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La suorina che affrontò Billy the Kid

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/09/2015

Blandina_01Sarà santa la suora più veloce del West che sfidò Billy the Kid

Il Far-West lo hanno fatto i cow-boy, gli indiani, i missionari cattolici e le suore. Sì, le suore: energiche, coraggiose, talora eroiche e magari anche sante come suor Blandina Segale, per la quale – lo ha annunciato mons. Michael J. Sheehan, arcivescovo di Santa Fe, nel New Mexico – si apre ora, dopo il nulla osta della Santa Sede, la causa di beatificazione.

Suor Blandina era italiana, nata a Cicagna, in provincia di Genova, il 23 maggio 1850 con il nome di Rosa Maria. Quando aveva quattro anni, i suoi genitori (Giovanna Malatesta e Francesco Segale) si spostarono a Cincinnati, in Ohio, è così la futura suora divenne americana. Blandina fu il nome della martire del II secolo che Rosa volle assumere entrando nelle Suore della Carità l’8 dicembre 1868, a 16 anni. Così fece subito dopo pure la sorella maggiore, Maria Maddalena, che, dopo avere rifiutato diverse proposte di matrimonio, la seguì nello stesso convento come suor Giustina (spesso anglicizzato in Justina).

La prima missione di suor Bladina fu l’insegnamento nelle cittadine di Steubenville (dove oggi sorge, fondata nel 1946, una ben nota università francescana, fiore all’occhiello della Chiesa statunitense) e di Dayton, in Ohio. Poi, il 27 novembre 1872, fu inviata in missione in Colorado, precisamente (fate caso ai nomi) nella cittadina mineraria di Trinidad, contea di Las Ánimas, valle del fiume Purgatoire (che gli spagnoli chiamavano “El Río de las Ánimas Perdidas en Purgatorio”) noto tra l’altro per le molte menzioni che gli tributa il classico del cinema western L’uomo che uccise Liberty Valance, diretto nel 1962 da John Ford, con John Wayne e James Stewart.

Blandina_02Ora, il Colorado di allora non era quello di oggi, raggiungibile comodamente in areo, famoso per i resort e rinomato per alcune tra le piste da sci più belle del mondo. Era invece un territorio semiselvaggio di frontiera infestato da indiani e pistoleri. Suor Blandina non se ne accorse subito. Quando le dissero Trinidad, aveva pensato alla lussureggiante isola delle Piccole Antille davanti al Venezuela o all’omonima cittadina tropicale di Cuba. A bordo del treno che attraversava le polveri roventi del deserto si accorse invece che l’attendeva tutt’altro. Ventiduenne, viaggiò da sola nella desolazione e il 9 dicembre arrivò a destinazione: poche case al limite dell’ecumene umano che per i fuorilegge del West erano come la Tortuga per i pirati caraibici e dove il linciaggio era il modo usuale per regolare i conti. Suor Blandina insegnava ai ragazzi di quel mondo surreale, e una volta riuscì anche a salvare la pelle a un tale che aveva sparato a un tizio: la folla lo aveva strappato dalla cella in cui era rinchiuso per impiccarlo in piazza, ma suor Blandina convinse uno sceriffo attonito a farsi consegnare l’assassino, questi a chiedere perdono alla sua vittima e la folla, sbigottita, a tornarsene a casa.

Ben altra minaccia incombeva però su Trinidad e il suo nome (meglio, nomignolo) era Billy the Kid, il famoso ladro e assassino, al secolo Henry McCarty (1859-1881) ‒ e anche Henry Antrim o William Harrison Bonney ‒, reso celebre da cinema, tivù e fiction. Quelle erano le sue zone di bottino. Ma nemmeno per il più smaliziato dei criminali le cose filavano lisce sempre. Durante un alterco, uno della banda aveva sparato a Billy, che ora agonizzava in una baracca poco lontana da Trinidad. Appena lo seppe da un ragazzino della scuola, suor Blandina corse dal bandito: a dargli cibo e acqua certo, ma soprattutto a rispondere alle domande su Dio e sulla religione che quel furfante introverso e caratteriale non cessava mai di farsi. Poi Billy guarì, ma solo dalle ferite: l’aveva giurata ai medici che non lo avevano voluto curare perché era un brigante e così diede loro, anzi al loro scalpo, appuntamento per un assolato sabato alle 14,00 precise.

