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Posts Tagged ‘santi’

«Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/12/2019

“In fondo – come ho detto con mio fratello ieri sera – noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.

Con queste parole Gianluca sintetizza l’estrema maturazione che ha vissuto nel corso di due anni di malattia, di una terribile malattia che non perdona, un osteosarcoma.

Gianluca, per gli amici Gian, è nato a Sospiro (CR) l’8 Settembre 1994, secondo figlio di Luciano e Laura, è un figlio, un fratello, un bambino, un ragazzo come tutti gli altri, si impegna a scuola, ama il calcio, tanto da intraprendere la strada del calciatore, una storia normale, niente di che, come tanti, come sempre. Nel Dicembre 2012, durante una partita, la malattia si manifesta con un pizzico, un dolore alle gambe, ma in breve peggiorerà, la diagnosi è infausta, non sono molte le speranze, nonostante gli sforzi dei medici.

Durante la malattia l’incontro con Gesù, Gian si rivede in Cristo, diventa l’alter Christus Patiens, è la vita che si manifesta nella sua pienezza proprio quando sta per finire. Tramite amici comuni incontra don Marco D’Agostino, con lui parla del Signore, diventa lampada per quel sacerdote da 20 anni, che si converte dinanzi a un ragazzo che ha meno della metà dei suoi anni. E con don Marco scrive un libro, il suo libro, la sua vita in poche pagine, in un alfabeto, è così che Gian si presenta al mondo proprio quando parte per giungere al Cielo.

Lasciamo parlare don Marco:

“Comincerò dalla “A” di accoglienza. La mia storia con Gian è iniziata così. Preoccupato di che cosa dovevo dirgli, di come presentarmi a lui, dopo che aveva chiesto di vedermi, di quanto fermarmi in casa con lui, sono uscito lavato e purificato dalla sua stessa presenza. Da subito, quella sera, con una fetta di torta e tè, soprattutto dalle sue parole e dal suo sguardo profondo, mi sono sentito subito “di casa”. Gian è stato di una semplciità disarmante, pari a quel bambino evangelico, simbolo del Regno, che sa proporsi così com’è, senza schermi o difesa.

E chiedeva a me nient’altro se non di stare, davanti a lui, così come anch’io ero. Senza la preoccupazione del colletto, dell’uomo di Chiesa, del cosa dire, del come dirlo, di quali argomenti affrontare per primi. Senza la corazza di chi si tiene a distanza. Gian è stato capace – settimana per settimana – di aprire sempre di più il rubinetto del suo cuore. Da quel deposito, apparentemente sopito, ha saputo spillare il vino buono, per l’ultima parte del suo banchetto nuziale. Gian ha aperto, anzitutto la porta del suo cuore. E da lì, da quell’entrata particolarmente intensa e ricca, ha permesso a Dio, in primo luogo, ma anche a me e a tanti altri di entrare.

Ha consegnato, gradatamente, la chiave del suo cuore, fidandosi ciecamente che, chi gli voleva bene avrebbe saputo aiutarlo, in ogni modo, qualunque cosa fosse capitata. Anche il peggio. Ha deposto la sua vita in mani, cuori, presenze accoglienti. I suoi genitori e suo fratello prima di tutto. Ma anche amici, preti, volontari, medici e infermieri.

Ha contagiato tutti quanti con la sua malattia più grave: l’amore. La sua accoglienza sembrava predicare un affidamento della vita – la sua – che, già così fragile, si avviava – e lui ben lo sapeva – verso un’inesorabile discesa. Ma era come se il tramonto dovesse diventare una nuova alba. Come se, al tempo mancante, supplisse una forza interiore tale da moltiplicare l’intensità degli incontri, la comunione d’intenti, lo scambio d’impressioni.

Per questo non perdeva tempo, non tentennava, non si annoiava, ma viveva tutto, dalla celebrazione eucaristica in casa alla visione di un film, dallo scambio d’impressioni con amici ad una merenda ad una cena intorno al polletto grigliato con le patate, con grande intensità. Nell’accogliere Dio, le persone, la vita, la stessa malattia Gian “rubava” ai suoi amici la loro voglia di vivere, si nutriva della mia poca fede, la sollecitava, desiderando essere nel cuore e nelle preghiere di molti.
Non da subito e non tutto in un momento. Eppure, incontro dopo incontro, cresceva il suo desiderio di vivere e, paradossalmente, questo si realizzava con la sua consapevolezza di morire. “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”. Ho avuto la sensazione che anche la morte non lo abbia colto di sorpresa. Tutt’altro.

Lui è stato accogliente, anche verso questa “sorella” così scomoda. Abbiamo potuto scrivere insieme un libro perché lui ha dato a me e a tanti ragazzi e giovani la grazia di sentirci accolti. In questo grado d’intimità interiore – è la prima volta che uso questo termine – ha fatto scaturire, da lui e da me/noi, sentimenti e pensieri che spingono ad una conversione all’accoglienza della vita stessa, qualunque essa sia, perché è dono, di Dio e dei nostri genitori.

Nella vicenda di Gian ho, poi sperimentato pià volte la “E” di essenza. Lui, spogliandosi, giorno dopo giorno, apparendo in tutta la sua fragilità e dolore, ha raggiunto il centro, il succo della vita umana e cristiana. La sofferenza lo ha maturato e purificato. Fortemente. Lo ha reso una roccia sulla quale costruire, appoggiarsi, confrontarsi. E non una volta per tutte, ma ogni giorno, ogni momento. Gian ha saputo essere un atleta della vita.

Scrivendo a Papa Francesco – lettera che ricevette la telefonata del segretario personale del Papa il 18 dicemebre 2014 – aveva detto che era in ospadale a “lottare”. La vita lo ha messo in condizione di entrare in guerra. E, nonostante momenti difficili di afflizione e di scoraggiamento, ogni giorno, quando si svegliava, ricominciava la sua lotta. Per questo ha avuto bisogno di un’arma come la fede. In questo combattimento si è allenato, silenziosamente. Perché Gian era un ragazzo semplice, pulito, servizievole, di buone relazioni a scuola e all’oratorio, nella sua parrocchia di Sospiro, in casa.

