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Posts Tagged ‘salesiani’

Akash, il ventenne che ha dato la vita per fermare il kamikaze

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/08/2021

La vita di Akash Bashir è sorprendentemente ordinaria. Un alunno salesiano, un giovane cattolico nato in una famiglia umile, ma con una fede profonda e sincera. Ha studiato in uno dei nostri istituti in Pakistan, nella città di Lahore, nel quartiere cristiano di Youhanabad.

Akash Bashir vive la sua vita normalmente come qualsiasi altro giovane di questo mondo, tra la sua famiglia, gli amici, la scuola, il lavoro, lo sport, la preghiera. Certo, in un paese come il Pakistan, in cui prevale una fede musulmana conservatrice, essere un giovane cattolico non è cosa da poco. Qui la fede non è solo un titolo o una tradizione familiare, è un’identità.

Il semplice ma significativo filo conduttore che ha reso diversa la sua esistenza è stato il “servizio”. Ogni momento della vita di Akash è stato un atto di servizio, ed è morto servendo la comunità del suo quartiere, è morto servendo fino a dare la sua stessa vita.

Il 15 marzo 2015, mentre si stava celebrando la Santa Messa nella parrocchia di San Giovanni, il gruppo di guardie di sicurezza composto da giovani volontari, di cui Akash Bashir faceva parte, sorvegliava fedelmente l’ingresso. Quel giorno accadde qualcosa di insolito. Akash notò che una persona con dell’esplosivo sotto i vestiti stava cercando di entrare in chiesa per farsi esplodere all’interno; lo trattenne, gli parlò e gli impedì di continuare, ma rendendosi conto che non poteva fermarlo lo abbracciò strettamente dicendo: “Morirò, ma non ti farò entrare in chiesa”. Così il giovane e il kamikaze morirono insieme. Il nostro giovane offrì la sua vita salvando quella di centinaia di persone, ragazzi, ragazze, mamme, adolescenti e uomini adulti che stavano pregando in quel momento dentro la Chiesa.

Akash aveva 20 anni.

Questo fatto ha lasciato una profonda impressione in noi come salesiani e famiglia salesiana e naturalmente non possiamo e non vogliamo perdere il ricordo del giovane Akash. La sua vita semplice e normale fu senza dubbio un esempio molto significativo e importante per i giovani cristiani di Lahore, di tutto il Pakistan e del mondo salesiano.

La sua mamma ha detto: “Akash faceva parte del mio cuore. Ma la nostra felicità è più grande del nostro dolore, perché non è morto per tossicodipendenza o per un incidente. Era un giovane semplice che è morto sulla strada del Signore, salvando il sacerdote e i parrocchiani. Akash è già il nostro santo”.

Oggi, è il fratello minore di Akash, Arsalan, che aiuta la squadra di sicurezza della Chiesa. “Non l’abbiamo fermato perché non vogliamo impedire ai nostri figli di servire la Chiesa” dice la mamma.

Giovani martiri di oggi

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» ha detto Gesù.

Akash Bashir ne è l’esempio vivente. È un esempio di santità per ogni cristiano, un esempio per tutti i giovani cristiani del mondo. Essere santo oggi è possibile!  Ed è senza dubbio il segno carismatico più evidente del sistema educativo salesiano. Ogni studente dei nostri istituti sa che per raggiungere la santità è necessario trovare la felicità amando profondamente Dio e le persone care; prendersi cura e badare a coloro che conosciamo appena; essere responsabili nei doveri ordinari, servire e pregare.

Ma in modo particolare Akash rappresenta i giovani cristiani pakistani, rappresenta le minoranze religiose. Akash Bashir è la bandiera, il segno, la voce di tanti cristiani che vengono attaccati, perseguitati, umiliati e martirizzati nei paesi non cattolici. Akash è la voce di tanti giovani coraggiosi che riescono a dare la loro vita per la fede nonostante le difficoltà della vita, la povertà, l’estremismo religioso, l’indifferenza, la disuguaglianza sociale, la discriminazione.