Blandina_03Giunto a Trinidad, però, Billy non incontrò i dottori, ma suor Blandina. La salutò con estrema cortesia, impegnandosi per riconoscenza a esaudire qualsiasi desiderio ella avesse espresso. E, ovvio, suor Blandina disse a Billy di lasciar stare lo scalpo dei quattro medici. Billy sussultò, si adirò meravigliato che la suora conoscesse il motivo del suo arrivo in città, ma poi si quietò e risparmiò le vite che aveva deciso di prendere. La storia della suorina genovese che nel selvaggio Ovest ferma il famoso “Attila” da film fece il giro del mondo e ancora oggi passa di bocca in bocca. Tanto da averle guadagnato il soprannome di “suora con gli speroni” e “suora più veloce del West”: più lesto il suo amore in Dio di qualsiasi revolver. Dopo Trinidad suor Blandina fu assegnata – era il dicembre 1873, a Santa Fe, nel New Mexico. Per arrivare laggiù, all’epoca si percorreva un bel tratto dei 1400 chilometri di pista per mandrie e carovane che partiva da Franklin, nel Missouri.

Nel mezzo del nulla; perché se qualcosa c’era, erano gli indiani. Il Colorado faceva ancora parte dei Territori non organizzati che erano di chi di fatto li occupava; il Texas aveva appena smesso di essere una repubblica indipendente; e la pista si snodava lungo la Comanchería, la patria dei non proprio amichevoli indiani omonimi. Una esodo, che la suora ricorda nel suo libro At the End of the Santa Fe Trail, pubblicato postumo per la prima volta nel 1932. Giunta a Santa Fe, andò subito a trovare un vecchio amico. Billy the Kid, che, catturato, se ne stava in prigione. Per poco, però, perché presto fuggì. Un giorno, a bordo di una diligenza, suor Blandina e altri furono molestati dai banditi.

Blandina_04All’avvicinarsi dei predoni, i viaggiatori tremavano e lei recitava il rosario. Poi il capo della banda gettò uno sguardo rapace dentro la diligenza, fece un gesto di riverenza col cappello e voltò il cavallo altrove. Era sempre Billy, e la presenza di suor Blandina ne aveva ancora una volta stemperato i propositi malvagi. Per un altro ventennio abbondante la vita della suorina genovese portò Gesù nel Far West, ma anche l’istruzione, l’educazione, la cura dei malati e la difesa dei diritti umani di indiani e d’ispanici, inaugurando scuole, ospizi e ospedali. Nel 1882 ricostruì il convento distrutto di Albuquerque e, sempre lì, nel 1901 portò a termine la costruzione del St. Joseph Hospital. Quando, a Trinidad, qualcuno le disse con disprezzo che con quell’abito da consacrata non poteva certo insegnare, suor Blandina sfoderò una copia della Costituzione federale degli Stati Uniti sventolandone il Primo Emendamento che definisce al libertà religiosa la prima libertà dei cittadini e americani, e continuò per la sua strada tipo “ragazzo scansati, che debbo lavorare”.

Poi la piccola grande suora rientrò, oramai anziana, a Cincinnati, dove, con la sorella suor Giustina, creò un centro di assistenza per italiani che le occupò gli ultimi anni di vita, appena prima di sapere che l’altrettanto famoso sceriffo Pat Garrett (Patrick Floyd Garrett, 1850-1908), da sempre alle calcagna di Billy the Kid, aveva finalmente ucciso il bandito. Il pensiero di suor Blandina tornò ai loro primi colloqui, chiedendosi se quell’assassino e ladro avesse avuto il tempo di trovare quella pace divina cui tanto bislaccamente da sempre anelava. A Cincinnati suor Blandina si spense il 23 febbraio 1941. Fu una delle prime donne a prendere la patente; ovviamente guidava una Ford.

Il suo nome, l’ennesimo nome italiano di un consacrato a Dio nel selvaggio West americano, è legato a storie di eroismo e di abnegazione vere che sono più affascinanti di qualsiasi romanzo d’appendice, tant’è che Rosa Maria Segale è persino finita in una puntata della serie della CBS Death Valley Days; negli anni 1960 è stata protagonista di due storie edite sul periodico cattolico di fumetti Treasure Chest of Fun & Fact, illustrate da Loyd Ostendorf (1921-2000) ‒ artista e storico, noto per le biografie del presidente Abraham Lincoln ‒; e anche in Italia l’editore di comics Bonelli l’ha immortalata in un albo della serie Magico Vento. Cosa non riesce a produrre l’amore dei santi per Cristo…

(Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana)

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24 marzo, preghiera e digiuno per i missionari martiri

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/03/2015

Missio_01Il 24 marzo è la giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri; è un momento favorevole per pregare per tanti fratelli e sorelle missionari come loro che portano il messaggio del Vangelo a rischio della vita.