Il miracolo degli ultimi mesi della sua malattia non è stato quello della guarigione. Forse questo sarebbe stato più eclatante. La notizia della sua vicenda – che il libro Spaccato in due contiene in tutta la sua freschezza e verità – ci restituisce un Gian che sa affrontare la vita prima della morte e sa leggere, con gli occhi della fede, una malattia e un dolore dei quali diventa non amico, ma padrone.

Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale. Il miacolo vero è stato, per Gian, comprendere il “perché” di quella condizione così umanamente sfavorevole per lui e per la sua famiglia e leggerla con gli occhi della fede. Bisognoso di tutto, da un punto di vista fisico – e infermieri e volontari sanno con esattezza quanto bene ha fatto a ciascuno di loro l’incontro con Gian! – da un punto di vista spirituale risplendeva da dentro.

Quegli occhi “accesi” erano veramente la sua luce. Segni di una Presenza che sapeva illuminare anche la croce, perché già sperimentata al Calvario, duemila anni fa. Debole e fragile intuiva che quel peso, sulle sue giovani spalle, l’avrebbe potuto sopportare solmente con una medicina che non poteva essere quella prescritta dall’ospedale.

La sua fede, declinata in apertura d’animo, preghiera, accoglienza del progetto di Dio, amicizia condivisa a più livelli, celebrazione dei sacramenti, consigli che dava ai ragazzi giovani come lui, è stata l’arca di salvezza sulla quale ha potuto vivere nella tempesta della sua malattia.

Quando alla fine del 2012 l’ospedale gli ha comunicato la sentenza del suo tumore egli ha dovuto decidere di diventare un vero uomo. Non in un colpo. Giorno per giorno. Ma senza mai tornare indietro. Proprio perché è cresciuto come uomo, la fede ha trovato un terreno fecondo su cui germogliare. Io ho avuto la grazia – non saprei diversamente come chiamarla – di gustare e comprendere come un ragazzo giovane che si lascia plasmare, incontrare e raggiungere da Dio e dai fratelli, possa crescere veramente di spessore.

Gian è cresciuto e ha fatto crescere. Aveva fede e l’ha fatta tornare agli altri. Era uomo di comunione e desiderava che ci si amasse. E lo diceva, lo scriveva su WhatsApp, lo manifestava. Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di belleza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini” (don Marco D’Agostino in: La Croce Quotidiano).

Gian muore all’ospedale di Cremona il 30 Gennaio 2015, lasciando al mondo una delle più belle testimonianze di fede e di fiducia nel Signore. Nell’introduzione al suo libro scrive: “In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te. Sento che, in Dio, siamo già amici”, ed è proprio così.

L’esperienza di questo giovane, rubato alla terra per rendere il Cielo ancor più bello di quello che è, non è stata una meteora in una fredda notte di fine gennaio, la sua luce continua ad illuminare chiunque lo incontra nelle parole del libro, nella voce dei suoi amici, nella testimonianza di don Marco, nell’amore dei suoi genitori e di suo fratello.

Gian vive oggi più di prima, il suo nome, i suoi occhi pieni della vera Gioia, il suo sorriso contagioso ha varcato le soglie della sua casa di Sospiro per raggiungere tanti ragazzi e ragazze come lui, ma anche tanti adulti, che conoscendolo si innamorano della splendida, semplice bellezza del suo cuore. Gian, per un caso del destino, è divenuto come un sospiro, come quella “brezza di vento leggero” che, dopo la tempesta, è segno della presenza di Dio.

Io l’ho incontrato per caso, un volto sulla copertina di un libro, e siamo diventati subito amici, ora sta sempre accanto a me, lo guardo, lo prego, lo sento vicino, compagno nel mio cammino verso il Signore. La breve vita di Gian è stata come un sorriso, dura poco ma riempie il cuore di gioia, Gian è il sorriso di Dio all’umanità afflitta, se riusciamo ad entrare in quel sorriso possiamo scoprire il segreto della felicità.

Gian, amico mio, amico nostro, prega per noi.

Per approfondire:

Gianluca Firetti e don Marco D’Agostino, Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca, San Paolo, Cinisello Balsamo 2015.

Don Marco D’Agostino, Gianluca Firetti. Santo della porta accanto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.

(Fonte: fonte: giovanisanti.wordpress.com)

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«Dio vi aspetta in quei momenti della vostra vita in cui non avete detto “se” e avete detto “si”!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/11/2019

Enrico parla di Chiara, colei che sapeva far spazio alla grazia…

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Il segreto per diventare santi

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 24/10/2018

Fare la volontà di Dio è il segreto per diventare santi. Scommetto che i tuoi professori non sapevano questa chicca.

Ma vorrei esplorare un altro modo per guardare ai santi. Il mio preferito è Leopoldo Mandic. I santi sono saggi, e vediamo la loro saggezza nel modo in cui vivono. Quindi un altro modo di guardare ai santi è quello di considerare il modo in cui hanno vissuto le loro vite. Le loro scelte di vita sono piene di saggezza e possono insegnarci come vivere.

Tornando al mio santo preferito, padre Leopoldo nacque a Herceg Novi, in Montenegro. Era molto basso, solo un metro e cinquantacinque, il suo santo preferito era san Francesco, era spesso malato e aveva diversi difetti di pronuncia.

Sebbene volesse diventare missionario per convertire i suoi fratelli ortodossi, finì migliaia di chilometri lontano a Padova. Dio gli rivelò la sua missione di confessore. Ascoltava le confessioni per una decina di ore ogni giorno, ed era davvero misericordioso. Attraverso questo ministero riportava la gente a Dio, assolvendo i loro peccati.

Padre Leopoldo era noto anche per la sua devozione a Maria, come molti altri santi, e per il fatto che tutta la sua giornata ruotava attorno alla santa Messa e il resto della giornata era tutto un grande rendimento di grazia per aver potuto ricevere Gesù nella santa Comunione.

Era un uomo di preghiera, un uomo che amava Gesù e Maria, un uomo compassionevole, che perdonava, un uomo umile, un uomo pieno dell’amore di Dio!

Aveva inoltre il dono di leggere i cuori, e con lui avvenivano i miracoli. Un giorno a un amico che gli chiedeva come mai così tanta gente accorresse al suo confessionale, disse: “Non è colpa mia, hanno così tanta fede in Dio, per la loro fede, Lui ascolta le loro preghiere. Come potrei mai arrivare da solo a tutto ciò?”

