FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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“Santa Teresa mi ha aiutato a vivere il momento presente”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/10/2015

stephanie_01Dal sito http://it.aleteia.org/ Stéphanie, bella, talentuosa, lascia tutto per il convento…

Dopo alcuni anni di discernimento, la giovane professoressa Stéphanie, di 26 anni, ha preso la decisione della sua vita: offrire tutta la sua esistenza a Dio, entrando in convento. Abbiamo parlato con lei qualche giorno prima del suo ingresso nella comunità benedettina dell’Abbazia di Nostra Signora di Pesquié, ad Ariège (Francia).

Aleteia: Quando ha scoperto la fede?

Stéphanie: Non sono mai arrivata a “perdere la fede”. Dopo la morte di mia sorella la mia fede, che era mezzo addormentata, si è risvegliata. Ho iniziato a credere profondamente e a voler progredire a livello spirituale nella mia vita. Ho perso una sorella nel 2005, mentre stava andando alla Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia. Quell’evento è stato senz’altro cruciale per il mio discernimento. La sua morte è stata un vero punto di svolta nella mia vita spirituale. Mi sono resa conto dell’importanza della nostra vita; che stiamo sulla Terra per un tempo limitato, che veniamo da Dio e un giorno vorremmo tornare da Lui. Vengo da una famiglia cattolica molto religiosa, ma penso che fino a quel momento andavo in chiesa più per routine e mimetismo che altro.

stephanie_02Aleteia: Quando ha iniziato ad affacciarsi l’idea di entrare in convento?

Stéphanie: Qualche anno dopo, nel 2008, dopo un pellegrinaggio, ho sentito un’attrazione per Dio durante la Messa e un forte desiderio di amarlo. Da quel momento ho vissuto con la sete di assoluto. L’idea di dedicare la mia vita a Lui ed entrare in convento è diventata più pressante. Ho sentito un vero amore per Dio, come se mi innamorassi di Lui. Avevo bisogno di andare a Messa tutti i giorni, di trascorrere del tempo con Lui. Questo grande desiderio è durato solo qualche mese. Sono passati gli anni. Avevo messo da parte la questione, anche se di tanto in tanto ritornava. Ho iniziato a lavorare come professoressa e conducevo la mia bella vita parigina. Ero felice, ma non completa. Con il tempo, il desiderio di mettere Dio al centro della mia vita è aumentato. Ho iniziato a pregare tutte le mattine chiedendo a Dio di aiutarmi a orientare la mia vita. Poi ho fatto un ritiro, e il mio direttore spirituale mi ha chiesto perché non offrivo la mia vita a Dio. L’idea non mi aveva mai abbandonato del tutto, e dopo di allora è diventata evidente. Ma questa evidenza era vertiginosa! Avevo sete di Dio, ma la decisione di fronte a una scelta tanto radicale non è stata affatto facile.

Aleteia: Chi è stato il primo a conoscere la sua decisione?

stephanie_03Stéphanie: Sono andata a informare la direttrice della scuola, ancor prima di dirlo alla mia famiglia o al mio direttore spirituale! È rimasta a bocca aperta. I miei genitori hanno accolto la notizia con allegria ed emozione, pur sapendo che d’ora in poi ci vedremo di meno, ma ammiro il loro coraggio e la loro fede. Mia madre mi ha sempre detto che vedeva i figli come un dono di Dio e che alla fine dei conti i figli appartengono a Lui.

Aleteia: Qualche santo l’ha ispirata in questo percorso?

Stéphanie: Santa Teresa mi ha aiutato a vivere il momento presente. Con lei ho preso coscienza della mia piccolezza davanti all’amore di Dio. Anche San Benedetto mi ha guidato da quando ho preso questa decisione il giorno della sua festa. Mi piace particolarmente la preghiera di abbandono del beato Charles de Foucauld, e cerco di recitarla tutti i giorni.

Aleteia: Cosa pensa della vita che sta per lasciarsi alle spalle: il divertimento, la quotidianità, i rapporti affettivi… Non le mancheranno?

stephanie_04Stéphanie: No. E ad essere sincera mi sembrava tutto un po’ superficiale. Non è in questo che si trova la felicità, ma nelle relazioni profonde. La mia fede mi porta a non vivere in modo superficiale, perché non è in questo che è Dio. I momenti con la mia famiglia e i miei amici mi mancheranno e sono consapevole di rinunciare a molte cose, ma so che nell’abbazia troverò l’essenziale. È vero che agli occhi degli uomini abbandonare la vita in società forse è una follia, ma non lo è agli occhi di Dio.