Missio_02Ogni anno si registrano numerose uccisioni di missionari perpetrate nel nome dell’odio e della violenza e il pensiero vola automaticamente alla difficile situazione in alcuni paesi del Medio Oriente, come la Siria, dove i cristiani sono costretti a fuggire.

Le persecuzioni dei cristiani non hanno limite di nazione o di crudeltà e, come ha più volte ripetuto Papa Francesco, “Oso dire che forse ci sono tanti o più martiri adesso che nei primi tempi”.

Per questo motivo, aderiamo alla giornata di preghiera e di digiuno in memoria dei missionari martiri, mettendo, nelle nostre intenzioni, tutti i cristiani e non cristiani che in questi ultimi tempi vengono perseguitati nel mondo a motivo della loro fede.

Ti va di offrire preghiera e digiuno insieme a noi?

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Dal Giappone un piccolo cuore cattolico che pulsa… seguendo le orme di Cristo crocifisso

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/03/2015

Da un po’ seguo un blog molto interessante, di un sacerdote missionario in Giappone che commenta il Vangelo del giorno in una maniera che mi edifica ogni giorno di più.

Cattolici giapponesi

Cattolici giapponesi (immagine tratta dalla rete)

Ho pensato allora di condividere la sua presentazione, che trovate anche sul sito http://vangelodelgiorno.blogspot.jp/

Mi chiamo Antonello Iapicca, sono un presbitero italiano missionario in Giappone, a Takamatsu, da molti anni. Ora mi trovo in una zona di 200.000 abitanti dove non vi è presenza cattolica, annunciando il Vangelo insieme a due famiglie missionarie, una italiana e una spagnola.

La mia esperienza

Sono nato a Roma 51 anni fa. A 15 anni sono entrato nel Cammino Neocatecumenale, dove Dio si è mostrato un Padre pieno di misericordia per me; con la forza della Parola, della liturgia e della comunità, a poco a poco ha curato le mie ferite e, illuminando la mia vita come un prodigio del suo amore, mi ha riconciliato con tanti eventi che mi avevano rubato la speranza. L’esperienza della vittoria sulla morte di Gesù Cristo compiuta nella mia vita mi ha svelato la chiamata di Dio.

Il presbiterato era il frutto di un’opera che mi sorpassava e mi sorprendeva. Venti anni fa fui inviato in Giappone, seminarista del Seminario Redemptoris Mater di Takamatsu. Come seminarista ho potuto ricevere una formazione che non si esauriva nello studio ma, accanto ad una disciplina di preghiera e di intimità con il Signore attraverso la liturgia e la Parola, si sviluppava sul campo reale dell’evangelizzazione grazie al Cammino Neocatecumenale.

Attraverso la comunità di cui facevo parte sono entrato a poco poco in Giappone, iniziando a sperimentare le gioie e le difficoltà della missione, condividendo con i fratelli le nostre vite. Sono stato ordinato 14 anni fa nella Cattedrale di Takamatsu, nella quale ho trascorso come vice-parroco i primi tempi del ministero; sono stati anni bellissimi nei quali il Signore mi ha donato di vivere a stretto contatto con il Vescovo Mons. Fukahori, e il Parroco Padre Shimoda, la cui esperienza, semplicità e santità hanno segnato questi primi passi nel presbiterato.

Cattolici giapponesi 02In Parrocchia il Signore mi ha donato di annunciare il vangelo a tanti cristiani facendo esperienza delle varie realtà presenti, gruppi di studio della Bibbia, preparazione ai matrimoni, catechismo, visite ai malati e ai fedeli che si erano allontanati dalla Chiesa. Lo sguardo profetico e lo zelo per il Vangelo di Mons. Fukahori lo hanno spinto, nove anni orsono, ad aprire all’evangelizzazione una vasta zona in espansione alla periferia sud di Takamatsu, dove non vi era una presenza concreta della Chiesa Cattolica.

Qui mi ha inviato insieme a due famiglie in missione del Cammino Neocatecumenale, una spagnola ed una italiana, per iniziare una missione rivolta direttamente ai pagani. Ho affittato una casa arredandola secondo un’estetica che parlasse al cuore delle persone. Ed ho cominciato a vivere, semplicemente.

Ogni giorno è stato un’opera esclusiva della Grazia e della Misericordia di Dio che mi hanno sostenuto, rigenerato e incoraggiato laddove sperimentavo la mia estrema debolezza, la paura e, spesso, il rifiuto della solitudine e del fallimento. Il Signore mi ha concesso di sperimentare una nuova forma di esercitare il ministero presbiterale, forse la sua essenza più profonda; nulla delle tradizionali attività di una parrocchia, mentre molti sono stati i giorni di solitudine e apparente inattività.