Il 30 luglio 1942 mentre preparava la Messa, padre Leopoldo cadde a terra. Venne portato nella sua stanza per i riti di passaggio. I frati al suo capezzale cominciarono a cantare il Salve regina e videro che padre Leopoldo stava morendo proprio mentre cantavano “o clemente, o pia, o dolce vergine Maria!”.

Venne proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II nel 1983.

Miracoloso e umile san Leopoldo, prega per noi affinché possiamo vivere imitando le tue grande virtù di fede, umiltà e amore per Dio.

Saggio san Leopoldo prega per noi affinché possiamo vivere imitando le tue scelte di vita di andare regolarmente a Messa, regolarmente alla Confessione e di onorare la santa Madre di Dio.

San Leopoldo, amante della volontà di Dio, prega per noi affinché possiamo vivere come te, cercando solo di fare la volontà di Dio. Amen

(Tradotto da http://www.johnthebaptistmoora.com/346443107/6671403/posting/)

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Maria Elisabetta Hesselblad, nata luterana in Svezia, e morta cattolica a Roma, ora santa in Cielo

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/06/2016

Maria-Elisabetta-Hesselblad-01Il 5 giugno 2016 è stata canonizzata a Roma Maria Elisabetta Hesselblad, nata luterana a Faglavik, Svezia, il 4 giugno 1870 e morta cattolica a Roma il 25 aprile 1957, nel convento di Santa Brigida, dopo aver girato il mondo.

Quinta di tredici figli, Maria Elisabetta ha convissuto ogni giorno della sua vita con i dolori atroci del Morbo di Chron, che le provocavano ulcere e sanguinamenti senza fine. Nonostante la sofferenza personale, non ha mai smesso di dedicarsi agli altri, fin dall’adolescenza, quando in cerca di fortuna si è trasferita a New York, lavorando come infermiera. Ed è proprio curando una malata irlandese cattolica che Maria Elisabetta si incuriosisce per quella fede così diversa dalla sua, rigida, luterana.

Non capiva che cosa fosse quella strana collanina da cui la malata non voleva separarsi e che altro non era se non un rosario. La santa svedese non l’aveva mai visto perché la sua religione non prevede la devozione alla Madonna, spiega a tempi.it Aldo Maria Valli, giornalista e vaticanista Rai, che ha raccontato la storia della santa nel libro La ragazza che cercava Dio (Ancora, 160 pagine, 15 euro).

Perché si è interessato alla vita di Maria Elisabetta?

Per caso, perché come tanti altri passanti ero attirato dalla bellezza del convento di Santa Brigida, in piazza Farnese, nel cuore della Capitale. Con il suo bianco candore e il suo campanile l’edificio svetta sulla piazza. Un giorno ho bussato e mi hanno aperto le suore brigidine, inconfondibili per via del loro copricapo, un velo nero con una croce bianca di lino cucita sopra. Il silenzio e la pace che regnano in quel luogo di preghiera contrastano molto con il rumore della piazza, sempre brulicante di persone. Sono state proprio loro, in seguito, a chiedermi di narrare la vita di Elisabetta, beatificata nel 2012, e appena fatta santa. Grazie al dialogo con madre Tekla, che oggi dirige l’ordine, è nato questo libro.

Maria-Elisabetta-Hesselblad-02Fin da bambina la vita della santa sembra piena di premonizioni sul suo destino.

La Svezia in cui è cresciuta Maria Elisabetta era molto diversa dallo Stato che conosciamo oggi: era un paese povero, dal quale tutti fuggivano, per lo più diretti in America. Già tra i banchi di scuola, da piccola, la santa si chiede come mai i cristiani fossero divisi in tante fedi, pur avendo letto nella Bibbia l’espressione “un unico ovile”. Per lei sarà sconvolgente vedere come gli irlandesi cattolici siano attaccati ai loro rosari, simbolo della fede nella Madonna che lei luterana non aveva mai conosciuto. Grazie all’amicizia con un padre gesuita intraprenderà il cammino fino alla conversione e passo dopo passo prenderà consapevolezza di voler seguire i dettami di santa Brigida, svedese come lei.

Santa Brigida è vissuta nel 1300, santa Maria Elisabetta invece ha visto i due conflitti mondiali. Quali sono i punti in comune tra le due donne?

Io penso che entrambe siano state due sante molto concrete, molto impegnate a servire Cristo piuttosto che a farsi spaventare dalle difficoltà del clima in cui stavano vivendo. Santa Brigida ha assistito all’inizio dello scioglimento della Chiesa, eppure ha continuato a rimanere fedele ai suoi principi, fatti di obbedienza, austerità, preghiera. Santa Maria Elisabetta invece ha visto il mondo spaccato dalla guerra, eppure non ha avuto paura, e lo ha dimostrato ospitando nel convento di piazza Farnese tanti ebrei che rischiavano la deportazione. Inoltre, ha continuato a lottare ogni giorno con gli atroci dolori provocati dalla sua malattia, senza mai dar retta ai medici che le dicevano di riposare o fermarsi.

Maria-Elisabetta-Hesselblad-03Il miracolo che ha aperto la strada alla sua beatificazione è avvenuto nel 1985 e ha coinvolto proprio una suora brigidina, di origine indiane, affetta da una grave forma di tubercolosi ossea. Il secondo miracolo, quello che l’ha resa santa, è accaduto invece nel 2015, e riguarda un bambino cubano affetto da tumore al cervelletto.

È particolarmente significativo che il miracolo definitivo riguardi un bambino di Cuba, per quello che Cuba ha rappresentato per la religione cattolica. Nel 2012, quando Maria Elisabetta era appena stata fatta beata, ho seguito il viaggio di papa Benedetto XVI a L’Avana. In quell’occasione mi sono recato al convento delle Brigidine, una roccaforte di silenzio e preghiera nelle strade animate e colorate della città. Mi ha molto colpito. E mi ha colpito ancora di più sapere che era stato proprio un bambino cubano il destinatario della grazia. Nel febbraio 2014 Carlos Miguel, dopo tre lunghissimi interventi, continuava a peggiorare e a soffrire. Allora una suora brigidina del convento di L’Avana ha proposto ai genitori di pregare l’allora beata Maria Elisabetta, al cospetto di una sua reliquia. Dopo qualche giorno Carlos riprese a camminare, fino a guarigione completa e rapida.