Con lo spirito di altri giovani santi o beati, come San Domenico Savio (+1857), Santa Maria Goretti (+1902), il Beato Pier Giorgio Frassati (+1925), il giovane santo José Sanchez del Rio (+1928) o il giovane beatificato recentemente Carlo Acutis (+2006).

La vita di Akash è la forte testimonianza della Chiesa cattolica di oggi che ci ricorda le prime comunità cristiane del passato, che vivevano immerse in culture e filosofie opposte alla fede di Gesù. Anche quelle comunità negli Atti degli Apostoli erano una minoranza, ma con una fede incommensurabile in Dio. La vita e il martirio di questo giovane pakistano, di soli 20 anni, ci fa riconoscere la potenza dello Spirito Santo di Dio, vivo, presente nei luoghi meno attesi, negli umili, nei perseguitati, nei giovani, nei piccoli di Dio.

Akash Bashir, il nostro ex studente salesiano del Pakistan è una testimonianza del nostro Sistema Preventivo, un esempio per i nostri giovani e una benedizione per le nostre minoranze religiose.

Fonte: “Il bollettino salesiano, Settembre 2021, pag. 4-5)

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Quando don Bosco affrontò l’epidemia con preghiera, prudenza e carità

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/03/2021

Nel 1854 una nave salpata dall’India portò il colera in Inghilterra, scoppiò così una violenta epidemia. Da Londra il contagio arrivò a Parigi e Marsiglia. La leggerezza delle autorità sanitarie locali permise lo sbarco anche di navi che avevano a bordo uomini infetti. L’epidemia arrivò al sud della Francia e così anche in Italia (…).

A Torino l’allarme fu dato il 21 luglio: un manifesto del sindaco annunciava le precauzioni igieniche da prendere nelle case, nelle officine e nei negozi. La città creò dei “lazzaretti” per isolare i contaminati. (…)

Le autorità religiose diedero istruzioni per mobilitare il clero: misure profilattiche e igieniche, strutture per l’esercizio del ministero ai malati e ai moribondi, come anche la proibizione di lasciare la città. I cristiani furono incoraggiati a implorare l’aiuto della Vergine “Consolata” protettrice della città. Bisognava anche evitare qualsiasi raduno straordinario. Fu abolita la solenne processione del Corpus Domini.

Fin dal primo allarme, don Bosco aveva allestito il suo oratorio per affrontare il contagio. Fece fare dei lavori nei dormitori, dove erano ammassati un centinaio di giovani, per distanziare le file di letti. Si indebitò per aumentare la sua fornitura di biancheria, lenzuola e coperte. Si assicurò che tutti i locali fossero puliti e igienizzati.

Ma don Bosco credeva anche nell’efficacia dei mezzi soprannaturali: la preghiera a Maria e la conversione del cuore, evitando il peccato. A quel tempo la medicina non conosceva ancora le cause e i rimedi per quella piaga; bisognava contare soprattutto con Dio.

La città di Torino registrò più di duemila morti. L’area di Valdocco fu particolarmente colpita, con la popolazione decimata. (…) Don Bosco pensava di non aver fatto abbastanza garantendo la sicurezza della sua casa. Si appellò ai suoi ragazzi con l’approvazione delle autorità. Ci fu un primo gruppo di 14 volontari. Erano giovani: 17, 16, 14 anni. Provenivano da varie “compagnie”, i gruppi educativi creati da don Bosco coi giovani per animare l’oratorio. L’obiettivo era quello di “praticare la carità”. (…)

Quei giovani dimostravano una grande forza per sopportare il vomito, la dissenteria, gli odori, il soffocamento, i volti emaciati e pallidi, i corpi torturati. I pazienti terrorizzati dovevano essere convinti a lasciarsi condurre al lazzaretto, che percepivamo come anticamera della morte. Dopo pochi giorni, una trentina di giovani si unirono alla prima squadra di volontari. Tra essi c’era anche Domenico Savio, arrivato da poco nell’oratorio.

Per i loro pazienti, prendevano in prestito dall’oratorio biancheria, lenzuola e coperte. L’aneddoto di madre Margherita che dona la tovaglia dell’altare, resto del suo corredo di nozze, come lenzuolo non è certo una leggenda.

