FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Posts Tagged ‘sofferenza’

«Ecco perché t’ho chiamato, pe’ ditte che me sei mancato!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/04/2021

Non è che una poesia in vernacolo romanesco ma vale la pena ascoltarla fino in fondo perché rende l’idea della nostalgia di Dio per ciascuno di noi.

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«Mi meraviglio io stessa come possa essere felice sotto la croce!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 23/11/2019

Una meravigliosa testimonianza che ci aiuta a capire il mistero della sofferenza e della malattia.

Visitata da un amico, Roberto De Flers, aprì il suo animo candidamente. Fu questo il colloquio:

– A Parigi ed in gran parte della Francia si parla di lei. Sono passati de­gli anni e la stampa francese la tiene ancora presente. Come sta in salute?

– I medici non comprendono come io sia ancora in questo mondo.

– Soffre?

– Intensamente!

– I medici non promettono di attenuare questi dolori?

– Lo promettono, ma spero e mi au­guro che non ci riescano. Non si può comprendere quanto io sia felice!

– Nonostante tanti dolori?

– Appunto per questo! Sono felice perché soffro. A dire il vero i primi mesi dopo la mia conversione furono duri… per esitazioni, dubbi e chiaroscuri. Ma da che è sorto il giorno della vittoria su me stessa, quanta gioia mi pervade l’anima! Sono stata colmata di doni dal buon Dio, soprattutto perché mi ha data la fede. Anche mia figlia Giovanna, prima lontana dal Signore, oggi condivide la mia fede in Dio.

Amico mio, pregherò per lei. Quando le parlano di me, dica a tutti quelli che mi conoscono che lei ha veduta la più felice, la più perfettamente felice tra le donne.

La buona signora soleva scrivere il suo diario e riversava su quelle pagine il torrente dei suoi sentimenti.

Mentre tutti si agitano per diventare ricchi a qualunque costo, il suo spirito era rivolto a cose più sublimi. Diceva ancora:
L’orazione è il mio palazzo. Ho sempre in fondo al cuore la lampada della fede che mi rischiara. O mio buon Gesù, quando farai di questa piccola lampada un faro che abbagli? Io non vivo che di questa attesa, di questa speranza: bruciare e morire d’amore per Te, che sei morto d’amore per me! Grazie, Gesù mio, dei mali che ho addosso! Mi meraviglio io stessa come possa essere felice sotto la croce. Cosa sarà il Paradiso, se posso sentirlo già in questo mondo e come è stato che la mia felicità non è definibile? Non trovo parole adatte a dimostrare la mia felicità, perchè le mie parole sono limitate, mentre la mia gioia è senza confini.

Chi è la donna che parla cosi?

E’ Ewa Lavalliére, la stella del teatro di Parigi. Per venti anni fece l’artista, acclamata freneticamente dal pubblico e dai giornalisti francesi.

Viveva lontana da Dio; era immersa nelle vanità della vita; non le mancava nulla agli occhi del mondo.

Visitando un giorno la grotta di Lourdes, si accorse che le mancava tutto; le mancava la fede.

Dato l’addio al mondo, malgrado le pressioni degli artisti e della stampa, non tornò indietro.

Trascorse il resto della vita alla luce della fede e fu felice.

Prima di morire, non potendo più parlare, strinse il Crocifisso con tutte le forze che le rimanevano e lo fissò a lungo. Dopo qualche istante spirava.

Quale differenza tra Ewa Lavalliére, illuminata dalla fede, e tante altre persone prive di fede, che dopo essersi dibattute tra le amarezze della vita, chiu­dono la loro vita terrena sotto le rotaie d’un treno o con un salto dal balcone o con una pallottola al cervello o col veleno nelle viscere!

La sola fede è il sole che illumina, riscalda e feconda; l’esserne privi è la più grande sventura dei mortali.
Come si vede, la prima categoria delle virtù è quella delle teologali e la prima delle tre teologali è la fede.

(Fonte: http://www.annalisacolzi.it/)

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«Ho riaperto gli occhi ed ero un’altra!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/09/2019

L’incredibile storia di Carlotta Nobile, la ragazza che si arrese a Cristo, che trasformò dolore e sofferenza in un canto alla vita, una “croce fiorita”.


 

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Quattro chiacchiere con un’anima eroica

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/09/2019

Ieri ho scambiato quattro chiacchiere con una persona che non vedevo da tanto tempo.

È un padre di famiglia che in questi ultimi anni è sopravvissuto alla perdita di una figlia, e (contro ogni previsione medica) a un tumore maligno, a un ictus, a un coma prolungato e a una riabilitazione estenuante durata anni e che dura ancora.

Con un sorriso sulle labbra disarmante ringraziava Dio con gioia – senza un’ombra di tristezza o rassegnazione ma con gioia e gratitudine vere – di essere tornato al lavoro perché troppo giovane per la pensione.

