FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Posts Tagged ‘santi dei giorni nostri’

«Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/12/2019

“In fondo – come ho detto con mio fratello ieri sera – noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.

Con queste parole Gianluca sintetizza l’estrema maturazione che ha vissuto nel corso di due anni di malattia, di una terribile malattia che non perdona, un osteosarcoma.

Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Durante la malattia l’incontro con Gesù, Gian si rivede in Cristo, diventa l’alter Christus Patiens, è la vita che si manifesta nella sua pienezza proprio quando sta per finire. Tramite amici comuni incontra don Marco D’Agostino, con lui parla del Signore, diventa lampada per quel sacerdote da 20 anni, che si converte dinanzi a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. E con don Marco scrive un libro, il suo libro, la sua vita in poche pagine, in un alfabeto, è così che Gian si presenta al mondo proprio quando parte per giungere al Cielo.

Lasciamo parlare don Marco:

“Comincerò dalla “A” di accoglienza. La mia storia con Gian è iniziata così. Preoccupato di che cosa dovevo dirgli, di come presentarmi a lui, dopo che aveva chiesto di vedermi, di quanto fermarmi in casa con lui, sono uscito lavato e purificato dalla sua stessa presenza. Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplciità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza. Gian è stato capace – settimana per settimana – di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore. E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare.

Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata. Anche il peggio. Ha deposto la sua vita in mani, cuori, presenze accoglienti. I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri.

Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.
Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

Lui è stato accogliente, anche verso questa “sorella” così scomoda. Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. In questo grado d’intimità interiore – è la prima volta che uso questo termine – ha fatto scaturire, da lui e da me/noi, sentimenti e pensieri che spingono ad una conversione all’accoglienza della vita stessa, qualunque essa sia, perché è dono, di Dio e dei nostri genitori.

Nella vicenda di Gian ho, poi sperimentato pià volte la “E” di essenza. Lui, spogliandosi, giorno dopo giorno, apparendo in tutta la sua fragilità e dolore, ha raggiunto il centro, il succo della vita umana e cristiana. La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento. Gian ha saputo essere un atleta della vita.

Scrivendo a Papa Francesco – lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicemebre 2014 – aveva detto che era in ospadale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra. E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente. Perché Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa.

Il miracolo degli ultimi mesi della sua malattia non è stato quello della guarigione. Forse questo sarebbe stato più eclatante. La notizia della sua vicenda – che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità – ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale. Il miacolo vero è stato, per Gian, comprendere il “perché” di quella condizione così umanamente sfavorevole per lui e per la sua famiglia e leggerla con gli occhi della fede. Bisognoso di tutto, da un punto di vista fisico – e infermieri e volontari sanno con esattezza quanto bene ha fatto a ciascuno di loro l’incontro con Gian! – da un punto di vista spirituale risplendeva da dentro.

Quegli occhi “accesi” erano veramente la sua luce. Segni di una Presenza che sapeva illuminare anche la croce, perché già sperimentata al Calvario, duemila anni fa. Debole e fragile intuiva che quel peso, sulle sue giovani spalle, l’avrebbe potuto sopportare solmente con una medicina che non poteva essere quella prescritta dall’ospedale.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro. Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia – non saprei diversamente come chiamarla – di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava. Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di belleza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini” (don Marco D’Agostino in: La Croce Quotidiano).

Gian muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore. Nell’introduzione al suo libro scrive: “In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici”, ed è proprio così.

L’esperienza di questo giovane, rubato alla terra per rendere il Cielo ancor più bello di quello che è, non è stata una meteora in una fredda notte di fine gennaio, la sua luce continua ad illuminare chiunque lo incontra nelle parole del libro, nella voce dei suoi amici, nella testimonianza di don Marco, nell’amore dei suoi genitori e di suo fratello.

Gian vive oggi più di prima, il suo nome, i suoi occhi pieni della vera Gioia, il suo sorriso contagioso ha varcato le soglie della sua casa di Sospiro per raggiungere tanti ragazzi e ragazze come lui, ma anche tanti adulti, che conoscendolo si innamorano della splendida, semplice bellezza del suo cuore. Gian, per un caso del destino, è divenuto come un sospiro, come quella “brezza di vento leggero” che, dopo la tempesta, è segno della presenza di Dio.

Io l’ho incontrato per caso, un volto sulla copertina di un libro, e siamo diventati subito amici, ora sta sempre accanto a me, lo guardo, lo prego, lo sento vicino, compagno nel mio cammino verso il Signore. La breve vita di Gian è stata come un sorriso, dura poco ma riempie il cuore di gioia, Gian è il sorriso di Dio all’umanità afflitta, se riusciamo ad entrare in quel sorriso possiamo scoprire il segreto della felicità.