[Don Bosco] non dimenticava mai di chiedere prudenza e rispetto per le disposizioni dell’autorità.

Il colera scomparve nel 1884. Ancora una volta don Bosco sorprese tutti con la sua certezza che le opere salesiane sarebbero state salvate, a patto che avessero fiducia in Maria Ausiliatrice.

In agosto, rivolse le sue raccomandazioni a tutte le case salesiane in Europa e in America. Si potevano riassumere in tre punti: la preghiera, la prudenza e la carità. Alla fine dell’allarme, ebbe la soddisfazione di dichiarare che nessuna casa salesiana, nessun benefattore dei giovani, nessun fedele di Maria Ausiliatrice era stato colpito.

(Fonte: Il bollettino salesiano, rivista fondata da don Bosco nel 1877, anno CXLV, , 2 febbraio 2021)

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«Possono togliermi tutto ma non la preghiera»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/02/2018

Josef Kalinowski nasce il 1 settembre a Vilnius (attuale Lituania) da nobile famiglia polacca (all’epoca Polonia e Lituania facevano parte dell’Impero russo). Nel 1857 si laurea in ingegneria all’Accademia Militare di San Pietroburgo col grado di tenente dell’esercito. Nel 1863, scoppiata l’insurrezione in Polonia, si congeda dall’esercito russo e, seppur convinto che “la Patria ha bisogno di sudore, non di sangue”, accetta l’incarico di Ministro della Guerra del governo rivoluzionario.

Fallito il tentativo di indipendenza della Polonia, il 24 marzo 1864 viene arrestato e condannato a morte, però grazie alla sua popolarità non viene fucilato ma la pena gli è commutata con dieci anni di prigionia in Siberia. Porta con sé il Vangelo, il libro di Giobbe i Salmi, l’Imitazione di Cristo e un Crocifisso.

In carcere organizza la sua vita sul modello di quella dei religiosi. Scrive nelle sue memorie: «Mi ero fatto un orario preciso per tutte le ore; mi alzavo alle cinque del mattino. Il mio primo pensiero era quello della preghiera, poi la meditazione e, quando ottenni i libri di devozione, ebbi una grande consolazione. Potevo sentire ogni giorno la Messa, ma da lontano”.

Ai suoi scrive: «Possono togliermi tutto ma non la preghiera!».

L’esilio diventa un tempo di grazia strordinaria. Si dona con generosità ai bisognosi, prodigandosi in ogni occasione per consolare e aiutare tutti senza distinzione di religione o di nazione. Si adopera per l’evangelizzazione soprattutto dei più giovani.

Scontata la pena, nel 1874 si trasferisce a Parigi come precettore di Augusto Czartoryski, adolescente di famiglia principesca (beatificato da Giovanni Paolo II ). Grazie alla guida del suo precettore scoprirà la vocazione religiosa e nel 1887, accolto da San Giovanni Bosco, entrerà nei Salesiani.

Giuseppe Kalinowski invece nel 1877 era già entrato nell’ordine dei Carmelitani Scalzi (a Graz, in Austria) col nome di Fra’ Raffaele di San Giuseppe. Proprio accompagnando il principe Czartoryski, scopre il carisma teresiano e ne rimane conquistato.

Il 15 gennaio 1882, all’età di 47 anni, riceve l’ordinazione sacerdotale a Czerna presso Cracovia. Diveta un confessore molto apprezzato; come direttore spirituale guida le anime verso Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa e il prossimo.

Sempre raccolto nella preghiera, sempre unito a Dio, sempre pronto alla rinuncia, al digiuno, alla mortificazione per la salvezza dei fratelli. Lo chiameranno “il martire del confessionale”. E’ comprensivo, prudente e buono, spicca in lui un altissimo senso di umanità.

Scopre, soprattutto attraverso la lettura di “Storia di un’anima”, di Santa Teresa di Gesù Bambino, che l’amore misericordioso è l’amore del Padre che comprende la sua creatura, la ama, la solleva, la perdona come un padre il proprio figlio. La spiritualità dell’abbandono diventa sua e cerca di viverla superando la sua formazione severa e austera.

