FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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«Possono togliermi tutto ma non la preghiera»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/02/2018

Josef Kalinowski nasce il 1 settembre a Vilnius (attuale Lituania) da nobile famiglia polacca (all’epoca Polonia e Lituania facevano parte dell’Impero russo). Nel 1857 si laurea in ingegneria all’Accademia Militare di San Pietroburgo col grado di tenente dell’esercito. Nel 1863, scoppiata l’insurrezione in Polonia, si congeda dall’esercito russo e, seppur convinto che “la Patria ha bisogno di sudore, non di sangue”, accetta l’incarico di Ministro della Guerra del governo rivoluzionario.

Fallito il tentativo di indipendenza della Polonia, il 24 marzo 1864 viene arrestato e condannato a morte, però grazie alla sua popolarità non viene fucilato ma la pena gli è commutata con dieci anni di prigionia in Siberia. Porta con sé il Vangelo, il libro di Giobbe i Salmi, l’Imitazione di Cristo e un Crocifisso.

In carcere organizza la sua vita sul modello di quella dei religiosi. Scrive nelle sue memorie: «Mi ero fatto un orario preciso per tutte le ore; mi alzavo alle cinque del mattino. Il mio primo pensiero era quello della preghiera, poi la meditazione e, quando ottenni i libri di devozione, ebbi una grande consolazione. Potevo sentire ogni giorno la Messa, ma da lontano”.

Ai suoi scrive: «Possono togliermi tutto ma non la preghiera!».

L’esilio diventa un tempo di grazia strordinaria. Si dona con generosità ai bisognosi, prodigandosi in ogni occasione per consolare e aiutare tutti senza distinzione di religione o di nazione. Si adopera per l’evangelizzazione soprattutto dei più giovani.

Scontata la pena, nel 1874 si trasferisce a Parigi come precettore di Augusto Czartoryski, adolescente di famiglia principesca (beatificato da Giovanni Paolo II ). Grazie alla guida del suo precettore scoprirà la vocazione religiosa e nel 1887, accolto da San Giovanni Bosco, entrerà nei Salesiani.

Giuseppe Kalinowski invece nel 1877 era già entrato nell’ordine dei Carmelitani Scalzi (a Graz, in Austria) col nome di Fra’ Raffaele di San Giuseppe. Proprio accompagnando il principe Czartoryski, scopre il carisma teresiano e ne rimane conquistato.

Il 15 gennaio 1882, all’età di 47 anni, riceve l’ordinazione sacerdotale a Czerna presso Cracovia. Diveta un confessore molto apprezzato; come direttore spirituale guida le anime verso Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa e il prossimo.

Sempre raccolto nella preghiera, sempre unito a Dio, sempre pronto alla rinuncia, al digiuno, alla mortificazione per la salvezza dei fratelli. Lo chiameranno “il martire del confessionale”. E’ comprensivo, prudente e buono, spicca in lui un altissimo senso di umanità.

Scopre, soprattutto attraverso la lettura di “Storia di un’anima”, di Santa Teresa di Gesù Bambino, che l’amore misericordioso è l’amore del Padre che comprende la sua creatura, la ama, la solleva, la perdona come un padre il proprio figlio. La spiritualità dell’abbandono diventa sua e cerca di viverla superando la sua formazione severa e austera.

L’appartenenza a un ordine nato in oriente e trapiantato in occidente lo confermerà nel desiderio di unificazione delle chiese. Scriverà: «L’unità sacra! L’unità santa! Questa parola riempie già il cuore di dolore, ma accende anche il fuoco della speranza». Molto quindi ha fatto per l’ecumenismo, lasciando questa missione come testamento ai fratelli e sorelle carmelitane.

Era convinto che l’unione con i cristiani ortodossi sarebbe stata possibile solo in Maria. Sul letto di morte ripete incessantemente: «Padre, che tutti siano una cosa sola!».

Muore il 15 novembre 1907 nel convento carmelitano da lui fondato nella cittadina polacca di Wadowice. Qui tredici anni dopo nascerà Karol Woitila che, divenuto papa Giovanni Paolo II, lo ha beatificato nel 1983 e canonizzato nel 1991 e che, con incisive parole, ci ha offerto il ritratto spirituale di San Raffaele Kalinowski:

«Dà la vita agli altri nello svolgimento del ministero sacerdotale spingendo tutti alla perfezione, alla santità. Egli diventa preghiera e lavoro volendo essere “proprietà degli altri”». (Omelia della canonizzazione).

(Tratto dalla rivista “Aggancio” dell’11/12/2012, n. 11-12, pagg.9-11)

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«No, voglio solo pregare. E mi diedero un minuto per farlo.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/09/2017

Abuna Nirwan è un sacerdote francescano originario dell’Irak. Prima di essere ordinato aveva studiato medicina.

Era in Terra Santa quando il Santo padre approvava il miracolo per la beatificazione della Madre María Alphonsin Ghattas. Si doveva riesumare il corpo della suora, compito del Vescovo locale che di solito affida il compito a dei medici; in quel caso venne designato Abuna Nirwan che si occupò della riesumazione e della redazione di un rapporto medico.

Le religiose donarono a Padre Nirwan una reliquia della santa e un rosario che aveva usato, e il religioso le teneva sempre con sé.

