FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Posts Tagged ‘martiri’

Chiese vuote

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/06/2019

Una foto con una chiesa vuota, con le sedie rivestite degli abiti dei trecento fedeli martirizzati nello Sri Lanka lo scorso 14 Aprile 2019 mentre celebravano la Pasqua.

Trecento martiri la cui fede è stata più forte della paura delle minacce degli estremisti, trecento testimoni coraggiosi che sono d’esempio per tutti noi ogniqualvolta non abbiamo voglia, o tempo, per riempire i banchi vuoti delle nostre parrocchie sempre più deserte.

Signore, che l’esempio e l’intercessione di questi tuoi figlie e figlie, che ora ti lodano in pienezza, ci aiuti a riempire il vuoto delle nostre chiese occidentali, così diverso dal vuoto delle chiese in cui muoiono i nostri fratelli, vittime della cristianofobia, l’unica “fobia” ingannevolmente trascurata da questa parte del mondo che ti sta dimenticando.

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«Voglio solo un posto ai piedi di Gesù.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/05/2019

Il testamento spirituale di Shahbaz Bhatti primo cristiano a entrare in un governo musulmano del Pakistan, assassinato nel 2011 dopo aver espressamente difeso Asia Bibi.

«Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, un insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.

Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù  che mi indusse a offrire i miei servizi alla Chiesa. 

Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero.

Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi. Stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: “No, io voglio servire Gesù da uomo comune.”

Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese.

Molte volte gli estremisti hanno cercato di uccidermi e di imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Gli estremisti, qualche anno fa, hanno persino chiesto ai miei genitori, a mia madre e mio padre, di dissuadermi dal continuare la mia missione in aiuto dei cristiani e dei bisognosi, altrimenti mi avrebbero perso.

Ma mio padre mi ha sempre incoraggiato. Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Crizto. Più leggo l’Antico e il Nuovo Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione.

Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salcvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario.

Nostro Signore ha detto: “Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi.” I passi che più amo della Bibbia recitano: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Così quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.

Per cui cerco sempre di essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.»

(Fonte: La Voce, bimestrale delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, Anno LXIII, n. 1/2019, pag 9 e 10)

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«Mamma, ho paura! E se anche noi morissimo durante la Messa?».

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 23/04/2019

Zarish Neno

«Il motivo per cui scrivo sulla situazione dei cristiani in Pakistan è quello di aiutare quei fratelli e sorelle che vivono la loro fede in una situazione migliore della nostra, in modo che comprendano la situazione in cui noi ci troviamo. Spero che mediante i miei articoli coloro che hanno la possibilità di vivere la loro fede senza difficoltà ringrazino Dio perché non devono affrontare gli stessi problemi che affrontiamo noi.

Questa volta, voglio condividere con voi le difficoltà che noi cristiani pakistani dobbiamo affrontare per partecipare alla Santa Messa. Purtroppo la nostra vita non è facile, come non è neppure facile poter praticare la nostra fede. Coloro che ci circondano cercano sempre di metterci i bastoni tra le ruote per impedirci di vivere la nostra vita da cristiani.

Prima di tutto c’è sempre il rischio che possiamo essere oggetto di attentati durante la celebrazione della Santa Messa. Questo rischio è più alto durante i periodi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua perché c’è una maggiore presenza di persone. Lo Stato avvisa le parrocchie di aumentare la sicurezza, e le forze di polizia sono tenute a sorvegliare gli ingressi delle chiese durante la celebrazione delle Messe.

Dopo gli attacchi alla chiesa di Peshawar del 22 settembre 2013, dove morirono 78 persone, l’Arcivescovo Joseph Coutts, responsabile della diocesi di Karachi, decise, per la sicurezza dei fedeli, di chiudere tutte le chiese per un po’ di tempo. La gente però non fu contenta di quella decisione. Una delegazione dei fedeli andò dall’Arcivescovo e gli disse: «Sua Eccellenza, non vogliamo che le chiese vengano chiuse o che non vengano più celebrate le Messe. Saremo presenti alle Messe, accada quel che accada. È meglio morire in chiesa piuttosto che a casa». L’Arcivescovo rimase commosso dalla fede del suo popolo, e per questo continuò a tenere le chiese aperte.