Gian, amico mio, amico nostro, prega per noi.

Per approfondire:

Gianluca Firetti e don Marco D’Agostino, Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015.

Don Marco D’Agostino, Gianluca Firetti. Santo della porta accanto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

(Fonte: fonte: giovanisanti.wordpress.com)

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«Non saremo mai soli; per questo Francesca non aveva paura.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/10/2017

Storia di Francesca Pedrazzini, una mamma che a 38 anni ha lasciato il marito e tre bambini. Il modo in cui ha affrontato la sofferenza e la morte ha convertito tanti e dimostrato che con Gesù anche la morte può essere strada alla vita.

Può un funerale essere come un matrimonio? Può una bambina chiedere che il funerale della mamma sia una festa? Può una mamma che sta per morire, parlare con i suoi bambini e insegnare loro ad avere fede perché Gesù è buono e lei li vedrà e curerà dal cielo? Può una donna che sta per lasciare il marito ed i suoi bambini fare festa con gli amici in ospedale?

Questo e altro ha fatto Francesca Pedrazzini, moglie e madre di 38 anni, salita in cielo dopo trenta mesi di combattimento con un tumore che l’ha uccisa.

La sua vicenda ed il suo modo di affrontare il dolore e la morte così straordinariamente eroico sono stati raccontati nel libro di Davide Perillo, “Io non ho paura”, pubblicato dalle edizioni San Paolo.

Ha narrato il marito Vincenzo Casella, il 21 agosto, nel corso di un incontro al Meeting di Rimini, dopo una serie di visite e esami, il 17 agosto 2012 la dottoressa lo prende da parte e gli dice “potrebbe essere questione di giorni. Al massimo qualche settimana”.

E lì Vincenzo viene preso dall’angoscia: “Dirglielo? E come? E i bambini? E se poi crolla? Forse è meglio tacere per tenerla su di morale…”. Vincenzo chiede alla dottoressa, che gli confessa: “Guardi io sono una mamma. Se toccasse a me, vorrei sapere. Per decidere cosa fare con i miei bimbi”.

Ma Francesca ha già capito. Chiama Vincenzo vicino al suo letto, lo guarda con una tenerezza grande. “Vincè – gli dice – io sono tranquilla. Non ho paura perché c’è Gesù”. “Ma non sei triste?”, le chiede Vincenzo, e lei: “No, non sono triste. Sono certa di Gesù. Anzi sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando. Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio il contrario…”. “E’ vero. Soprattutto per i bimbi”.

Francesca mostra una serenità ed una forza straordinaria. Chiede di vedere i figli: Cecilia di 11 anni, Carlo di 8 e Sofia di 4. Li vede uno per volta per 15 minuti e gli dice: “Guardate, io vado in Paradiso. E’ un posto bellissimo, non vi dovete preoccupare. Avrete nostalgia, lo so. Ma io vi vedrò e vi curerò sempre. E mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una grande festa”. Vincenzo era lì e la guardava con gli occhi spalancati, senza parole.

“Ha fatto una cosa – ha spiegato – che vale cinquant’anni di educazione di una mamma”. Così accade che il taxista che accompagna una amica al funerale di Francesca non ci voleva credere. Era sceso a domandare pensando che la cliente avesse sbagliato chiesa: “Ma davvero c’è un funerale qui? No, sa, tutta questa gente elegante, le facce… Io pensavo a un matrimonio”.

Quando Mariachiara, la mamma di Francesca, aveva parlato con la dottoressa che la curava, questa le ha detto: “Una fede come quella di sua figlia non l’ho mai vista. Mi sarebbe piaciuto conoscerla un po’ di più. Le chiedo un piacere: se può, le dica che quando sarà in Paradiso si ricordi dell’ultimo medico che l’ha curata”.

E Gianguido che aveva partecipato ai funerali, ha raccontato: “Sono rimasto impressionato dal funerale della Chicca (diminutivo in cui veniva chiamata Francesca, ndr). Io non credo in Dio. Ma non si può negare che lì c’era qualcosa. Qualcosa di straordinario che io non so spiegare”.

Due zii di Francesca, lui ingegnere, lei bibliotecaria all’università di Pisa, sposati da 33 anni erano 40 anni che non andavano in Chiesa. Poi, saputo della malattia di Francesca, hanno iniziato a pregare. Hanno vissuto tutto il tragitto di Francesca dalla sofferenza alla morte. Ed hanno ritrovato la fede. Alla domanda chi è Francesca per voi, hanno risposto: “Un esempio, un faro. Un desiderio di essere così, un segno di croce tutte le mattine”.