La storia che stiamo raccontando accadde il 14 luglio 2007 quando padre Abuna era in Irak per visitare la famiglia.

Aveva concordato con un tassista il passaggio della frontiera con la Siria, così come da lui stesso raccontato durante l’omelia di una Messa celebrata a Bet Yalla:

«Non potevo andare dalla mia famiglia in aereo, era vietato, l’unico mezzo possibile era l’automobile. Avevo pianificato di arrivare a Bagdad e da lì andare a Mossul dove vivono i miei genitori.

L’autista era spaventato per la situazione che c’era in Irak.

Una famiglia con padre, madre e una bambina chiese se poteva condividere il taxi con noi, erano musulmani, l’autista cristiano, accettammo di ospitarli nel taxi.

Ci fermammo in una stazione di servizio dove un uomo giovane ci chiese di salire fino a Mossul e venne accettato.

La frontiera tra Giordania e Irak non viene aperta se non all’alba, al sorgere del sole la barriera venne aperta e circa cinquanta, sessanta automobili in fila cominciarono ad avanzare lentamente tutte insieme.

Dopo circa un’ora arrivammo a un posto di blocco, preparammo i passaporti, ci fermammo e il tassista ci disse: “Ho paura di questo gruppo”. In passato era un check-point militare ma un’organizzazione islamica aveva ucciso tutti i soldati prendendo il controllo del luogo.

Appena arrivati ci chiesero i passaporti facendoci uscire dall’auto e portando tutti i documenti in un ufficio.

Una persona tornò rivolgendosi a me dicendo: “Padre, continuiamo con l’ispezione, si diriga verso l’ufficio in quella direzione.” Ma in quella direzione era deserto. Mi dissi – Bene, se dobbiamo andare andiamo. Camminammo un quarto d’ora per arrivare a una cabina da loro indicata.

Appena arrivati uscirono due uomini col volto coperto; uno aveva una telecamera in una mano e un coltello nell’altra, l’altro con una lunga barba teneva un Corano. Si avvicinarono e uno di essi mi domandò: “Da dove viene padre? Mi dicono dalla Giordania.” – Poi lo domandò all’autista, in seguito al ragazzo che viaggiava con noi che venne afferrato da dietro e ucciso col coltello.

Mi legarono le mani alle spalle e mi dissero: “Padre, stiamo registrando questo per Al Jazeera, vuole dire alcune parole? Per favore non più di un minuto.” – “E io dissi: no, voglio solo pregare”, e mi diedero un minuto per farlo.

Mi spinsero quindi per le spalle finché non fui costretto a inginocchiarmi, e uno di loro mi disse: “Sei un chierico, non è possibile che il tuo sangue cada in terra, sarebbe un sacrilegio.” – Prese quindi un secchio e torno per decapitarmi.

Non so cosa pregai in quel momento. Provai molta paura, e lo dissi alla Madre María Alphonsin Ghattasnon può essere un caso se ti porto con me. Se è necessario che il Signore mi prenda giovane sono pronto, ma chiedo che non muoia nessun altro.

L’uomo col coltello afferrò la mia testa con le mani, mi strinse la spalla e sollevò il coltello.

Ci furono alcuni momenti di silenzio e all’improvviso disse: “Ma tu chi sei?” – risposi – “Un frate” – Replicò “E perché non riesco ad abbassare il coltello?”. Senza farmi nemmeno rispondere mi disse: “Tu e tutti gli altri, tornate subito in macchina!”, e noi fuggimmo dove avevamo lasciato l’auto.

Da quel momento ho smesso di aver paura della morte. So che un giorno morirò ma adesso ho chiaro che sarà nel momento in cui Dio vorrà. Da allora non ho più paura di niente e di nessuno. Ciò che mi accadrà sarà volontà di Dio, e sarà Lui a darmi la forza per accogliere la Croce. Dio si prende cura di coloro che credono in Lui.»

(Fonte: http://unsacerdoteentierrasanta.blogspot.it/2016/04/el-milagro-al-padre-nirwan.html?m=1)

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«Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/12/2016

voluntari08cUna vita all’insegna del martirio, in tutte le sue forme

Beato Anton Durcovici
Vescovo di Iasi (Moldavia)
e martire († 10/12/1951)

Anton Durcovici nasce in Austria il 17 maggio 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità “nec plus ultra”.

Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano il 24 settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia, però, la Prima Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni.

Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale.

Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo tre) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa.

Il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, il 14 aprile 1948 viene consacrato a Bucarest.

Il 1° dicembre 1948, con il varo di una legge, ebbe inizio la persecuzione che rendeva la Chiesa greco-cattolica illegale. I vescovi, uno dopo l’altro, furono incarcerati. Il governo comunista voleva creare una sola Chiesa nazionale, separata da Roma.

anton-durcovici-beato_02In questa situazione critica, il vescovo Durcovici e quello di Alba Iulia, Marton Aron, elaborano insieme un manifesto di dissenso: «La Chiesa cattolica in Romania fa parte della Chiesa romano-cattolica, a capo della quale vi è il Papa». E come risposta all’atteggiamento ateo dello Stato, Durcovici cominciò la visita pastorale in tutte le parrocchie e le consacrò al Cuore immacolato di Maria, risvegliando la fede nelle comunità.

