FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Posts Tagged ‘martiri cristiani’

Akash, il ventenne che ha dato la vita per fermare il kamikaze

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/08/2021

La vita di Akash Bashir è sorprendentemente ordinaria. Un alunno salesiano, un giovane cattolico nato in una famiglia umile, ma con una fede profonda e sincera. Ha studiato in uno dei nostri istituti in Pakistan, nella città di Lahore, nel quartiere cristiano di Youhanabad.

Akash Bashir vive la sua vita normalmente come qualsiasi altro giovane di questo mondo, tra la sua famiglia, gli amici, la scuola, il lavoro, lo sport, la preghiera. Certo, in un paese come il Pakistan, in cui prevale una fede musulmana conservatrice, essere un giovane cattolico non è cosa da poco. Qui la fede non è solo un titolo o una tradizione familiare, è un’identità.

Il semplice ma significativo filo conduttore che ha reso diversa la sua esistenza è stato il “servizio”. Ogni momento della vita di Akash è stato un atto di servizio, ed è morto servendo la comunità del suo quartiere, è morto servendo fino a dare la sua stessa vita.

Il 15 marzo 2015, mentre si stava celebrando la Santa Messa nella parrocchia di San Giovanni, il gruppo di guardie di sicurezza composto da giovani volontari, di cui Akash Bashir faceva parte, sorvegliava fedelmente l’ingresso. Quel giorno accadde qualcosa di insolito. Akash notò che una persona con dell’esplosivo sotto i vestiti stava cercando di entrare in chiesa per farsi esplodere all’interno; lo trattenne, gli parlò e gli impedì di continuare, ma rendendosi conto che non poteva fermarlo lo abbracciò strettamente dicendo: “Morirò, ma non ti farò entrare in chiesa”. Così il giovane e il kamikaze morirono insieme. Il nostro giovane offrì la sua vita salvando quella di centinaia di persone, ragazzi, ragazze, mamme, adolescenti e uomini adulti che stavano pregando in quel momento dentro la Chiesa.

Akash aveva 20 anni.

Questo fatto ha lasciato una profonda impressione in noi come salesiani e famiglia salesiana e naturalmente non possiamo e non vogliamo perdere il ricordo del giovane Akash. La sua vita semplice e normale fu senza dubbio un esempio molto significativo e importante per i giovani cristiani di Lahore, di tutto il Pakistan e del mondo salesiano.

La sua mamma ha detto: “Akash faceva parte del mio cuore. Ma la nostra felicità è più grande del nostro dolore, perché non è morto per tossicodipendenza o per un incidente. Era un giovane semplice che è morto sulla strada del Signore, salvando il sacerdote e i parrocchiani. Akash è già il nostro santo”.

Oggi, è il fratello minore di Akash, Arsalan, che aiuta la squadra di sicurezza della Chiesa. “Non l’abbiamo fermato perché non vogliamo impedire ai nostri figli di servire la Chiesa” dice la mamma.

Giovani martiri di oggi

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» ha detto Gesù.

Akash Bashir ne è l’esempio vivente. È un esempio di santità per ogni cristiano, un esempio per tutti i giovani cristiani del mondo. Essere santo oggi è possibile!  Ed è senza dubbio il segno carismatico più evidente del sistema educativo salesiano. Ogni studente dei nostri istituti sa che per raggiungere la santità è necessario trovare la felicità amando profondamente Dio e le persone care; prendersi cura e badare a coloro che conosciamo appena; essere responsabili nei doveri ordinari, servire e pregare.

Ma in modo particolare Akash rappresenta i giovani cristiani pakistani, rappresenta le minoranze religiose. Akash Bashir è la bandiera, il segno, la voce di tanti cristiani che vengono attaccati, perseguitati, umiliati e martirizzati nei paesi non cattolici. Akash è la voce di tanti giovani coraggiosi che riescono a dare la loro vita per la fede nonostante le difficoltà della vita, la povertà, l’estremismo religioso, l’indifferenza, la disuguaglianza sociale, la discriminazione.

Con lo spirito di altri giovani santi o beati, come San Domenico Savio (+1857), Santa Maria Goretti (+1902), il Beato Pier Giorgio Frassati (+1925), il giovane santo José Sanchez del Rio (+1928) o il giovane beatificato recentemente Carlo Acutis (+2006).

