FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Posts Tagged ‘missionari martiri’

«Sono i giovani che ho incontrato che mi hanno insegnato a essere un Salesiano!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/02/2019

Un altro caso di cristianofobia ignorata dai media
Padre Antonio César Fernández Fernández, 72 anni, è stato colpito mentre tornava alla sua comunità a Uagadugú.
Lo riporta il quotidiano Avvenire: «Il sacerdote è stato bersagliato con almeno tre copi di pistola nel momento in cui faceva ritorno alla sua comunità in località Uagadugú.»
«Sono i giovani che ho incontrato che mi hanno insegnato a essere un Salesiano!», ricordiamolo con le ultime parole  dette 48 ore prima di essere ucciso.
I cattolici nel mondo continuano ad essere perseguitati e a morire, nel silenzio assordante dei media che non vedono, non raccontano…
Diffondiamo per quanto possibile ma soprattutto preghiamo.

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«No, voglio solo pregare. E mi diedero un minuto per farlo.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/09/2017

Abuna Nirwan è un sacerdote francescano originario dell’Irak. Prima di essere ordinato aveva studiato medicina.

Era in Terra Santa quando il Santo padre approvava il miracolo per la beatificazione della Madre María Alphonsin Ghattas. Si doveva riesumare il corpo della suora, compito del Vescovo locale che di solito affida il compito a dei medici; in quel caso venne designato Abuna Nirwan che si occupò della riesumazione e della redazione di un rapporto medico.

Le religiose donarono a Padre Nirwan una reliquia della santa e un rosario che aveva usato, e il religioso le teneva sempre con sé.

La storia che stiamo raccontando accadde il 14 luglio 2007 quando padre Abuna era in Irak per visitare la famiglia.

Aveva concordato con un tassista il passaggio della frontiera con la Siria, così come da lui stesso raccontato durante l’omelia di una Messa celebrata a Bet Yalla:

«Non potevo andare dalla mia famiglia in aereo, era vietato, l’unico mezzo possibile era l’automobile. Avevo pianificato di arrivare a Bagdad e da lì andare a Mossul dove vivono i miei genitori.

L’autista era spaventato per la situazione che c’era in Irak.

Una famiglia con padre, madre e una bambina chiese se poteva condividere il taxi con noi, erano musulmani, l’autista cristiano, accettammo di ospitarli nel taxi.

Ci fermammo in una stazione di servizio dove un uomo giovane ci chiese di salire fino a Mossul e venne accettato.

La frontiera tra Giordania e Irak non viene aperta se non all’alba, al sorgere del sole la barriera venne aperta e circa cinquanta, sessanta automobili in fila cominciarono ad avanzare lentamente tutte insieme.

Dopo circa un’ora arrivammo a un posto di blocco, preparammo i passaporti, ci fermammo e il tassista ci disse: “Ho paura di questo gruppo”. In passato era un check-point militare ma un’organizzazione islamica aveva ucciso tutti i soldati prendendo il controllo del luogo.

Appena arrivati ci chiesero i passaporti facendoci uscire dall’auto e portando tutti i documenti in un ufficio.

Una persona tornò rivolgendosi a me dicendo: “Padre, continuiamo con l’ispezione, si diriga verso l’ufficio in quella direzione.” Ma in quella direzione era deserto. Mi dissi – Bene, se dobbiamo andare andiamo. Camminammo un quarto d’ora per arrivare a una cabina da loro indicata.

Appena arrivati uscirono due uomini col volto coperto; uno aveva una telecamera in una mano e un coltello nell’altra, l’altro con una lunga barba teneva un Corano. Si avvicinarono e uno di essi mi domandò: “Da dove viene padre? Mi dicono dalla Giordania.” – Poi lo domandò all’autista, in seguito al ragazzo che viaggiava con noi che venne afferrato da dietro e ucciso col coltello.

Mi legarono le mani alle spalle e mi dissero: “Padre, stiamo registrando questo per Al Jazeera, vuole dire alcune parole? Per favore non più di un minuto.” – “E io dissi: no, voglio solo pregare”, e mi diedero un minuto per farlo.

Mi spinsero quindi per le spalle finché non fui costretto a inginocchiarmi, e uno di loro mi disse: “Sei un chierico, non è possibile che il tuo sangue cada in terra, sarebbe un sacrilegio.” – Prese quindi un secchio e torno per decapitarmi.

