2015, pag. 137, Storie di mamme]

Qua —> http://www.segretariatoperlavita.it/page/testimonianze.php più testimonianze di donne aiutate a evitare l’aborto.

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Non vedi alternative all’aborto? Al C.A.V. ce ne sono

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 11/10/2015

CAV_01Entrano insieme, giovanissimi, lei con il viso pulito, semplice, un vestitino leggero, nascosta dietro di lui. Una cosa non si riesce a coprire: un pancione in cui da 7 mesi c’è un bambino. Sono Irina e Dimitri (nomi di fantasia), 18 anni lei, 19 lui, vengono dalla Moldavia. Lei non parla l’italiano, non ha documenti, soprattutto è lontana dalla famiglia, con un figlio in arrivo. Lui racconta che qui non hanno nessuno, che la sua fidanzata non è riuscita a farsi fare nemmeno un’ecografia, tantomeno altre visite specialistiche per la gravidanza (non sanno neanche quali siano…). Alla Asl sono stati chiari: senza documenti non possono fare nulla. È per questo che sono arrivati qui, al Cav (Centro assistenza alla vita), dove i volontari cercano di sostenere famiglie e ragazze madri. Persone che non riescono a vedere alternative all’interruzione della gravidanza trovano una mano tesa pronta a far loro considerare altre possibilità.

CAV_02I due fidanzati hanno già deciso di tenere il bambino e di sposarsi appena nascerà. Ma hanno bisogno di aiuto. “Sono molte le coppie che arrivano da noi in queste condizioni – spiega Francesca, responsabile del Cav Ardeatino che si appoggia alla parrocchia di S.Giovanna Antida, a Roma – per questo siamo riusciti a procurarci una macchina per le ecografie. Così insieme a dottori volontari riusciamo a dare anche un minimo di sostegno medico a chi ne ha bisogno”.

I Centri di aiuto alla Vita sono associazioni di volontari, apartitiche, di ispirazione cattolica, considerati come il braccio operativo del Movimento per la Vita. L’obiettivo è quello di aiutare le donne alle prese con una gravidanza difficile o indesiderata, oltre che sostenere giovani madri prive di mezzi o sprovviste delle capacità necessarie per fornire le cure al figlio, in modo da scongiurare l’aborto.

CAV_03Le storie che si possono ascoltare in questo centro sono davvero delle più diverse. Come quella di Celestine, dello Zimbawe, ormai a Roma da 15 anni. “Poco dopo essermi sposata sono rimasta subito incinta. Io e mio marito eravamo felicissimi, lui ha un lavoro, ce la potevamo fare”. Ma quando il piccolo ha due mesi scopre di essere di nuovo in dolce attesa. “Mi è crollata la terra sotto i piedi! Come avrei potuto fare con due bambini così piccoli? Ci sarebbero bastati i soldi? Cosa avrebbero pensato le persone intorno a noi? Non sapevo come dirlo a mio marito… I miei genitori ancora non sanno della mia gravidanza!”. Tramite un’amica è venuta a conoscenza del Cav, che le ha fornito sostegno psicologico per farle accettare il bambino come un dono, perché “un figlio lo è sempre”, dice lei. Uno schiaffo alla cultura dell’egoismo che sembra dominare la nostra società.

Francesca ci dice che spesso diventare madre non è solo un problema economico o sociale per le donne, a volte “hanno bisogno di sentire che hanno qualcuno vicino, che possono essere sostenute”. Mentre ci parla arriva una telefonata: è una ragazza che chiede aiuto, perché tutti intorno a lei, famiglia, ragazzo, amici, le fanno pressioni per farle interrompere la gravidanza. Ipotesi che lei non vuole considerare. Così fissano un primo appuntamento in cui cominceranno a darle il sostegno necessario. “E’ giusto che ogni donna possa esprimere liberamente la propria vocazione alla maternità – commenta Francesca – non è giusto che debba vivere l’esperienza traumatica dell’aborto, soprattutto contro la sua volontà”.

CAV_04Alle spalle dei Cav, diffusi su tutto il territorio nazionale, non ci sono interessi economici, lobby o partiti, c’è solo la volontà di sostenere la Vita; quella del nascituro, della mamma e anche quella di chi ha bisogno di riprendersi dalle gravi conseguenze dell’aborto. Per realizzare tutto ciò è necessaria la collaborazione di tutti, dai benefattori anonimi, che donano denaro, alimenti e corredini per i bimbi, ai medici, gli psichiatri e gli psicologici. Tutti pronti a mettersi a disposizione senza chiedere nulla in cambio. Se non il sorriso di una madre e della sua creatura, felici di non aver ceduto alla tentazione della morte.

(Fonte: http://www.interris.it)

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Gravidanza inattesa? Non sei sola, chiama il CAV…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 15/08/2015

CAV_01Entrano insieme, giovanissimi, lei con il viso pulito, semplice, un vestitino leggero, nascosta dietro di lui. Una cosa non si riesce a coprire: un pancione in cui da 7 mesi c’è un bambino. Sono Irina e Dimitri (nomi di fantasia), 18 anni lei, 19 lui, vengono dalla Moldavia. Lei non parla l’italiano, non ha documenti, soprattutto è lontana dalla famiglia, con un figlio in arrivo. Lui racconta che qui non hanno nessuno, che la sua fidanzata non è riuscita a farsi fare nemmeno un’ecografia, tantomeno altre visite specialistiche per la gravidanza (non sanno neanche quali siano…).