Ricordo anche di come mi sentii preoccupata nel partecipare alla Santa Messa domenicale durante l’Avvento del 2017, dopo aver saputo di un attentato kamikaze alla Bethel Memorial Methodist Church, a Quetta, il 17 dicembre 2017, che causò ben 9 morti. I telegiornali, nel trasmettere la notizia, mostravano ripetutamente il filmato di come i terroristi si fossero introdotti nella chiesa e si fossero fatti saltare in aria durante la celebrazione Eucaristica. Quelle immagini mi sono rimaste impresse nella mente. Esse continuamente mi tornavano alla mente.

Quando la domenica successiva siamo andati in chiesa, mentre passavamo attraverso i controlli di sicurezza, mi sono girata verso mia madre, dicendole: «Mamma, ho paura! E se anche noi morissimo durante la Messa?». Lei mi sorride e mi risponde, «non sarebbe bello morire vicino all’altare dove Cristo si sacrifica ogni giorno per noi? Non essere preoccupata. Invece, sii felice!». La sua risposta ha subito trasformato la mia paura in gioia. Lei aveva ragione! Se un attentato fosse accaduto, sarebbe stato un privilegio per tutti noi morire vicino all’altare, rendendo lode a Gesù.

Ero rimasta molto colpita dalla risposta di mia mamma. Lei è una donna semplice. Ha studiato poco, non è andata all’università e neanche ha fatto studi di teologia. Quello che sa della sua fede l’ha imparato dai suoi nonni e nella parrocchia che frequentava quando era giovane. E questo è sufficiente per renderla così forte nella fede. Questo mi ha fatto pensare a tutte quelle persone che studiano teologia e passano anni ad approfondire la loro fede e tuttavia non sono in grado di viverla. Loro, spesso, presentano tanti complessi, si fanno tante domande e hanno tanti dubbi che li portano ad allontanarsi gradualmente dalla loro fede, invece che avvicinarsi sempre più ad essa.

Questo mi porta a pensare che c’è una fede più profonda e genuina nelle persone semplici.

Comunque, oltre gli attacchi terroristici, a noi cristiani ci viene posto un altro ostacolo per impedirci di partecipare alla Santa Messa, specialmente durante le maggiori festività.

Succede spesso che durante le feste l’elettricità viene deliberatamente interrotta tutto il giorno, specie in zone dove c’è un’alta concentrazione di cristiani. A volte essa viene sospesa in orari vicini all’ora della Santa Messa, in modo da metterci nella condizione di non essere in grado di prepararci in tempo alla partecipazione della Santa Messa. Ricordo quante volte abbiamo dovuto prepararci a lume di candela o con le luci di emergenza per poter andare in chiesa.

Ma nessuno di questi problemi ci ha mai impedito di partecipare alla celebrazione Eucaristica. Anzi, questi problemi ci hanno resi sempre più forti nella fede. Gli attacchi terroristici, pur facendo paura, non hanno mai scoraggiato i credenti, anzi, le chiese sono sempre piene di fedeli. E, indipendentemente dai problemi che dobbiamo affrontare, la gente continua a partecipare numerosa alle Sante Messe e preferisce morire davanti all’altare piuttosto che morire di morte naturale a casa.

Queste nostre esperienze mi fanno spesso pensare alle lettere di San Paolo quando, scrivendo alle sue comunità cristiane, dice che nessuna avversità avrà mai il potere di sopraffare la presenza cristiana. Egli le esorta a resistere nelle prove, a non lasciarsi mai intimidire e di essere fiere, anche se incomprese nel dare testimonianza a Gesù. San Paolo fornisce una profonda ragione teologica al dolore innocente che non risparmia il cristiano: egli è imitazione di Cristo Crocifisso, che ci chiama a morire con Lui per risorgere con Lui, partecipando attivamente al mistero redentivo della sua Pasqua «a causa del quale [Gesù] io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui» (2 Tim 2, 9-11).»