Aleteia: A suo avviso, cosa offrono le religiose alla società?

Stéphanie: Le monache si allontanano dal mondo e allo stesso tempo sono molto presenti in esso. Si tengono aggiornate sull’attualità e non perdono l’occasione per pregare per tutta l’umanità. Le loro preghiere sono importanti. Sono vere sentinelle dell’Invisibile: nessuno le vede, ma anche così sono essenziali per la società. Viviamo in un mondo individualista, senza punti di riferimento, che ha bisogno più che mai della presenza spirituale e della preghiera dei religiosi.

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Signore “smezzami” la Croce!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/06/2015

La storia di Gianluca, un giovane santo dei nostri giorni.

GianlucaAlla fine ha vinto lui…

Sono prete da vent’anni… E’ l’unica persona con cui ho parlato della vita eterna e ho percepito che ci credeva.

Ho visto un santo, un giovane santo. Non ha mai fatto pesare niente, è sempre stato solare nella malattia.

Si chiedeva: “Ma davvero io sono una calamita?”

“Io faccio sempre questa preghiera, dico: Signore, “smezzami” la Croce, come dire, io la sopporto ma ho bisogno che tu ci sia.

Credo che lui sia vivo e che parli più di prima…

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Genitori, non abbiate paura di trasmettere la fede ai figli!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/09/2014

genitori021° Ottobre. Santa Teresa del Bambino Gesù, ma molti la conoscono semplicemente come Santa Teresina, la suora che, morta a soli 24 anni, è stata proclamata santa e dottore della Chiesa.

La sua “via semplice” è percorribile da tutti, dotti e ignoranti, sani di mente e matti. Basta scrivere il suo nome su Google e trovate la sua vita.

Personalmente devo alla lettura di “Storia di un’anima” se la presenza di Dio è entrata nella profondità della mia, di anima, che tanti anni fa era stanca e malata… Clicca qua per scaricarla gratuitamente

Se Dio mette radici spesse e profonde nel cuore di un bambino è anche perché i suoi genitori hanno seminato bene, come i genitori di Teresa, un esempio per noi, genitori di oggi, sempre troppo distratti nel trasmettere la fede ai nostri figli…

Genitori, non abbiate paura di farlo, al massimo rischiate che siano così aperti alla grazia di diventare santi… Come Teresa…

Zelia e Luigi Guerin, beati non “malgrado il matrimonio”, ma proprio “grazie al matrimonio

genitori01Nessuno dei due, a dire il vero, pensava al matrimonio. Lui, a 22 anni, aveva deciso di consacrarsi a Dio nell’ospizio del Gran San Bernardo, ma l’ostacolo insormontabile era lo studio del latino, ed era diventato così un espertissimo orologiaio, anche se i suoi pensieri continuavano ad abitare il cielo ed il suo cuore restava costantemente orientato a Dio.

Zelia Guerin. Lei pensava proprio di poter diventare una brava Figlia della Carità, ma la Superiora di Alençon, senza mezzi termini, le aveva detto che quella non era sicuramente la volontà di Dio. Aveva così iniziato a fare la merlettaia, diventando abilissima nel raffinato “punto di Alençon”, anche se il suo capolavoro continuava ad essere il suo silenzioso intreccio di preghiera e carità.

Luigi Martin. Sul ponte di Saint Leonard, in quell’aprile 1858, sente distintamente che questo, e non altri, è l’uomo che è stato preparato per lei e ne è così convinta che lo sposa appena tre mesi dopo. Lo scorso 12 luglio, 150 anni dopo.

genitori04Cominciano a nascere i figli, addirittura nove, ma solo cinque di essi raggiungono l’età adulta. Perché Luigi e Maria conoscono le sofferenze e i lutti delle altre famiglie, soprattutto a quel tempo: la morte, in tenerissima età, di tre figli, tra cui i due maschi; l’improvvisa morte di Maria Elena a neppure sei anni; la grave malattia di Teresa, il tifo di Maria e il carattere difficile di Leonia. Tutto accettato con una grande fede e con la consapevolezza ogni volta di aver “allevato un figlio per il cielo”.