L’appartenenza a un ordine nato in oriente e trapiantato in occidente lo confermerà nel desiderio di unificazione delle chiese. Scriverà: «L’unità sacra! L’unità santa! Questa parola riempie già il cuore di dolore, ma accende anche il fuoco della speranza». Molto quindi ha fatto per l’ecumenismo, lasciando questa missione come testamento ai fratelli e sorelle carmelitane.

Era convinto che l’unione con i cristiani ortodossi sarebbe stata possibile solo in Maria. Sul letto di morte ripete incessantemente: «Padre, che tutti siano una cosa sola!».

Muore il 15 novembre 1907 nel convento carmelitano da lui fondato nella cittadina polacca di Wadowice. Qui tredici anni dopo nascerà Karol Woitila che, divenuto papa Giovanni Paolo II, lo ha beatificato nel 1983 e canonizzato nel 1991 e che, con incisive parole, ci ha offerto il ritratto spirituale di San Raffaele Kalinowski:

«Dà la vita agli altri nello svolgimento del ministero sacerdotale spingendo tutti alla perfezione, alla santità. Egli diventa preghiera e lavoro volendo essere “proprietà degli altri”». (Omelia della canonizzazione).

(Tratto dalla rivista “Aggancio” dell’11/12/2012, n. 11-12, pagg.9-11)

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“Il mio unico desiderio è che siano felici nel tempo e nell’eternità”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/01/2017

01_don_bosco

Padre Verlezza, responsabile per l’opera don Bosco a Sampierdarena (…) racconta che [Don Bosco] stava celebrando una Messa in cui erano presenti molti benefattori.

Alla fine della celebrazione, tutti passavano nella sacrestia della Cattedrale di San Siro per ricevere la benedizione del fondatore dei Salesiani. Egli era solito regalare a tutti una medaglietta della Madonna Ausiliatrice.

“Le medagliette, che stavano in una borsina, erano poche e il miracolo fu che tutti ne ricevettero una, nonostante ce ne fossero davvero poche nella borsina che il segretario aveva portato a don Bosco.”

In seguito spiegò il sacerdote che “san Giovanni Bosco guardava i suoi sogni missionari in una cartina del mondo che stava nella  cameretta in cui riposava quando soggiornava a Sampierdarena”.

02_don_bosco“Il mio unico desiderio è che siano felici nel tempo e nell’eternità”, lasciò scritto ai suoi giovani don Bosco, proclamato santo da Papa Pio XI, come “padre e maestro della gioventù”.

San Giovanno Bosco tornò alla casa del Padre il 31 gennaio 1888, dopo aver vissuto quella frase che disse al suo alunno san Domenico Savio: “In questa casa facciamo consistere la santità nell’essere sempre gioiosi”.

(Tradotto dal portoghese da: http://pt.aleteia.org/2016/09/30/a-historia-de-um-milagre-pouco-conhecido-de-dom-bosco-e-nossa-senhora-auxiliadora/)

Don Bosco è sempre stato molto devoto all’Eucaristia, e scrisse spesso sull’importanza della celebrazione della santa Messa nei suoi libretti popolari. Uno dei suoi miracoli di quando era ancora in vita è direttamente legato all’ostia santa, il pane di vita.

Nell’ostia c’è Cristo, in corpo, sangue, anima e divinità, come recita il simbolo Atanasiano, ed è attraverso l’ostia che Cristo alimenta e rafforza la nostra anima così come ha alimentato e rafforzato il corpo e l’anima delle migliaia di persone presenti alla moltiplicazione dei pani del Vangelo.

03_don_boscoDon Bosco che celebrava la Messa quotidianamente, un giorno al momento della comunione, si rese conto di avere solo 36 ostie nella pisside ma alla Messa partecipavano 360 fedeli. E’ lì che il santo fece il miracolo di moltiplicare il numero delle ostie per distribuire il Sacramento a tutti i presenti.

Il grande miracolo che fece san Giovanni Bosco è stato quello di cambiare la vita di migliaia e migliaia di giovani trasformandoli in cittadini e cristiani onesti, non solo proteggendoli dai pericoli della vita, ma rendendoli persone integre e felici che diffondevano, ovunque passassero, il buon profumo di Cristo (…).