(Fonte: blog di Zarish Neno, donna, cattolica, pakistana)

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«Sono i giovani che ho incontrato che mi hanno insegnato a essere un Salesiano!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/02/2019

Un altro caso di cristianofobia ignorata dai media
Padre Antonio César Fernández Fernández, 72 anni, è stato colpito mentre tornava alla sua comunità a Uagadugú.
Lo riporta il quotidiano Avvenire: «Il sacerdote è stato bersagliato con almeno tre copi di pistola nel momento in cui faceva ritorno alla sua comunità in località Uagadugú.»
«Sono i giovani che ho incontrato che mi hanno insegnato a essere un Salesiano!», ricordiamolo con le ultime parole  dette 48 ore prima di essere ucciso.
I cattolici nel mondo continuano ad essere perseguitati e a morire, nel silenzio assordante dei media che non vedono, non raccontano…
Diffondiamo per quanto possibile ma soprattutto preghiamo.

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«Voglio essere cristiana e ci riuscirò.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/01/2019

Una delle tante storie di persecuzione e odio verso i cristiani, una donna dalla fede ammirevole, come quella di Asia Bibi che, attratta dalla luce del Vangelo, vi ha attinto la forza per soffrire e per fuggire dal luogo in cui veniva perseguitata.

Fauzia (nome di fantasia) voleva abbracciare la fede cattolica. Ma se vivi in Pakistan e sei una donna nata e cresciuta nella fede islamica, sposata con un uomo musulmano, la cosa diventa spaventosamente comlicata.

Fauzia, laureata, con quattro figli, qualche anno prima rimase sorpresa conoscendo una donna occidentale in un negozio della città di Lahore. Divennero amiche; questa donna aveva una luce particolare: le raccontò che dipendeva dal cristianesimo. Ma quello che più sorprese Fauzia era lo stile di vita della sua amica.

Le botte del marito.

Da quel giorno iniziò a bombardarla di domande fino a quando, un giorno, la donna occidentale sparì. Tutta via Fauzia prese una decisione: «Voglio essere cristiana e ci riuscirò.» Ebbe la cattiva idea di comunicarlo al marito e subì delle percosse.

«Sei cristiana? Ti ammazziamo!»

Secondo fonti locali del Vatican Insider, i familiari si arrabbiarono con lei minacciandola: «Se ti azzardi a farlo ti ammazziamo!», le dicevano.

Un anno dopo, improvvisamente suo marito morì. Fauda era vedova, con quattro figli di 10, 12, 15 e 18 anni. Vedendosi più libera cominciò a dialogare coi figli. In questo dialogo decisero tutti e quattro di convertirsi al cristianesimo. Non restava che una possibilità, fuggire, sparire.

La sua amica occidentale le aveva lasciato un numero; era giunto il momento di chiamarlo. La vedova coi suoi quattro figli scapparono di notte come ladri. Il vero ladro, in realtà, era uno Stato che proibisce di essere liberi.

Un paese in cui ogni anno circa 700 donne cristiane sono sequestrate, violentate e obbligate a convertirsi all’Islam.

Ora Fauzia e i suoi figli vivono nelle Filippine, hanno una casa, lei lavora e i figli studiano. Una vita normale, quella vita che non possono avere i cristiani del Pakistan.

(Tradotto dallo spagnolo da: http://www.religionenlibertad.com/polemicas/29744/su-marido-musulman-le-dio-una-paliza-sus-familiares-querian-matarla.html)

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“L’anticristo si scaglia contro gli innocenti, così come si è scagliato contro Gesù”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/04/2017

“I copti sono egiziani (“copto” vuol dire esattamente “egiziano”, con i passaggi fonetici avvenuti nei secoli egyptos-kyptos-coptos) e chiamano Dio “Allah” come i loro confratelli (perché “Allah” è il nome non del Dio di qualcuno, ma vuol dire semplicemente “Id-Dio”, “Il Dio”).

Pregano dicendo: “Allah mahaba”, cioè “Dio è amore”. Hanno conservato la fede cristiana che l’Egitto aveva prima dell’invasione islamica e l’hanno conservata umilmente, trasmettendola di padre in figlio.