Delle altre famiglie condividono pure lo sforzo del lavoro quotidiano, Luigi nel suo laboratorio di orologiaio con annessa gioielleria, Zelia nella sua azienda di merletti: lavori che assicurano alla famiglia una certa agiatezza, di cui tuttavia non si fa sfoggio.

Perché in casa loro le figlie vengono educate “a non sprecare” e si insegna a fare del “di più” un dono agli altri. La carità concreta è quella che esse imparano, accompagnando mamma o papà di porta in porta, di povero in povero.

Messa quotidiana, confessione frequente, adorazioni notturne, attività parrocchiali, scrupolosa osservanza del riposo festivo, ma soprattutto una “liturgia domestica” di cui Luigi e Zelia sono gli indiscussi celebranti, fatta di pie pratiche sì, ma anche di esami di coscienza sulle ginocchia di mamma e di catechismo imparato in braccio a papà.

Zelia muore il 28 agosto 1877, a 45 anni, dopo 19 di matrimonio e con l’ultima nata di appena 4 anni, portata via da un cancro al seno, prima sottovalutato e poi dichiarato inoperabile. Luigi muore il 29 luglio 1894. dopo un umiliante declino e causa dell’arteriosclerosi e di una progressiva paralisi.

genitori03Prima ha, comunque, la gioia di donare tutte le 5 figlie al Signore, quattro nel Carmelo di Lisieux e una tra le Visitandone di Caen. Tra queste, Teresa, morta nel 1897 e proclamata santa nel 1925, che non ha mai avuto coscienza di essere santa, ma sempre ha detto di essere “figlia di santi”, dice spesso: “Il Signore mi ha dato due genitori più degni del cielo che della terra”.

Lei, cui la Chiesa riconosce il merito di aver indicato la “piccola via” per raggiungere la santità, confessa candidamente di aver imparato la spiritualità del suo “sentierino” sulle ginocchia di mamma. “Pensando a papà penso naturalmente al buon Dio”, sussurra, mentre alle consorelle confida: “Non avevo che da guardare mio papà per sapere come pregano i santi”.

Ora è la Chiesa a “mettere le firma” sulla santità raggiunta da questa coppia: non “malgrado il matrimonio”, ma proprio “grazie al matrimonio”.

Il miracolo che li ha portati agli onori dell’altere, l’inspiegabile guarigione, avvenuta nel 2002 a Milano, da una grave malformazione congenita., manco a farlo apposta, di un neonato.

(Fonte: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91078)

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Pregare, lavorare, sorridere

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/09/2014

01_GPII_pregareI tre verbi di San Giovanni Paolo II nei ricordi di Joaquin Navarro Valls ex portavoce del Papa santo.

“Pregare, lavorare, sorridere”.

Con questi tre verbi Joaquin Navarro Valls ha riassunto la biografia di Karol Woytila, intervenendo alla presentazione del libro “Accanto a Giovanni Paolo II”.

PREGARE

Vedere pregare Giovanni Paolo II – ha testimoniato il suo portavoce – era come afferrare un’infinitezza in cui lui si immergeva e permetteva di vedere dove andava il suo sguardo.”

“Non parlava quasi mai della sua interiorità”, ha detto Navarro Valls, “ma un giorno, a proposito della santa Messa mi ha detto: ‘E’ IL BISOGNO PIU’ PROFONDO DELLA MIA ANIMA’.

In Giovanni Paolo II, in altre parole, “la preghiera non appariva come un’attività a sé, ma come un’attività che teneva unita tutta la sua vita, dava senso e direzione a tutta la sua esistenza.

Perfino un agnostico come Michail Gorbaciov era arrivato a dire che la sua filosofia politica era fortemente sostenuta dalla sua spiritualità“.

02_GPII_lavorarePoi Navarro Valls ha raccontato dell’abitudine di Giovanni Paolo II di sostare alcuni minuti in preghiera, inginocchiandosi nella sua cappella privata, prima e dopo il pranzo e la cena: “Un giorno lo stavo aspettando durante una di queste soste, che però invece di due o tre minuti è durata dieci minuti. E il Papa a un certo punto mi ha detto: ‘Mi scusi, mi ero scordato che lei era qua’“.

LAVORARE

Lavorare, il secondo verbo.

“Il suo impegno era instancabile”, ha riferito l’ex direttore della sala stampa della Santa Sede: “Non solo nei grandi viaggi ma giorno per giorno, dalla Messa mattutina fino a tarda notte.