La Securitate aveva paura a intervenire, perché temeva la reazione popolare, e in questo contesto socio-politico, il vescovo fu costretto a sopportare grandi pressioni: durante le celebrazioni, gli ufficiali della polizia politica ascoltavano con attenzione le omelie e i discorsi che poi trascrivevano per trovarvi riferimenti politici. Queste note informative contenevano decine di accuse al vescovo per incriminarlo. Ma paradossalmente, esse hanno finito per costituire una prova testimoniale della fede granitica del martire e il suo filiale attaccamento al Papa.

All’inizio del 1949, la persecuzione giunse al culmine. Il vescovo Durcovici alzò coraggiosamente la propria voce per condannare le azioni promosse dal regime contro i cattolici. Il 26 giugno dello stesso anno, venne arrestato mentre andava alla parrocchia Popeşti-Leordeni di Bucarest, per amministrare il sacramento della cresima. Dopo molte torture, maltrattamenti e offese, venne portato nella prigione del ministero degli Interni, dove restò fino al giugno 1950, quando fu trasferito nel temutissimo carcere di Jilava.

La successiva tappa della sua personale via crucis, fu quella a Sighetu Marmatiei, dove già erano stati imprigionati altri vescovi. Con loro e con i sacerdoti reclusi pregò e soffrì per la fede, incoraggiando tutti a portare la croce pazientemente e con amore per Cristo, in vista della salvezza. Quindi venne isolato e trasferito in un altro bunker, seminudo e privato del cibo necessario, con scarsissima aria e luce, fatto oggetto di insulti, di oltraggi e di maltrattamenti, fino a che fu ridotto a una larva.

E benché, mentalmente sia sempre rimasto lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali, dal punto di vista fisico poté resistere solo tre mesi in quella prigione.

20140432durcovici_1902sLo lasciarono morire di fame nella cella numero 13 il giorno 10 dicembre 1951.

Don Rafael Friederich, sacerdote della sua diocesi, ha testimoniato che mentre puliva i corridoi si avvicinò alla sua cella e gli disse in latino: «Ego sum Friederich». Dall’interno rispose una voce debole: «Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem». E in quello stesso giorno il vescovo Durcovici morì.

Come era abitudine ‘discreta’ della Securitate rumena, la notizia della sua morte fu registrata all’Ufficio Centrale di Bucarest con solo alcune righe molto concise; nulla è rimasto del suo tempo trascorso in carcere, né delle sofferenze inflitte che gli procurarono la morte.

Il corpo del vescovo Durcovici fu sepolto in un posto segreto, con altre 50 personalità politiche, civili e religiose morte a Sighetul Marmatiei; dal cimitero principale della prigione di sterminio, fu distrutta ogni prova. Tutti i documenti che lo riguardavano, compreso la carta d’identità furono distrutti, gli oggetti di valore scomparsi.

Il 28 gennaio 1997, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso il “nihil obstat” per iniziare la causa di beatificazione del vescovo Anton Durcovici, considerato martire della fede.

Anton Durcovici è stato beatificato a Iasi, in Romania il 17 maggio 2014. A rappresentare Papa Francesco è stato il card. Angelo Amato S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Fonti principali: cristianofobia.altervista.org; orizonturiculturale.ro/it

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Sei cose da sapere su San Massimiliano Kolbe

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/08/2016

Kolbe_03“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” (Gv 15,13)

E’ questo il versetto che viene in mente se si pensa a San Massimiliano Kolbe che la Chiesa celebra il 14 agosto. Non sorprende che queste siano state le parole introduttive al decreto papale della sua beatificazione.

San Massimiliano Kolbe fu arrestato in Polonia nel febbraio del 1941 e a maggio venne condotto nel campo di concentramento di Auschwitz.

Il prigioniero 16670 donò la propria vita per un altro compagno di sventura il 14 agosto 1941 all’età di 47 anni.

A causa della fuga di un prigioniero nel luglio di quell’anno, dieci uomini della sua baracca vennero presi a caso per morire di stenti, per punizione e come deterrente.

Padre Massimiliano si offrì di prendere il posto di uno di quegli uomini, Franciszek Gajowniczek che aveva sentito chiedere pietà per lui e per la sua famiglia.

Le settimane seguenti furono di un orrore inimmaginabile; quegli uomini soffrirono le pene della fame e della disidratazione.

Ma quell’uomo santo non solo si offrì di essere uno di quei sofferenti, egli li accompagnò anche come sacerdote. Dopo tre settimane rimanevano quattro sopravvissuti e proprio in quel giorno, la vigilia dell’Immacolata Concezione, Padre Kolbe e i suoi compagni di prigionia vennero uccisi con un’iniezione di avido fenico.

In quello stesso 1941 venne istituita la causa di beatificazione che vide nel 1971 la beatificazione di Kolbe ad opera di Papa Paolo VI e nel 1982 si concluse con la canonizzazione da parte di San Giovanni Paolo II.

Per chi non conosce che questa parte della storia, vorrei condividere sei aspetti della vita di San Massimiliano che forse non tutti conoscono.

1 – Da bambino gli era apparsa la Vergine Maria.

