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Posts Tagged ‘Padre Maurizio Patriciello’

«Non ho paura della morte… Vado a vedere il volto di Gesù…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/08/2020

Si chiamava Graziella. Come Anna, la profetessa del vangelo, passava le sue giornate in chiesa. Signorina, aveva sposato un giovane, vedovo con 4 figli per i quali fu mamma premurosa e attenta. Presto Antonio, il marito, fu colpito da una malattia rara e gravissima che lo costrinse per il resto della vita sulla sedia a rotelle. Graziella fu il suo angelo custode. Lo accompagnò, lo curò, lo amò fino alla morte.

Era devotissima del “Volto Santo”, la cui icona si venera a Napoli, nel santuario di Capodimonte. Il giorno 10 di ogni mese partiva con un pullman carico di pellegrini per portarli ai piedi di Gesù. A Caivano, il paese in provincia di Napoli dove viveva, dopo il terremoto del 1980, sorse un quartiere nuovo per dare una casa ai senzatetto. Graziella comprese che quella nuova parrocchia necessitava di essere aiutata e cominciò a frequentarla assiduamente assieme a qualche amica.

Poco tempo dopo fui mandato dal vescovo come parroco. La conobbi che era già anziana. “Che aiuto, potrà darmi questa vecchietta buona e semplice?” pensai. Mi sbagliavo di grosso. Presto Graziella divenne l’anima della parrocchia, la nonnina di tutti. La sua borsa sembrava il cappello del pifferaio, sempre piena di caramelle, oggetti religiosi e il thermos con il caffè per il parroco. Era proprio una di quelle persone belle che tutti vorrebbero incontrare nella vita. Innamorata di Gesù, della Madonna, del Papa, dei sacerdoti.

A volte arrivava piagnucolando. “Che c’è?” le chiedevo. E lei: “Padre Maurizio, Gesù non è amato. Bisogna salvare le anime”. Come i santi mistici soffriva – anche fisicamente – nel constatare che “l’Amore non è amato”. E si dava da fare. Le famiglie la chiamavano al capezzale dei moribondi e dei defunti per essere aiutate a pregare. Gli studenti la cercavano per chiederle preghiere nei tempi degli esami. Morivo dalle risate quando la sentivo pronunciare – era semianalfabeta – il nome dell’esame per cui stava pregando.

In parrocchia presto trovò la sua vera vocazione: la buona stampa. Era lei che si faceva carico della vendita di Famiglia Cristiana e Avvenire. Si metteva all’ultimo banco con il suo carico di giornali. Ogni domenica, tenace, gioiosa, partecipava a quattro Messe e quando non poteva affidava a qualche amica i suoi giornali. Ogni persona che entrava in chiesa era da lei innanzitutto accolta con il sorriso della nonna buona. Poi subito: «Prendete Avvenire, Famiglia Cristiana. Leggete, è importante, dice padre Maurizio».

Gli anni che passavano la invecchiavano nel corpo, ma indomito lasciava il suo animo sempre di più innamorato di Gesù. Una fede granitica. Spesso la prendevo in giro: «Graziella si avvicina l’ora della resa…». E lei: «Non ho paura della morte… Vado a vedere il volto di Gesù…».

Sabato mattina si è sentita male. Prima di essere trasportata in ospedale ha consegnato a qualcuno il ricavato dei giornali venduti pregandolo di farli avere al parroco. Nel giro di poche ore si è aggravata. Don Adriano è corso a darle l’Olio degli Infermi; lei ha partecipato al rito, ha aperto le mani, ha fatto per l’ultima volta il segno della croce. Al termine, mentre recitava l’Ave Maria, ha perso conoscenza. Trasportata a casa gli angeli le hanno messo un bellissimo paio di ali ed è volata via.

Al suo funerale ha preso parte tutto il paese. La Chiesa era strapiena come la notte di Natale. A volte, scherzando, le dicevo: « Graziella, guarda che non sarò io a celebrare il tuo funerale. Ti voglio troppo bene, sono certo che non ce la farei…». E così è stato. Il giorno in cui si è sentita male stavo a letto con febbre, tosse e senza voce. Una grazia. Un sacerdote, figlio della nostra parrocchia, don Adriano appunto, ha celebrato il rito.

E ha voluto ricordare quel lontano giorno del marzo del 1992, quando per la prima volta mise piedi in chiesa. Graziella lo guardò e gli disse: « Giovanotto come sei bello, sei un seminarista?» «Che cos’è un seminarista?» le chiese don Adriano. Talenti. A tutti sono stati dati. Io non so quanti talenti Graziella abbia ricevuto in dono. Una cosa posso dire con certezza: li ha spesi tutti, fino all’ultimo centesimo, per la gloria di Dio e la salvezza del mondo.

Quante “Grazielle” ci sono nelle nostre chiese? A quante di queste persone, semplici, nascoste, umili, abbiamo il dovere di dire grazie?

La comunione nella chiesa non è facoltativa. Al contrario, è alla base del nostro essere cristiani e della efficacia della nostra testimonianza. Nel campo di Dio c’è chi semina e chi raccoglie; chi innaffia e chi concima. Ma è il Signore che fa crescere. Graziella è stata una apostola della stampa cattolica a pieno titolo. Ha reso un servizio alla nostra comunità e alla Chiesa. Gratuitamente e nel nascondimento. È passata nella nostra vita e ci ha fatto tanto bene.