Alla sera trascinava i piedi, e non solo negli ultimi anni. Non sapeva perdere un minuto e non aveva mai fretta!”

03_GPII_sorridereSORRIDERE

Riguardo all’ultimo verbo essenziale per capire appieno la sua biografia, “sorridere”, Navarro Valls ha citato una frase di Benedetto XVI: “Nelle sue conversazioni c’era sempre spazio per il buon umore”.

“Era un uomo allegro, e fu allegro sempre”, ha confermato Navarro Valls, affermando che “una teologia dell’allegria” dovrebbe sempre far parte del bagaglio di “una persona che crede sul serio”.

A riprova del fatto che Giovanni Paolo II sapesse sorridere, il suo portavoce ha raccontato un episodio accaduto durante l’incontro con una persona “molto importante”.

Ricevuta in udienza, querst’ultima ha detto al Papa, che a quell’epoca aveva già il bastone: “Santità, la trovo molto bene”. E il Papa santo, di tutta risposta: “Ma lei pensa che non mi veda come sono combinato?”.

(Tratto da Fraternità, organo ufficiale dell’Associazione U.N.I.T.A.L.S.I., n. 2 marzo/aprile 2014)

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Giovannino Bosco e il giocoliere spocchioso

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/06/2014

Saltimbanco01

Fra le più conosciute vicende che videro protagonista don Bosco, si ricorda quella della sfida tra il giovane Giovannino Bosco, studente, e un giocoliere prepotente ed egocentrico, che a Chieri si esibiva e si definiva imbattibile.

Si esibiva proprio al pomeriggio della domenica quando nella chiesa dei Gesuiti si tenevano lezioni di dottrina cristiana, distraendo così la gente che era intenzionata e portarsi in chiesa.

Giovanni Bosco, infastidito da tutto questo, volle sfidarlo. Se avesse vinto le prove, il giocoliere avrebbe spostato l’orario del suo spettacolo.

La prima prova consisteva in una corsa lungo il viale cittadino. Si diede inizio alla sfida e Giovanni superò l’avversario, incitato dalla folla che si era nel frattempo portata sul posto.

La seconda consisteva nel far saltare un bastone su alcuni punti del corpo, senza farlo cadere. Ancora una volta il nostro studente sconfisse il giocoliere.

Anche la sfida di saltare un fosso, più largo possibile, fu accolta da Giovanni senza nessun timore. Il giocoliere pensava di aver già vinto, ma con grande rammarico perse, perché il nostro Giovanni, ancora con grande furbizia, afferrò un bastone e durante il salto lo appoggiò nel centro del fosso, riuscendo così a darsi un’ulteriore spinta e superare abbondantemente la sponda opposta.

Una nuova posta, la più impegnativa, era quella di salire su di un olmo, più in alto possibile. Bosco, agile come uno scoiattolo, non aveva dubbi sulla vittoria e accettò la scommessa di una notevole somma.

Saltimbanco02Il saltimbanco, sicurissimo della vittoria, salì sull’albero, sino a piagare la cima e considerò che più in alto l’avversario non sarebbe potuto salire, altrimenti si sarebbe rotta la cima e sarebbe precipitato nel vuoto.

Quando fu la volta di Bosco, anch’egli raggiunse la cima, ma poi si capovolse e innalzò più in alto le gambe, oltre la punta della cima, superando così, con l’astuzia e la capacità atletica, l’avversario.

A questo punto, all’umiliazione subita, subentrò nell’animo dello sfidante la disperazione per aver perso tutti i soldi, cento lire. Ma Giovanni non volle rovinare l’avversario e si accontentò di una buona merenda offerta dal saltimbanco a lui e ai suoi amici.

Così tutto finì bene e in amicizia davanti a un pasto e a un bel bicchiere di vino.

(Tratto da “La Voce”, n. 1 “La pagina dei ragazzi”, di Di Sergio Todeschini)

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Conoscete Madre Moretta?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/05/2014

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Santa Giuseppina Bakhita

Sabato scorso ho avuto la gioia di pregare davanti alla tomba di Santa Giuseppina Bakhita, una santa africana che ha vissuto gran parte della sua vita in Italia nella prima metà dal secolo scorso. Cliccate qua per conoscere la sua storia.

Nella chiesa dov’è sepolta, a Schio, una suora spiegava ai bambini che si preparavano per la Prima Comunione, la storia della Santa Moretta, raccontandone alcuni episodi inediti, come quello di una mamma di un bambino paralizzato di circa tre anni. Ecco il racconto dell suora.