Battezzato col nome di Raimondo Kolbe, il santo era un bambino normale senza quella falsa patina che i biografi usano mettere nelle storie di alcuni bambini santi. A parte una sbalorditiva eccezione.

Kolbe_01

Niepokalanów, la Città dell’Immacolata

Una notte la Madonna apparve in sogno al bambino, tenendo una corona bianca e una rossa. Raccontò in seguito il santo: “La Madonna mi chiedeva se fossi disposto ad accettare entrambe quelle corone. Quella bianca significava che avrei perseverato nella purezza e la rossa, che sarei diventato un martire. Le dissi che le avrei accettate entrambe”.

Quindi si, Massimiliano condusse una normalissima infanzia ma con un particolare che avrebbe definito il corso della sua vita.

2 – Aveva sempre voluto essere un soldato.

Da studente il giovane Raimondo, eccellente negli studi scientifici, era anche interessato alle cose legate alla carriera militare.

Sul sogno infantile del sacerdozio prevalse presto un cuore di soldato ardente di patriottismo, e si volse alla carriera militare per difendere la sua amata Polonia.

A causa di alcune complicazioni dovette abbandonare questo sogno e riemerse l’altro, così che nel 1910 entrò nel noviziato francescano e nel 1918 venne ordinato sacerdote.

3 – Fondò una realtà religiosa votato all’evangelizzazione.

Intorno ai trent’anni Padre Kolbe fondò vicino a Varsavia una casa che chiamò Niepokalanów, la Città dell’Immacolata, da cui iniziare il suo sforzo evengelizzatore.

Radio Niepokalanów

Radio Niepokalanów

Iniziò con una manciata di frati e dopo una decina di anni ce ne erano più di mille! Con un gruppetto di confratelli arrivarono persinoin Giappone dove fondarono una casa nella città di Nagasaki!

4 – Era un esperto di new media.

Padre Kolbe era un uomo dei suoi tempi, moderno nell’evangelizzazione. I frati dovevano usare le tecnologie di stampa più moderne ed efficienti strategie di distribuzione del loro materiale, un vero e proprio arsenale della guerra spirituale della Milizia.

E così aprirono anche una stazione radioo e Padre Kolbe aveva il progetto di aprire anche uno studio di riprese video.

5 – Il prigioniero salvato da Padre Mssimiliano era presente alla sua canonizzazione.

Kolbe_04Sebbene venne risparmiato dal bunker degli stenti, Franciszek Gajowniczek aveva comunque sofferto enormemente; passò ad Auschwitz cinque anni e i suoi figli non videro la data del suo rilascio del padre.

Inoltre i prigionieri sopravvissuti furono crudeli con lui perché lo colpevolizzavano per la perdita dei loro amati amici. Tuttavia, nel 1982 ricevette la consolazione di vedere canonizzato il prete che gli aveva salvato la vita.

6 – Il Papa lo ha dichiarato santo patrono del ventesimo secolo.

San Massimiliano Kolbe è il patrono delle famiglie, dei prigionieri, dei giornalisti, dei prigionieri politici, dei tossicodipendenti e dei movimenti a favore della vita.

San Giovanni Paolo II lo ha dichiarato anche “santo patrono del nostro difficile secolo”.

(Tradotto da http://www.wordonfire.org/resources/blog/9-things-to-know-about-st-maximilian-kolbe/4426/)

Continuiamo a chiedere la sua intercessione affinché possiamo seguire e perseverare nel seguire Gesù, attraverso sua Madre la Vergine Maria!

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Vi presento Maria Zhu-Wu, donna, cinese, cattolica, martire

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/09/2015

Cristianofobia_01

Zhujiahe è un piccolo villaggio situato nella vasta pianura grigia della Cina settentrionale, al confine tra le province di Zhili e Shandong. Tradotto, il nome significa “fiume della famiglia Zhu”. Diversi membri di quella famiglia si erano convertiti al cattolicesimo durante il XVIII secolo, quando i gesuiti da Beijing si erano inoltrati nella provincia di Zhili. All’inizio del XIX secolo la famiglia Zhu si era stabilita vicino al fiume, dandogli il suo nome. Nel 1900 il villaggio aveva circa 300 abitanti, che vivevano in basse casette di argilla, annidate tra irregolari distese di sorgo e dominate da una chiesa semplice, con il tetto piatto e un’alta facciata; dalla cima di quest’ultima, la croce sovrastava la campagna.

Pastore della comunità cattolica di Zhujiahe era il gesuita francese Léon-Ignace Mangin, quarantaduenne e missionario in Cina sin dal 1882. Nel villaggio era assistito da un saggio di mezz’età, Zhu Dianxuan, abile amministratore e molto versato anche nell’arte della guerra. Sua moglie cinquantenne, Maria Zhu-Wu, era molto stimata dagli abitanti del villaggio: donna gentile di grande fede, nel suo servizio a Dio dava la priorità all’assistenza ai poveri. Senza mai cercare fama né gloria, queste tre persone si sarebbero trovate al centro del massacro di cristiani più violento avvenuto durante la rivolta dei boxer.