Fonte: http://www.iltimone.org/

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“Domando all’Altissimo: Dove abiti? Egli mi risponde: cerco ogni giorno una nuova dimora… Sono felice in un anima bassa, in un presepio.”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/01/2016

Mariam_01

Un villaggio arabo di Terra Santa, una coppia di sposi poveri ma pieni di fede, e un pellegrinaggio a Betlemme: è il contesto in cui sboccia il “fiore di Galilea”, suor Maria di Gesù Crocifisso, al secolo Mariam Baouardy, che il Papa ha canonizzato il 17 maggio 2015 insieme ad altre tre Beate.

La vita straordinaria di questa carmelitana, nata nel 1846 ad Abellin, non lontano da Nazareth (allora nella Siria dominata dagli Ottomani) è strettamente legata alla Vergine, alla quale fu consacrata. I genitori infatti, che prima di lei avevano perso uno dopo l’altro 12 figli, fecero un voto e un pellegrinaggio a piedi alla grotta della Natività per chiedere il dono di una figlia; per questo, in ringraziamento, offrirono alla Madre di Dio l’equivalente in cera del peso della bambina.

Fin dall’infanzia, Mariam manifestò doni di grazia particolari, ma soffrì pure prove e tribolazioni di ogni genere; rimasta orfana a tre anni, andò poi a lavorare come domestica, preferendo le famiglie più povere, per le quali chiese persino l’elemosina; fu sospettata di furto, finì in prigione. A 17 anni ebbe la prima estasi.

L’ingresso al Carmelo, a Pau in Francia, all’età di 21 anni, fu preceduto dagli anni vissuti come figlia di S. Giuseppe, (“prima di divenire figlia di Santa Teresa”, le aveva rivelato la Madonna): per 2 anni fu postulante tra le suore di San Giuseppe dell’Apparizione, a Marsiglia.

La promessa di verginità, la fece all’età di 13 anni, quando proposta in sposa a un egiziano, si tagliò i capelli in segno di consacrazione, scatenando la furia dello zio, che per questo la umiliò e la trattò come una serva. Di lì a poco, Mariam arrivò alle soglie della morte: in risposta ad un turco che voleva convincerla a convertirsi all’islam, si proclamò figlia della chiesa cattolica.

Mariam_03Per questo il servo musulmano le tagliò la gola. Furono “le nozze di sangue”, l’8 settembre 1859. In seguito racconterà di essersi trovata in cielo; a restituirle la vita “un’infermiera vestita di azzurro” che la curò con delicatezza straordinaria, e dalla quale ebbe rivelazioni sulla sua vita; dichiarò anni dopo, che si trattava della Vergine. A prova dell’accaduto le rimase sempre la voce rauca, una cicatrice di 10 centimetri sul collo, e fu accertato che le mancavano persino alcuni anelli della trachea. Come constatò un celebre medico di Marsiglia, sebbene ateo, “doveva esserci un Dio, perché non avrebbe potuto sopravvivere in quelle condizioni, senza un miracolo”.

Nella sua vita intensa e tormentata, ha viaggiato dai sentieri della Galilea ad Alessandria, a Beirut, alla Francia, fino a Mangalore in India, dove fu la prima carmelitana a fare la professione, all’età di 24 anni, nel 1871. Tornò poi a Pau, a pochi chilometri da Lourdes; di lì nel 1875 partì per la sua Terra Santa.

Per l’aspetto di fanciulla le consorelle la chiamavano “la piccola araba”, lei però si definiva “piccolo nulla”. Fu proprio lei – che parlava a stento il francese, e non capiva certo di architettura – a descrivere il progetto e dirigere i lavori per la costruzione del monastero che doveva sorgere a Betlemme: come una torre, nel luogo indicatole in visione dal Signore, su una collina, prospiciente la Natività. Fece profezie, ebbe persino una rivelazione sul luogo in cui “il Signore spezzò il pane”, Emmaus Nikopolis, a circa 30 km da Gerusalemme, in seguito alla quale furono effettuati gli scavi e trovati resti importantissimi.

Malgrado le molte grazie ricevute, mantenne sempre l’obbedienza ai superiori, “obbedienza fino al miracolo”, fin dopo la morte: fu questa la prova che tutto veniva da Dio. Nella sua semplicità, chiamava le stimmate e le manifestazioni della Passione, che viveva nel suo corpo, “la mia malattia”, e chiese alla sua cara suor Veronica di starle lontano, perché non ne fosse contagiata. Talora invece, svegliandosi dalle estasi si scusava per la sua “pigrizia”.

Mariam_04Ma la passione che viveva, fu compresa meglio dopo la sua morte, avvenuta il 26 agosto del 1878, per una cancrena causata da una caduta, avvenuta portando l’acqua agli operai. Si spense tra dolori indicibili nel monastero in costruzione sulla collina del re Davide. Quando venne estratto il cuore, fu rilevata la cicatrice di un ferita profonda e non recente. Il suo cuore fu “transverberato” come quello di altri santi, tra cui la sua madre S. Teresa d’Avila.

La vita di Mariam ha coinciso con il pontificato di Pio IX che chiamava “mio padre”. E fu perfetta coetanea di Bernadette Soubirous. Con la santa francese, oltre al fatto di essere illetterata, condivide la grandissima umiltà, che ha lasciato a bocca aperta intellettuali e sapienti. Il suo biografo Amedeo Brunot si disse “impressionato dal fascino esercitato da questa misteriosa araba su tanti intellettuali cattolici: Maurice Barrès, Léon Bloy, Francis James, Julien Green, Jacques Maritain, Louis Massignon, René Schwob… Non può essere segno di un messaggio universale? Dai suoi gesti, dalle sue parole, dalla sua persona si diffonde un forte profumo biblico… “

Straordinari i pensieri della piccola carmelitana sull’umiltà:

Mariam_05Domando all’Altissimo: Dove abiti? Egli mi risponde: cerco ogni giorno una nuova dimora… Sono felice in un anima bassa, in un presepio. Domando sempre a Gesù dove abita – In una grotta; lo sai come ho schiacciato il nemico? Nascendo così basso…”.

