FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Posts Tagged ‘shoah’

«Dobbiamo lottare per ciò che è buono. Il buono deve prevalere, deve prevalere e io ci credo.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 26/01/2019

Irena Sendler, figlia di un medico, nacque il 15 febbraio 1910 a Varsavia e morì a Varsavia il 12 maggio 2008.

Fu un’infermiera e assistente sociale polacca, cattolica, che durante la seconda guerra mondiale, organizzò una rete di soccorso, portando in salvo più di 2500 bambini dal ghetto di Varsavia.

Fuori dal ghetto, la Sendler forniva ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani, e li portava nella campagna, dove li affidava a famiglie cristiane, oppure in alcuni conventi cattolici come quello delle Piccole Ancelle dell’ Immacolata a Turkowice e Chotomow.

Annotò i veri nomi dei bambini accanto a quelli falsi e seppellì gli elenchi dentro bottiglie e vasetti di marmellata sotto un albero del giardino di una sua amica di fiducia: Jadwiga Piotrowska, nella speranza di poter un giorno riconsegnare i bambini ai loro genitori.

Nell’ottobre 1943 venne arrestata dalla Gestapo: fu sottoposta a pesanti torture (le vennero fratturate le gambe, tanto che rimase inferma a vita), ma non rivelò il proprio segreto.

Fu condannata a morte, ma venne salvata dalla rete della resistenza polacca attraverso l’organizzazione clandestina Żegota, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all’esecuzione.

La storia di Irena Sendler è rimasta sepolta per 60 anni. Pur essendo stata partigiana, la Sendler non condivise mai la politica del  Partito Comunista polacco.

Nel 1965 venne riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei Giusti tra le Nazioni. Solo in quell’occasione il governo comunista le diede il permesso di uscire dal paese per ricevere il riconoscimento in Israele.

Avvenne grazie alle ricerche degli studenti di una scuola superiore del Kansas nel 1999 che la storia della vita della Sendler fu riscoperta. Furono proprio loro a lanciare un progetto per fare conoscere la vita e l’operato di Irena Sendler a livello internazionale.

Nel 2003 papa Giovanni Paolo II le inviò una lettera personale elogiandola per i suoi sforzi nella resistenza polacca. Il 10 ottobre 2003 le fu conferita la più altra decorazione civile della Polonia: l’Ordine dell’Acquila Bianca e il Premio Jan Karski “Per il Coraggio e il Cuore”.

Fino all’ultimo suo respiro non ha fatto altro che ripetere: «Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria» ed anche: “Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai.”

(Fonte: http://www.irenasendler.it)

Il “testamento spirituale” di Irena si potrebbe riassumere in questa sua frase: “Dobbiamo lottare per ciò che è buono. Il buono deve prevalere, deve prevalere e io ci credo. Finchè vivrò, finchè avrò forza, professerò che la cosa più importante è la Bontà”.

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27 Gennaio – Memorial Day – Ricordiamo i morti della Shoah e anche chi si è salvato…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/01/2018

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Sir Martin Gilbert

Professore di Storia dell’Olocausto a Londra, biografo di Winston Churchill e autore di più di settanta libri, Sir Martin Gilbert è considerato uno dei massimi esperti della Seconda Guerra Mondiale. Gilbert, di origine ebrea, ha dedicato gran parte della sua vita a riclassificare documenti e a verificare testimonianza sulla storia ebraica, affermando con certezza che la Chiesa Cattolica aiutò attivamente per salvare migliaia di ebrei.

“Come storico ebreo, per molto tempo ho sentito il bisogno di far conoscere pienamente il fattivo aiuto dei cristiani agli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, e anche la storia degli uomini implicati in questi salvataggi”, sostiene Gilbert.

giornata-memoriaLo storico assicura che il ruolo del Vaticano, attraverso i suoi rappresentanti, fu cruciale: “All’inizio erano preoccupati soprattutto del destino degli ebrei che si erano convertiti al cristianesimo, poiché i tedeschi continuavano a trattarli come ebrei, deportandoli. Quando il delitto fu evidente, il Vaticano non si limitò ad esprimere la sua preoccupazione per il massacro ma incoraggiò i rappresentanti pontifici di tutta Europa a fare tutto il possibile a favore dei perseguitati“, afferma Gilbert, in controtendenza rispetto alla campagna di accuse a Papa Pacelli.

“Pio XII pensò – a mio parere correttamente – che il suo intervento diretto avrebbe avuto conseguenze disastrose sotto forma di rappresaglia e intensificazione della persecuzione. Scomunicare Hitler non avrebbe portato che a una crescita della persecuzione contro i cattolici sotto la sua sfera di dominio”.

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Wiktoria e Jozef Olma, assassinati con la famiglia, per aver nascosto otto ebrei

I sacerdoti e i vescovi cattolici lavorarono per salvare gli ebrei di ogni paese in cui fossero minacciati, compresi Francia, Italia e Polonia, l’unico paese in cui fosse vigente la pena di morte per chi avesse aiutato gli ebrei.