Commosso, edificato e onorato di queste quattro chiacchiere dietro alle quali ho visto Dio all’opera, non ho potuto fare a meno di pensare che, forse, questo mondo storto e ingiusto si regge sull’offerta di queste piccole grandi anime eroiche.

(La foto è stata presa dalla rete)

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Uscire dall’illusione dell’autosufficienza

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/06/2019

«Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza – indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”.

Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore, la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.»

Benedetto XVI

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Quando chi ti sta accanto avvelena le tue intenzioni più belle…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 09/04/2019

Chi di noi non ha mai subìto almeno un giudizio come questi?

«”In realtà hai lasciato il tuo lavoro non per me, ma perché ti fa comodo cambiare città”.

“Mi avevi perdonato per amore? In realtà non avevi alternative a me, ecco tutto”.

“Dì la verità, hai aiutato quel tuo amico per arrivare a sua sorella”.

“Va in Chiesa perché è uno sfigato, non si spiega diversamente”.

“Tu fai miracoli perché hai il demonio addosso e operi in suo nome, evidentemente”.

Cristo conosceva anche questo dolore. Quello di vedersi avvelenate le intenzioni più belle da parte di chi gli stava accanto.

Si può dunque trasformare anche questo dolore in amore.»

Si può, si, affidandolo a Colui che lo conosce meglio di tutti.

(La parte tra virgolette è presa dall’Account Facebook dell’amico Pierluigi Cordova.)

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“Il mio cuore batteva, ma io non ero vivo”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/10/2018

 

La vita del dottor John Morrissey ha avuto un capitolo oscuro dal quale è uscito grazie al sacramento della confessione, secondo un suo racconto pubblicato dal britannico The Catholic Herald.

Dopo essere arrivato alla depressione a causa del continuo contatto con la morte in un contesto di allontanamento da Dio, il medico ha ricordato la consolazione offerta dal sacramento e vi si è accostato urgentemente.

“Il mio stato spirituale era quello di un allegro pagano, un Bacco in un camice bianco sporco e con un’aureola falsa”, ha ammesso il dottor Morrissey. “Nonostante una profonda esperienza religiosa due anni fa, la mia vita morale presentava ancora varie sfumature di nero, e la mia testa era piena di un sincretismo confuso, nonsenso del New Age”.

In questo stato affrontava ogni giorno una realtà drammatica: l’assistenza ai malati terminali di cancro nel suo ospedale, un lavoro che ha svolto per un anno.

Dopo un anno senza praticare la propria fede, il suo ritorno incompleto si limitava ad alcune preghiere “chiedendo che i miei pazienti si riprendessero, o che io non fossi di turno quando avessero avuto bisogno di essere ricoverati”, ha ricordato. “Le mie preghiere non hanno ottenuto risposta. Le morti continuavano senza sosta. Una grande sensazione di mancanza di senso e di disperazione ha riempito il mio cuore”.

L’impatto della necessità della conversione

Il medico non solo attraversava una crisi spirituale e professionale, ma viveva in solitudine e non aveva amici, e quindi è caduto nell’alcool. “Il mio cuore batteva, ma io non ero vivo”, ha riassunto. Il momento più basso della sua crisi è stato raggiunto mentre rivedeva i dati relativi a un giovane paziente morto da poco e ha sentito di affondare nella depressione. Davanti alla sua espressione, una paziente gli ha chiesto se si sentiva bene. Con le lacrime agli occhi ha risposto: “Mi dispiace, sto lottando per vedere qualcosa di buono in questo posto. C’è troppa morte qui”.

Una sera, mentre beveva in un bar, ha sentito la necessità impellente di uscire dal locale. “Era come se vedessi quel luogo per la prima volta per com’era realmente”, ha confessato, riferendo che vedeva tutti i presenti come perdenti e che ciascuno dei loro sguardi sembrava essere macchiato di malizia. “Mi sono sentito molto solo, e ho iniziato a cercare una via d’uscita”.

La sensazione è stata accompagnata dalla certezza della propria condanna e dalla necessità urgente di ricorrere alla confessione.

“Non ero estraneo al peccato, ma fino a quel momento non ero mai stato consapevole degli effetti della sua presa letale sulla mia anima”, ha dichiarato. Non appartenendo a una parrocchia, ha cercato sull’elenco telefonico e ha trovato una comunità gesuita che ha chiamato e alla quale si è diretto immediatamente in taxi.

L’impulso del cambiamento

Al suo arrivo è stato accolto dai religiosi e ha atteso un sacerdote che ha dovuto svegliarsi nel cuore della notte per assisterlo. “Ha fatto capire chiaramente che era tutto irregolare, ma l’ho supplicato a tal punto di ascoltare la mia confessione che ha acconsentito con misericordia”, ha raccontato il dottor Morrissey.