Hanno sempre incentivato la cultura, creando scuole e centri di studio che aiutassero tutti gli egiziani, non solo quelli copti, e la loro visione più aperta della donna e della vita ha contribuito e contribuisce alla vita degli egiziani.

Sono stati uccisi mentre pregavano come Gesù. Sono stati uccisi nel giorno in cui la Chiesa ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme per essere ucciso come un innocente e salvare i peccatori con il suo sacrificio.

Chi conosce Dio, ama come Gesù ha amato. Chi non ama, non conosce Dio. L’antiCristo si scaglia contro gli innocenti, così come si è scagliato contro Gesù.

I copti sono stati ancora una volta colpiti come innocenti e noi sappiamo che Allah è dalla parte degli innocenti. Ora ci sono orfani e vedove e noi sappiamo che Allah è dalla parte degli orfani e delle vedove.

Che il loro martirio – ne siamo certi – illumini le menti e i cuori a comprendere che Dio è amore e dal cielo intercedano per l’Egitto e per tutti noi.”

Dal profilo Facebook di don Andrea Lonardo direttore dell’Ufficio catechistico e del Servizio per il catecumenato della diocesi di Roma.

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«Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/12/2016

voluntari08cUna vita all’insegna del martirio, in tutte le sue forme

Beato Anton Durcovici
Vescovo di Iasi (Moldavia)
e martire († 10/12/1951)

Anton Durcovici nasce in Austria il 17 maggio 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità “nec plus ultra”.

Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano il 24 settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia, però, la Prima Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni.

Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale.

Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo tre) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa.

Il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, il 14 aprile 1948 viene consacrato a Bucarest.

Il 1° dicembre 1948, con il varo di una legge, ebbe inizio la persecuzione che rendeva la Chiesa greco-cattolica illegale. I vescovi, uno dopo l’altro, furono incarcerati. Il governo comunista voleva creare una sola Chiesa nazionale, separata da Roma.

anton-durcovici-beato_02In questa situazione critica, il vescovo Durcovici e quello di Alba Iulia, Marton Aron, elaborano insieme un manifesto di dissenso: «La Chiesa cattolica in Romania fa parte della Chiesa romano-cattolica, a capo della quale vi è il Papa». E come risposta all’atteggiamento ateo dello Stato, Durcovici cominciò la visita pastorale in tutte le parrocchie e le consacrò al Cuore immacolato di Maria, risvegliando la fede nelle comunità.

La Securitate aveva paura a intervenire, perché temeva la reazione popolare, e in questo contesto socio-politico, il vescovo fu costretto a sopportare grandi pressioni: durante le celebrazioni, gli ufficiali della polizia politica ascoltavano con attenzione le omelie e i discorsi che poi trascrivevano per trovarvi riferimenti politici. Queste note informative contenevano decine di accuse al vescovo per incriminarlo. Ma paradossalmente, esse hanno finito per costituire una prova testimoniale della fede granitica del martire e il suo filiale attaccamento al Papa.

All’inizio del 1949, la persecuzione giunse al culmine. Il vescovo Durcovici alzò coraggiosamente la propria voce per condannare le azioni promosse dal regime contro i cattolici. Il 26 giugno dello stesso anno, venne arrestato mentre andava alla parrocchia Popeşti-Leordeni di Bucarest, per amministrare il sacramento della cresima. Dopo molte torture, maltrattamenti e offese, venne portato nella prigione del ministero degli Interni, dove restò fino al giugno 1950, quando fu trasferito nel temutissimo carcere di Jilava.

La successiva tappa della sua personale via crucis, fu quella a Sighetu Marmatiei, dove già erano stati imprigionati altri vescovi. Con loro e con i sacerdoti reclusi pregò e soffrì per la fede, incoraggiando tutti a portare la croce pazientemente e con amore per Cristo, in vista della salvezza. Quindi venne isolato e trasferito in un altro bunker, seminudo e privato del cibo necessario, con scarsissima aria e luce, fatto oggetto di insulti, di oltraggi e di maltrattamenti, fino a che fu ridotto a una larva.