Il bambino non camminava dalla nascita e la mamma, sapendo della fama di santità di Suor Giuseppina, inventò uno stratagemma per lasciarle il bambino in braccio, confidente nel fatto che il contatto con la suora santa avrebbe portato comunque a qualcosa di buono per il suo bimbo..

“Madre Moretta”, le disse: “Devo andare a fare una commissione urgente, mi può tenere il bambino per dieci minuti? Ma mi raccomando, lo tenga in braccio, non lo lasci andare per nessun motivo”.

Suor Bakhita con gioia prese il bambino in braccio ma, dopo qualche minuto il piccolo cominciò a fare i capricci, non ne voleva proprio sapere di rimanere in braccio alla santa suora. Si muoveva, dimenandosi, al punto che suor Giuseppina dovette metterlo per terra. Fu in quel momento che il bimbo cominciò a correre e a saltare. Non aveva mai camminato prima.

La mamma fiduciosa che non si era allontanata di molto, tornò e vide la suora, ignara della paralisi del bambino, dispiaciutissima per non essere riuscita a tenerlo in braccio come si era raccomandata la mamma.

Edificato da questo racconto, sono entrato nel museo dedicato a Santa Bakhita e tra le decine di testimonianze provenienti da tutto il mondo, questa, mi ha particolarmente colpito e la condivido con voi sperando che possa essere di conforto e aiuto a molte persone con sfide simili a quelle della mamma che racconta.

Bakhita_02Parto spontaneo: bimbo bello e sano!

Mi chiamo Donata. Sono una signora indiana, adottata a due anni da una famiglia italiana.

La notte del 15 gennaio 2008, in sogno mi è apparsa una persona nera, ricordo che vedevo solo i suoi denti e i suoi occhi.Subito mi sono chiesta: “Che fra i miei antenati ci sia una persona così nera?”.

Una voce allora mi ha risposto: “Non sono una tua antenata. Tu mi conosci già. Sono stata da te quando eri in ospedale con tuo figlio Raffaele, ancora neonato. Ricordi? Mangiava e vomitava e i medici pensavano di operarlo. Ti ho lasciato una mia immaginetta, tu hai fatto la Novena e Santa Backhita e il bambino è guarito senza interventi. La messaggera che ti ha consegnato l’immaginetta tu l’hai cercata, ma non l’hai più trovata.

Ora vengo a dirti di pregare molto per la tua collega di lavoro, che è incinta e non è sposata. I medici, sia il cardiologo che il ginecologo le diranno di abortire perché, secondo loro, questo figlio non deve nascere.

Tu devi far di tutto perché ciò non avvenga, prega per lei e parlale. Questo sono tempi duri, sono gli ultimi tempi di Satana e dovete star saldi nella preghiera. Poi se ne è andata.

Quando mi sono recata al lavoro, mi sono informata se fosse vero che quella collega era incinta. Sapevo che conviveva e sapevo pure che avrebbe desiderato un figlio, ma la sua salute non era buona. Mi sono messa a pregare per lei.

Una mattina è venuta da me e mi ha detto: “Stanotte ho preso un grande spavento. In sogno mi è apparsa una megera tutta nera, mi ha messo una mano sulla pancia e poi è risalita al cuore, mi ha sorriso con dei denti bianchissimi ed è sparita“.

Io allora le ho spiegato che quella persona era una santa di origine africana, Santa Bakhita. Le ho detto che doveva ringraziare il Signore che gliel’aveva mandata e le ho dato un’immaginetta invitandola a fare una novena, con fede.

Dopo due mesi è ritornata a dirmi che i medici volevano, a tutti i costi, che abortisse4. Le ho ricordato il sogno e le ho detto di ripetere la novena a Santa Bakhita e, a fine agosto è nato un bel maschietto di 3 chili e 800 grammi, con parto spontaneo.

Spero di avervi fatto venire voglia di conoscerla meglio e, di affidarle qualche intenzione…;-)

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Dio è amore anche attraverso la sofferenza.

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/05/2014

La storia di Maria Chiantìa.

Maria nasce a Riesi il 27 aprile 1961, unica figlia di Gaetano e Provvidenza Chiantìa. Conduce una vita tranquilla come molte sue coetanee e, malgrado avesse tante buone qualità, non riusciva a inserirsi nel mondo del lavoro.

pro02In famiglia era sempre disponibile e sempre pronta a sopperire ai bisogni quotidiani dei suoi familiari.