Non occorre spiegare qui la storia della rivolta, né le macchinazioni politiche e la guerra che l’avevano innescata. Avevano poca importanza per gli abitanti di Zhujiahe quando, nell’estate del 1900, avevano accolto migliaia di rifugiati cattolici dai villaggi vicini. Ciò aveva portato la popolazione a 3000 abitanti, vale a dire dieci volte più di quelli abituali, quando il 17 luglio furono attaccati da 4500 uomini ben armati, le forze congiunte dei boxer e dell’esercito imperiale. Pochi giorni prima, gli abitanti del villaggio, protetti dalle fortificazioni costruite da Zhu Dianxuan, erano ancora riusciti a respingere gli attacchi e perfino a conquistare un cannone del nemico.

Padre Mangin e il suo confratello gesuita Paul Denn, anche lui rifugiato a Zhujiahe, avevano celebrato la messa ogni mattina e ascoltato confessioni per tutto il giorno; la sera avevano dato il cambio alle guardie sui bastioni. Il giorno seguente, Zhu Dianxuan, l’unico leader esperto tra i mille e più uomini in grado di difendere il villaggio, si arrampicò sui bastioni per usare il cannone contro le forze nemiche. Ma quella sera stessa, quando ormai oltre la metà dei suoi uomini era morta in battaglia, il cannone esplose sul petto di Zhu Dianxuan. Mangin, che si trovava lì vicino, corse dall’uomo morente e gli diede l’estrema unzione. Il terzo giorno, quando la situazione ormai apparve senza speranza, quanti potevano fuggire lo fecero, lasciando indietro chi era troppo debole per farlo, specialmente donne e bambini.

Quando la mattina presto del 20 luglio i soldati presero il villaggio, le prime persone che uccisero furono un gruppo di vergini della parrocchia e di catechiste. Colti dal panico, ottantacinque tra donne e bambini fuggirono verso l’orfanotrofio, dove saltarono nel pozzo, morendovi affogati o soffocati. Pare che il loro pianto e le loro grida si siano sentiti per due giorni.

La maggior parte degli abitanti del villaggio, circa mille, si era rifugiata nella chiesa, assistita spiritualmente dai due sacerdoti gesuiti. Troppo pressati per celebrare un’ultima messa, Mangin e Denn si sedettero sui gradini dinanzi all’altare ad ascoltare confessioni, mentre la maggior parte delle persone era inginocchiata in preghiera o semplicemente attendeva. Maria Zhu-Wu, presumibilmente in lutto per il marito, rimase però calma, esortando tutti a confidare in Dio e a pregare la Madre celeste. Verso le nove del mattino, gli aggressori sfondarono la porta e iniziarono a sparare a caso all’interno della chiesa, fino a quando non fu piena di fumo. Si diffuse il panico mentre la gente veniva uccisa, ma i sacerdoti riuscirono a unirla in preghiera, recitando insieme il Confiteor e l’atto di contrizione, poi diedero l’assoluzione generale mentre le armi continuavano a sparare sulla gente.

Qui Maria Zhu-Wu assurse a particolare grandezza: si alzò e si mise con le braccia tese davanti a padre Mangin per fargli scudo con il proprio corpo. Non molto tempo dopo, una pallottola la colpì ed ella cadde davanti alla balaustra dell’altare. Anche Mangin, sgranando il rosario con una mano e afferrando un crocifisso con l’altra, ben presto cadde vittima degli uomini armati. Poi i boxer sprangarono la chiesa e le diedero fuoco. La maggior parte di quanti si erano rifugiati al suo interno morì a causa del fumo inalato, gli ultimi — tra loro Mangin e Denn — finirono arsi quando, alla fine, il tetto della chiesa crollò. Solo 500 cattolici riuscirono a sopravvivere al massacro fuggendo o apostatando; pochi altri, principalmente donne, furono venduti come schiavi o condotti come prigionieri a Beijing, dove probabilmente finirono in qualche postribolo.

Ma Maria Zhu-Wu continua a vivere a Zhujiahe, il fiume della famiglia Zhu, trasformato in un fiume di sangue. Mentre suo marito aveva difeso il villaggio contro il nemico esterno, lei aveva rafforzato la fede e il coraggio interiore delle persone, sacrificando addirittura la propria vita per salvare il loro pastore. Nel 1955 Pio XII la proclamò beata, insieme ai due gesuiti e ad altri 53 martiri; tutti sono stati canonizzati nel 2000 da Giovanni Paolo II

 

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Preghiera di Pio XII per i cristiani perseguitati

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/05/2015

Cristianofobia_01Si avvicina la Pentecoste. In questa nostra bella festività la CEI invita a pregare per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

In rete ho trovato una preghiera, datata nel tempo ma attuale e moderna nei contenuti. Leggendola ne ho sentito tutta l’urgenza e l’efficacia. La condivido con voi sperando che in tanti si uniscano alle nostre preghiere per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