E ancora:

“Oggi la santità non è la preghiera, né le visioni o le rivelazioni, né la scienza di parlar bene, né i cilici; né le penitenze; è l’umiltà”.

“Nell’inferno –disse la religiosa- si trovano tutte le specie di virtù, ma non l’umiltà; in Paradiso si trovano tutte le specie di difetti, ma non l’orgoglio”.

Significativo il fatto che proprio Mariam, così piena di grazie straordinarie, metteva in guardia dalle cercare rivelazioni e cose sorprendenti. “Non andate a vedere e consultare qui e là lo straordinario, altrimenti “la vostra fede s’indebolirà”, raccomandava da parte del Signore. “Se vi si dice: la Madonna appare qui o là; vi è un’anima straordinaria in tal luogo, non vi andate… Il Signore vi dice: Sii fedele alla fede, alla Chiesa, al Vangelo. Se sarete fedele alla Chiesa, al Vangelo, Egli sarà sempre con voi e non vi lascerà mai.

Figlia della sua terra, cantò nello stile orientale – e con le immagini semplici, che conosciamo dalle parabole e dai salmi – la bellezza del creato, l’amore del Creatore e la fragilità dell’essere creatura. “Considerate le api; esse svolazzano di fiore in fiore, entrano poi nell’alveare per comporre il miele. Imitatele; cogliete dovunque il succo dell’umiltà. Il miele è dolce; l’umiltà ha il gusto di Dio; fa gustare Dio”.

E’ per l’umiltà di “questa piccola illetterata” che l’intellettuale ebreo, convertito al cristianesimo, René Schwob espresse l’auspicio che ella “possa diventare la patrona degli intellettuali, una volta avvenuta la canonizzazione. Essa è l’ideale che li può liberare dall’orgoglio.”

Mariam_06Di famiglia maronita, battezzata ed educata nella chiesa greco-cattolica, carmelitana, Mariam porta in dote alla chiesa universale la ricchezza dell’Oriente cristiano e una particolare devozione allo Spirito Santo. “Il mondo e le comunità religiose – disse – trascurano la vera devozione al Paraclito. Per questo vi è l’errore, la disunione, e non vi è la pace. Non si chiama abbastanza la luce come deve essere chiamata. Anche nei seminari è trascurata. Chi invocherà lo Spirito Santo, non morrà nell’errore”.

E al Papa scrisse: “Mi è stato detto che, nell’universo intero, bisogna stabilire che ogni sacerdote dica una messa dello Spirito Santo tutti i mesi. Coloro che vi assisteranno avranno una grazia e una luce particolarissima”. Venti anni dopo, Leone XIII con l’enciclica “Divinum illud munus” prescrisse la novena allo Spirito Santo in preparazione alla Pentecoste.

Bellissime le invocazioni di Mariam allo Spirito Santo: “Sorgente di pace, di luce vieni ad illuminarmi; ho fame vieni a nutrirmi; ho sete, vieni a dissetarmi; sono cieca, vieni a illuminarmi; sono povera vieni ad arricchirmi; sono ignorante vieni ad istruirmi. Spirito Santo mi abbandono a te”.

Fonte: Zenit

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Due malvagi tentatori

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 25/05/2015

immagine-san-filippo-neriUn aneddoto su San Filippo Neri che molto insegna su come tenere testa a chi provoca un credente… con forza ma con testimonianza e amore.

A Filippo, oramai più che ventenne, s’avvicinarono un giorno, su una via solitaria, due sconosciuti col pretesto d’intavolare un discorso.

Il santo giovane non capì, in un primo tempo, le loro cattive intenzioni e li stava ad ascoltare.

Essi incominciarono con qualche moina, poi tra una parola e l’altra, passarono a scherzi poco belli.

Allora Filippo, con gesto risoluto ed energico: – Non permetto questo – esclamò – in nessun modo!

I due operatori allibirono e rimasero muti fissandolo in volto, ma protervi nel male, invece di essere conquisi dal suo coraggio e dal suo candore, ripresero sfacciatamente a tentarlo.

Filippo oppose ai due dissoluti una più energica ripulsa.

Il viso imporporato di casto rossore, con santo sdegno rimproverò la loro perfidia, meravigliandoli colla sua franchezza ed energia.

Era il momento della grazia. Mutando tono, parlò loro di Dio, della sua bontà e del regno promesso ai mondi di cuore.

Ah, la parola dei santi! Quei tristi, cambiato atteggiamento, lo ascoltarono con profondo rispetto e chiesero scusa per lo scandalo dato.

(Fonte: S. Filippo Neri, Aneddotico, Oreste Cerri, Ed. Il Villaggio del Fanciullo di Vergiate, pagg. 36 e 38)

Di seguito condivido alcune massime e giaculatorie di San Filippo Neri, da ripetere e vivere…

  • Non è tempo di dormire, perché il Paradiso non è fatto pei poltroni.
  • La tristezza di solito ha origine nella superbia.
  • L’uomo che non fa orazione è un animale senza ragione.
  • Figliuoli, state allegri, state allegri. Voglio che non facciate peccati, ma che siate allegri.
  • Il nemico della nostra salute di nessuna cosa più si contrista, e nessuna cosa cerca più impedire che l’orazione.
  • Figliuoli, umiliate la mente, assoggettate il giudizio.
  • La confessione frequente de’ peccati è cagione di gran bene all’anima nostra.
  • Chi fa bene a Roma fa bene al mondo!

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“Halloween (…) le imitazioni che vedo in Italia sono senza senso”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/10/2014

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Sydne Rome che, nonostante i segni sul volto di un brutto incidente, continua sempre a lavorare dimostrando la sua bravura di attrice.

Un po’ lunghetto, ma vale la pena leggerlo fino alla fine. Se vi è interessato, vi consiglio di leggere il libro da cui l’ho tratto: Come Satana corrompe la società, di Annalisa Colzi, Città Ideale, Prato, 2009.

La festa di Halloween è un prodotto del mondo anglosassone, importata in italia dai mezzi di informazione e dal marketing, che non c’entra niente con la nostra cultura.