E benché, mentalmente sia sempre rimasto lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali, dal punto di vista fisico poté resistere solo tre mesi in quella prigione.

20140432durcovici_1902sLo lasciarono morire di fame nella cella numero 13 il giorno 10 dicembre 1951.

Don Rafael Friederich, sacerdote della sua diocesi, ha testimoniato che mentre puliva i corridoi si avvicinò alla sua cella e gli disse in latino: «Ego sum Friederich». Dall’interno rispose una voce debole: «Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem». E in quello stesso giorno il vescovo Durcovici morì.

Come era abitudine ‘discreta’ della Securitate rumena, la notizia della sua morte fu registrata all’Ufficio Centrale di Bucarest con solo alcune righe molto concise; nulla è rimasto del suo tempo trascorso in carcere, né delle sofferenze inflitte che gli procurarono la morte.

Il corpo del vescovo Durcovici fu sepolto in un posto segreto, con altre 50 personalità politiche, civili e religiose morte a Sighetul Marmatiei; dal cimitero principale della prigione di sterminio, fu distrutta ogni prova. Tutti i documenti che lo riguardavano, compreso la carta d’identità furono distrutti, gli oggetti di valore scomparsi.

Il 28 gennaio 1997, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso il “nihil obstat” per iniziare la causa di beatificazione del vescovo Anton Durcovici, considerato martire della fede.

Anton Durcovici è stato beatificato a Iasi, in Romania il 17 maggio 2014. A rappresentare Papa Francesco è stato il card. Angelo Amato S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Fonti principali: cristianofobia.altervista.org; orizonturiculturale.ro/it

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“¡Viva Cristo Rey!”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/10/2016

jose-sanchez-del-rio-01Domenica 16 ottobre 2016 Papa Francesco canonizzerà sette nuovi beati tra cui José Sánchez del Río trucidato a soli 14 anni per non aver rinnegato la fede in Cristo Re.

Ecco la storia del quattordicenne morto martire nel 1928 durante la rivolta dei “cristeros” contro le persecuzioni anticattoliche ordinate dall’allora presidente del Messico.

Per i cristiani in Messico nella seconda metà degli anni Venti del Novecento l’aria è semplicemente irrespirabile. Il presidente Calles – per il quale la causa di tutti i mali del Paese sarebbe la Chiesa – cala una ghigliottina su chi ne fa parte: seminari e scuole cattoliche sbarrati, sacerdoti messicani a “numero chiuso” e sottoposti all’autorità civile, i preti stranieri espulsi. E la gente comune messa davanti a una scelta da niente: o rinunci alla fede o perdi il lavoro. Una prigione senza uscita, vessatoria e umiliante, con le pareti architettate per schiacciare senza scampo né pietà.

La rivolta

Ljose-sanchez-del-rio-021’insurrezione è inevitabile. Un esercito di contadini, operai e studenti impugna le armi per spezzare il giogo. Non sono addestrati a combattere i “cristeros” – così si chiamano – vogliono solo ridare al Messico la libertà di pronunciare il nome di Dio. E “¡Viva Cristo Rey!” è il loro grido di battaglia e la Madonna di Guadalupe la bandiera sotto la quale difendersi.

“Tarcisius”

Le mani che tengono su quella bandiera durante la cruenta battaglia di Cotija, il 6 febbraio 1928, non sono quelle nodose di una campesino o di un operaio. Sono piccole come possono esserlo quelle di un ragazzino di quasi 15 anni. José Sanchez del Rio ha implorato la mamma pur di non restare a guardare. È diventato la mascotte dei “cristeros” che lo chiamano “Tarcisius” come il giovane romano, ucciso per aver difeso l’Ostia consacrata. Quando in piena mischia un proiettile abbatte il cavallo del suo comandante, Josè gli offre il suo e tenta di coprirgli la ritirata a colpi di fucile, che presto resta scarico. Il tentativo fallisce, entrambi vengono catturati e qualche giorno dopo José finisce rinchiuso nella chiesa del suo paese, Sahuayo, profanata dai soldati federali e trasformata in un pollaio.

jose-sanchez-del-rio-03“¡Viva Cristo Rey!”