Non so cosa pregai in quel momento. Provai molta paura, e lo dissi alla Madre María Alphonsin Ghattasnon può essere un caso se ti porto con me. Se è necessario che il Signore mi prenda giovane sono pronto, ma chiedo che non muoia nessun altro.

L’uomo col coltello afferrò la mia testa con le mani, mi strinse la spalla e sollevò il coltello.

Ci furono alcuni momenti di silenzio e all’improvviso disse: “Ma tu chi sei?” – risposi – “Un frate” – Replicò “E perché non riesco ad abbassare il coltello?”. Senza farmi nemmeno rispondere mi disse: “Tu e tutti gli altri, tornate subito in macchina!”, e noi fuggimmo dove avevamo lasciato l’auto.

Da quel momento ho smesso di aver paura della morte. So che un giorno morirò ma adesso ho chiaro che sarà nel momento in cui Dio vorrà. Da allora non ho più paura di niente e di nessuno. Ciò che mi accadrà sarà volontà di Dio, e sarà Lui a darmi la forza per accogliere la Croce. Dio si prende cura di coloro che credono in Lui.»

(Fonte: http://unsacerdoteentierrasanta.blogspot.it/2016/04/el-milagro-al-padre-nirwan.html?m=1)

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Vi presento Maria Zhu-Wu, donna, cinese, cattolica, martire

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/09/2015

Cristianofobia_01

Zhujiahe è un piccolo villaggio situato nella vasta pianura grigia della Cina settentrionale, al confine tra le province di Zhili e Shandong. Tradotto, il nome significa “fiume della famiglia Zhu”. Diversi membri di quella famiglia si erano convertiti al cattolicesimo durante il XVIII secolo, quando i gesuiti da Beijing si erano inoltrati nella provincia di Zhili. All’inizio del XIX secolo la famiglia Zhu si era stabilita vicino al fiume, dandogli il suo nome. Nel 1900 il villaggio aveva circa 300 abitanti, che vivevano in basse casette di argilla, annidate tra irregolari distese di sorgo e dominate da una chiesa semplice, con il tetto piatto e un’alta facciata; dalla cima di quest’ultima, la croce sovrastava la campagna.

Pastore della comunità cattolica di Zhujiahe era il gesuita francese Léon-Ignace Mangin, quarantaduenne e missionario in Cina sin dal 1882. Nel villaggio era assistito da un saggio di mezz’età, Zhu Dianxuan, abile amministratore e molto versato anche nell’arte della guerra. Sua moglie cinquantenne, Maria Zhu-Wu, era molto stimata dagli abitanti del villaggio: donna gentile di grande fede, nel suo servizio a Dio dava la priorità all’assistenza ai poveri. Senza mai cercare fama né gloria, queste tre persone si sarebbero trovate al centro del massacro di cristiani più violento avvenuto durante la rivolta dei boxer.

Non occorre spiegare qui la storia della rivolta, né le macchinazioni politiche e la guerra che l’avevano innescata. Avevano poca importanza per gli abitanti di Zhujiahe quando, nell’estate del 1900, avevano accolto migliaia di rifugiati cattolici dai villaggi vicini. Ciò aveva portato la popolazione a 3000 abitanti, vale a dire dieci volte più di quelli abituali, quando il 17 luglio furono attaccati da 4500 uomini ben armati, le forze congiunte dei boxer e dell’esercito imperiale. Pochi giorni prima, gli abitanti del villaggio, protetti dalle fortificazioni costruite da Zhu Dianxuan, erano ancora riusciti a respingere gli attacchi e perfino a conquistare un cannone del nemico.

Padre Mangin e il suo confratello gesuita Paul Denn, anche lui rifugiato a Zhujiahe, avevano celebrato la messa ogni mattina e ascoltato confessioni per tutto il giorno; la sera avevano dato il cambio alle guardie sui bastioni. Il giorno seguente, Zhu Dianxuan, l’unico leader esperto tra i mille e più uomini in grado di difendere il villaggio, si arrampicò sui bastioni per usare il cannone contro le forze nemiche. Ma quella sera stessa, quando ormai oltre la metà dei suoi uomini era morta in battaglia, il cannone esplose sul petto di Zhu Dianxuan. Mangin, che si trovava lì vicino, corse dall’uomo morente e gli diede l’estrema unzione. Il terzo giorno, quando la situazione ormai apparve senza speranza, quanti potevano fuggire lo fecero, lasciando indietro chi era troppo debole per farlo, specialmente donne e bambini.