La vita di Akash è la forte testimonianza della Chiesa cattolica di oggi che ci ricorda le prime comunità cristiane del passato, che vivevano immerse in culture e filosofie opposte alla fede di Gesù. Anche quelle comunità negli Atti degli Apostoli erano una minoranza, ma con una fede incommensurabile in Dio. La vita e il martirio di questo giovane pakistano, di soli 20 anni, ci fa riconoscere la potenza dello Spirito Santo di Dio, vivo, presente nei luoghi meno attesi, negli umili, nei perseguitati, nei giovani, nei piccoli di Dio.

Akash Bashir, il nostro ex studente salesiano del Pakistan è una testimonianza del nostro Sistema Preventivo, un esempio per i nostri giovani e una benedizione per le nostre minoranze religiose.

Fonte: “Il bollettino salesiano, Settembre 2021, pag. 4-5)

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«E mi disse ancora: “Siccome è vivo tu puoi parlargli.” Questo ha cambiato tutta la mia vita. »

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/08/2021

Una folle storia di odio omicida che vale la pena ascoltare fino alla fine per il finale scioccante e sorprendente…

«Lo odiavo, da musulmano mi sentivo migliore di lui… Era caldo, era buio, salimmo su un albero e quando arrivò gli saltammo addosso. Stava piangendo, stava gridando, ha iniziato a sanguinare, gli abbiamo rotto un braccio, le gambe, gli misi una mano in bocca affinché non potesse emettere alcun suono, e gli altri continuavano a percuoterlo. Mi sentivo molto fiero. Non sentimmo più la sua voce e il suo respiro.

Mio cugino si ammalò e i medici dissero che sarebbe morto in un paio di giorni. Vennero cosi due persone, erano cristiani copti, uno ha voluto salutarmi, vidi che aveva una croce e ritirai la mano dicendo che non avrei mai toccato una mano con una croce. Mi disse: “Abbiamo sentito che questo bambino è malato e vorremmo pregare per lui.”

Solo per educazione dissi . Va bene. E cominciarono subito a parlare con Dio come una persona parla a un suo amico. Dissero: “Dio, per favore, guarisci questo bambino! Nel momento in cui hanno detto amen, quel bambino apriva gli occhi per la prima volta in quattro settimane.

Una di quelle persone che pregavano sedette accanto a me e mi disse: “Sdai una cosa? Il vero miracolo è che Dio vuole cambiare il tuo cuore. Credi che Gesù sia vivo?” – e io gli dissi: “Si.”, perché secondo la tradizione islamica Dio ha portato Gesù in Paradiso e un giorno tornerà. E mi disse ancora: “Siccome è vivo tu puoi parlargli.” Questo ha cambiato tutta la mia vita.

E quando ho iniziato a leggere le scritture nessuno mi ha dovuto convincere ad amare il popolo ebraico che odiavo…

L’unico modo per i musulmani affinché iniziano ad amare gli Ebrei è quando incontrano Gesù.

Amo la mia fammiglia ma quando iniziai a seguire Gesù, essi mi dissero – Non sei più uno di noi – e celebrarono il mio funarale… Dissi a Dio – Dove sei? e udii questa voce – Sai che la tomba in cui è scritto il tuo nome è vuota. Indovina un po’ anche la mia è vuota.

In Egitto per una conferenza un uomo anziano si avvicinò; aveva sentito la mia storia e quando si avvicinò iniziò a piangere. Gli chiese perché piangesse e mi disse: “Il mio nome è Zaccaria”. All’improvviso mi ricordai di lui…

(…) Ho iniziato a essere pieno di vergogna. Zaccaria mi guardò dritto negli occhi e disse: “Ho sempre pregato per te.” Ha aperto la sua Bibbia e sulla prima pagina c’era scritto il mio nome, Io lo odiavo e lui pregava per me.

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«Cantare il nome di Gesù, fino all’ultimo respiro.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/08/2019

La storia di suor Rani Maria, la prima donna martire beatificata dell’India.

«Suor Rani Maria, dell’Ordine delle Clarisse Francescane (OCC), nacque in Kerala, dove lavorò come missionaria per la liberazione ed il recupero di persone povere e sfruttate dai proprietari terrieri della diocesi di Indore nello stato del Madhya Pradesh in India e fu beatificata ad Indore il 4 novembre del 2017.