Preghiera di Pio XII per i cristiani perseguitati

O Signore Gesù, Re dei martiri,
conforto degli afflitti, appoggio e sostegno
Cristianofobia_02di quanti soffrono per amor tuo
e per la loro fedeltà alla tua Sposa,
la Santa Madre Chiesa,
ascolta benigno le nostre fervide preghiere
per i nostri fratelli della « Chiesa del silenzio », affinché non solo non vengano mai meno nella lotta,
né vacillino nella fede,
ma valgano anzi a sperimentare la dolcezza delle
consolazioni da Te riservate alle anime, che Ti degni chiamare
ad essere tue compagne nell’alto della croce.
Per coloro che debbono sopportare
tormenti e violenze, fame e fatiche,
Cristianofobia_03sii Tu fortezza incrollabile,
che li avvalori nei cimenti
e infonda loro la certezza dei premi promessi
a chi persevererà sino alla fine.
Per coloro che sono sottoposti a costrizioni morali,
molte volte tanto più pericolose quanto più subdole,
sii Tu luce che ne illumini le intelligenze,
affinché vedano chiaramente
il retto cammino della verità,
e forza che sorregga le loro volontà,
superando ogni crisi,
ogni tentennamento e stanchezza.
Cristianofobia_04Per coloro che sono nella impossibilità
di professare apertamente la loro fede,
di praticare regolarmente la vita cristiana,
di ricevere frequentemente i Santi Sacramenti,
d’intrattenersi filialmente con le loro guide spirituali,
sii Tu stesso ara occulta, tempio invisibile,
grazia sovrabbondante e voce paterna,
che li aiuti, li animi, sani gli spiriti dolenti
Cristianofobia_05e doni loro gaudio e pace.
Possa la nostra fervorosa orazione
essere loro di soccorso;
faccia la nostra fraterna solidarietà
sentir loro che non sono soli;
sia il loro esempio di edificazione per tutta la Chiesa,
e specialmente per noi
che con tanto affetto li ricordiamo.
filo_04Concedi, o Signore,
che siano abbreviati i giorni della prova
e che ben presto tutti
– insieme coi loro oppressori convertiti –
possano liberamente servire e adorare Te,
che col Padre e con lo Spirito Santo,
vivi e regni per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

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“Ho visto a cosa può portare l’odio (…) scelgo la strada della pace piuttosto che quella della guerra”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/05/2015

Ho un amico rwandese, si chiama Valens.

Lo incontro ogni giorno. E’ sereno, con la battuta pronta, goliardico e intelligente. Mi piace parlarci a lungo di tutto, di fede, di filosofia, ma anche di amici, di cibo, di donne e ci si prende tranquillamente in giro senza complessi.

Ieri però, ho avuto l’onore di conoscere più a fondo una parte della sua storia (da lui condivisa a Radio Vaticana), una storia in cui non oso aggiungere o togliere una virgola (che risulterebbe stonata) ma che condivido volentieri – naturalmente col permesso del protagonista – coi lettori del blog.

21 anni fa, era il 7 aprile del 1994, il Rwanda viveva il suo olocausto: in cento giorni la furia degli hutu massacrò un milione di tutsi, soprattutto a colpi di machete, con la scusa della vendetta trasversale per l’uccisione dell’allora presidente Juvenal Habyarimana, morto il giorno prima, il 6 aprile, nell’abbattimento del suo aereo da un missile terra-aria, mentre rientrava in patria con il collega del Burundi. Della mano assassina ancora oggi è sconosciuto il nome, ma questo omicidio ha aperto una delle pagine più drammatiche della storia africana, aggravata dalla totale indifferenza della comunità internazionale. Ancora oggi alcuni dei responsabili vivono in libertà, sebbene ad Arusha, in Tanzania, sia stato creato il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda. Valens, all’epoca aveva 10 anni, lui e la sua famiglia di etnia tutsi cercarono di sfuggire alla violenza, ma non tutti ce l’hanno fatta. Valens da 10 anni vive in Italia, studia all’Università e lavora ai Musei Vaticani. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:

(Clicca qua per la versione audio)


Mp3

 

genocidio_ruanda_02R. – Era il 7 aprile, dopo la morte del presidente ci siamo rifugiati in una parrocchia, la nostra, perché incominciavano a bruciare le case. E là ci siamo incontrati con altre persone, eravamo in tanti, più di 4mila.

D. – E lì eravate al sicuro?

R. – All’inizio sì, finché siamo diventati tanti ed è incominciato a mancare un po’ da mangiare, poi hanno tagliato l’acqua ma siamo rimasti là, non si poteva uscire, non si poteva andare a cercare da mangiare. Eravamo al sicuro all’inizio, ma la cosa è durata due-tre giorni al massimo.

D. – Tu con chi eri?

R. – Io stavo con i miei: mio padre, i miei cinque fratelli, mia madre, i miei nonni, tutti quanti. Mio padre è morto subito, perché venivano, lanciavano le granate dentro, le persone che uscivano fuori per cercare cibo venivano uccise. Mio padre è morto subito, dopo due settimane, e noi siamo rimasti là perché mia madre era incinta al settimo mese del mio fratellino, e ci siamo rimasti là circa un mesetto, in cui venivano e uccidevano quelli che volevano uccidere e poi, io ricordo che sono venuti e hanno ucciso anche il parroco, perché ci proteggeva. Poi sono tornati e hanno detto che se gli uomini fossero usciti per farsi uccidere, avrebbero liberato le mogli e i figli. E allora, gli uomini che stavano là con noi hanno detto: “Va bene”, visto che eravamo circondati, c’erano i militari fuori, c’erano persone con il machete, lanciavano le granate dentro, non c’era più acqua, hanno selezionato quelli che volevano e li hanno uccisi e poi è andata avanti per un mese, dopo di ché ci hanno caricato sui pullman e ci hanno portati in un Campo profughi e siamo rimasti là per altri due mesi. In un mese ho visto solo la morte. In un mese ho visto la fame, le persone ferite senza cure, ho visto l’incubo e ho visto l’inferno.