Un uomo aveva una parente in ospedale negli stessi giorni di Francesca, malata terminale come lei. Una sera rimane stupito perché vede nella camera di Francesca una tavolata di persone che mangiano la pizza, scherzano e ridono. All’inizio si irrita, perché non può essere, poi viene contagiato dalla gioia di quelle persone. Ha raccontato: “Qualcosa come un inno alla vita mi entrava nel cuore, nell’anima e nella mente”. Al termine della pizza i presenti pregano insieme, e solo al momento dei saluti quell’uomo capisce chi è l’ammalata: è l’unica che rimane in ospedale.

Nel libro, Io non ho paura quest’uomo racconta che l’immagine di quella donna di 38 anni madre di tre bambini, che si appresta a lasciare consapevolmente il mondo, sorridente e divertita di fronte ad una pizza con intorno i propri cari è come se gli avessero piantato “un chiodo nel cuore. Un chiodo come un seme che ha fatto germogliare una pianticella che è e sarà il mio inno alla vita”.

Un’amica che ha incontrato Vincenzo al bar gli ha detto: “Francesca mi ha colpito per il commosso coraggio con cui ha abbracciato la croce, per essere in Paradiso. Questa roba da Santi e di Santi abbiamo bisogno, in questa ordinaria vita comune. Francesca ha sofferto ma ha anche scommesso su Dio. E in ciò è la sua grandezza semplice, da madre e da sposa. Non siamo soli. Non saremo mai soli. Per questo Francesca non aveva paura”.

Lorenza, amica della famiglia di Vincenzo, gli ha girato un tema fatto dalla figlia Letizia di tredici anni. Le era stato chiesto di fare un tema su “una persona che ti ha fatto crescere”. Lorenza ha scritto: “la persona che non dimenticherò mai è la mamma di tre bambini con cui andavamo in vacanza da piccoli. (…) è mancata a soli 38 anni. L’avevo incontrata al mare ed in montagna. Era contenta e allegra, era forte”.

Steve Jobs citava un poeta che diceva “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” e Lorenza ha commentato, forse Francesca non aveva mai sentito queste parole, “ma viveva ogni secondo in modo speciale, un modo che mi ha cambiato le vacanze e ora penso, la vita”.

“Per me – conclude Lorenza – è stata una grande testimonianza, (…) mi ha fatto capire di vivere la vita, viverla veramente secondo per secondo, e ora quando penso a lei mi chiedo se sto dando tutto quello che posso dare”.

Alcuni hanno detto a Vincenzo: “Scusa se ti facciamo parlare di Francesca, lo sappiamo che è dura perché ogni volta la ferita si riapre”. E Vincenzo ha risposto: “Molti pensano che per superare bisogna dimenticare, ma per me è l’esatto contrario: più ripercorro quella esperienza più mi da pace”.

(Fonte: http://www.santiebeati.it/)

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«La gioia che proviene da Dio è una dilatazione del cuore; l’allegria non è gioia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 23/06/2017

Carla Ronci nasce a Torre Pedrera (prov. do Rimini) l’11 Aprile 1936. Una bambina paffuta di indole buona, poi studentessa diligente, diventa una ragazza normale che, tra spiaggia, tintarella, nuotate e cinema, cresce animando le feste del luogo, ammirata e anche corteggiata.

Nel 1950 l’incontro con le suore orsoline cambia la sua vita; si accosta alla Chiesa e ai sacramenti e imposta la sua vita alla luce della fede cercando di fare la volontà di Dio in ogni circostanza.

Le vengono affidate le ragazze dell’Azione Cattolica; smpre disponibile e aperta, asseconda con loro il rapporto personale, cerca di capirle, dando loro l’esempio con la sua vita.

Il 20 ottobre 1956 col permesso del suo confessore fa voto di castità. Scrive così nelo suo diario:

“La femminilità è una proprietà che conquista e attira; la femminilità dell’anima consacrata a Dio deve essere così dolce e soave da attirare a sé per condurre poi al Signore“.

Il suo modello è la Madonna: “La femminilità deve essere come quella della Madonna: pura e casta”.

Questo non le impedisce di vestire con grazia ed eleganza: “Vesto con modestia ed eleganza e cerco di far capire alle anime, con la mia vita, che il cristianesimo non è croce ma gioia” (lettera a teresa Dotti, 1962).

Sempre attiva in ogni campo, Carla anima la liturgia, aiuta in chiesa in ogni modo, organizza e guida gite per i ragazzi, insegna a cucire… Apre persino una specie di pre-seminario, il “Cenacolo dei piccoli”, per suscitare vocazioni sacerdotali, missionarie e religiose.

Ai sacerdoti, del resto, ha consacrato la sua vita come vittima già dal 1950, l’anno della sua conversione.