La showgirl Sydne Rome dice in un’intervista: “Halloween è una bellissima festa dei bambini, irripetibile fuori dalle tradizioni della Middle America: con questo voglio dire che le imitazioni che vedo in Italia sono senza senso. Halloween è fatta dagli scolaretti (a 14 anni si è già fuorigioco) che, mascherati, vanno di porta in porta a chiedere dolcetti. Si bussa e si dice: ‘Dolcetto o scherzetto?’. Io ho deliziosi ricordi di questa notte, di quando ero bambina al mio paese. Si andava in giro vestiti da fantasmi, pipistrelli, ragni e minuti di una busta di carta, e già si sapeva che tutto il vicinato, negli ingressi, teneva rifornimento di biscottini, lecca lecca, marshmallows. Tutto qui: Halloween non è una festa codificata, è un modo per scherzare con la morte. Non bisogna dimenticare che “Tutti i Santi” sono in realtà le anime dei morti. Poi c’è l’indispensabile decorazione col ‘pumpkin’ sulle finestre: Jack-o’-lantern, la zucca svuotata con le candeline dentro. Questo lo facciamo anche qui in Italia, io e le mie figlie, ma nessuna si traveste: qui ci sono altre tradizioni. Halloween è solo un’occasione commerciale in più. Non solo si mascherano gli adulti, e già questa è un’assurdità, ma usano travestimenti confezionati. Questo è Carnevale: a Ognissanti il mascheramento dei bambini è rigorosamente artigianale, si prepara a scuola con le forbici, pennarelli e fantasia. Il mio fantasma era un lenzuolo con tre buchi in faccia”. (Annalisa Colzi, Come Satana corrompe la società, Città Ideale, Prato, 2009, pag. 254, 255)

L’attuale festa che viene celebrata il giorno di Halloween, altri non è che una rivisatione della festa di Samhain (capodanno celtico), con l’aggiunta di nuovi ingredienti che nel corso dei secoli si sono inseriti.

Halloween02E’ probabile che per gli irlandesi trapiantati in America, la festa celebrata nel giorno di Halloween non sia stata altro che un modo per scherzare e far divertire i bambini. Esattamente come avviene per Babbo Natale e la Befana.

Il giorno di Natale è forse la festa di Babbo Natale? No! Si festeggia la nascita di Gesù.

Il giorno dell’Epifania è forse la festa della Befana? No! Si festeggia la manifestazione di Gesù.

Il giorno di Halloween è forse la festa della zucca? No! si festeggiano tutti i santi.

E allora cosa c’entrano Babbo Natale, la Befana e la zucca? Niente, mal a tradizione popolare li ha accostati a queste tre feste cattoliche e per anni hanno egregiamente convissuto, o meglio, le prime due continuano a convivere pacificamente (anche se non si sa ancora per quanto tempo), mentre la terza si è ammalata di occultismo.

E’ probabile che dei loschi figuri, guidati dall’eterno rivale del Creatore, abbiano intravisto in questa festa pagana un modo per guadagnare anime al loro signore. Fatto sta che l’innocua festa irlandese-americana è diventata un vero e proprio business del macabro.

All’iniziale dolcetto o scherzetto e alla simpatica zucca intagliata, sono subentrate tematiche dal sapore horror: e in questa notte oramai accade di tutto: dalla seduta spiritica alla lettura delle carte, dai sabba ai riti magici veri e propri, dalla tortura e uccisione di gatti neri alle profanazioni di cimiteri.

Non ci vuole molto a capire che l’intenzione principale di chi guida e trascina tutto il mondo mediatico all’evangelizzazione della zucca, ha come intento principale quello di soppiantare il ricordo dei Santi. E sapete perché? Perché i Santi sono scomodi. I Santi sono pericolosi. I santi evocano un mondo misterioso popolato da semplici uomini. Semplici creature che hanno avuto il coraggio di percorrere la via stretta del Vangelo.

Quindi conoscerli vuol dire amarli e amarli vuol dire emularli. E ciò provocherebbe una schiera di anime donate a Gesù. E questa prospettiva terrorizza il demonio. Ecco allora che i sudditi di satana, istigati dal loro padrone, si danno da fare per soppiantare la bellezza, la purezza e la gioia, con il brutto, l’impuro e la tristezza.

E affinché la festa di tutti i Santi muoia al più presto, si rispolverano antiche pratiche pagane e stregonesche. (Annalisa Colzi, Come Satana corrompe la società, Città Ideale, Prato, 2009, pag. 257, 259)

HALLOWEEN, UNA FESTA ANCHE PER I SATANISTI

ognissanti_01Ebbene sì, anche i satanisti amano festeggiare la notte di tutti i Santi, naturalmente a modo loro.

Racconta un’ex-satanista: “Tra fine ottobre e inizio novembre, ossia nelle notti precedenti Halloween (31 ottobre) e la memoria dei Defunti (2 novembre), c’era poi l’unico appuntamento inun cimitero, dove profanavamo le tombe e ne rubavamo le ossa, facendo uno specifico rituale che alla fine le distruggeva” [Michela, Fuggita da satana, Piemme, Casale Monferrato, 2007, p. 109].

I rituali satanici celebrati in questa notte, non sono niente di più e niente di meno di quelli che vengono celebrati durante le altre feste religiose: “Mi ha colpito quanto i satanisti conoscessero tutte le feste della Chiesa e come fossero riusciti a elaborare dei riti che si opponevano in diretta ed evidente opposizione alla liturgia cattolica. (…) I riti si svolgevano ogni sabato, per dissacrare la domenica, ma anche nelle vigilie di numerose feste cattoliche. (…) Numerose feste di Santi erano momenti fortissimi della nostra anti-liturgia, come accadeva ad esempio la vigilia dei Santi Pietro e Paolo e in quelle degli altri apostoli. Particolare accanimento c’era nelle vigilie di quelli che in vita erano stati più attivi nella lotta contro il demonio. (…) I Santi venivano osteggiati in quanto erano persone che avevano suscitato avversione in satana” [Michela, Fuggita da satana, Piemme, Casale Monferrato, 2007, p. 105-107].