E ricorda il caso della famiglia Ulma, in processo di beatificazione: “Jozef Ulma, insieme a sua moglie Wiktoria, incinta, e ai suoi sei figli, vennero massacrati nel 1944 dai tedeschi a Markowa per aver nascosto in casa otto ebrei”. La salvezza di molti di essi fu possibile grazie a persone eroiche come gli Ulma.

In Ungheria, il nunzio pontificio Angelo Rotta, condusse uno sforzo diplomatico che salvò più di 100.000 ebrei. In Francia la Chiesa Cattolica fu molto attiva quando ci fu da salvarne decine di migliaia e in Italia, chiese e monasteri furono i primi a salvare tante vite.

Quando le SS arrivarono a Roma, la Santa Sede prese sotto la sua protezione centinaia di migliaia di ebrei accogliendoli in Vaticano, e a sua volta incoraggiava tutte le istituzioni cattoliche di Roma a proteggerli. Grazie a queste iniziative, meno di un quarto di tutti gli ebrei romani vennero imprigionati o deportati.

La Chiesa Cattolica era al centro di questa grande operazione di salvezza. La definirei un’opera santa. L’ultima volta che sono stato a Roma ho pensato che sia arrivato il momento di apporre delle targhe commemorative negli edifici in cui tanti ebrei sono stati nascosti e hanno potuto salvarsi…”

Tradotto da: http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=23993

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Assisi… un prete, un vescovo, un ciclista e un nazista

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/10/2017

Dopo la festa di San Francesco, ieri 4 ottobre, oggi restiamo ancora un pò ad Assisi per scoprire una storia.

Don Aldo Brunacci è iscritto allo Yad Vashem (Israele) tra i Giusti delle Nazioni per la sua opera a favore degli ebrei durante la Shoah.

Nota: chi è iscritto allo Yad Vashem non lo è per “sentito dire” ma solamente dopo accurate ed incontrovertibili prove storiche delle azioni compiute.

Ad Assisi, con padre Rufino Niccacci, don Aldo collabora con il vescovo Giuseppe Placido Nicolini, il quale si trova a fronteggiare l’emergenza al momento dell’occupazione tedesca. Ad Assisi si affollano i profughi, tra i quali oltre 300 ebrei.

Travestiti da frati e da suore, nascosti nei sotterranei, mimetizzati tra gli sfollati, provvisti di documenti falsi, gli ebrei sono protetti da una vasta rete cattolica di solidarietà che si estende anche ad altre zone dell’Umbria ed ha contatti, anche attraverso il celebre ciclista Gino Bartali, con le centrali di resistenza e finanziamento della DELASEM in Liguria e Toscana.

Tra i rifugiati ci sono donne, bambini, vecchi, ammalati, che necessitano di cura e assistenza quotidiana.
Don Brunacci organizza anche una scuola dove i bambini ebrei possano ricevere istruzione religiosa ebraica. Grazie anche alla complicità dell’ufficiale tedesco Valentin Müller, che dichiarerà Assisi una zona franca ospedaliera, nessun ebreo sarà deportato da Assisi.

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Per chi volesse saperne di più sulla DELASEM e sulle relazioni con la Chiesa Cattolica, alcune informazioni di base le potete trovare su wiki: https://it.m.wikipedia.org/wiki/DELASEM

Fonte: http://credolachiesauna.blogspot.it un blog appena scoperto che vale la pena di seguire.

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La misericordia è l’amore che sappiamo di non meritare.

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/09/2016

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Höss col comandante Himmler

Storia della conversione di Höss, l'”animale” di Auschwitz, un caso estremo di “Misericordia inimmaginabile”.

I sopravvissuti ad Auschwitz chiamavano il comandante del campo “animale”. Rudolf Höss ha presieduto allo sterminio di circa 2,5 milioni di prigionieri nei tre anni in cui è stato alla guida del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Altre 500.000 persone sono morte per malattia e fame. Un anno dopo la fine del suo incarico, tornò per supervisionare l’esecuzione di 400.000 ebrei ungheresi.

E tuttavia neanche un “animale” come lui è stato esente dalla misericordia di Dio.

Mia moglie ed io siamo venuti a conoscenza della vicenda di Höss quando una giovane suora della Polonia è venuta a parlare nella nostra parrocchia questa settimana. Sono stato colto alla sprovvista quando ho sentito il suo racconto, in parte perché pensavo che suor Gaudia stesse parlando di Rudolf Hess, il vice di Adolf Hilter. I nomi sono simili. Quello che è accaduto a Höss, che aveva una posizione meno prominente nel Terzo Reich, è forse più sorprendente.