Molte le persone conosciute che ho accolto in casa, anche se il peso della società e la fragilità hanno spesso impedito che le relazioni si traducessero in un interesse palese e costante. Accanto alle famiglie in missione ho ricevuto i doni più grandi della mia vita, sperimentando l’autenticità delle parole del Signore sulla missione della Chiesa quale sale, luce e lievito nella società.

Ho vissuto questi anni a contatto quotidiano con la fede adulta e viva di questi fratelli che hanno irradiato, umilmente e nascostamente, la luce della Pasqua nelle tenebre di solitudine, paura e disperazione di questa società. La loro presenza, in una precarietà assoluta, abbandonati alla Provvidenza e all’amore di Dio, giorno dopo giorno, sta salando la zona in cui viviamo e attirando un certo numero di persone.

Ho sperimentato così sul campo, come la “Missio ad Gentes” necessiti di un lungo tempo e di una comunità cristiana che dia i segni di una fede adulta, capaci di interrogare e chiamare chi ancora non conosce Gesù Cristo. Abbiamo fatto diverse volte catechesi e abbiamo avuto la gioia di predicare il Vangelo a tanti che non avevano mai ascoltato la Buona Notizia. Un piccolo numero di questi è entrato in comunità ed ora cammina con la comunità che regolarmente si riunisce nella mia casa.

Cattolici giapponesi 03Molti che non sono entrati in comunità, e che forse mai vi entreranno, rimangono comunque legati alle famiglie in missione, cui si rivolgono nella sofferenza e nei momenti difficili. L’opera delle famiglie in missione è insostituibile; esse giungono dove un presbitero da solo non potrebbe mai arrivare. Attraverso di loro sono entrato anch’io nelle scuole, negli ospedali, nelle case dei giapponesi, entrando in contatto con la loro vita reale. In questi anni il Signore è andato formando con noi un corpo che, attraverso scontri e riconciliazioni, sperimentasse la comunione che viene dal Cielo.

Così, vivendo semplicemente ogni giorno, sperimentiamo con stupore come lo stesso Gesù Cristo si faccia presente laddove lui desidera condurci. Così si può dire che ogni istante della nostra vita è parte della missione e tutto quel che viviamo è un’opera dell’amore di Dio per noi e per i giapponesi che incontriamo e in mezzo ai quali abitiamo. E’ per me una gioia immensa servire le famiglie in missione con cui evangelizzo; alimentare attraverso la Parola ed i Sacramenti la loro fede, mi ha svelato la bellezza e la ricchezza del presbiterato.

Ed è una consolazione che non ha prezzo sostenere i loro figli che, come in una trincea sul fronte dell’evangelizzazione, soffrono ogni giorno la propria vita nella scuola e nel lavoro, spesso rifiutati o presi in giro perché cristiani o stranieri, e vedere come la fede si traduca nelle loro vite in segni evidenti della presenza del Signore. Sono questi ragazzi le punte di lancia dell’evangelizzazione, ed è un onore per me partecipare con loro a questa missione.

Un fatto ha sigillato questi anni illuminandoli come l’esperienza del chicco gettato in terra che, se non muore, non può produrre frutto. Cinque anni fa, dopo una lunga malattia, si è spento Felix Cordero, il padre della famiglia in missione spagnola. La fede con la quale, insieme alla moglie e ai figli, ha vissuto la malattia ed il passaggio al Padre ha segnato indelebilmente la missione di questa zona, come una profezia di ciò che davvero è l’evangelizzazione.

Quaresima_02Come il Centurione sotto la Croce, molte persone hanno visto in lui e nella sua famiglia il volto del Figlio di Dio. Questa famiglia è una prova che Cristo è davvero risorto dalla morte: oggi quattro suoi figli sono sposati, una di loro è in missione con la sua famiglia in Giappone, un’altra è suora di clausura in un Carmelo, un altro figlio è in procinto di entrare in seminario e un altro è itinerante annunciando il Vangelo.

La morte di Felix ha aperto una voragine di difficoltà, ma è stata davvero come il sepolcro del signore: tutta la famiglia vi è uscita risuscitata in una vita nuova! In questa luce ogni evento, ogni sofferenza, difficoltà, tentazione, danno senso alla missione, che è soprattutto offrire gratuitamente la propria vita come il signore l’ha offerta per noi. Questo ho visto in Felix, in Maite sua moglie, nei suoi figli e così anche, in circostanze diverse, nella famiglia italiana.

Questo evento è stato per me, come uomo, come cristiano, come presbitero, una Parola chiara ed inequivocabile del Signore che mi ha indicato l’unica via autentica della missione: seguire le orme del Signore crocifisso.

 

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