(Tradotto dal portoghese da: http://www.blogcruzterrasanta.com.br/sao-joao-bosco-padroeiro-dos-jovens/)

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“Sai almeno giocare a barra?”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/10/2016

barraUn aneddoto della vita di San Giovanni Bosco che mostra cosa sia la PROMOZIONE UMANA: accogliere una persona da una situazione disagiata e “promuoverla” permettendogli di cogliere opportunità che nessuno gli offrirebbe mai.

Don Bosco vedeva Cristo nei ragazzi che vivevano in miseria e si rendeva suo strumento docile per salvarli, in tutte le maniere in cui potessero essere salvati.

Un giorno accompagnarono, per iniziativa del Conte Balbo [benefattore di don Bosco] presso il Santo [don Bosco, n.d.r.], nella speranza di affidarglielo, un ragazzo che l’estrema miseria aveva reso quasi idiota.

Don Bosco lo accarezzò e gli domandò che cosa sapeva. Il ragazzo, nelle risposte sconclusionate che diede, fece capire che non sapeva niente di nessuna cosa.

Don Bosco replicò: “Sai almeno giocare alla barra?”.

Don_Bosco_02Gli occhi dell’infelice ebbero un baleno di compiacenza. Allora il sacerdote, con l’aria di chi aveva fatto un acquisto prezioso, si rivolse ai presenti e disse con serietà: “Questo fa per me!”, e lo accettò.
Passarono parecchi anni quando al conte Balbo viene annunziata la visita di un salesiano dal nome a lui sconosciuto. Lo ricevette e si vide davanti un prete di bella presenza, di conversazione vivace e dall’aspetto pieno d’ingegno.

Questi disse: “Lei non mi riconosce: io sono quel ragazzo che nelle tali e tali circostanze fu accettato da don Bosco in casa sua a Nizza”.

In breve, don Bosco aveva letto bene nei lineamenti del povero ragazzo ed era riuscito a farne un uomo atto a reggere un collegio importantissimo.

(Fonte: Don Bosco e il soprannaturale, di Michele Molineris, ELLEDICI, pag. 170)

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«Preghi il suo Angelo Custode che la preservi da ogni male in ciò che le accadrà quest’oggi»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/01/2016

Don_Bosco_03

Nel maggio-giugno 1844 si trovava ricoverata all’o­spedale di S. Giovanni una povera donna tisica all’ultimo stadio. La sua vita era stata deplorevole, e si temeva che finisse con una morte disperata.

Invischiata in mille tresche, da molto tempo non si era più accostata ai Sacramenti, e dava in alte smanie quando il cappellano o le suore l’invitavano a confessarsi. Anche don Giuseppe Cafasso era stato respinto, e questi pregò don Bosco di interessarsene lui.

Egli accorre; si mette a parlare di cose indifferenti, e infine le fa questa dichiarazione:

– A nome di Dio, vi dico che, nella sua misericor­dia, Egli vi concede ancora poche ore di vita perché possiate pensare all’anima vostra. Fate presto a confes­sarvi e ricevere gli altri sacramenti. Domani sarete all’eternità.

Queste parole riempirono di tanto terrore l’anima di quella infelice, che, richiamato il Santo, si confessò in quella stessa sera, morì rassegnata e convertita.

Erano passati pochi giorni dal fatto suddetto, quando una ricca signora, moglie dell’ambasciatore del Portogallo in Torino, dovendo mettersi in viaggio, pensò di sistemare prima le cose dell’anima sua, e si recò a tal fine nella chiesa di S. Francesco d’Assisi, dove don Bosco era vicecurato.

Ella non conosceva il Santo, e neppure don Bosco si era mai incontrato con lei. Veduto un prete che, inginoc­chiato presso un confessionale, pregava con aria molto raccolta, si presentò a confessarsi da lui.

Don Bosco l’ascoltò, e le consigliò una certa elemosi­na da farsi in quello stesso giorno.

– Padre, non posso!

– E come non può, dal momento che possiede tante ricchezze?