Il 19 agosto 1957, col permesso del suo direttore spirituale, fa voto di povertà. Distaccandosi dalle cose materiali si sente più libera di vivere nella volontà di Dio “in mezzo alle comodità della vita come nella più squallida miseria”.

Nel 1958, dopo aver cullato nel cuore questa scelta e aver avuto l’opposizione di tutti, ma soprattutto del padre, Carla entra nel noviziato delle suore Orsoline di Bergamo. Nei pochi mesi passati in noviziato, il padre la tempesta di visite e lettere per farla desistere. Finché un giorno è la Madre Superiora a chiamarla e a dirle che forse la sua via è da qualche altra parte.

Carla torna a casa e riprende la sua opera all’Azione Cattolica e in parrocchia, cercando però di capire: “Che cosa vuoi da me, Signore? Quando saprò con sicurezza dove vuoi che Ti serva?”.

Nel settembre 1960 incontra Teresa Ravegnini e, tramite lei, l’Istituto Secolare “Ancelle Mater Misericordiae”. Carla si informa, segue gli esercizi spirituali e, nel 1961, fa domanda per essere ammessa.

“Ma chi avrebbe mai pensato che doveva finire così? Ora corona i miei sogni facendomi consacrare in un istituto che tiene le sue figlie nel secolo… Signore ti ringrazio che sei stato così buono con me”.

Nell’agosto 1969 si manifestano i primi sintomi della malattia, con una forte colica al fegato. Ulteriori sintomi richiedono una visita: si tratta di carcinoma polmonare.

Nel gennaio 1970 va a Bologna e in ospedale gli esami e le analisi aumentano la sua già grande sofferenza. Riceve le visite di amici e parenti col sorriso sulle labbra, per non rattristarli.

Scrive al padre spirituale: “Il cuore è a brandelli e il sorriso sulle labbra: ecco la nostra missione di questi giorni. Il mio motto è sempre lo stesso: – Per Gesù e per le anime – e quale forza mi viene da questa intenzione e da questa unione! Sento un grande desiderio di dare, di offrire, di amare e sento che nonostante tutto la vita è meravigliosa!”.

E Carla all’ospedale continua il suo apostolato, andando a trovare gli altri malati e portando loro sollievo, e anche distribuendo fra tutti la frutta e i dolci che i suoi parenti le portano.

La sua salute va sempre peggiorando e i medici consigliano di portarla a morire a casa sua, così il 1° aprile l’ambulanza la trasporta alla clinica “Villa Maria” di Rimini, dove viene chiamato il giorno dopo il cappellano. Le somministra l’Unzione degli Infermi e lei, sorridendo dice: “Ecco lo sposo che viene”. Sono le 17,05 del 2 aprile 1970.

Carla, che ora riposa nella sua chiesa di Torre Pedrera, è stata riconosciuta venerabile dal Santo Padre il 7 luglio 1997.

[Fonte: http://bellenotizie.altervista.org/%5D

Alcune frasi di Carla Ronci:

“Semina, getta il tuo grano senza stancarti mai. Non fermarti troppo a considerare quello che ne sarà. Semina senza guardare dove il seme cade. Gesù, aiutami a fare così, a essere generosa”.

“L’anima in grazia di Dio vive nella gioia, perché tutto le serve per donarsi, per amare, per riparare, per ringraziare”.

“La gioia che proviene da Dio è una dilatazione del cuore; l’allegria non è gioia”.

“Vedi? Ho la sensazione che Gesù si stia distaccando dalla Croce per lasciarmi il suo posto: credo proprio che mi voglia crocifissa, perché Lui sa che per me il soffrire con Lui è una gioia”.

“Dove Dio ti ha seminata, là devi fiorire”.

“Oggi il Signore ha bisogno di testimoni che lo facciano sentire, più che con le prediche, con la propria vita e il proprio esempio. Oggi occorre che l’apostolato diventi una testimonianza personale di dottrina vissuta”.

“Nella Comunione ricevo Gesù per farlo vivere in me e per me: Gesù io voglio vivere di Te; Tu devi rivelarti agli altri attraverso la mia povera vita”.

“Sento il desiderio dell’infinito… Solo Dio con il suo amore può saziare la sete d’amore che ha il mio cuore”.

“Miei cari tutti, per la mia morte non piangete ma pregate, pregate: farete così in modo che il desiderato incontro con lo Sposo avvenga più presto. Io di lassù vi proteggerò sempre. Perdonate, vi prego, ciò che in me vi ha fatto soffrire e arrivederci in Cielo.”

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«Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/12/2016

voluntari08cUna vita all’insegna del martirio, in tutte le sue forme

Beato Anton Durcovici
Vescovo di Iasi (Moldavia)
e martire († 10/12/1951)

Anton Durcovici nasce in Austria il 17 maggio 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità “nec plus ultra”.

Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano il 24 settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia, però, la Prima Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni.

Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale.

Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo tre) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa.

Il Venerabile Pio XII (Eugenio Pacelli, 1939-1958) lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, il 14 aprile 1948 viene consacrato a Bucarest.

Il 1° dicembre 1948, con il varo di una legge, ebbe inizio la persecuzione che rendeva la Chiesa greco-cattolica illegale. I vescovi, uno dopo l’altro, furono incarcerati. Il governo comunista voleva creare una sola Chiesa nazionale, separata da Roma.

anton-durcovici-beato_02In questa situazione critica, il vescovo Durcovici e quello di Alba Iulia, Marton Aron, elaborano insieme un manifesto di dissenso: «La Chiesa cattolica in Romania fa parte della Chiesa romano-cattolica, a capo della quale vi è il Papa». E come risposta all’atteggiamento ateo dello Stato, Durcovici cominciò la visita pastorale in tutte le parrocchie e le consacrò al Cuore immacolato di Maria, risvegliando la fede nelle comunità.

La Securitate aveva paura a intervenire, perché temeva la reazione popolare, e in questo contesto socio-politico, il vescovo fu costretto a sopportare grandi pressioni: durante le celebrazioni, gli ufficiali della polizia politica ascoltavano con attenzione le omelie e i discorsi che poi trascrivevano per trovarvi riferimenti politici. Queste note informative contenevano decine di accuse al vescovo per incriminarlo. Ma paradossalmente, esse hanno finito per costituire una prova testimoniale della fede granitica del martire e il suo filiale attaccamento al Papa.

All’inizio del 1949, la persecuzione giunse al culmine. Il vescovo Durcovici alzò coraggiosamente la propria voce per condannare le azioni promosse dal regime contro i cattolici. Il 26 giugno dello stesso anno, venne arrestato mentre andava alla parrocchia Popeşti-Leordeni di Bucarest, per amministrare il sacramento della cresima. Dopo molte torture, maltrattamenti e offese, venne portato nella prigione del ministero degli Interni, dove restò fino al giugno 1950, quando fu trasferito nel temutissimo carcere di Jilava.

La successiva tappa della sua personale via crucis, fu quella a Sighetu Marmatiei, dove già erano stati imprigionati altri vescovi. Con loro e con i sacerdoti reclusi pregò e soffrì per la fede, incoraggiando tutti a portare la croce pazientemente e con amore per Cristo, in vista della salvezza. Quindi venne isolato e trasferito in un altro bunker, seminudo e privato del cibo necessario, con scarsissima aria e luce, fatto oggetto di insulti, di oltraggi e di maltrattamenti, fino a che fu ridotto a una larva.

E benché, mentalmente sia sempre rimasto lucido e in pieno possesso delle proprie facoltà intellettuali, dal punto di vista fisico poté resistere solo tre mesi in quella prigione.

20140432durcovici_1902sLo lasciarono morire di fame nella cella numero 13 il giorno 10 dicembre 1951.

Don Rafael Friederich, sacerdote della sua diocesi, ha testimoniato che mentre puliva i corridoi si avvicinò alla sua cella e gli disse in latino: «Ego sum Friederich». Dall’interno rispose una voce debole: «Antonius muribundus. Morior fame et siti. Da mihi absolutionem». E in quello stesso giorno il vescovo Durcovici morì.

Come era abitudine ‘discreta’ della Securitate rumena, la notizia della sua morte fu registrata all’Ufficio Centrale di Bucarest con solo alcune righe molto concise; nulla è rimasto del suo tempo trascorso in carcere, né delle sofferenze inflitte che gli procurarono la morte.

Il corpo del vescovo Durcovici fu sepolto in un posto segreto, con altre 50 personalità politiche, civili e religiose morte a Sighetul Marmatiei; dal cimitero principale della prigione di sterminio, fu distrutta ogni prova. Tutti i documenti che lo riguardavano, compreso la carta d’identità furono distrutti, gli oggetti di valore scomparsi.

Il 28 gennaio 1997, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso il “nihil obstat” per iniziare la causa di beatificazione del vescovo Anton Durcovici, considerato martire della fede.

Anton Durcovici è stato beatificato a Iasi, in Romania il 17 maggio 2014. A rappresentare Papa Francesco è stato il card. Angelo Amato S.D.B., prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Fonti principali: cristianofobia.altervista.org; orizonturiculturale.ro/it

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Signore “smezzami” la Croce!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/06/2015

La storia di Gianluca, un giovane santo dei nostri giorni.

GianlucaAlla fine ha vinto lui…

Sono prete da vent’anni… E’ l’unica persona con cui ho parlato della vita eterna e ho percepito che ci credeva.