Per rabbia, il ragazzino tira il collo a qualche volatile e questo gesto scatena la rappresaglia. Alcuni soldati entrano a picchiarlo, lo seviziano, e lui a squarciagola esplode il grido di battaglia, a ripetizione: “¡Viva Cristo Rey!”. La sua resistenza coraggiosa fino all’ostinazione che nessuna sofferenza riesce a piegare diventa ben presto un problema. Processare un ragazzino non ha senso, così in suoi aguzzini cercano di fargli rinnegare la fede promettendogli, oltre alla libertà, denaro a profusione, una brillante carriera militare, addirittura l’espatrio negli Stati Uniti. La risposta di José è immaginabile: “Viva Cristo Re, viva la Madonna di Guadalupe!”. Un’alta idea è chiedere un riscatto ai genitori, ma José riesce a convincerli a non pagare e anzi di nascosto dalla zia Magdalena riesce anche a ricevere la comunione.

Il coraggio e la viltà

jose-sanchez-del-rio-04È la goccia finale. La sera del 10 febbraio 1928, verso le 23 – un’ora tarda perché nessuno vedesse cosa un gruppo di soldati stava per fare a un bambino e perché il male è anche vigliacco – i militari decidono di sfogare su José la loro crudeltà. Gli spellano le piante dei piedi, lo costringono a camminare sul sale e poi lo strattonano verso il cimitero. José continua imperterrito a gridare il nome di Gesù e di Maria. Uno dei soldati lo accoltella non gravemente, gli chiedono per l’ultima volta di rinnegare la sua fede. Lui rifiuta e domanda di essere fucilato, continuando a invocare quei due nomi uniti in un grido che non si placa. Vorrebbero finirlo a coltellate, in silenzio, ma il capitano innervosito da quell’invocazione estrae la pistola e gli spara.

“Cara mamma, ti aspetto in Paradiso”

Sul corpo gli troveranno questo biglietto: “Cara mamma, mi hanno catturato, stanotte sarò fucilato. Ti prometto che in Paradiso preparerò un buon posto per tutti voi.”. Firmato: “Il tuo Josè che muore in difesa della fede cattolica per amore di Cristo Re e della Madonna di Guadalupe”.

(Fonte: Radio Vaticana)

Il Martirio di José Sánchez del Río in un film ad esso dedicato (SCENE FORTI)

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Preghiera di Pio XII per i cristiani perseguitati

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/05/2015

Cristianofobia_01Si avvicina la Pentecoste. In questa nostra bella festività la CEI invita a pregare per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

In rete ho trovato una preghiera, datata nel tempo ma attuale e moderna nei contenuti. Leggendola ne ho sentito tutta l’urgenza e l’efficacia. La condivido con voi sperando che in tanti si uniscano alle nostre preghiere per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

