FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Posts Tagged ‘malattia e santità’

«Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/12/2019

“In fondo – come ho detto con mio fratello ieri sera – noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.

Con queste parole Gianluca sintetizza l’estrema maturazione che ha vissuto nel corso di due anni di malattia, di una terribile malattia che non perdona, un osteosarcoma.

Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Durante la malattia l’incontro con Gesù, Gian si rivede in Cristo, diventa l’alter Christus Patiens, è la vita che si manifesta nella sua pienezza proprio quando sta per finire. Tramite amici comuni incontra don Marco D’Agostino, con lui parla del Signore, diventa lampada per quel sacerdote da 20 anni, che si converte dinanzi a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. E con don Marco scrive un libro, il suo libro, la sua vita in poche pagine, in un alfabeto, è così che Gian si presenta al mondo proprio quando parte per giungere al Cielo.

Lasciamo parlare don Marco:

“Comincerò dalla “A” di accoglienza. La mia storia con Gian è iniziata così. Preoccupato di che cosa dovevo dirgli, di come presentarmi a lui, dopo che aveva chiesto di vedermi, di quanto fermarmi in casa con lui, sono uscito lavato e purificato dalla sua stessa presenza. Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplciità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza. Gian è stato capace – settimana per settimana – di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore. E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare.

Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata. Anche il peggio. Ha deposto la sua vita in mani, cuori, presenze accoglienti. I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri.

Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.
Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

Lui è stato accogliente, anche verso questa “sorella” così scomoda. Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. In questo grado d’intimità interiore – è la prima volta che uso questo termine – ha fatto scaturire, da lui e da me/noi, sentimenti e pensieri che spingono ad una conversione all’accoglienza della vita stessa, qualunque essa sia, perché è dono, di Dio e dei nostri genitori.

Nella vicenda di Gian ho, poi sperimentato pià volte la “E” di essenza. Lui, spogliandosi, giorno dopo giorno, apparendo in tutta la sua fragilità e dolore, ha raggiunto il centro, il succo della vita umana e cristiana. La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento. Gian ha saputo essere un atleta della vita.

Scrivendo a Papa Francesco – lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicemebre 2014 – aveva detto che era in ospadale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra. E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente. Perché Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa.

Il miracolo degli ultimi mesi della sua malattia non è stato quello della guarigione. Forse questo sarebbe stato più eclatante. La notizia della sua vicenda – che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità – ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale. Il miacolo vero è stato, per Gian, comprendere il “perché” di quella condizione così umanamente sfavorevole per lui e per la sua famiglia e leggerla con gli occhi della fede. Bisognoso di tutto, da un punto di vista fisico – e infermieri e volontari sanno con esattezza quanto bene ha fatto a ciascuno di loro l’incontro con Gian! – da un punto di vista spirituale risplendeva da dentro.

Quegli occhi “accesi” erano veramente la sua luce. Segni di una Presenza che sapeva illuminare anche la croce, perché già sperimentata al Calvario, duemila anni fa. Debole e fragile intuiva che quel peso, sulle sue giovani spalle, l’avrebbe potuto sopportare solmente con una medicina che non poteva essere quella prescritta dall’ospedale.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro. Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia – non saprei diversamente come chiamarla – di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava. Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di belleza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini” (don Marco D’Agostino in: La Croce Quotidiano).

Gian muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore. Nell’introduzione al suo libro scrive: “In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici”, ed è proprio così.

L’esperienza di questo giovane, rubato alla terra per rendere il Cielo ancor più bello di quello che è, non è stata una meteora in una fredda notte di fine gennaio, la sua luce continua ad illuminare chiunque lo incontra nelle parole del libro, nella voce dei suoi amici, nella testimonianza di don Marco, nell’amore dei suoi genitori e di suo fratello.