Quindi i satanisti agiscono tutto l’anno in opposizione alla Chiesa Cattolica. Nella notte di Halloween avviene qualcosa di spaventoso, di terribile: il demonio utilizza tutte le sue frecce velenose per far morire le anime alla Grazia. Purtroppo ci riesce assai bene, perché in questa notte, dove tutto sembra essere concesso, le difese si abbassano e i giovani tendono ad essere molto più esposti agli attacchi del maligno.

Colzi

Come Satana corrompe la società, di Annalisa Colzi, Città Ideale, Prato, 2009

Cartomanti, chiromanti, medium si trovano dovunque: dalle discoteche alle feste paesane. Divengono l’attrazione principale, perché nella notte in cui due mondi si avvicinano, si crede essere più facile interagire coi morti o sapere che cosa riserva il futuro. Quindi il 31 ottobre alcune discoteche propongono ai giovani “notti magiche”, pubblicizzandole su internet. Ecco, ad esempio, che cosa si legge in uno dei tanti siti che seguono questa moda: “Festa medioevale con incensi, candele, astrologia, tarocchi e consulti gratuiti”.

Un’altra pagina di internet presenta un locale dove, intorno alla mezzanotte, un mago farà un rito incentrato sulla “conquista e riconquista della persona amata” [Carlo Climati, Il popolo della notte, San Paolo, Milano 2002, pag. 87]

(Tratto da Annalisa Colzi, Come Satana corrompe la società, Città Ideale, Prato, 2009, pag. 263, 265).

Sicuramente non c’è niente di male a consentire ai propri figli di chiedere ai vicini o nel condominio qualche dolcetto – soprattutto se, quando rientrano in casa trovano una bella candela accesa davanti a un’icona di un santo e la famiglia disposta a raccogliersi in preghiera –  ma se assecondiamo il “must” del momento e non proteggiamo i nostri figli da questa ondata esoterica , chi ci assicura che non saranno degli adulti incapaci di difendersi dalle insidie del demonio?

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NOVENA A TUTTI I SANTI

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 23/10/2014

ognissanti_01Per prepararci alla bella festa di Ognissanti, il 1° Novembre

Dal 23 ottobre al 31 ottobre

Naturalmente la Novena si può compiere quando si desidera o se ne ha bisogno per chiedere qualche speciale grazia.

+ Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

– O Dio, vieni a salvarmi.
– Signore vieni presto in mio aiuto.
– Gloria al Padre.

O Regina di tutti i Santi, la più potente mediatrice fra Dio e gli uomini, e arbitra Sovrana di tutte le grazie, volgete sopra di noi gli sguardi della vostra misericordia, e fate che, camminando dietro le orme da voi segnate nella strada della virtù, meritiamo il favore del vostro potentissimo patrocinio, e ci assicuriamo la partecipazione alla vostra gloria nel paradiso.

3 Ave Maria…

ognissanti_02Spiriti Celesti, che fin dal principio del mondo assistete al trono dell’Altissimo, voi la cui continua occupazione è cantare le sue Lodi, eseguire i suoi ordini, e zelare la sua gloria, ottenete a noi tutti la grazia di fare nostra delizia l’osservanza dei divini comandamenti e la pratica fedele di tutto ciò che voi per celeste commissione suggerite al cuor nostro, onde meritiamo un qualche giorno di occupare qualcuna delle tante sedi rimaste vuote per la ribellione dei vostri compagni.

3 Angeli Dei… ANGELI DI DIO, CHE SIETE I NOSTRI CUSTODI, ILLUMINATECI, CUSTODITECI, REGGETE E GOVERNATE NOI, CHE VI FUMMO AFFIDATI DALLA PIETA’ CELESTE. AMEN.

Fedelissimi Patriarchi, Santissimi Profeti, zelantissimi Apostoli, invitti Martiri, integerrimi Confessori, Vergini e Santi. Voi tutti che regnate con Cristo nel Paradiso, dai seggi luminosi della vostra beatitudine volgete uno sguardo di pietà sopra di noi.

Voi godete ora l’ampia messe di gaudio che meritata vi siete seminando nelle lacrime in questa terra di esilio. Niente meno che Dio è adesso il premio delle vostre fatiche, il principio, l’oggetto e il fine dei vostri godimenti. O Anime beate, intercedete per noi! Otteneteci di camminare fedeli dietro le vostre orme, di seguire animosi i vostri esempi, di ricopiare in noi stessi le virtù vostre, affinché da imitatori che siamo attualmente delle grandi virtù, diventiamo un giorno partecipi della vostra gloria immortale.

3 Gloria…

Angeli Dei: ANGELI DI DIO, CHE SIETE I NOSTRI CUSTODI, ILLUMINATECI, CUSTODITECI, REGGETE E GOVERNATE NOI, CHE VI FUMMO AFFIDATI DALLA PIETA’ CELESTE. AMEN.

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Pregare, lavorare, sorridere

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/09/2014

01_GPII_pregareI tre verbi di San Giovanni Paolo II nei ricordi di Joaquin Navarro Valls ex portavoce del Papa santo.

“Pregare, lavorare, sorridere”.

Con questi tre verbi Joaquin Navarro Valls ha riassunto la biografia di Karol Woytila, intervenendo alla presentazione del libro “Accanto a Giovanni Paolo II”.

PREGARE

Vedere pregare Giovanni Paolo II – ha testimoniato il suo portavoce – era come afferrare un’infinitezza in cui lui si immergeva e permetteva di vedere dove andava il suo sguardo.”

“Non parlava quasi mai della sua interiorità”, ha detto Navarro Valls, “ma un giorno, a proposito della santa Messa mi ha detto: ‘E’ IL BISOGNO PIU’ PROFONDO DELLA MIA ANIMA’.

In Giovanni Paolo II, in altre parole, “la preghiera non appariva come un’attività a sé, ma come un’attività che teneva unita tutta la sua vita, dava senso e direzione a tutta la sua esistenza.

Perfino un agnostico come Michail Gorbaciov era arrivato a dire che la sua filosofia politica era fortemente sostenuta dalla sua spiritualità“.

02_GPII_lavorarePoi Navarro Valls ha raccontato dell’abitudine di Giovanni Paolo II di sostare alcuni minuti in preghiera, inginocchiandosi nella sua cappella privata, prima e dopo il pranzo e la cena: “Un giorno lo stavo aspettando durante una di queste soste, che però invece di due o tre minuti è durata dieci minuti. E il Papa a un certo punto mi ha detto: ‘Mi scusi, mi ero scordato che lei era qua’“.