Ho visto un santo, un giovane santo. Non ha mai fatto pesare niente, è sempre stato solare nella malattia.

Si chiedeva: “Ma davvero io sono una calamita?”

“Io faccio sempre questa preghiera, dico: Signore, “smezzami” la Croce, come dire, io la sopporto ma ho bisogno che tu ci sia.

Credo che lui sia vivo e che parli più di prima…

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Nicola, un giovane che viveva della realtà dell’aldilà come presente già nella sua esistenza

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/04/2014

Nicola_01Il 5 luglio 2013 papa Francesco ha proclamato venerabile Nicola D’Onofrio, morto a soli 21 di una vita tanto breve quanto intensa. Le sue caratteristiche principali: una fede profonda e una vita caratterizzata da una rara dedizione verso i poveri e i sofferenti.

Nato a Villamagna, in provincia di Chieti, il 24 marzo 1943, a sette anni Nicolino, come veniva affettuosamente chiamato, avverte la vocazione ed esprime la volontà di farsi sacerdote. Sacerdote e Camilliano.

Riesce a vincere le opposizioni dei genitori e nell’autunno del 1955 entra nello Studentato Camilliano di Roma. A soli 17 anni indossa l’abito dei Ministri degli Infermi. Il 7 ottobre 1961 emette la professione dei 4 voti, mentre si era iscritto alla Milizia dell’Immacolata, raggiungendo il terzo grado, quello dell’”offerta senza limiti”, del donare sé stessi a Maria fino al sacrificio più completo.

Di lì a poco si ammala però di una grave malattia che lo porterà a spegnersi a soli 21 anni. Viene ricoverato al San Camillo e poi al Policlinico Umberto I.

Nicola_02Subisce un intervento e cure dolorose per un teratosarcoma che lascia poco da sperare, ma lui resta sempre paziente, sorridente e attento a non disturbare i confratelli premurosi verso di lui.

Conosciuta la realtà della sua malattia, non reagisce con atti di disperazione, ma dopo un momento di intensa riflessione passata quasi totalmente dinanzi a Gesù Eucaristia nella chiesa del seminario, riprende il normale sorriso, intensifica la preghiera dando spazi lunghi alla meditazione.

In occasione di dialoghi con amici sulla realtà di una morte imminente, non evita il discorrere né drammatizza, ma affronta tale realtà con serenità e distacco. Coloro che gli stavano vicino ricordano di avere avuto la sensazione di contattare una creatura che già viveva della realtà dell’aldilà come presente già nella sua esistenza, che troppo precocemente si avviava sul viale del tramonto.

Con la segreta speranza di ottenere un grande miracolo, i Superiori lo mandano pellegrino a Lourdes e a Lisieux. Nicola ci va per obbedienza, soprattutto col motivo di chiedere l’aiuto della Vergine Immacolata, e della sua grande piccola Santa Teresa, a compiere la volontà di Dio fino alle estreme conseguenze, serenamente unito alla Croce del Cristo.

È il 10 maggio: mancano appena 33 giorni al suo incontro con Dio per l’eternità.
Il 28 maggio 1964 emette in anticipo i voti perpetui, ormai allo stremo delle forze.

Nicola_03La sera del 12 giugno sale al cielo dopo una giornata passata in preghiera incessante.

Il suo corpo riposa a Bucchianico, presso la cripta del Santuario di San Camillo, meta di continui pellegrinaggi.

Ecco cosa scrive nel suo diario a soli 16 anni:

“Morirò. Non so quando, non so come, ma morirò.

Si muore a tutte le età.

Bisogna essere pronti a morire in ogni istante. La morte verrà.

Sarò novizio? Chierico? Sacerdote? Non lo so. Morirò? Si, è certo che morirò!

Propositi:

1. Sarò sempre in grazia di Dio per essere pronto a morire.
2. Non mi farò prendere dal panico della morte.

In un mondo come quello di oggi in cui quello della morte è il pensiero più rimosso in assoluto, non è un grande insegnamento?

Nicola_04Il 30 settembre 1961 scriveva nel suo diario degli esercizi spirituali:

“Teniamo sempre dinanzi agli occhi il fine supremo e tutta la strada da percorrere ci sembrerà facile e chiara.

Una volta conosciuta la strada percorriamola coraggiosamente convincendoci della caducità delle cose, della necessità del distacco dal mondo per avere la gioia, della preziosità del tempo.

Mamma mia santissima, insegnami tu la strada, ma soprattutto della conoscenza del fine, fa che io sia coerente con me stesso.”