Gian vive oggi più di prima, il suo nome, i suoi occhi pieni della vera Gioia, il suo sorriso contagioso ha varcato le soglie della sua casa di Sospiro per raggiungere tanti ragazzi e ragazze come lui, ma anche tanti adulti, che conoscendolo si innamorano della splendida, semplice bellezza del suo cuore. Gian, per un caso del destino, è divenuto come un sospiro, come quella “brezza di vento leggero” che, dopo la tempesta, è segno della presenza di Dio.

Io l’ho incontrato per caso, un volto sulla copertina di un libro, e siamo diventati subito amici, ora sta sempre accanto a me, lo guardo, lo prego, lo sento vicino, compagno nel mio cammino verso il Signore. La breve vita di Gian è stata come un sorriso, dura poco ma riempie il cuore di gioia, Gian è il sorriso di Dio all’umanità afflitta, se riusciamo ad entrare in quel sorriso possiamo scoprire il segreto della felicità.

Gian, amico mio, amico nostro, prega per noi.

Per approfondire:

Gianluca Firetti e don Marco D’Agostino, Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015.

Don Marco D’Agostino, Gianluca Firetti. Santo della porta accanto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

(Fonte: fonte: giovanisanti.wordpress.com)

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Vi presento David, e la sua testimonianza forte e vera, da ascoltare parola per parola…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/07/2017

«Per me scoprire all’età di sedici anni di avere un cancro è stato abbastanza duro, ma il Signore non mi ha mai abbandonato in questo.»

Vi presento David, e la sua testimonianza forte e vera, da ascoltare parola per parola, fino all’ultima…


 

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“Una candela che si consuma per dare agli altri la luce”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/03/2017

«Mi chiamo Solidoro Mirella, ho 18 anni, ma ne dimostro 9.

Da tre anni ho subito un intervento alla testa che mi ha rovinato la vista. Ora sto sempre a letto e vivo con la fede in Dio che è diventata l’ unica ragione della mia vita.

I miei giorni li trascorro tutti uguali, uno dopo l’altro, come gli anelli di un Rosario.

All’età di 9 anni il Signore mi ha affidato una missione particolare: quella della sofferenza e del dolore. Le sofferenze aumentavano giorno dopo giorno e i miei genitori cercavano di porre rimedio a tanto soffrire, ma nessuno mi ha capito. Cercai di trovare la consolazione nel Signore, che diventò per me il mio Padre fedele, il mio Consolatore, che mi diede la forza di affrontare meravigliosamente i miei piccoli doveri, la scuola, lo studio.

All’età di 14 anni, il 28 /9/1979, mi fu fatto l’intervento dal quale ne uscii non vedente. Ma fu in quel buio che incominciai a vedere; non era la luce del mondo ma quella di Dio. Fu per me quella la chiamata decisiva alla Croce.

In un primo momento mi sentii come un uccello al quale il Signore aveva tagliato le ali, ma poi capii che il Signore mi stava dando le più grandi ali per volare nel suo nuovo orizzonte. Dopo di che mi addormentai in un lungo sonno, che durò tre anni.

Mi svegliai da questo sonno il 2/5/1982, mi sentii come una bambina appena nata. Il Signore mi chiamò alla vita per la seconda volta, in un nuovo modo e in un nuovo mondo. Confesso che quando mi accorsi che tutti quei progetti che io ritenevo giusti (in quanto mi volevo consacrare al Signore, giacché sin da bambina il mio desiderio era di diventare suora) andarono in fumo, fui assalita da un po’ di amarezza, ma poi il Signore mi aiutò ad apprezzare e stimare la Croce e capii che quello era per me il più bel regalo che il Signore mi potesse fare.

Accettai il dolore e lo amai tanto da desiderarlo, capii che il Signore aveva bisogno di anime disposte ad immolarsi per la salvezza dell’umanità.

Gli anni passarono velocemente ed oggi mi trovo qui nelle quattro mura della mia stanza che è diventata il mio campo di missione, e in un letto che è divenuto la mia dimora, con il desiderio di imitare Cristo ed essere una candela che si consuma per dare agli altri la luce.»