Nel 1989 entra a far parte del Movimento Pro Sanctitate, condividendone subito la spiritualità, e diventando consigliera della Direzione del Centro Operativo di Riesi (Cl).

Riveste anche la carica di segretaria locale del Movimento nel 1994 e, con la sua simpatia e giovane affabilità, è parte attiva nell’organizzazione degli incontri.

A 25 anni incomincia il suo calvario che durerà sei anni. Inizia un duro cammino che affronta con il coraggio, che solo la fede in Dio può far sopportare; un cammino fatto di ricoveri ospedalieri, interventi e lunghe sedute di chemioterapie.

Non una parola di sconforto, anzi, era lei che sosteneva i genitori in particolari momenti di depressione. Aveva sempre il sorriso sulle labbra e quando si parlava del suo male non un velo di malinconia si leggeva nei suoi occhi.

La lunga malattia aveva costretto Maria a trascorrere molto tempo tra le mura domestiche e qui comincia a scriv ere le stupende poesie che ci ha lasciato. Molte raccontano la sua sofferenza fisica, altre sono rivolte al Signore per chiedere un po’ di serenità.

Nella sua grande fede “Dio è amore” anche attraverso la sofferenza. Confidando nella forza della Divina Provvidenza accettava la sua quotidianità con grande spirito di sacrificio e di fede.

Maria ci ha lasciati il 22 giugno del 2000. Grande è stata la commozione partecipata a Riesi, suo paese natio, e in chi ha avuto modo di incontrarla.

Quando le si chiese se voleva essere la segretaria del Movimento a Riesi, con semplicità ricordò il suo stato di salute e la possibilità di scri vere solo per pochi minuti (le metastasi le avevano già invaso la spalla e il braccio e i dolori si facevano sempre più forti): ma vista l’insistenza, disse subito: “Sono disponibile e prometto che darà il massimo di me stessa”.

pro01Ha mantenuto la promessa. E’ sempre stata presente e puntuale quando i dolori erano così forti che i suoi occhi si inondavano di lacrime, e tutti preoccupati volevano interrompere l’incontro, ripeteva: “Andiamo avanti, abbiamo tante cose da fare, i dolori prima o poi passeranno”.

La vita e le convinzioni di Maria erano l’opposto della diffusa mentalità consumistica ed edonistica di molti suoi coetanei.

Maria ha cercato, nella vita di ogni giorno, la gioia della fede, formandosi quella coscienza cristiana che fa star bene con se stessi e fa vivere una vita terrena in sintonia con i doni per i quali Dio l’ha creata e… ce l’ha donata.

Il suo esempio è rivolto a tutti i giovani, perché possano crescere nella speranza e si lascino guidare da Dio fidandosi di Lui sempre!

(Tratto da “Aggancio”, rivista del Movimento Pro Sanctitate del 3/4/2014. Articolo di Enrica Padovano)

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Nicola, un giovane che viveva della realtà dell’aldilà come presente già nella sua esistenza

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/04/2014

Nicola_01Il 5 luglio 2013 papa Francesco ha proclamato venerabile Nicola D’Onofrio, morto a soli 21 di una vita tanto breve quanto intensa. Le sue caratteristiche principali: una fede profonda e una vita caratterizzata da una rara dedizione verso i poveri e i sofferenti.

Nato a Villamagna, in provincia di Chieti, il 24 marzo 1943, a sette anni Nicolino, come veniva affettuosamente chiamato, avverte la vocazione ed esprime la volontà di farsi sacerdote. Sacerdote e Camilliano.

Riesce a vincere le opposizioni dei genitori e nell’autunno del 1955 entra nello Studentato Camilliano di Roma. A soli 17 anni indossa l’abito dei Ministri degli Infermi. Il 7 ottobre 1961 emette la professione dei 4 voti, mentre si era iscritto alla Milizia dell’Immacolata, raggiungendo il terzo grado, quello dell’”offerta senza limiti”, del donare sé stessi a Maria fino al sacrificio più completo.

Di lì a poco si ammala però di una grave malattia che lo porterà a spegnersi a soli 21 anni. Viene ricoverato al San Camillo e poi al Policlinico Umberto I.