Adesso, ne sono certo, sta pregando per noi e per i giornali che ha venduto per tanti anni. Mi sembra di sentirla ancora: «Prendete Avvenire, Famiglia Cristiana. Leggete, è importante, ha detto padre Maurizio…».

Dall’account Facebook di Padre Maurizio Patriciello

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«Lo spilungone innamorato»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/04/2019

Una scena dolcissima. Un ragazzo, alto, capelli lunghi e biondi, tiene la mano agganciata a quella della sua ragazza. Avanzano dondolandosi, quasi danzando. Scherzano, si fanno le coccole. Ogni tanto si fermano, si guardano negli occhi, si abbracciano. Poi riprendono a saltellare, a correre, a rincorrersi. A fare girotondi. C’è poco da fare, le persone innamorate fanno più bello il mondo. Guardo meglio, mi sembra di riconoscere il giovanotto. E’ lui, è proprio lui, Alberto. Il mio Alberto.

La mente allora inizia a galoppare, va indietro nel tempo. Era una mattina di primavera, bella e luminosa. Me ne stavo seduto sul sagrato di una chiesa ad aspettare un amico. Una donna che non conoscevo, passando, mi salutò con cordialità. Fece pochi passi, poi ritornò indietro: «Padre, mi scusi – disse – sento il dovere di dirle una cosa importante. Sara, la figlia di un’amica è rimasta incinta. Il fidanzato, appena saputo la notizia, ha messo le ali e non si è fatto più vedere. Sara ha deciso di abortire. Se può, cerchi di aiutarla». Annotai nome e indirizzo.

Un’ora dopo bussai alla porta di Sara. Mi presentai, ma mi accorsi che sia lei che la sua famiglia mi conoscevano già. Spiegai loro il motivo della mia visita. Rimasero meravigliati ma accettarono di parlare. Sara era distrutta. Un mare di lacrime e di amarezza. All’improvviso le era caduto il mondo addosso. Portava in grembo un figlio, suo figlio, che avrebbe potuto essere la sua gioia ma che adesso rappresentava il suo tormento. Non era facile per lei accettare quella gravidanza inaspettata. Michele, il fidanzato, aveva fatto perdere le sue tracce e lei era tanto giovane.

“Come faccio, padre? Se ci fosse anche lui sarebbe diverso, insieme avremmo affrontato i problemi, ma da sola come faccio?” Povera figlia, aveva ragione da vendere. Non è facile a 20 anni diventare mamma senza il sostegno di chi, fino al giorno prima, giurava di amarti. “Hai ragione, Sara; ricordati però che noi ci siamo e non ti abbandoneremo. Se avrai il coraggio di far nascere il bambino che porti in grembo, ti assicuro che non te ne pentirai. Fidati. La vita è troppo bella, unica, preziosa per gettarla via. Con il tempo le cose cambieranno, solo se decidi di abortire non potrai più tornare indietro”.

Sara passava da uno stato d’animo a un altro alla velocità del lampo. A momenti di ansia e depressione ne alternava altri di speranza e di fede. Mille dubbi le schiacciavano il cuore. La paura era tanta. Povera ragazza. Aveva riposto fiducia nel suo Michele, gli aveva concesso tutto, e lui, nel momento più delicato, l’aveva abbandonata. Alla delusione per l’amore perduto si aggiungeva adesso la paura di diventare una ragazza madre.

La sua mamma in un angolo piangeva. “La vita è tua, Sara. Devi decidere tu che cosa fare. Sappi che noi, qualsiasi sia la tua scelta, non ti abbandoneremo”. Che fare? Guardavo Sara con tenerezza immensa. In cuor mio pregavo. Il pensiero correva a tutte le ragazze come lei ingannate, deluse e abbandonate. Povere ragazze sulle quali cade tutto il peso della gravidanza, della maternità o la lacerante scelta di eliminare il bambino.

Sara era credente anche se con la chiesa e i sacramenti non aveva troppa confidenza. Però pregava. Si, sapeva bene che l’aborto era un delitto. Sapeva che anche suo figlio aveva il diritto di nascere. Sapeva tutto, ma era decisa a tutto. L’aborto in quelle ore le sembrava l’unica soluzione per uscire da quel labirinto in cui era finita. Sembrava proprio che lo spazio per la speranza andasse scemando. Ci incontrammo ancora.

Dopo i giorni dell’incertezza e dell’angoscia, dopo le lacrime versate e le preghiere innalzate al Signore della vita, Sara prese la sua decisione. Suo figlio sarebbe nato. “In questo mondo tanto grande ci sarà posto anche per lui”, disse.

Da quel giorno, come per incanto, divenne più serena. Alberto nacque. Ebbi la gioia di battezzarlo. Mantenemmo la promessa fatta. Gli anni iniziarono a volare. Una domenica mattina, con il giglio in mano, elegante nel suo vestitino bianco, emozionato, ricevette per la prima volta Gesù nell’Eucarestia. In seguito la sua famiglia cambiò casa e non ebbi più modo di vederlo.

L’ho incontrato l’altro giorno. Uno spilungone innamorato e felice. Luminoso e bello come quella mattina di tanti anni prima, quando, senza saperlo, la Provvidenza mi aveva dato appuntamento sul sagrato di una chiesa. Sii felice, Alberto, figlio mio. Padre Maurizio Patriciello.

(Dall’Account Facebook di padre Maurizio)

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