Suor Rani Maria, mentre viaggiava in autobus, fu brutalmente attaccata e pugnalata a morte da Samandar Singh il 25 febbraio del 1995 nel complotto ordito dai proprietari terrieri della zona che disprezzavano il lavoro svolto dalla suora per liberare i poveri dalle loro grinfie.

Samandar Singh fu perdonato dalla sorella, Sr. Selmy Paul – anche lei Clarissa – e da tutta la loro famiglia. Singh presenziò la cerimonia di beatificazione del 14 febbraio.

Ciò che ha toccato molte persone è il modo in cui Sr Rani Maria, che aveva subito 40 ferite gravi e 14 lividi dovuti alle coltellate, ha continuato a cantare il nome di Gesù, nel più grande dolore fino a che non ha emesso il suo ultimo respiro; il modo in cui tutta la famiglia ha perdonato il suo assassino e la conversione che ha vissuto lo stesso assassino.

Ringraziamo e lodiamo il Signore per questo. Suor Rani Maria si dedicò con forte impegno all’assistenza sociale dopo aver vissuto l’esperienza del Battesimo nello Spirito Santo durante un seminario tenutosi per i Leader Carismatici della Regione dell’India del Nord a Indore dal 13 al 20 settembre 1993.

Il Seminario fu organizzato dall’equipe di Servizio Nazionale. Gli insegnamenti riguardarono principalmente il Rinnovamento Carismatico Cattolico, la leadership, i carismi e l’intercessione. Per noi tutti, il Seminario ed il Battesimo nello Spirito Santo furono una esperienza potente.

Suor Rani Maria fu beatificata come Beata Martire il 4 novembre del 2017 a Indore. Durante la Santa Messa S.E. Angelo Cardinale Amatho S.D.B, prefetto della Congregazione per i Santi beatificò suor Rani Maria pubblicando il decreto ufficiale di beatificazione firmato da Sua Santità Papa Francesco. Sr. Rani Maria è la prima donna Beata Martire dell’India.»

(Fonte: CHARIS Magazine N° 1 – Luglio 2019)

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Chiese vuote

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/06/2019

Una foto con una chiesa vuota, con le sedie rivestite degli abiti dei trecento fedeli martirizzati nello Sri Lanka lo scorso 14 Aprile 2019 mentre celebravano la Pasqua.

Trecento martiri la cui fede è stata più forte della paura delle minacce degli estremisti, trecento testimoni coraggiosi che sono d’esempio per tutti noi ogniqualvolta non abbiamo voglia, o tempo, per riempire i banchi vuoti delle nostre parrocchie sempre più deserte.

Signore, che l’esempio e l’intercessione di questi tuoi figlie e figlie, che ora ti lodano in pienezza, ci aiuti a riempire il vuoto delle nostre chiese occidentali, così diverso dal vuoto delle chiese in cui muoiono i nostri fratelli, vittime della cristianofobia, l’unica “fobia” ingannevolmente trascurata da questa parte del mondo che ti sta dimenticando.

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«Mamma, ho paura! E se anche noi morissimo durante la Messa?».

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 23/04/2019

Zarish Neno

«Il motivo per cui scrivo sulla situazione dei cristiani in Pakistan è quello di aiutare quei fratelli e sorelle che vivono la loro fede in una situazione migliore della nostra, in modo che comprendano la situazione in cui noi ci troviamo. Spero che mediante i miei articoli coloro che hanno la possibilità di vivere la loro fede senza difficoltà ringrazino Dio perché non devono affrontare gli stessi problemi che affrontiamo noi.

Questa volta, voglio condividere con voi le difficoltà che noi cristiani pakistani dobbiamo affrontare per partecipare alla Santa Messa. Purtroppo la nostra vita non è facile, come non è neppure facile poter praticare la nostra fede. Coloro che ci circondano cercano sempre di metterci i bastoni tra le ruote per impedirci di vivere la nostra vita da cristiani.

Prima di tutto c’è sempre il rischio che possiamo essere oggetto di attentati durante la celebrazione della Santa Messa. Questo rischio è più alto durante i periodi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua perché c’è una maggiore presenza di persone. Lo Stato avvisa le parrocchie di aumentare la sicurezza, e le forze di polizia sono tenute a sorvegliare gli ingressi delle chiese durante la celebrazione delle Messe.