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“Vorrei regalare la felicità a tutti (…) …e poi… e poi…”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/11/2013

Castelbajac01Storia di Claire de Castelbajac (Parigi, 26 ottobre 1953 – 22 gennaio 1975)

Claire de Castelbajac, ragazza dal temperamento di fuoco, dentro una natura esuberante ha saputo sviluppare una ricchissima vita interiore. Nata il 26 ottobre 1953 a Parigi, ultima di una famiglia di cinque figli, battezzata tre giorni dopo la nascita, passa i cinque primi anni di vita con la famiglia a Rabat, in Marocco, fino al ritorno definitivo in Francia, nel 1959.

A sei anni, una sera, spontaneamente compone la seguente preghiera:

“Gesù, fa’ che i cattivi, e coloro che non ti amano, e coloro che non ti conoscono, diventino buoni, e ti conoscano e ti amino, e preghino tre volte al giorno, e vadano tutti in cielo”

La mamma le chiede: “Hai pensato ad offrire il tuo cuore, e la tua giornata, oggi?” – “Certamente! Ci penso sempre! Altrimenti a cosa servirei?

Durante l’agitazione del maggio 1968, la giovanissima Claire risente profondamente dei disordini politici e sociali di cui è testimone, e vede ad essi un solo rimedio: la preghiera a Nostra Signora, secondo le domande di Fatima.

Di sua iniziativa, spinge le alunne della sua classe di terza media a scrivere a tutti i vescovi di Francia: “Monsignore, noi la supplichiamo di domandare ai Suoi sacerdoti di voler cortesemente trasmettere il messaggio di Nostra Signora a tutti i loro parrocchiani… Monsignore, sono ragazzine che Le domandano, come pure a tutti i vescovi di Francia, di fare questo appello alla Chiesa della nostra Patria. Siamo certe che Lei ne terrà conto e gliene siamo grate”.

Castelbajac02Con la foga dei suoi quindici anni, Claire è sdegnata dal vento della contestazione che soffia sulla Chiesa e tende a far tabula rasa del passato. Ne soffre al punto di ammalarsi e di dover finire il successivo anno scolastico in casa.

Avendo notato che la gioventù del suo villaggio non ha nessuna occasione di riunirsi per distrarsi insieme, organizza prima di tutto un coro; poi, il gruppo si lancia in due rappresentazioni teatrali, per distrarre le persone anziane del vicino ricovero, i disabili, o semplicemente gli abitanti del paese.

Dopo l’esame di maturità, Claire decide di dedicarsi al restauro di pitture ed affreschi e si presenta al concorso di ammissione dell’Istituto Centrale del Restauro, a Roma, ente statale che riserva ogni anno tre posti ai candidati stranieri.

A Pasqua del 1972, si trasferisce a Roma, per preparare meglio il concorso. Ha diciotto anni e mezzo. Nelle sue annotazioni intime, si può leggere:

“La santità è l’Amore nel vivere le cose ordinarie per Dio e con Dio, con la sua grazia e la sua forza” (17 ottobre 1972).

Scrive ai genitori:

Castelbajac03“Sono terrorizzata all’idea che potrei essere ammessa! So benissimo che nella Bibbia c’è, per 366 volte: Non temere nulla, una volta per ogni giorno dell’anno, e che, casomai, la grazia sarà con me. Ma ho una paura matta all’idea di cominciare fra due mesi la mia vita di adulta…”.

Al concorso Claire si classifica terza sulla lista dei tre stranieri ammessi. L’entusiasmo la sostiene, ma altre lotte si preparano.

“La mano di Dio non cessa di proteggermi. – scrive ai genitori – Quel che mi infastidisce è il successo che ho, veramente involontariamente, credetemi, coi ragazzi. Uno è chiaramente innamorato di me. E poi c’è un libanese pieno di attenzioni…; aggiungerò ancora due italiani, particolarmente complimentosi e cani fedeli. In capo a nove giorni, è molto… Vero è che ben presto mi conosceranno meglio!… È talmente difficile modificare la propria natura e impedirsi di ridere, di prendere tutto sullo scherzo e di fare continuamente giochi di parole… Ma sono sicura della protezione Divina, Verginale e Benedettina (porta una medaglia di San Benedetto), senza parlare degli Angeli Custodi.