LAVORARE

Lavorare, il secondo verbo.

“Il suo impegno era instancabile”, ha riferito l’ex direttore della sala stampa della Santa Sede: “Non solo nei grandi viaggi ma giorno per giorno, dalla Messa mattutina fino a tarda notte.

Alla sera trascinava i piedi, e non solo negli ultimi anni. Non sapeva perdere un minuto e non aveva mai fretta!”

03_GPII_sorridereSORRIDERE

Riguardo all’ultimo verbo essenziale per capire appieno la sua biografia, “sorridere”, Navarro Valls ha citato una frase di Benedetto XVI: “Nelle sue conversazioni c’era sempre spazio per il buon umore”.

“Era un uomo allegro, e fu allegro sempre”, ha confermato Navarro Valls, affermando che “una teologia dell’allegria” dovrebbe sempre far parte del bagaglio di “una persona che crede sul serio”.

A riprova del fatto che Giovanni Paolo II sapesse sorridere, il suo portavoce ha raccontato un episodio accaduto durante l’incontro con una persona “molto importante”.

Ricevuta in udienza, querst’ultima ha detto al Papa, che a quell’epoca aveva già il bastone: “Santità, la trovo molto bene”. E il Papa santo, di tutta risposta: “Ma lei pensa che non mi veda come sono combinato?”.

(Tratto da Fraternità, organo ufficiale dell’Associazione U.N.I.T.A.L.S.I., n. 2 marzo/aprile 2014)

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Conoscete Madre Moretta?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/05/2014

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Santa Giuseppina Bakhita

Sabato scorso ho avuto la gioia di pregare davanti alla tomba di Santa Giuseppina Bakhita, una santa africana che ha vissuto gran parte della sua vita in Italia nella prima metà dal secolo scorso. Cliccate qua per conoscere la sua storia.

Nella chiesa dov’è sepolta, a Schio, una suora spiegava ai bambini che si preparavano per la Prima Comunione, la storia della Santa Moretta, raccontandone alcuni episodi inediti, come quello di una mamma di un bambino paralizzato di circa tre anni. Ecco il racconto dell suora.

Il bambino non camminava dalla nascita e la mamma, sapendo della fama di santità di Suor Giuseppina, inventò uno stratagemma per lasciarle il bambino in braccio, confidente nel fatto che il contatto con la suora santa avrebbe portato comunque a qualcosa di buono per il suo bimbo..

“Madre Moretta”, le disse: “Devo andare a fare una commissione urgente, mi può tenere il bambino per dieci minuti? Ma mi raccomando, lo tenga in braccio, non lo lasci andare per nessun motivo”.

Suor Bakhita con gioia prese il bambino in braccio ma, dopo qualche minuto il piccolo cominciò a fare i capricci, non ne voleva proprio sapere di rimanere in braccio alla santa suora. Si muoveva, dimenandosi, al punto che suor Giuseppina dovette metterlo per terra. Fu in quel momento che il bimbo cominciò a correre e a saltare. Non aveva mai camminato prima.

La mamma fiduciosa che non si era allontanata di molto, tornò e vide la suora, ignara della paralisi del bambino, dispiaciutissima per non essere riuscita a tenerlo in braccio come si era raccomandata la mamma.

Edificato da questo racconto, sono entrato nel museo dedicato a Santa Bakhita e tra le decine di testimonianze provenienti da tutto il mondo, questa, mi ha particolarmente colpito e la condivido con voi sperando che possa essere di conforto e aiuto a molte persone con sfide simili a quelle della mamma che racconta.

Bakhita_02Parto spontaneo: bimbo bello e sano!

Mi chiamo Donata. Sono una signora indiana, adottata a due anni da una famiglia italiana.

La notte del 15 gennaio 2008, in sogno mi è apparsa una persona nera, ricordo che vedevo solo i suoi denti e i suoi occhi.Subito mi sono chiesta: “Che fra i miei antenati ci sia una persona così nera?”.

Una voce allora mi ha risposto: “Non sono una tua antenata. Tu mi conosci già. Sono stata da te quando eri in ospedale con tuo figlio Raffaele, ancora neonato. Ricordi? Mangiava e vomitava e i medici pensavano di operarlo. Ti ho lasciato una mia immaginetta, tu hai fatto la Novena e Santa Backhita e il bambino è guarito senza interventi. La messaggera che ti ha consegnato l’immaginetta tu l’hai cercata, ma non l’hai più trovata.

Ora vengo a dirti di pregare molto per la tua collega di lavoro, che è incinta e non è sposata. I medici, sia il cardiologo che il ginecologo le diranno di abortire perché, secondo loro, questo figlio non deve nascere.

Tu devi far di tutto perché ciò non avvenga, prega per lei e parlale. Questo sono tempi duri, sono gli ultimi tempi di Satana e dovete star saldi nella preghiera. Poi se ne è andata.

Quando mi sono recata al lavoro, mi sono informata se fosse vero che quella collega era incinta. Sapevo che conviveva e sapevo pure che avrebbe desiderato un figlio, ma la sua salute non era buona. Mi sono messa a pregare per lei.

Una mattina è venuta da me e mi ha detto: “Stanotte ho preso un grande spavento. In sogno mi è apparsa una megera tutta nera, mi ha messo una mano sulla pancia e poi è risalita al cuore, mi ha sorriso con dei denti bianchissimi ed è sparita“.

Io allora le ho spiegato che quella persona era una santa di origine africana, Santa Bakhita. Le ho detto che doveva ringraziare il Signore che gliel’aveva mandata e le ho dato un’immaginetta invitandola a fare una novena, con fede.

Dopo due mesi è ritornata a dirmi che i medici volevano, a tutti i costi, che abortisse4. Le ho ricordato il sogno e le ho detto di ripetere la novena a Santa Bakhita e, a fine agosto è nato un bel maschietto di 3 chili e 800 grammi, con parto spontaneo.

Spero di avervi fatto venire voglia di conoscerla meglio e, di affidarle qualche intenzione…;-)

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