Dopo gli attacchi alla chiesa di Peshawar del 22 settembre 2013, dove morirono 78 persone, l’Arcivescovo Joseph Coutts, responsabile della diocesi di Karachi, decise, per la sicurezza dei fedeli, di chiudere tutte le chiese per un po’ di tempo. La gente però non fu contenta di quella decisione. Una delegazione dei fedeli andò dall’Arcivescovo e gli disse: «Sua Eccellenza, non vogliamo che le chiese vengano chiuse o che non vengano più celebrate le Messe. Saremo presenti alle Messe, accada quel che accada. È meglio morire in chiesa piuttosto che a casa». L’Arcivescovo rimase commosso dalla fede del suo popolo, e per questo continuò a tenere le chiese aperte.

Ricordo anche di come mi sentii preoccupata nel partecipare alla Santa Messa domenicale durante l’Avvento del 2017, dopo aver saputo di un attentato kamikaze alla Bethel Memorial Methodist Church, a Quetta, il 17 dicembre 2017, che causò ben 9 morti. I telegiornali, nel trasmettere la notizia, mostravano ripetutamente il filmato di come i terroristi si fossero introdotti nella chiesa e si fossero fatti saltare in aria durante la celebrazione Eucaristica. Quelle immagini mi sono rimaste impresse nella mente. Esse continuamente mi tornavano alla mente.

Quando la domenica successiva siamo andati in chiesa, mentre passavamo attraverso i controlli di sicurezza, mi sono girata verso mia madre, dicendole: «Mamma, ho paura! E se anche noi morissimo durante la Messa?». Lei mi sorride e mi risponde, «non sarebbe bello morire vicino all’altare dove Cristo si sacrifica ogni giorno per noi? Non essere preoccupata. Invece, sii felice!». La sua risposta ha subito trasformato la mia paura in gioia. Lei aveva ragione! Se un attentato fosse accaduto, sarebbe stato un privilegio per tutti noi morire vicino all’altare, rendendo lode a Gesù.

Ero rimasta molto colpita dalla risposta di mia mamma. Lei è una donna semplice. Ha studiato poco, non è andata all’università e neanche ha fatto studi di teologia. Quello che sa della sua fede l’ha imparato dai suoi nonni e nella parrocchia che frequentava quando era giovane. E questo è sufficiente per renderla così forte nella fede. Questo mi ha fatto pensare a tutte quelle persone che studiano teologia e passano anni ad approfondire la loro fede e tuttavia non sono in grado di viverla. Loro, spesso, presentano tanti complessi, si fanno tante domande e hanno tanti dubbi che li portano ad allontanarsi gradualmente dalla loro fede, invece che avvicinarsi sempre più ad essa.

Questo mi porta a pensare che c’è una fede più profonda e genuina nelle persone semplici.

Comunque, oltre gli attacchi terroristici, a noi cristiani ci viene posto un altro ostacolo per impedirci di partecipare alla Santa Messa, specialmente durante le maggiori festività.

Succede spesso che durante le feste l’elettricità viene deliberatamente interrotta tutto il giorno, specie in zone dove c’è un’alta concentrazione di cristiani. A volte essa viene sospesa in orari vicini all’ora della Santa Messa, in modo da metterci nella condizione di non essere in grado di prepararci in tempo alla partecipazione della Santa Messa. Ricordo quante volte abbiamo dovuto prepararci a lume di candela o con le luci di emergenza per poter andare in chiesa.

Ma nessuno di questi problemi ci ha mai impedito di partecipare alla celebrazione Eucaristica. Anzi, questi problemi ci hanno resi sempre più forti nella fede. Gli attacchi terroristici, pur facendo paura, non hanno mai scoraggiato i credenti, anzi, le chiese sono sempre piene di fedeli. E, indipendentemente dai problemi che dobbiamo affrontare, la gente continua a partecipare numerosa alle Sante Messe e preferisce morire davanti all’altare piuttosto che morire di morte naturale a casa.

Queste nostre esperienze mi fanno spesso pensare alle lettere di San Paolo quando, scrivendo alle sue comunità cristiane, dice che nessuna avversità avrà mai il potere di sopraffare la presenza cristiana. Egli le esorta a resistere nelle prove, a non lasciarsi mai intimidire e di essere fiere, anche se incomprese nel dare testimonianza a Gesù. San Paolo fornisce una profonda ragione teologica al dolore innocente che non risparmia il cristiano: egli è imitazione di Cristo Crocifisso, che ci chiama a morire con Lui per risorgere con Lui, partecipando attivamente al mistero redentivo della sua Pasqua «a causa del quale [Gesù] io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tim 2, 9-11).»