Qualche giorno più tardi aggiunge:

“Ho fretta di sistemarmi veramente, per poter scrivere le mie lettere e fare una mezz’ora di lettura spirituale quotidiana. La corona è risolta con i due quarti d’ora, o i quattro, che passo nella metropolitana. Ho molto bisogno delle vostre preghiere… più conosco la gente, e più la cosa mi deprime; pensavo che l’Arte per l’Arte e il Bello per il Bello, dunque il senso della gratuità delle cose, dessero alla gente una profondità e qualcosa di più… Evidentemente, a parte due o tre snob, tutti sono interessati da quel che fanno, ed anche appassionati: ma a parte questo, pluf! La sola cosa che li interessa è il piacere sotto tutte le forme. Allora questo mi deprime e mi scoraggia un po’… Tutti i ragazzi mi corrono dietro! Diamine! Non porto mica la minigonna… e, per di più, spruzzo di freddezza e cattiveria quelli che sono da evitare. E più li spruzzo, e più insistono… Ma adesso, ciò di cui ho paura è di me stessa; perché, vi dirò tutto. Non sono molto incoraggiata da persone perbene, come a Tolosa; allora, talvolta, vedendo quelli che mi circondano, mi dico che non deve esser sgradevole fare come fanno loro… Allora prego, prego, per avere il coraggio, potrei talvolta dire addirittura l’eroismo, di resistere, di non avere nessun ragazzo prima del fidanzamento…”.

Tuttavia Claire si lascia a poco a poco inebriare dalla libertà. Verso la metà di marzo del 1973, si sistema con due amiche in un appartamento indipendente. Incominciano a ricevere e ad uscire di sera, si divertono molto, facendo un sacco di “stupidaggini”, secondo la sua stessa espressione, e studiano poco.

“…La mia visione delle cose cambia: chi soddisferà la sete di vita che provo?… Ieri, siamo andate in riva al mare. È stato favoloso? Sole solette, a fare le matte fino a notte avanzata… eravamo appassionatamente piene di vita, d’indipendenza, di libertà totale e del sentimento inebriante di esser fuori dalla civiltà”.

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Con un simile sistema di vita, i voti di Claire, al restauro, calano senza rimedio, è sul punto di farsi mandar via. Tuttavia, segretamente, è scontenta di sé. Il suo senso acuto di Dio, il relativo insuccesso negli studi e forse anche l’osservazione di una studentessa: “Vedrai, figliola bella, ci arriverai al nostro ateismo. Non ti do neppure un anno di tempo perché tu sia come noi…”, provocano un soprassalto salutare.

L’estate porta vacanze felici a Lauret, interrotte dal Pellegrinaggio Nazionale di Lourdes. All’inizio di ottobre, riparte per Roma, piena di energia. Scrive ai genitori:

Mi rendo conto a che punto di vanità e di egoismo mi sono ridotta, sotto l’appellativo fallace di emancipazione…

Castelbajac05Le ottime disposizioni che segnano l’inizio del nuovo anno non scemeranno più. Dio è nuovamente al centro della sua vita, malgrado occasionali “ribellioni di spirito”.

Un anno dopo, il 16 settembre 1974, Claire va per tre settimane in Terra Santa, con un gruppo di una decina di giovani. Scrive ai genitori:

“Incomincio ad afferrare il senso della parola Amore di Dio: non bisogna, credo, appassionarsi per questioni accessorie, ma puntare tutto verso Dio, e soltanto verso di Lui!

Alcuni giorni dopo il ritorno dalla Terra Santa, Claire riceve l’ordine di missione per Assisi, dove lavorerà al restauro degli affreschi della Basilica.

Ritorna a Lauret il 18 dicembre, per le vacanze di Natale. I suoi la trovano trasfigurata. Il sabato 4 gennaio, le si dichiara una meningoencefalite virale fulminante. Il 17, incosciente, riceve il sacramento dell’unzione degli infermi.

Castelbajac06La domenica 19, mentre sembra dormire, dice a un tratto, nettamente e a voce molto alta: “Ave Maria, piena di grazia…” poi si ferma, spossata. Sua madre continua la preghiera; alla fine di ogni Avemaria Claire mormora: “e poi… e poi…”, per far continuare il Rosario.

La sera del 20, sprofonda in un coma irreversibile. Entra nell’eternità in cui Dio la chiama, il mercoledì 22 gennaio 1975, verso le cinque del pomeriggio.

Nel 1970 aveva scritto a un’amica:

“Trovi veramente che la prossimità sempre crescente della morte sia angosciosa? Io penso di no; non bisogna temere la morte. La morte è soltanto il passaggio da una vita – che, in realtà, è un semplice esame – di gioie e di piccole sventure… alla Felicità totale, alla Vista, perpetua di Colui che ci ha dato tutto… Ti ricordi che al Sacro Cuore, parecchie ragazze (e tu fra di esse) mi avevano predetto che sarei morta giovane? E questo senza mettersi d’accordo tra loro. Ebbene, ti confesserò che me ne infischio com-ple-ta-men-te, visto che, relativamente all’eternità, cosa sono 50 anni di vita terrena in più o in meno?”

L’inchiesta ufficiale in vista della sua beatificazione è stata aperta nel 1990. La fase diocesana è terminata nel 2008.

[Fonte: Aggancio del 9/10/2013 pubblicazione del Movimento Pro Sanctitate]

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