D. – Tu hai perso tuo padre, e anche qualcun altro della tua famiglia?

R. – Sì: mio padre, la mia sorellina, i miei due nonni, due zie e le loro famiglie, ho perso 12 persone di casa mia in un mese.

D. – Quanto si riesce a perdonare? Come vivi con questi ricordi?

R. – Impari a conviverci, quando ho visto che anche i carnefici, quando tutto è finito e alcuni si sono rifugiati, sono andati in Congo, altri sono stati incarcerati, dopo livedevi che… non ci hanno guadagnato niente. Uno crescendo, grazie poi alla fede e all’educazione ricevuta, si rende conto che l’odio non porta alcun beneficio. Ti rendi conto che l’unico modo per andare avanti è perdonare, non significa dimenticare, perché chi dimentica ricade sempre negli stessi errori, significa accettare quello che ti è successo, conviverci e andare avanti e perdonare per poter permettere a qualcuno che ti ha fatto un torto di venire davanti a te a chiedere perdono. Se uno rimane sempre attaccato a quei momenti non può andare avanti. Non può andare avanti, se non perdona. Però è sempre un lungo cammino da percorrere, perché comunque le ferite sono ancora aperte. Io, a 31 anni, adesso vorrei vedere mio padre, e non posso farlo, il mio fratellino, che è nato dopo che mio padre era stato ucciso, non conoscerà mai suo padre, non ne vedrà mai neanche le foto, perché hanno bruciato tutto.

D. – Il Rwanda che Paese è, oggi? E’ un Paese sereno?

R. – E’ un Paese sofferente ma nello stesso tempo speranzoso di andare avanti, di ricostruirsi, di riconciliarsi soprattutto. C’è una battaglia da combattere: del perdonare e del chiedere perdono, di riconciliarsi, carnefici e vittime. Da noi è un Paese sereno perché abbiamo imparato tutti, chi ha fatto del male e chi l’ha subito, che l’unico modo non è dividerci, l’unico modo di vivere la vita veramente nella maniera giusta è essere uniti e superare le differenze per vedere quello che ci unisce, perché io ho visto a cosa può portare l’odio, la separazione e la divisione. Io l’ho vissuto sulla mia pelle, purtroppo, e non lo auguro a nessuno. Scelgo la strada della pace piuttosto che quella della guerra. Tutti in Rwanda scegliamo l’unità. Invece di scrivere sulla carta d’identità “hutu” e “tutsi”, adesso cancelliamo questa cosa dalla carta d’identità, e scriviamo “rwandesi”. Adesso, se vai in Rwanda, vedi un Paese abbastanza sicuro, tranquillo, che sta crescendo in tutti i settori: nell’istruzione, in economia. Ci si sta ricostruendo, ci si sta facendo forza per andare avanti e cercare non di dimenticare, ma di correggere.

D. – Cosa farai, tu? Ti stai laureando per tornare a casa, o per restare in Italia?

R. – Mi sento ancora fiero di essere rwandese, mi sento di tornare e mi sento anche di contribuire all’unificazione e alla pacificazione del mio popolo.

Grazie Valens per aver condiviso con noi la tua storia, da leggere e rileggere, e vivere, per imparare – come tu ci insegni a fare – a scegliere ogni giorno la strada della pace e non quella della guerra.

(Fonte dell’intervista: Radio Vaticana http://it.radiovaticana.va/news/2015/04/07/il_rwanda_a_21_anni_dal_genocidio_non_dimentica_ma_perdona/1135046)

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“Il nome di Gesù è stata la loro ultima parola”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/04/2015

cristianofobia_06_I 21 martiri copti inseriti nel Sinassario copto (Martirologio della Chiesa copta) e verranno festeggiati l’8 amshir-15 febbraio

21 martiri copti inseriti nel Sinassario copto (Martirologio della Chiesa copta) e verranno festeggiati l’8 amshir ovvero il 15 febbraio

Una storia di persecuzione:

A febbraio 21 cristiani copti, tutti operai di nazionalità egiziana, sono stati decapitati in Libia dai combattenti dello Stato Islamico che li avevano rapiti alcune settimane prima. Il video dell’esecuzione, diffuso dai jihadisti, li mostra vestiti con tute arancione, inginocchiati uno accanto all’altro su una spiaggia, ciascuno con alle spalle un uomo mascherato vestito di nero.

La decapitazione è stata simultanea. Una didascalia spiegava che erano stati condannati a morte a causa della loro fede: “gente della Croce, seguaci dell’ostile Chiesa egiziana”.

Dai movimenti delle loro labbra si è capito che alcuni sono morti invocando il Signore, Gesù Cristo. “Il nome di Gesù è stata la loro ultima parola – ha detto il vescovo di Giza, Monsignor Antonios Mina – Come i primi martiri della Chiesa, si sono rimessi nelle mani di Colui che poco dopo li ha accolti. Quel nome, sussurrato negli ultimi istanti di vita, è stato il sigillo del loro martirio”.