Nicola_02Subisce un intervento e cure dolorose per un teratosarcoma che lascia poco da sperare, ma lui resta sempre paziente, sorridente e attento a non disturbare i confratelli premurosi verso di lui.

Conosciuta la realtà della sua malattia, non reagisce con atti di disperazione, ma dopo un momento di intensa riflessione passata quasi totalmente dinanzi a Gesù Eucaristia nella chiesa del seminario, riprende il normale sorriso, intensifica la preghiera dando spazi lunghi alla meditazione.

In occasione di dialoghi con amici sulla realtà di una morte imminente, non evita il discorrere né drammatizza, ma affronta tale realtà con serenità e distacco. Coloro che gli stavano vicino ricordano di avere avuto la sensazione di contattare una creatura che già viveva della realtà dell’aldilà come presente già nella sua esistenza, che troppo precocemente si avviava sul viale del tramonto.

Con la segreta speranza di ottenere un grande miracolo, i Superiori lo mandano pellegrino a Lourdes e a Lisieux. Nicola ci va per obbedienza, soprattutto col motivo di chiedere l’aiuto della Vergine Immacolata, e della sua grande piccola Santa Teresa, a compiere la volontà di Dio fino alle estreme conseguenze, serenamente unito alla Croce del Cristo.

È il 10 maggio: mancano appena 33 giorni al suo incontro con Dio per l’eternità.
Il 28 maggio 1964 emette in anticipo i voti perpetui, ormai allo stremo delle forze.

Nicola_03La sera del 12 giugno sale al cielo dopo una giornata passata in preghiera incessante.

Il suo corpo riposa a Bucchianico, presso la cripta del Santuario di San Camillo, meta di continui pellegrinaggi.

Ecco cosa scrive nel suo diario a soli 16 anni:

“Morirò. Non so quando, non so come, ma morirò.

Si muore a tutte le età.

Bisogna essere pronti a morire in ogni istante. La morte verrà.

Sarò novizio? Chierico? Sacerdote? Non lo so. Morirò? Si, è certo che morirò!

Propositi:

1. Sarò sempre in grazia di Dio per essere pronto a morire.
2. Non mi farò prendere dal panico della morte.

In un mondo come quello di oggi in cui quello della morte è il pensiero più rimosso in assoluto, non è un grande insegnamento?

Nicola_04Il 30 settembre 1961 scriveva nel suo diario degli esercizi spirituali:

“Teniamo sempre dinanzi agli occhi il fine supremo e tutta la strada da percorrere ci sembrerà facile e chiara.

Una volta conosciuta la strada percorriamola coraggiosamente convincendoci della caducità delle cose, della necessità del distacco dal mondo per avere la gioia, della preziosità del tempo.

Mamma mia santissima, insegnami tu la strada, ma soprattutto della conoscenza del fine, fa che io sia coerente con me stesso.”

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Sorda, cieca, paralizzata, dettava lettere di speranza per chi soffriva

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/03/2014

A uno sguardo superficiale può sembrare una storia triste. In realtà è una breve vita di un’anima bella e luminosa, che ha lasciato dietro di sé una scia di santità che ancora di vede e si sente…

Benedetta Bianchi Porro


In 2 minuti le uniche immagini video di Benedetta Bianchi Porro e alcune testimonianze della venerabile

Benedetta

Vi invito a consultare il suo sito http://www.benedetta.it dove si possono scaricare le sue meravigliose lettere.

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“Sono un uomo fortunato… in buone mani… va tutto bene”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 15/01/2014

stefano_01Stefano Avella ci mostra come, in mezzo alle sfide e alle oppurtunità, alle croci e alle gioie della vita di oggi, sia possibile essere santi entusiasti di Cristo.

Stefano nasce ad Avella (Av). La sua infanzia è ben presto segnata da un grave lutto che colpisce la sua famiglia: la morte di una sorellina. La famiglia si sposta nella vicina città di Nola, in una “masseria” in campagna, dove il piccolo Stefano trova il modo per vivere a contatto con la natura che lo affascina, e a fare da subito esperienza dell’amicizia, che resterà per lui sempre un valore tra i più sacri.

Dopo il tentativo di intraprendere la carriera militare, si stabilisce a Brescia, dove nel frattempo si erano trasferite le sorelle maggiori, lavorando presso una ditta di pitture industriali. Qui incontra Anna, la ragazza che sposa a soli 22 anni, senza approvazione della famiglia.