La signora rimase sbalordita nel sentire come quel sacerdote avesse conosciuto la sua posizione sociale, mentre era certa di non essersi data in nessun modo a conoscere, e rispose: – Padre, non posso farla questa penitenza, perché sto per mettermi in viaggio.

– Ebbene, faccia quest’altra: preghi il suo Angelo Custode che la preservi da ogni male in ciò che le accadrà quest’oggi.

La signora restò ancora più colpita. Ritornata a casa, raccontò la cosa ai familiari; fece con loro la preghiera all’Angelo Custode, e salì in vettura con la figlia e con una cameriera.

Fatta poca strada, ecco che i cavalli si adombrano e si slanciano a corsa sfrenata. Il cocchiere è sbalzato di cas­setta; la carrozza ribalta, e la signora si trova col capo a terra, mentre i cavalli continuano a precipizio.

In un attimo di lucidità, ella invoca ad alta voce il suo Angelo Custode, ed i cavalli s’arrestano nell’istante. Accorre gente a sollevare i caduti, e con meraviglia grande, trovano che nessuno s’era fatto il più piccolo male.

La nobile signora, ritornata a Torino, si recò nuova­mente alla chiesa di S. Francesco d’Assisi; volle sapere chi era quel prete, lo volle ringraziare, e da quel momen­to divenne fervente cooperatrice salesiana.

(Fonte: http://www.preghiereagesuemaria.it/)

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«È meglio essere in grazia di Dio rattoppati, che nelle mani del demonio lucidi ed attillati»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/01/2016

Don_Bosco_01

Don Bosco era solito dire: «La gioventù bisogna sempre tenerla occupata, perché l’acqua stagnante imputridisce».

Egli amava le ricreazioni clamorose; e per darne l’e­sempio, era sempre il primo ai giochi e l’anima dei diver­timenti.

Sveltissimo a correre, non di rado sfidava tutti i suoi giovani a sopravanzarlo. Li allineava, e gridava: uno… due… tre!

Un nugolo di ragazzi si slanciava alla corsa; ma don Bosco era sempre il primo a raggiungere la meta. Allora, per non lasciarli mortificati, andava a riempirsi le tasche di caramelle, e ne lanciava di qua e di là in mezzo ai crocchi.

Egli a tutti sorrideva, a tutti dispensava, con la cara­mella, anche una parola dolce, arguta, incoraggiante, ve­ramente paterna.

Questi suoi modi gli accaparrarono tanto l’animo di tutti, che ognuno andava a gara per dimostrare, con l’ob­bedienza e il rispetto, quanto fosse l’amore e la ricono­scenza di cui si sentivano pervasi.

Don_Bosco_02Così voleva facessero poi tutti i suoi Salesiani e che la ricreazione fosse sempre animata e chiassosa.

Un giorno, che ne vide alcuni starsene in crocchio a chiacchierare, si fece subito in mezzo a dire: – Guardate che, mentre voi riposate, il demonio lavora.

A chi gli osservava che, a correre e a giocare, si sciu­pano le scarpe ed i vestiti, rispondeva: – Via, via! …, meglio spender in scarpe e in vestiti che in medicine. Sarti e calzolai li abbiamo in casa. È meglio essere in grazia di Dio rattoppati, che nelle mani del demonio lucidi ed attillati.

(Fonte: http://www.preghiereagesuemaria.it/)

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La ricchezza più rara…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/04/2015

Bollettino_Salesiano_01Ritengo che i giornaletti parrocchiali, spesso ignorati nei tavolinetti in fondo alle chiese, nascondano, a volte, delle perle preziose che meritano di essere riscoperte, come questa, scovata questa mattina, dopo la mezz’oretta che solitamente dedico a Dio, in una parrocchia a un paio di chilometri dal Vaticano…

C’era una volta, tanto tempo fa, un uomo semplice e buono. Era un buon marito, un papà tenero, un vicino generoso, un contadino onesto. E moglie e figli lo circondavano di tenerezza. Tuttavia l’uomo trovava che il destino era stato duro con lui. Non faceva che lamentarsi della sorte che gli era toccata. Invano la moglie cercava di farlo riflettere: «Dio sa quello che fa, fidati!». «Hai ragione. Dio sa il perché di tutto questo. Posso fare una cosa sola: andare a cercarlo e chiederlo a Lui».