Preghiera di Pio XII per i cristiani perseguitati

O Signore Gesù, Re dei martiri,
conforto degli afflitti, appoggio e sostegno
Cristianofobia_02di quanti soffrono per amor tuo
e per la loro fedeltà alla tua Sposa,
la Santa Madre Chiesa,
ascolta benigno le nostre fervide preghiere
per i nostri fratelli della « Chiesa del silenzio », affinché non solo non vengano mai meno nella lotta,
né vacillino nella fede,
ma valgano anzi a sperimentare la dolcezza delle
consolazioni da Te riservate alle anime, che Ti degni chiamare
ad essere tue compagne nell’alto della croce.
Per coloro che debbono sopportare
tormenti e violenze, fame e fatiche,
Cristianofobia_03sii Tu fortezza incrollabile,
che li avvalori nei cimenti
e infonda loro la certezza dei premi promessi
a chi persevererà sino alla fine.
Per coloro che sono sottoposti a costrizioni morali,
molte volte tanto più pericolose quanto più subdole,
sii Tu luce che ne illumini le intelligenze,
affinché vedano chiaramente
il retto cammino della verità,
e forza che sorregga le loro volontà,
superando ogni crisi,
ogni tentennamento e stanchezza.
Cristianofobia_04Per coloro che sono nella impossibilità
di professare apertamente la loro fede,
di praticare regolarmente la vita cristiana,
di ricevere frequentemente i Santi Sacramenti,
d’intrattenersi filialmente con le loro guide spirituali,
sii Tu stesso ara occulta, tempio invisibile,
grazia sovrabbondante e voce paterna,
che li aiuti, li animi, sani gli spiriti dolenti
Cristianofobia_05e doni loro gaudio e pace.
Possa la nostra fervorosa orazione
essere loro di soccorso;
faccia la nostra fraterna solidarietà
sentir loro che non sono soli;
sia il loro esempio di edificazione per tutta la Chiesa,
e specialmente per noi
che con tanto affetto li ricordiamo.
filo_04Concedi, o Signore,
che siano abbreviati i giorni della prova
e che ben presto tutti
– insieme coi loro oppressori convertiti –
possano liberamente servire e adorare Te,
che col Padre e con lo Spirito Santo,
vivi e regni per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

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Cristianofobia. Quando è la popolazione a subire l’influenza dei terroristi…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/04/2015

cristianofobia_05_Shama Bibi and Sajjad Maseeh

Shama Bibi e Sajjad Maseeh

Una storia di persecuzione:

I Cristiani pakistani non solo sono minacciati dai terroristi, ma anche da una parte della popolazione che ne subisce l’influenza.

Dopo averli torturati per due giorni, il 2 novembre 2014 una folla di 500-600 persone ha spinto in una fornace due giovani sposi cristiani e li ha bruciati vivi. La violenza si è scatenata quando alcune persone dagli altoparlanti di una moschea hanno diffuso la falsa notizia che la coppia aveva dissacrato il Corano bruciandone alcune pagine.

Shama, la moglie, era incinta. La coppia lascia orfani quattro bambini.

Nel settembre del 2013, a Peshawar, due attentatori suicidi all’uscita dalla messa della domenica avevano ucciso più di 80 persone ferendone 120.

Domenica 15 marzo scorso, due attentati suicidi hanno colpito due chiese in un sobborgo di Lahore. L’intenzione di arrecare il massimo danno è evidente perché le chiese, vicine una all’altra, e i loro dintorni, erano gremiti di fedeli convenuti per partecipare alla messa.

Il bilancio, di 17 morti e 70 feriti, sarebbe stato ben più grave se uno dei vigilanti all’ingresso delle chiese, resosi conto del pericolo, non avesse fermato uno degli attentatori abbracciandolo e impedendogli così di entrare mentre si faceva esplodere: un atto di eroismo che gli è costato la vita.

Il 5 marzo un giovane cristiano di Lahore è stato torturato per una notte intera dalla polizia ed è deceduto per le violenze subite.

Il suo cadavere è stato poi gettato davanti alla porta dei suoi genitori la mattina successiva.

Era stato arrestato nell’ambito di una inchiesta per un furto di cui sua madre era stata accusata e di cui lei continua a proclamarsi innocente.

(Tratto da “Via Crucis per i cristiani perseguitati” del 3 aprile 2015 del vescovo di Ivrea, monsignor Edoardo Aldo Cerrato)

Uno dei tenti inviti di Papa Francesco (Udienza generale del 25 settembre 2013)

«Quando penso o sento dire che tanti cristiani sono perseguitati e anche danno la vita per la loro fede, tocca il mio cuore questo o non viene a me? Sono aperto a quel fratello o a quella sorella della famiglia, che sta dando la vita per Gesù Cristo? Quanti di voi pregano per i cristiani che sono perseguitati? Quanti? Ognuno si risponda nel cuore: “Io prego per quel fratello, per quella sorella, che è in difficoltà, per confessare e difendere la sua fede?”. È importante guardare fuori dal proprio recinto, sentirsi Chiesa, unica famiglia di Dio!»

Ci uniamo a lui?

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