L’intervento della suora faceva parte delle iniziative della parrocchia per l’Anno Giubilare della Misericordia indetto da papa Francesco. Suor Gaudia e suor Emmanuela, della Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Misericordia – quella a cui apparteneva suor Faustina Kowalska –, sono in visita negli Stati Uniti per parlare delle rivelazioni di Cristo a Santa Faustina e dell’immagine e della devozione alla Divina Misericordia. Suor Gaudia, tra l’altro, fa anche parte del comitato di programmazione della Giornata Mondiale della Gioventù 2016, che si svolgerà in estate a Cracovia.

Più o meno settant’anni fa, Cracovia e tutta la Polonia erano luoghi ben diversi da quelli che sono oggi. Suor Gaudia ha parlato di Auschwitz, uno dei campi nazisti più letali a causa dell’uso delle camere a gas e delle sperimentazioni mediche. Un ebreo su sei morto nell’Olocausto è stato ucciso qui.

Il campo non era solo per gli ebrei. Vi vennero rinchiusi anche dei cattolici, come San Massimiliano Kolbe e suor Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein).

“Un giorno portarono lì tutta la comunità gesuita”, ha ricordato suor Gaudia. “Solo il superiore non era in casa”, e quindi sfuggì alla cattura. “Quando tornò a casa fu così addolorato che disse: ‘Devo stare con i miei fratelli’”.

Entrò furtivamente nel campo e cercò i suoi confratelli gesuiti. Le guardie lo trovarono e lo portarono da Höss. “Erano certi che sarebbe stato ucciso”, ha detto suor Gaudia, ma Höss lo lasciò andare, per lo stupore delle guardie.

Dopo la fine della guerra, Höss venne catturato, processato e ritenuto colpevole di crimini contro l’umanità. Venne condannato a morte, e l’esecuzione avrebbe avuto luogo ad Auschwitz, doveva aveva lavorato diligentemente per implementare la “soluzione finale” di Hitler. Fino ad allora, sarebbe rimasto in una prigione di Wadowice (luogo di nascita di Karol Wojtyła, il futuro papa Giovanni Paolo II).

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Höss poco prima dell’esecuzione

Höss aveva molta paura – non della morte, ma della prigione, ha detto suor Gaudia. “Era certo che le guardie polacche si sarebbero vendicate e che sarebbe stato torturato durante tutta la sua reclusione, il che gli avrebbe provocato un dolore inimmaginabile. Fu quindi estremamente sorpreso quando le guardie – uomini le cui mogli e i cui figli e le cui figlie erano stati uccisi ad Auschwitz – lo trattarono bene. Non riusciva a capire”.

Quello, ha riferito la religiosa, fu il momento della sua conversione. “Lo trattarono con misericordia. La misericordia è l’amore che sappiamo di non meritare. Non meritava il loro perdono, la loro bontà, la loro gentilezza. Ma ricevette tutto questo”.

Höss era nato in una famiglia cattolica, ma aveva abbandonato la fede quando era giovane. In quel momento, di fronte alla morte ad appena 47 anni e forse incoraggiato dal trattamento delle guardie, chiese un sacerdote. “Voleva confessare i suoi peccati prima di morire”, ha detto suor Gaudia.

Ansiosa di non scandalizzare chi la ascoltava, la religiosa ci ha spiegato che tutto questo è avvenuto subito dopo la fine di una guerra brutale, quando “le ferite erano ancora fresche”.

Le guardie acconsentirono a cercare un sacerdote, “ma non fu facile trovare un presbitero che volesse ascoltare la confessione di Rudolf Höss. Non lo riuscirono a trovare”.

E allora Höss ricordò il nome del gesuita che aveva lasciato andare qualche anno prima: padre Władysław Lohn. Diede alle guardie il suo nome e le pregò di trovarlo.

E loro lo trovarono – nel santuario della Divina Misericordia di Cracovia, dov’era cappellano delle Suore di Nostra Signora della Misericordia. Il sacerdote acconsentì ad ascoltare la confessione di Höss.

il-nome-di-dio-misericordia“Fu una cosa molto lunga”, ha detto suor Gaudia, “e alla fine gli diede l’assoluzione. ‘I tuoi peccati sono perdonati. Rudolf Höss, animale, i tuoi peccati sono perdonati. Vai in pace’”.

“Animale” è stata un’aggiunta di suor Gaudia, ma il concetto era chiaro: nessuno è esente dalla misericordia di Dio.

Il giorno dopo, padre Lohn tornò in prigione per dare a Höss l’Eucaristia prima che morisse.

“La guardia che era presente disse che era stato uno dei momenti più belli della sua vita vedere quell”animale’ inginocchiato, con le lacrime agli occhi, mentre sembrava un ragazzino e riceveva la Santa Comunione, mentre riceveva Gesù nel suo cuore”, ha concluso la suora. “Misericordia inimmaginabile”.

(Fonte: http://www.papaboys.org)

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