Il governo egiziano ha disposto la costruzione di una chiesa, dedicata ai 21 martiri, a Minya, la città da cui provenivano quasi tutte le vittime.

Esponenti della comunità cattolica hanno deciso di restare in Libia nonostante la situazione: “Siamo rimasti in pochi – diceva a febbraio all’agenzia Fides Monsignor Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli – Per la maggior parte si tratta di infermiere filippine che hanno deciso di rimanere perchè in città c’è estremo bisogno di assistenza medica.

È per loro che resto. Come ho detto molte altre volte, finchè in Libia c’è anche un solo cristiano, io resto”

(Tratto da “Via Crucis per i cristiani perseguitati” del 3 aprile 2015 del vescovo di Ivrea, monsignor Edoardo Aldo Cerrato)

Uno dei tenti inviti di Papa Francesco (Udienza generale del 25 settembre 2013)

«Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e anche danno la vita per la loro fede, tocca il mio cuore questo o non viene a me? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia, che sta dando la vita per Gesù Cristo? Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno si risponda nel cuore: “Io prego per quel fratello, per quella sorella, che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede?”. È importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!»

Ci uniamo a lui?

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Cristianofobia. Quando è la popolazione a subire l’influenza dei terroristi…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/04/2015

cristianofobia_05_Shama Bibi and Sajjad Maseeh

Shama Bibi e Sajjad Maseeh

Una storia di persecuzione:

I Cristiani pakistani non solo sono minacciati dai terroristi, ma anche da una parte della popolazione che ne subisce l’influenza.

Dopo averli torturati per due giorni, il 2 novembre 2014 una folla di 500-600 persone ha spinto in una fornace due giovani sposi cristiani e li ha bruciati vivi. La violenza si è scatenata quando alcune persone dagli altoparlanti di una moschea hanno diffuso la falsa notizia che la coppia aveva dissacrato il Corano bruciandone alcune pagine.

Shama, la moglie, era incinta. La coppia lascia orfani quattro bambini.

Nel settembre del 2013, a Peshawar, due attentatori suicidi all’uscita dalla messa della domenica avevano ucciso più di 80 persone ferendone 120.

Domenica 15 marzo scorso, due attentati suicidi hanno colpito due chiese in un sobborgo di Lahore. L’intenzione di arrecare il massimo danno è evidente perché le chiese, vicine una all’altra, e i loro dintorni, erano gremiti di fedeli convenuti per partecipare alla messa.

Il bilancio, di 17 morti e 70 feriti, sarebbe stato ben più grave se uno dei vigilanti all’ingresso delle chiese, resosi conto del pericolo, non avesse fermato uno degli attentatori abbracciandolo e impedendogli così di entrare mentre si faceva esplodere: un atto di eroismo che gli è costato la vita.

Il 5 marzo un giovane cristiano di Lahore è stato torturato per una notte intera dalla polizia ed è deceduto per le violenze subite.

Il suo cadavere è stato poi gettato davanti alla porta dei suoi genitori la mattina successiva.

Era stato arrestato nell’ambito di una inchiesta per un furto di cui sua madre era stata accusata e di cui lei continua a proclamarsi innocente.

(Tratto da “Via Crucis per i cristiani perseguitati” del 3 aprile 2015 del vescovo di Ivrea, monsignor Edoardo Aldo Cerrato)

Uno dei tenti inviti di Papa Francesco (Udienza generale del 25 settembre 2013)

«Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e anche danno la vita per la loro fede, tocca il mio cuore questo o non viene a me? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia, che sta dando la vita per Gesù Cristo? Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno si risponda nel cuore: “Io prego per quel fratello, per quella sorella, che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede?”. È importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!»

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“Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/04/2015

Cristianofibia_04_AsiaBibiUna storia di persecuzione:

Quando nel 2009 la polizia è andata a prenderla, Asia Bibi, giovane cristiana cattolica madre di cinque figli, subito non ha capito.

Aveva avuto una discussione con delle compagne di lavoro musulmane, niente di serio, così credeva. Invece loro l’avevano denunciata, accusandola di aver detto parole offensive contro Maometto: un’accusa gravissima in Pakistan, dove Asia vive e dove la legge punisce la blasfemia –offendere la fede con parole e azioni – anche con la morte.

Nel 2010 Asia è stata condannata a morte mediante impiccagione. Nel 2014 la sentenza è stata confermata in secondo grado. Si attende ora l’esito del ricorso presso la Corte Suprema, terzo e ultimo grado di giudizio.

Dal 2009 Asia è in prigione. Il giudice Naveed Iqbal, che per primo l’ha condannata, un giorno le ha fatto visita per offrirle la revoca della sentenza, a condizione che si convertisse all’Islam. “Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta – racconta Asia – ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana.

Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto – credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui”

(Tratto da “Via Crucis per i cristiani perseguitati” del 3 aprile 2015 del vescovo di Ivrea, monsignor Edoardo Aldo Cerrato)

Uno dei tenti inviti di Papa Francesco (Udienza generale del 25 settembre 2013)

«Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e anche danno la vita per la loro fede, tocca il mio cuore questo o non viene a me? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia, che sta dando la vita per Gesù Cristo? Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno si risponda nel cuore: “Io prego per quel fratello, per quella sorella, che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede?”. È importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!»

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