(Fonte: blog di Zarish Neno, donna, cattolica, pakistana)

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«Sono i giovani che ho incontrato che mi hanno insegnato a essere un Salesiano!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/02/2019

Un altro caso di cristianofobia ignorata dai media
Padre Antonio César Fernández Fernández, 72 anni, è stato colpito mentre tornava alla sua comunità a Uagadugú.
Lo riporta il quotidiano Avvenire: «Il sacerdote è stato bersagliato con almeno tre copi di pistola nel momento in cui faceva ritorno alla sua comunità in località Uagadugú.»
«Sono i giovani che ho incontrato che mi hanno insegnato a essere un Salesiano!», ricordiamolo con le ultime parole  dette 48 ore prima di essere ucciso.
I cattolici nel mondo continuano ad essere perseguitati e a morire, nel silenzio assordante dei media che non vedono, non raccontano…
Diffondiamo per quanto possibile ma soprattutto preghiamo.

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«Voglio essere cristiana e ci riuscirò.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/01/2019

Una delle tante storie di persecuzione e odio verso i cristiani, una donna dalla fede ammirevole, come quella di Asia Bibi che, attratta dalla luce del Vangelo, vi ha attinto la forza per soffrire e per fuggire dal luogo in cui veniva perseguitata.

Fauzia (nome di fantasia) voleva abbracciare la fede cattolica. Ma se vivi in Pakistan e sei una donna nata e cresciuta nella fede islamica, sposata con un uomo musulmano, la cosa diventa spaventosamente comlicata.

Fauzia, laureata, con quattro figli, qualche anno prima rimase sorpresa conoscendo una donna occidentale in un negozio della città di Lahore. Divennero amiche; questa donna aveva una luce particolare: le raccontò che dipendeva dal cristianesimo. Ma quello che più sorprese Fauzia era lo stile di vita della sua amica.

Le botte del marito.

Da quel giorno iniziò a bombardarla di domande fino a quando, un giorno, la donna occidentale sparì. Tutta via Fauzia prese una decisione: «Voglio essere cristiana e ci riuscirò.» Ebbe la cattiva idea di comunicarlo al marito e subì delle percosse.

«Sei cristiana? Ti ammazziamo!»

Secondo fonti locali del Vatican Insider, i familiari si arrabbiarono con lei minacciandola: «Se ti azzardi a farlo ti ammazziamo!», le dicevano.

Un anno dopo, improvvisamente suo marito morì. Fauda era vedova, con quattro figli di 10, 12, 15 e 18 anni. Vedendosi più libera cominciò a dialogare coi figli. In questo dialogo decisero tutti e quattro di convertirsi al cristianesimo. Non restava che una possibilità, fuggire, sparire.

La sua amica occidentale le aveva lasciato un numero; era giunto il momento di chiamarlo. La vedova coi suoi quattro figli scapparono di notte come ladri. Il vero ladro, in realtà, era uno Stato che proibisce di essere liberi.

Un paese in cui ogni anno circa 700 donne cristiane sono sequestrate, violentate e obbligate a convertirsi all’Islam.

Ora Fauzia e i suoi figli vivono nelle Filippine, hanno una casa, lei lavora e i figli studiano. Una vita normale, quella vita che non possono avere i cristiani del Pakistan.

(Tradotto dallo spagnolo da: http://www.religionenlibertad.com/polemicas/29744/su-marido-musulman-le-dio-una-paliza-sus-familiares-querian-matarla.html)

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«Possono togliermi tutto ma non la preghiera»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/02/2018

Josef Kalinowski nasce il 1 settembre a Vilnius (attuale Lituania) da nobile famiglia polacca (all’epoca Polonia e Lituania facevano parte dell’Impero russo). Nel 1857 si laurea in ingegneria all’Accademia Militare di San Pietroburgo col grado di tenente dell’esercito. Nel 1863, scoppiata l’insurrezione in Polonia, si congeda dall’esercito russo e, seppur convinto che “la Patria ha bisogno di sudore, non di sangue”, accetta l’incarico di Ministro della Guerra del governo rivoluzionario.

