FERMENTI CATTOLICI VIVI

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«Comunque vadano le cose, Dio avrà l’ultima parola!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/07/2017

La storia di un sacerdote che ha vissuto fino in fondo la sua vocazione di “difensore”

Tito Brandsma nasce in Olanda, a Bolsward, il 23 febbraio 1881 e la sua salute è così fragile che non gli permette né di lavorare nell’azienda familiare, né (come desidererebbe) di entrare tra i francescani minori. Presso di loro comunque si ferma 6 anni, dal 1892 al 1898, quando entra dai carmelitani di Boxmeer dov’è ordinato sacerdote nel giugno 1905.

Lo mandano a completare gli studi di filosofia e di teologia alla Gregoriana di Roma e poi lo rivogliono in Olanda a fare il professore, mentre lui comincia a coltivare la passione giornalistica. Anzi, il vescovo di Utrecht finisce per nominarlo anche “assistente ecclesiastico” dei 30 giornali cattolici del paese. Lo fa così bene e con tanta passione da diventare un sicuro punto di riferimento, proprio nel momento in cui cominciano ad addensarsi le cupe ombre del nazismo, verso il quale Padre Tito non è per nulla tenero e del quale denuncia a gran voce la distorsione ideologica.

I punti di forza del suo insegnamento e della sua predicazione delineano un messaggio estremamente attuale anche oggi: la persona umana rappresenta un impareggiabile valore, mentre il nazismo va contro la persona; soltanto l’amore cristiano può vincere il neopaganesimo nazista; comunque vadano le cose, Dio avrà l’ultima parola, nelle sue mani noi siamo sicuri; in questo determinato contesto storico dobbiamo trovare nuovi modi per “dire Dio” all’uomo del nostro tempo, perché “i nuovi tempi richiedono nuove forme espressive”. E così viene subito “schedato”.

Con l’invasione tedesca dell’Olanda (10 giugno 1940) i nazisti danno inizio alla vera e propria persecuzione degli ebrei ed alla repressione dei cattolici ed è ancora Padre Tito che, per incarico dei vescovi, si presenta al comando centrale nazista per vigorosamente protestare. Il 26 gennaio 1941 i vescovi olandesi lanciano la scomunica contro i cattolici che sostengono il nazismo, mentre i tedeschi rispondono con la totale censura sui giornali.

Nel clima di incertezza e di paura che si respira, è normale il disorientamento nelle redazioni delle testate cattoliche, presso ciascuna delle quali si reca Padre Tito consegnando personalmente a ciascun direttore una lettera che illustra la posizione della chiesa olandese nei confronti del nazismo e dell’ideologia che propugna. Missione delicatissima, che Padre Tito accetta ben cosciente dei rischi cui va incontro.

Infatti, non appena ritorna da questo suo “tour”, la Gestapo lo va a prelevare nel suo convento di Nimega: è il 9 gennaio 1942. Nella cella in cui lo rinchiudono ha tempo per pregare, meditare, scrivere anche (scritti tra l’altro fondamentali per la sua causa di beatificazione): a Padre Tito la solitudine non pesa e il carcere non spegne la sua vena di ottimismo e di sottile umorismo. Scrivendo ai confratelli comunica di “non aver bisogno di piangere, di mandar sospiri, persino canto un po’ qualche volta, a modo mio e, naturalmente, non troppo forte”, però confessa anche loro, candidamente, di “non riuscire a sopportare le notti. Dalle otto di sera fino alle sette del mattino non posso dormire. Così la notte sto sveglio molto tempo”.

La salute, già precaria, comincia a farne le spese e il suo indebolimento è tale da costringerlo nell’ospedale del campo a fare i conti non certo con le cure mediche dei nazisti ma con le torture e le sperimentazioni cruente cui i prigionieri sono sottoposti.

Il 26 luglio 1942 un’iniezione di acido fenico lo libera dalla prigionia. All’infermiera che gliela pratica Padre Tito regala la sua corona del rosario: “Anche se non sai pregare ad ogni grano dì soltanto “prega per noi peccatori”. Sarà proprio lei a testimoniarlo.

E’ il testamento di un uomo le cui ceneri, insieme a parte dei suoi scritti, sono state disperse al vento, ma la cui testimonianza è così viva, forte e libera da candidarlo indiscutibilmente a diventare il protettore moderno dei giornalisti cattolici.

Di seguito uno dei sui scritti:

Viviamo in un mondo dove l’amore stesso è condannato: lo si chiama debolezza, cosa da superare. Certi dicono: «L’amore non ha importanza, bisogna piuttosto sviluppare le proprie forze; ognuno diventi più forte che può; e la debolezza sparisca!»

Dicono ancora che la religione cristiana, con i suoi discorsi sull’amore, è superata… E’ così: vengono da voi con queste dottrine, e trovano anche gente che le accoglie volentieri. L’amore è misconosciuto: «L’Amore non è amato» diceva ai suoi tempi san Francesco d’Assisi; e qualche secolo dopo, a Firenze, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi suonava le campane del monastero del suo Carmelo perché il mondo sapesse quanto è bello l’Amore!

Anch’io, vorrei suonare le campane per dire al mondo com’è bello amare! Il neo-paganesimo (del nazismo) può ripudiare l’amore, ma la storia ci insegna che, malgrado tutto, vinceremo questo neo-paganesimo con l’amore. Non abbandoneremo l’amore. L’amore ci farà riconquistare il cuore di questi pagani. La natura è più forte della filosofia. La filosofia condanni pure e rigetti l’amore chiamandolo debolezza, ma la testimonianza viva dell’amore renderà sempre nuova e potente la sua forza per conquistare ed attrarre il cuore degli uomini.”

(Fonte: http://www.missioniassisi.it/)

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