[Testimonianza dettata da Mirella nel 1987 e incisa su musicassetta, tratta dal sito ufficiale www.mirellasolidoro.it]

Questa ragazza nata a Taurisano in provincia di Lecce il 13 luglio 1964 era affetta da “Disgerminoma ipotalamico” che le indusse a vivere un calvario accettato con pace e serenità eroiche.

Intorno al letto di Mirella si riuniscono tante persone provenienti da Taurisano, dalla provincia di Lecce, dalla provincia dell’Aquila e da tante zone dell’Italia Meridionale. Insieme con lei la gente prega, a lei le persone si rivolgono per avere conforto nelle difficoltà.

Molti affermano di aver ricevuto favori particolari e guarigioni, grazie alla preghiera di Mirella.

Intanto, ella vive una devozione incondizionata al Santissimo Crocefisso. A volte, quando il dolore si allevia, si fa accompagnare al Santuario del Santissimo Crocefisso in Galatone, cittadina distante da Taurisano una ventina di chilometri.

Nutre una profonda devozione alla Madonna, tant’ è che la corona del rosario è sempre tra le sue mani scarnite, mentre compone numerose preghiere, poesie e pensieri dedicati al Signore e alla Beata Vergine Maria.

Pane quotidiano si fa l’Eucaristia che ella riceve quasi ogni giorno con immensa devozione. Il suo volto si illumina quando può incontrare Gesù nel segno del pane. Per lei, costretta a digiunare perché il suo stato di salute non le permette di deglutire, l’Eucaristia rappresenta in diverse riprese, il suo unico nutrimento.

Ascolta i Salmi che diventano nutrimento per la sua preghiera personale e per la preghiera in gruppo.

Il Vangelo, poi, è l’olio per la sua lampada, per la sua fede. Ritiene a memoria le parole e i consigli del Signore e spesso, durante le conversazioni, cita le parole di Gesù e invita la gente a mettere in pratica tutto.

(…)

Col passare del tempo, non è difficile per Mirella continuare a riunire intorno a sé un piccolo cenacolo di preghiera. Chiunque le si accosti, ne resta colpito tornando a casa rinnovato.

(…)

[Arriva il momento in cui Mirella] deve trasferirsi, insieme con tutta la famiglia nel garage del fratello Antonio, adattato per l’occasione in appartamento.

Passano alcuni anni nella nuova abitazione. Un ulteriore aggravarsi del male, la sottopone a ripetuti accertamenti clinici. Ai dolori agli arti, alle piaghe di decubito, ai sempre più intensi mal di testa, si aggiungono insopportabili, quelli dei denti e ulcere alla bocca. Infine, nonostante le precarie condizioni di salute, dopo tanto temporeggiare, giunge il tempo di un nuovo intervento chirurgico alla testa. Come sempre
Mirella accetta, anzi ama la crocifiggente volontà del Signore.

Nei primi giorni di settembre del 1997, viene ricoverata a Lecce e sottoposta ad un difficile intervento alla testa e, contemporaneamente, all’estrazione di sei denti e ad un’operazione per le ulcere alla lingua. La madre racconta il desiderio espresso da Mirella: non vuole che le vengano somministrati calmanti per lenire il dolore, intendendo offrire queste sofferenze per la salvezza delle anime.

Nel 1999 viene ricoverata nuovamente presso ospedale di Tricase il 27 settembre 1999. Sta molto male; cosciente, risponde a stento.

Quattro giorni dopo entra in un coma irreversibile e, dopo un rapido aggravarsi delle condizioni generali di salute, Mirella conclude serenamente la sua vita terrena. È il 4 ottobre 1999.

Per conoscere meglio la storia di Mirella – vissuta nel “desiderio di imitare Cristo ed essere una candela che si consuma per dare agli altri la luce” – consiglio di consultare il sito www.mirellasolidoro.it

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