Fallito il tentativo di indipendenza della Polonia, il 24 marzo 1864 viene arrestato e condannato a morte, però grazie alla sua popolarità non viene fucilato ma la pena gli è commutata con dieci anni di prigionia in Siberia. Porta con sé il Vangelo, il libro di Giobbe i Salmi, l’Imitazione di Cristo e un Crocifisso.

In carcere organizza la sua vita sul modello di quella dei religiosi. Scrive nelle sue memorie: «Mi ero fatto un orario preciso per tutte le ore; mi alzavo alle cinque del mattino. Il mio primo pensiero era quello della preghiera, poi la meditazione e, quando ottenni i libri di devozione, ebbi una grande consolazione. Potevo sentire ogni giorno la Messa, ma da lontano”.

Ai suoi scrive: «Possono togliermi tutto ma non la preghiera!».

L’esilio diventa un tempo di grazia strordinaria. Si dona con generosità ai bisognosi, prodigandosi in ogni occasione per consolare e aiutare tutti senza distinzione di religione o di nazione. Si adopera per l’evangelizzazione soprattutto dei più giovani.

Scontata la pena, nel 1874 si trasferisce a Parigi come precettore di Augusto Czartoryski, adolescente di famiglia principesca (beatificato da Giovanni Paolo II ). Grazie alla guida del suo precettore scoprirà la vocazione religiosa e nel 1887, accolto da San Giovanni Bosco, entrerà nei Salesiani.

Giuseppe Kalinowski invece nel 1877 era già entrato nell’ordine dei Carmelitani Scalzi (a Graz, in Austria) col nome di Fra’ Raffaele di San Giuseppe. Proprio accompagnando il principe Czartoryski, scopre il carisma teresiano e ne rimane conquistato.

Il 15 gennaio 1882, all’età di 47 anni, riceve l’ordinazione sacerdotale a Czerna presso Cracovia. Diveta un confessore molto apprezzato; come direttore spirituale guida le anime verso Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa e il prossimo.

Sempre raccolto nella preghiera, sempre unito a Dio, sempre pronto alla rinuncia, al digiuno, alla mortificazione per la salvezza dei fratelli. Lo chiameranno “il martire del confessionale”. E’ comprensivo, prudente e buono, spicca in lui un altissimo senso di umanità.

Scopre, soprattutto attraverso la lettura di “Storia di un’anima”, di Santa Teresa di Gesù Bambino, che l’amore misericordioso è l’amore del Padre che comprende la sua creatura, la ama, la solleva, la perdona come un padre il proprio figlio. La spiritualità dell’abbandono diventa sua e cerca di viverla superando la sua formazione severa e austera.

L’appartenenza a un ordine nato in oriente e trapiantato in occidente lo confermerà nel desiderio di unificazione delle chiese. Scriverà: «L’unità sacra! L’unità santa! Questa parola riempie già il cuore di dolore, ma accende anche il fuoco della speranza». Molto quindi ha fatto per l’ecumenismo, lasciando questa missione come testamento ai fratelli e sorelle carmelitane.

Era convinto che l’unione con i cristiani ortodossi sarebbe stata possibile solo in Maria. Sul letto di morte ripete incessantemente: «Padre, che tutti siano una cosa sola!».

Muore il 15 novembre 1907 nel convento carmelitano da lui fondato nella cittadina polacca di Wadowice. Qui tredici anni dopo nascerà Karol Woitila che, divenuto papa Giovanni Paolo II, lo ha beatificato nel 1983 e canonizzato nel 1991 e che, con incisive parole, ci ha offerto il ritratto spirituale di San Raffaele Kalinowski:

«Dà la vita agli altri nello svolgimento del ministero sacerdotale spingendo tutti alla perfezione, alla santità. Egli diventa preghiera e lavoro volendo essere “proprietà degli altri”». (Omelia della canonizzazione).

(Tratto dalla rivista “Aggancio” dell’11/12/2012, n. 11-12, pagg.9-11)

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«No, voglio solo pregare. E mi diedero un minuto per farlo.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/09/2017

Abuna Nirwan è un sacerdote francescano originario dell’Irak. Prima di essere ordinato aveva studiato medicina.

Era in Terra Santa quando il Santo padre approvava il miracolo per la beatificazione della Madre María Alphonsin Ghattas. Si doveva riesumare il corpo della suora, compito del Vescovo locale che di solito affida il compito a dei medici; in quel caso venne designato Abuna Nirwan che si occupò della riesumazione e della redazione di un rapporto medico.