Quando la mattina presto del 20 luglio i soldati presero il villaggio, le prime persone che uccisero furono un gruppo di vergini della parrocchia e di catechiste. Colti dal panico, ottantacinque tra donne e bambini fuggirono verso l’orfanotrofio, dove saltarono nel pozzo, morendovi affogati o soffocati. Pare che il loro pianto e le loro grida si siano sentiti per due giorni.

La maggior parte degli abitanti del villaggio, circa mille, si era rifugiata nella chiesa, assistita spiritualmente dai due sacerdoti gesuiti. Troppo pressati per celebrare un’ultima messa, Mangin e Denn si sedettero sui gradini dinanzi all’altare ad ascoltare confessioni, mentre la maggior parte delle persone era inginocchiata in preghiera o semplicemente attendeva. Maria Zhu-Wu, presumibilmente in lutto per il marito, rimase però calma, esortando tutti a confidare in Dio e a pregare la Madre celeste. Verso le nove del mattino, gli aggressori sfondarono la porta e iniziarono a sparare a caso all’interno della chiesa, fino a quando non fu piena di fumo. Si diffuse il panico mentre la gente veniva uccisa, ma i sacerdoti riuscirono a unirla in preghiera, recitando insieme il Confiteor e l’atto di contrizione, poi diedero l’assoluzione generale mentre le armi continuavano a sparare sulla gente.

Qui Maria Zhu-Wu assurse a particolare grandezza: si alzò e si mise con le braccia tese davanti a padre Mangin per fargli scudo con il proprio corpo. Non molto tempo dopo, una pallottola la colpì ed ella cadde davanti alla balaustra dell’altare. Anche Mangin, sgranando il rosario con una mano e afferrando un crocifisso con l’altra, ben presto cadde vittima degli uomini armati. Poi i boxer sprangarono la chiesa e le diedero fuoco. La maggior parte di quanti si erano rifugiati al suo interno morì a causa del fumo inalato, gli ultimi — tra loro Mangin e Denn — finirono arsi quando, alla fine, il tetto della chiesa crollò. Solo 500 cattolici riuscirono a sopravvivere al massacro fuggendo o apostatando; pochi altri, principalmente donne, furono venduti come schiavi o condotti come prigionieri a Beijing, dove probabilmente finirono in qualche postribolo.

Ma Maria Zhu-Wu continua a vivere a Zhujiahe, il fiume della famiglia Zhu, trasformato in un fiume di sangue. Mentre suo marito aveva difeso il villaggio contro il nemico esterno, lei aveva rafforzato la fede e il coraggio interiore delle persone, sacrificando addirittura la propria vita per salvare il loro pastore. Nel 1955 Pio XII la proclamò beata, insieme ai due gesuiti e ad altri 53 martiri; tutti sono stati canonizzati nel 2000 da Giovanni Paolo II

 

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“Possa Dio salvarli aprendo i loro occhi”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/08/2015

In una trasmissione di SAT7 punto di riferimento per milioni di cristiani in Medio Oriente e Nord Africa, nel corso di un programma musicale arriva una telefonata inattesa, quella di Beshir, che in quel massacro ha perso due fratelli di venticinque e ventitré anni.

Le sue parole cariche di misericordia lasciano di stucco. 

<<La gente di crede in preda alla disperazione: in verità siamo orgogliosi dei nostri martiri. I cristiani vengono perseguitati sin dal tempo degli antichi romani. La Bibbia ci dice di amare i nostri nemici e di benedire chi ci maledice.

Ringrazio l’Isis per non aver tagliato nel montaggio le voci dei martiri quando, a pochi secondi dall’esecuzione imploravano Gesù e e ribedivano la fede in Cristo, in questo modo l’Isis ha rafforzato la nostra fede.