Così, un bel giorno, l’onesto padre di famiglia che non era mai uscito dal suo villaggio, si mise in cammino alla ricerca di Dio. Una sera, sentì la gelida lama di un coltello appoggiata alla gola. Era un bandito, dagli occhi di fiamma. «Dammi i soldi! Ho già rapinato novantanove persone e tu sei la centesima!». Il pover’uomo vuotò il sacco e le tasche, dicendo tremante: «Se vuoi, prendimi tutto, ma lasciami andare. Voglio incontrare Dio per chiedergli perché l’uomo onesto è così spesso povero e il disonesto ricco». Il bandito cambiò atteggiamento e gli disse: «Ti chiedo solo un favore. Uno solo. Quando troverai Dio, chiedigli se un uomo che ha assalito novantanove volte il suo prossimo, ma ha sentito pietà per il centesimo, merita ancora il suo perdono». «Non mancherò», disse l’uomo, e ripartì.

Bollettino_Salesiano_02Dopo alcuni giorni, fu coperto dalla polvere sollevata da un superbo cavallo. Il cavaliere dagli abiti sfarzosi chiese al polveroso viandante: «Dove vai?». «Vado a cercare Dio», spiegò l’uomo un po’ intimidito. «Devi farmi un favore», proseguì il ricco a bassa voce. «Quando incontrerai Dio non dimenticare di raccontargli che io sono molto ricco ma anche molto pio e buono. Chiedigli se, per questo, mi riserva un buon posto in cielo». Il pellegrino promise e riprese il cammino.

Finché una strana figura gli venne incontro. Era un vecchio, o meglio un uomo senza età, scarno e miseramente vestito. «Fermati e riposati un po’», disse il vecchio. L’uomo si sentì avvolto dalla dolcezza che emanava da quel vecchio e si fermò. «Sono io colui che cerchi…», gli disse sorridendo il vecchio. «Guardami bene: io ho creato tutto e non possiedo niente. Perfino tu sei più ricco di me, come vedi».

Bollettino_Salesiano_03Il pellegrino si buttò in ginocchio e vuotò il suo cuore, con tutti i suoi dubbi e tutti i suoi perché. «Tu sei ricco, tanto ricco», gli disse Dio abbracciandolo dolcemente. «Io ti ho dato un’altra ricchezza, quella del cuore, che il ricco non possiede, perché neanche sa che esiste. È quella che ti fa indignare di fronte alle ingiustizie del mondo. Io ti ho evitato il fardello della fortuna che corrompe e rende l’uomo cieco nel cuore e nello spirito. Ti ho donato il coraggio di cercarmi, e anche l’occasione di trovarmi. Ora ti dò un’ultima ricchezza, la più rara: la felicità di accettare ciò che si è. E ora, torna a casa e vivi in pace. Tornando, dirai al ricco che il mio Paradiso non si compra con l’oro e al bandito che è perdonato perché ha scoperto la via giusta. Vai, quando sarà il momento verrò a prenderti e ti terrò con me per sempre».

E il vecchio svanì, come una brezza calma, serena, limpida, immensa.

(Fonte: Bollettino Salesiano, Marzo 2014)

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Io sapevo che sarebbe venuta

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/07/2014

Maria Ausiliatrice 00Un episodio della vita di San Giovanni Bosco, per imparare ad avere più fiducia nell’aiuto della Madonna, sin nelle cose più piccole e concrete, soprattutto in tempi come questi…

Nel 1884 la signora Berk Meda, la vigilia della sua partenza per la Francia andò a riverire don Bosco che si trovava a Roma e, dopo avergli fatta un’offerta, gli chiese la benedizione. Don Bosco nell’accomiatarla le domandò: “Verrà ancora domani per la Messa?”. “Oh, no, non potrò venire, perché dovendo lasciar Roma la sera, occuperò la mattina nei preparativi per il viaggio.