Alla Asl sono stati chiari: senza documenti non possono fare nulla. È per questo che sono arrivati qui, al Cav (Centro assistenza alla vita), dove i volontari cercano di sostenere famiglie e ragazze madri. Persone che non riescono a vedere alternative all’interruzione della gravidanza trovano una mano tesa pronta a far loro considerare altre possibilità.

CAV_02I due fidanzati hanno già deciso di tenere il bambino e di sposarsi appena nascerà. Ma hanno bisogno di aiuto. “Sono molte le coppie che arrivano da noi in queste condizioni – spiega Francesca, responsabile del Cav Ardeatino che si appoggia alla parrocchia di S.Giovanna Antida, a Roma – per questo siamo riusciti a procurarci una macchina per le ecografie. Così insieme a dottori volontari riusciamo a dare anche un minimo di sostegno medico a chi ne ha bisogno”.

I Centri di aiuto alla Vita sono associazioni di volontari, apartitiche, di ispirazione cattolica, considerati come il braccio operativo del Movimento per la Vita. L’obiettivo è quello di aiutare le donne alle prese con una gravidanza difficile o indesiderata, oltre che sostenere giovani madri prive di mezzi o sprovviste delle capacità necessarie per fornire le cure al figlio, in modo da scongiurare l’aborto.

Le storie che si possono ascoltare in questo centro sono davvero delle più diverse. Come quella di Celestine, dello Zimbawe, ormai a Roma da 15 anni. “Poco dopo essermi sposata sono rimasta subito incinta. Io e mio marito eravamo felicissimi, lui ha un lavoro, ce la potevamo fare”. Ma quando il piccolo ha due mesi scopre di essere di nuovo in dolce attesa. “Mi è crollata la terra sotto i piedi! Come avrei potuto fare con due bambini così piccoli? Ci sarebbero bastati i soldi? Cosa avrebbero pensato le persone intorno a noi? Non sapevo come dirlo a mio marito… I miei genitori ancora non sanno della mia gravidanza!”. Tramite un’amica è venuta a conoscenza del Cav, che le ha fornito sostegno psicologico per farle accettare il bambino come un dono, perché “un figlio lo è sempre”, dice lei. Uno schiaffo alla cultura dell’egoismo che sembra dominare la nostra società.

CAV_03Francesca ci dice che spesso diventare madre non è solo un problema economico o sociale per le donne, a volte “hanno bisogno di sentire che hanno qualcuno vicino, che possono essere sostenute”. Mentre ci parla arriva una telefonata: è una ragazza che chiede aiuto, perché tutti intorno a lei, famiglia, ragazzo, amici, le fanno pressioni per farle interrompere la gravidanza. Ipotesi che lei non vuole considerare. Così fissano un primo appuntamento in cui cominceranno a darle il sostegno necessario. “E’ giusto che ogni donna possa esprimere liberamente la propria vocazione alla maternità – commenta Francesca – non è giusto che debba vivere l’esperienza traumatica dell’aborto, soprattutto contro la sua volontà”.

Alle spalle dei Cav, diffusi su tutto il territorio nazionale, non ci sono interessi economici, lobby o partiti, c’è solo la volontà di sostenere la Vita; quella del nascituro, della mamma e anche quella di chi ha bisogno di riprendersi dalle gravi conseguenze dell’aborto. Per realizzare tutto ciò è necessaria la collaborazione di tutti, dai benefattori anonimi, che donano denaro, alimenti e corredini per i bimbi, ai medici, gli psichiatri e gli psicologici. Tutti pronti a mettersi a disposizione senza chiedere nulla in cambio. Se non il sorriso di una madre e della sua creatura, felici di non aver ceduto alla tentazione della morte.

[Fonte: http://www.interris.it/ – Titolo originale: “I nemici dell’aborto”]

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“Lui immaginava altro e chi sono io per dire di no a Dio?”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/07/2015

Ricordate Cristina Acquistapace?

Nel 2009 ospite di “A sua immagine” spiazzava tutti con la frase: “Mamma, io sono fortunata ad essere nata nel ’72 perché se nascevo oggi l’amniocentesi mi fregava”.

Ne parlavamo anche qua, quando raccontavamo la sua storia di consacrata speciale con un’ala in più.

Cristina continua a spiazzarci con le sue frasi semplici e sapienti durante la sua partecipazione a Beati Voi.

 

Perché i puri di cuore vedranno Dio? – “Perché non avendo cattiveria nel loro cuore sono incapaci di vedere la cattiveria negli altri.”

Lui immaginava altro e chi sono io per dire di no a Dio?

L’uomo guarda l’apparenza, Dio guarda il cuore…”

Ed ora, le beatitudini di Cristina Acquistapace.

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“Sono la madre di 18.000 bambini destinati a morire”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/07/2014

La storia di Paola Bonzi

“Io non ho la ricetta in tasca, io ascolto.”

“Il colloquio è veramente il perno di tutto il nostro lavoro, la cosa attorno cui tutto gira”

“Le persone che chiedono di abortire sono soprattutto donne con gravi problemi e difficoltà di tipo economico e si rivolgono a noi pensando di ricevere un aiuto, in fondo in fondo sperando che qualcuno dica loro fèrmati”

“Si può imparare a diventare madri, e questo, in fondo, è il nostro lavoro”

“La vita non è solo dei cattolici, la vita è senza aggettivi, la vita è vita tout-court”

Per un aiuto rivolgiti senza timore al

CAV – CENTRO AIUTO ALLA VITA

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Per il CAV della tua città contatta i CAV di Roma e Milano chiedendo informazioni oppure digita su Google:

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