Le religiose donarono a Padre Nirwan una reliquia della santa e un rosario che aveva usato, e il religioso le teneva sempre con sé.

La storia che stiamo raccontando accadde il 14 luglio 2007 quando padre Abuna era in Irak per visitare la famiglia.

Aveva concordato con un tassista il passaggio della frontiera con la Siria, così come da lui stesso raccontato durante l’omelia di una Messa celebrata a Bet Yalla:

«Non potevo andare dalla mia famiglia in aereo, era vietato, l’unico mezzo possibile era l’automobile. Avevo pianificato di arrivare a Bagdad e da lì andare a Mossul dove vivono i miei genitori.

L’autista era spaventato per la situazione che c’era in Irak.

Una famiglia con padre, madre e una bambina chiese se poteva condividere il taxi con noi, erano musulmani, l’autista cristiano, accettammo di ospitarli nel taxi.

Ci fermammo in una stazione di servizio dove un uomo giovane ci chiese di salire fino a Mossul e venne accettato.

La frontiera tra Giordania e Irak non viene aperta se non all’alba, al sorgere del sole la barriera venne aperta e circa cinquanta, sessanta automobili in fila cominciarono ad avanzare lentamente tutte insieme.

Dopo circa un’ora arrivammo a un posto di blocco, preparammo i passaporti, ci fermammo e il tassista ci disse: “Ho paura di questo gruppo”. In passato era un check-point militare ma un’organizzazione islamica aveva ucciso tutti i soldati prendendo il controllo del luogo.

Appena arrivati ci chiesero i passaporti facendoci uscire dall’auto e portando tutti i documenti in un ufficio.

Una persona tornò rivolgendosi a me dicendo: “Padre, continuiamo con l’ispezione, si diriga verso l’ufficio in quella direzione.” Ma in quella direzione era deserto. Mi dissi – Bene, se dobbiamo andare andiamo. Camminammo un quarto d’ora per arrivare a una cabina da loro indicata.

Appena arrivati uscirono due uomini col volto coperto; uno aveva una telecamera in una mano e un coltello nell’altra, l’altro con una lunga barba teneva un Corano. Si avvicinarono e uno di essi mi domandò: “Da dove viene padre? Mi dicono dalla Giordania.” – Poi lo domandò all’autista, in seguito al ragazzo che viaggiava con noi che venne afferrato da dietro e ucciso col coltello.

Mi legarono le mani alle spalle e mi dissero: “Padre, stiamo registrando questo per Al Jazeera, vuole dire alcune parole? Per favore non più di un minuto.” – “E io dissi: no, voglio solo pregare”, e mi diedero un minuto per farlo.

Mi spinsero quindi per le spalle finché non fui costretto a inginocchiarmi, e uno di loro mi disse: “Sei un chierico, non è possibile che il tuo sangue cada in terra, sarebbe un sacrilegio.” – Prese quindi un secchio e torno per decapitarmi.

Non so cosa pregai in quel momento. Provai molta paura, e lo dissi alla Madre María Alphonsin Ghattasnon può essere un caso se ti porto con me. Se è necessario che il Signore mi prenda giovane sono pronto, ma chiedo che non muoia nessun altro.

L’uomo col coltello afferrò la mia testa con le mani, mi strinse la spalla e sollevò il coltello.

Ci furono alcuni momenti di silenzio e all’improvviso disse: “Ma tu chi sei?” – risposi – “Un frate” – Replicò “E perché non riesco ad abbassare il coltello?”. Senza farmi nemmeno rispondere mi disse: “Tu e tutti gli altri, tornate subito in macchina!”, e noi fuggimmo dove avevamo lasciato l’auto.

Da quel momento ho smesso di aver paura della morte. So che un giorno morirò ma adesso ho chiaro che sarà nel momento in cui Dio vorrà. Da allora non ho più paura di niente e di nessuno. Ciò che mi accadrà sarà volontà di Dio, e sarà Lui a darmi la forza per accogliere la Croce. Dio si prende cura di coloro che credono in Lui.»

(Fonte: http://unsacerdoteentierrasanta.blogspot.it/2016/04/el-milagro-al-padre-nirwan.html?m=1)

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«Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/12/2016

voluntari08cUna vita all’insegna del martirio, in tutte le sue forme

Beato Anton Durcovici
Vescovo di Iasi (Moldavia)
e martire († 10/12/1951)

Anton Durcovici nasce in Austria il 17 maggio 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità “nec plus ultra”.

Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano il 24 settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia, però, la Prima Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni.

Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale.

Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo tre) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa.

Il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, il 14 aprile 1948 viene consacrato a Bucarest.

Il 1° dicembre 1948, con il varo di una legge, ebbe inizio la persecuzione che rendeva la Chiesa greco-cattolica illegale. I vescovi, uno dopo l’altro, furono incarcerati. Il governo comunista voleva creare una sola Chiesa nazionale, separata da Roma.

anton-durcovici-beato_02In questa situazione critica, il vescovo Durcovici e quello di Alba Iulia, Marton Aron, elaborano insieme un manifesto di dissenso: «La Chiesa cattolica in Romania fa parte della Chiesa romano-cattolica, a capo della quale vi è il Papa». E come risposta all’atteggiamento ateo dello Stato, Durcovici cominciò la visita pastorale in tutte le parrocchie e le consacrò al Cuore immacolato di Maria, risvegliando la fede nelle comunità.

La Securitate aveva paura a intervenire, perché temeva la reazione popolare, e in questo contesto socio-politico, il vescovo fu costretto a sopportare grandi pressioni: durante le celebrazioni, gli ufficiali della polizia politica ascoltavano con attenzione le omelie e i discorsi che poi trascrivevano per trovarvi riferimenti politici. Queste note informative contenevano decine di accuse al vescovo per incriminarlo. Ma paradossalmente, esse hanno finito per costituire una prova testimoniale della fede granitica del martire e il suo filiale attaccamento al Papa.

All’inizio del 1949, la persecuzione giunse al culmine. Il vescovo Durcovici alzò coraggiosamente la propria voce per condannare le azioni promosse dal regime contro i cattolici. Il 26 giugno dello stesso anno, venne arrestato mentre andava alla parrocchia Popeşti-Leordeni di Bucarest, per amministrare il sacramento della cresima. Dopo molte torture, maltrattamenti e offese, venne portato nella prigione del ministero degli Interni, dove restò fino al giugno 1950, quando fu trasferito nel temutissimo carcere di Jilava.

La successiva tappa della sua personale via crucis, fu quella a Sighetu Marmatiei, dove già erano stati imprigionati altri vescovi. Con loro e con i sacerdoti reclusi pregò e soffrì per la fede, incoraggiando tutti a portare la croce pazientemente e con amore per Cristo, in vista della salvezza. Quindi venne isolato e trasferito in un altro bunker, seminudo e privato del cibo necessario, con scarsissima aria e luce, fatto oggetto di insulti, di oltraggi e di maltrattamenti, fino a che fu ridotto a una larva.

E benché, mentalmente sia sempre rimasto lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali, dal punto di vista fisico poté resistere solo tre mesi in quella prigione.

20140432durcovici_1902sLo lasciarono morire di fame nella cella numero 13 il giorno 10 dicembre 1951.

Don Rafael Friederich, sacerdote della sua diocesi, ha testimoniato che mentre puliva i corridoi si avvicinò alla sua cella e gli disse in latino: «Ego sum Friederich». Dall’interno rispose una voce debole: «Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem». E in quello stesso giorno il vescovo Durcovici morì.

Come era abitudine ‘discreta’ della Securitate rumena, la notizia della sua morte fu registrata all’Ufficio Centrale di Bucarest con solo alcune righe molto concise; nulla è rimasto del suo tempo trascorso in carcere, né delle sofferenze inflitte che gli procurarono la morte.

Il corpo del vescovo Durcovici fu sepolto in un posto segreto, con altre 50 personalità politiche, civili e religiose morte a Sighetul Marmatiei; dal cimitero principale della prigione di sterminio, fu distrutta ogni prova. Tutti i documenti che lo riguardavano, compreso la carta d’identità furono distrutti, gli oggetti di valore scomparsi.

Il 28 gennaio 1997, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso il “nihil obstat” per iniziare la causa di beatificazione del vescovo Anton Durcovici, considerato martire della fede.

Anton Durcovici è stato beatificato a Iasi, in Romania il 17 maggio 2014. A rappresentare Papa Francesco è stato il card. Angelo Amato S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Fonti principali: cristianofobia.altervista.org; orizonturiculturale.ro/it

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