Ho sentito oggi mia madre, le ho domandato cosa avrebbe fatto se avesse incontrato il boia dei suoi figli. Mi ha risposto che lo inviterebbe a casa nostra perché ci ha aiutato ad entrare nel Regno dei Cieli.>>

La telefonata si conclude con una preghiera, non per i suoi fratelli ma per i suoi nemici, i membri dell’Isis.

<<Possa Dio salvarli aprendo i loro occhi, facendo svanire la loro ignoranza e i cattivi insegnamenti che hanno ricevuto.>>

Come non fare nostra questa preghiera?

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Preghiera di Pio XII per i cristiani perseguitati

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/05/2015

Cristianofobia_01Si avvicina la Pentecoste. In questa nostra bella festività la CEI invita a pregare per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

In rete ho trovato una preghiera, datata nel tempo ma attuale e moderna nei contenuti. Leggendola ne ho sentito tutta l’urgenza e l’efficacia. La condivido con voi sperando che in tanti si uniscano alle nostre preghiere per i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

Preghiera di Pio XII per i cristiani perseguitati

O Signore Gesù, Re dei martiri,
conforto degli afflitti, appoggio e sostegno
Cristianofobia_02di quanti soffrono per amor tuo
e per la loro fedeltà alla tua Sposa,
la Santa Madre Chiesa,
ascolta benigno le nostre fervide preghiere
per i nostri fratelli della « Chiesa del silenzio », affinché non solo non vengano mai meno nella lotta,
né vacillino nella fede,
ma valgano anzi a sperimentare la dolcezza delle
consolazioni da Te riservate alle anime, che Ti degni chiamare
ad essere tue compagne nell’alto della croce.
Per coloro che debbono sopportare
tormenti e violenze, fame e fatiche,
Cristianofobia_03sii Tu fortezza incrollabile,
che li avvalori nei cimenti
e infonda loro la certezza dei premi promessi
a chi persevererà sino alla fine.
Per coloro che sono sottoposti a costrizioni morali,
molte volte tanto più pericolose quanto più subdole,
sii Tu luce che ne illumini le intelligenze,
affinché vedano chiaramente
il retto cammino della verità,
e forza che sorregga le loro volontà,
superando ogni crisi,
ogni tentennamento e stanchezza.
Cristianofobia_04Per coloro che sono nella impossibilità
di professare apertamente la loro fede,
di praticare regolarmente la vita cristiana,
di ricevere frequentemente i Santi Sacramenti,
d’intrattenersi filialmente con le loro guide spirituali,
sii Tu stesso ara occulta, tempio invisibile,
grazia sovrabbondante e voce paterna,
che li aiuti, li animi, sani gli spiriti dolenti
Cristianofobia_05e doni loro gaudio e pace.
Possa la nostra fervorosa orazione
essere loro di soccorso;
faccia la nostra fraterna solidarietà
sentir loro che non sono soli;
sia il loro esempio di edificazione per tutta la Chiesa,
e specialmente per noi
che con tanto affetto li ricordiamo.
filo_04Concedi, o Signore,
che siano abbreviati i giorni della prova
e che ben presto tutti
– insieme coi loro oppressori convertiti –
possano liberamente servire e adorare Te,
che col Padre e con lo Spirito Santo,
vivi e regni per tutti i secoli dei secoli.
Amen.

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24 marzo, preghiera e digiuno per i missionari martiri

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/03/2015

Missio_01Il 24 marzo è la giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri; è un momento favorevole per pregare per tanti fratelli e sorelle missionari come loro che portano il messaggio del Vangelo a rischio della vita.

Missio_02Ogni anno si registrano numerose uccisioni di missionari perpetrate nel nome dell’odio e della violenza e il pensiero vola automaticamente alla difficile situazione in alcuni paesi del Medio Oriente, come la Siria, dove i cristiani sono costretti a fuggire.

Le persecuzioni dei cristiani non hanno limite di nazione o di crudeltà e, come ha più volte ripetuto Papa Francesco, “Oso dire che forse ci sono tanti o più martiri adesso che nei primi tempi”.

Per questo motivo, aderiamo alla giornata di preghiera e di digiuno in memoria dei missionari martiri, mettendo, nelle nostre intenzioni, tutti i cristiani e non cristiani che in questi ultimi tempi vengono perseguitati nel mondo a motivo della loro fede.

Ti va di offrire preghiera e digiuno insieme a noi?

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