La mattina dopo, rivedendo i suoi conti, trovò che rimaneva ancora una somma superiore al bisogno e le dispiaceva non avergli dato di più. Dominata da questo pensiero, benché l’ora della Messa fosse già trascorsa, noleggiò subito una vettura e volò da don Bosco, che per buona sorte trovò solo nella sua stanza. Egli appena la vide entrare disse: “Ah, la signora Meda. Sapevo bene che qualcuno sarebbe comparso.

Maria Ausiliatrice 01Veramente io non avrei dovuto ritornare – rispose la signora – ma ho voluto portarle un altro po’ di denaro prima di partire”.

Tenga bene a mente questa venuta – aggiunse don Bosco – perché qui si tocca da vicino il soprannaturale. Io dovrei essere in questo momento all’estremo opposto di Roma e non avrei riveduto la Signoria Vostra, né ella mi avrebbe ritrovato, avendo io un appuntamento presso un cardinale dopo la Messa.

Nell’uscire un creditore mi fermò sulla soglia, esigendo che gli pagassi un debito abbastanza rilevante. Gli ho dato quanto avevo ed ecco là il mio portafoglio vecchio e vuoto; non mi sono conservato nemmeno una lira per prendere la vettura.

Allora ho pregato Maria Ausiliatrice che mi mandasse qualcuno in aiuto e frattanto mi sono messo a lavorare. Vede dunque che io l’aspettavo e sapevo che sarebbe venuta“.

(Tratto da “Don Bosco e il soprannaturale” di Michele Molineris, Elledici, 2010, pag 232, 233)

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Giovannino Bosco e il giocoliere spocchioso

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/06/2014

Saltimbanco01

Fra le più conosciute vicende che videro protagonista don Bosco, si ricorda quella della sfida tra il giovane Giovannino Bosco, studente, e un giocoliere prepotente ed egocentrico, che a Chieri si esibiva e si definiva imbattibile.

Si esibiva proprio al pomeriggio della domenica quando nella chiesa dei Gesuiti si tenevano lezioni di dottrina cristiana, distraendo così la gente che era intenzionata e portarsi in chiesa.

Giovanni Bosco, infastidito da tutto questo, volle sfidarlo. Se avesse vinto le prove, il giocoliere avrebbe spostato l’orario del suo spettacolo.

La prima prova consisteva in una corsa lungo il viale cittadino. Si diede inizio alla sfida e Giovanni superò l’avversario, incitato dalla folla che si era nel frattempo portata sul posto.

La seconda consisteva nel far saltare un bastone su alcuni punti del corpo, senza farlo cadere. Ancora una volta il nostro studente sconfisse il giocoliere.

Anche la sfida di saltare un fosso, più largo possibile, fu accolta da Giovanni senza nessun timore. Il giocoliere pensava di aver già vinto, ma con grande rammarico perse, perché il nostro Giovanni, ancora con grande furbizia, afferrò un bastone e durante il salto lo appoggiò nel centro del fosso, riuscendo così a darsi un’ulteriore spinta e superare abbondantemente la sponda opposta.

Una nuova posta, la più impegnativa, era quella di salire su di un olmo, più in alto possibile. Bosco, agile come uno scoiattolo, non aveva dubbi sulla vittoria e accettò la scommessa di una notevole somma.

Saltimbanco02Il saltimbanco, sicurissimo della vittoria, salì sull’albero, sino a piagare la cima e considerò che più in alto l’avversario non sarebbe potuto salire, altrimenti si sarebbe rotta la cima e sarebbe precipitato nel vuoto.

Quando fu la volta di Bosco, anch’egli raggiunse la cima, ma poi si capovolse e innalzò più in alto le gambe, oltre la punta della cima, superando così, con l’astuzia e la capacità atletica, l’avversario.

A questo punto, all’umiliazione subita, subentrò nell’animo dello sfidante la disperazione per aver perso tutti i soldi, cento lire. Ma Giovanni non volle rovinare l’avversario e si accontentò di una buona merenda offerta dal saltimbanco a lui e ai suoi amici.

Così tutto finì bene e in amicizia davanti a un pasto e a un bel bicchiere di vino.

(Tratto da “La Voce”, n. 1 “La pagina dei ragazzi”, di Di Sergio Todeschini)

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