Si trasferisce nel piccolo paese della moglie e diviene padre di due bambine, Chiara e Gisella. Lavora in una fabbrica del paese, nella verniciatura. È un lavoro pesante, ma lo gratifica molto e si guadagna la stima di tutti, compagni di lavoro e capi.

Stefano_03_Brescia_piazza_della_Loggia

Brescia, Piazza della Loggia

L’esperienza lavorativa, durata oltre 35 anni, conosce momenti preoccupanti di crisi e di cassa integrazione; è costretto a cambiare ditta e ad accettare un lavoro che prevedeva i tre turni (notte compresa). È proprio in quei momenti critici che Stefano comincia ad avvertire una Presenza che conduce la sua vita, cui più tardi saprà dare il nome: Provvidenza.

L’incontro con un sacerdote lo avvia alla scoperta della Parola di Dio e per lui si apre il mondo della vita interiore e della spiritualità. Entra a far parte di un Gruppo Missionario e si occupa della prima accoglienza degli immigrati, che spesso invita a casa. È impegnato nel Consiglio Pastorale Parrocchiale e si dedica sempre con entusiasmo e creatività ai ragazzi a lui affidati nel catechismo, ma con un occhio di riguardo verso i loro genitori.

Conosce il Centro Oreb di Calino, animato dalle Oblate Apostoliche Pro Sanctitate, in occasione di un incontro nell’ambito della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e lì sente di essere approdato nel luogo in cui appagare il suo bisogno di “andare oltre”. La vocazione universale alla santità e alla fraternità è sentita da Stefano come risposta alla sete che sente dentro.

L’incontro con Mons. Giaquinta segna un’altra svolta nel suo cammino, lo matura nel suo ‘sentirsi’ amato in modo speciale da Dio, e, attraverso il carisma del Fondatore, trova la strada per rispondere in maniera adeguata a quell’amore da cui si sentiva accolto e abbracciato. Decide, così, di far parte del Movimento Pro Sanctitate e poi di appartenere al gruppo ecclesiale degli Animatori Sociali.

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Inoltre, durante i venerdì di Quaresima, durante la pausa pranzo, torna a casa, per condividere la mensa della Parola con la moglie Anna. Quei momenti intensi erano preziosi ed appaganti per la loro vita di coppia.

Dopo un lungo periodo di discernimento, viene ammesso tra gli aspiranti al Diaconato Permanente. Nel frattempo erano esplosi i sintomi di una atrofia multi sistemica, malattia che ben presto lo avrebbe portato all’impossibilità di muoversi.

Padre felice e orgoglioso nell’accompagnare le figlie all’altare, anche quando, in occasione del matrimonio della secondogenita, già minato dalla malattia, ha sopportato tutti i disagi, gli scossoni con relative contusioni nei passaggi da carrozzella a macchina, a sedia o poltrona e viceversa, scherzandoci sopra e dando spirito e sicurezza a chi con qualche timore lo aiutava.

Si sottoponeva a estenuanti esercizi di logopedia, perché il suo cruccio più grande era di non poter parlare in modo da essere compreso durante gli incontri. Finché la situazione glielo ha consentito, ha continuato a mantenere i suoi impegni nella catechesi degli adulti, poi ha sempre seguito da vicino e in maniera significativa i progetti e la preparazione degli incontri, e a partecipare con vivo interesse alle attività del Centro Operativo del Movimento Pro Sanctitate.

Stefano torna alla casa del Padre il 25 giugno del 2007, giorno del compleanno e onomastico del Servo di Dio Guglielmo Giaquinta, fondatore della sua famiglia spirituale.

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Le sue ultime parole esprimono tutta la sua vita: “Sono un uomo fortunato… in buone mani… va tutto bene” che sono eco del salmo 23 che ripeteva spesso: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Dicono di lui: <<Mi ha sempre colpito e mi è rimasta nel cuore, la caparbietà con cui ha perseguito il suo desiderio di essere santo; spesso, infatti, all’interno dei vari discorsi, lui diceva: “Io miro alla santità”, e nella sua vita non si è limitato a dirlo. Lo ha dimostrato nella malattia, dove nonostante essa, a continuato tenacemente a voler essere marito, padre, catechista, amico attento, confortatore, testimone di Cristo, portatore di un sorriso. (Maria Mondini)>>

[Fonte: Aggancio, Movimento Pro-Sanctitate, anno XXXV, n. 11-12]

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