Dopo più di 10 anni senza confessione, l’uomo è stato guidato dal sacerdote ed è riuscito a ricordare l’atto di dolore che aveva imparato nell’infanzia. “Con le parole finali di assoluzione, mentre stavo ad occhi chiusi, la paura è scomparsa completamente. Non sono mai stato tanto grato quanto in quel momento. Ho chiesto perdono per la mia incursione e ho lasciato quella casa in pace”.

“Nulla di ciò che era all’esterno era cambiato, ma ero cambiato io, ero stato riconciliato”, ha ricordato il medico. “Mi sono reso conto che solo i miei peccati potevano ferirmi davvero, e che se spezzavo i miei legami con loro avrei perso la paura della morte”.

Nell’esercizio della sua professione, i pazienti continuavano a morire, ma questa volta pregava perché, come lui, potessero trovare la grazia della misericordia che egli stesso aveva sperimentato.

Il dottor Morrissey ha descritto come le persone non siano debitamente consapevoli dei limiti della medicina e del dovere di prepararsi adeguatamente al momento della morte. Ha anche riflettuto sulle similitudini del peccato con la malattia del cancro e su come i pazienti soccombano di fronte al male perché il trattamento con le radiazioni influisce sul midollo osseo e li lascia senza difese.

I cattolici ricevono un “trapianto” di vita spirituale attraverso l’Eucaristia direttamente da Gesù Cristo, il “donatore universale”, che insegna anche all’uomo a impiegare la sofferenza per la propria salvezza. Tutte queste ragioni lo portano a ringraziare ancor di più per la drammatica esperienza in cui ha percepito la necessità di chiedere perdono e di ricevere la misericordia di Dio.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti; fonte: http://www.it.aleteia.com]

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«Emanava…, emanava Gesù.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/03/2018

Mons. Pierino Galeone, fondatore dei Servi della Sofferenza, è un sacerdote oggi novantunenne, che incontrai una sola volta nel 1999, ma fu sufficiente affinché la mia vita spirituale, allora in pericolo, subisse una robusta inversione a U per riprendere bene il cammino di, e per la felicità, a Gesù, per Maria, sulle orme di Padre Pio.

In questo breve video racconta come incontrò il frate santo del Gargano.


 

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«Malattia e debolezza possono essere le righe su cui Dio scrive il suo Vangelo»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/08/2017

Vi presento Anna Schäffer.

Anna Schäffer, bavarese che visse a cavallo tra l’800 e il ‘900, aveva il grande desiderio di farsi missionaria ma un grave incidente la costrinse a letto per molti anni. Nonostante ciò fu sempre pronta a offrire ascolto e a pregare per gli altri. Nel beatificarla, nel 1999, Giovanni Paolo II disse che “malattia e debolezza possono essere le righe su cui Dio scrive il suo Vangelo”. Il 21 ottobre 2012, Benedetto XVI l’ha canonizzata in Piazza San Pietro.

Della sua spiritualità, Benedetta Capelli ha parlato con il postulatore della sua causa, Andrea Ambrosi:

R. – Dobbiamo sempre pensare che era una laica, che ha trascorso gran parte della sua breve vita a letto tra grandi sofferenze a seguito di un incidente occorsole quando aveva poco più di 15 anni. Quindi, da quel momento, per più di 20 anni è vissuta tra queste sofferenze, ringraziando il Signore di tutto quello che le mandava.

Costituisce, quindi, per noi laici un richiamo ad accettare la missione che Gesù ha stabilito per ciascuno, fosse anche quella di abbracciare in un atteggiamento di umiltà la più dura delle croci.

La vita ci riserva sempre tante sorprese e noi siamo portati sempre al pessimismo, invece lei ci insegna che con l’aiuto di Gesù possiamo sempre trasformare le cose infauste che tutti i giorni ci capitano in momenti di gioia, se li vediamo sempre finalizzati all’incontro con Gesù.

D. – Voleva diventare tanto una missionaria. La sua vita purtroppo andò in un’altra direzione, ma in un certo senso fu allo stesso tempo anche una missionaria…

R. – Sì, dal suo letto di sofferenze ha sempre guardato al punto che per lei era centrale, quello di diventare missionaria. Ma missionaria lo è diventata, perché presso di lei affluiva – dato che la fama di santità ha cominciato a circondarla da giovane – tanta, tanta gente.

Lei riceveva tutte queste persone e parlava loro in un modo che sembrava molto strano per una giovane contadina non istruita. Poi, nel suo ricchissimo epistolario fatto di centinaia di lettere, che scriveva un po’ a tutti, parlava sempre della diffusione dell’amore di Gesù e quindi delle missioni.

D. – Si parla spesso dei sogni di Anna Schäffer. Di che si tratta?

R. – Sì, lei sognava e vedeva quello che poi le sarebbe accaduto. Quindi, attraverso questi sogni lei ha purificato il suo animo fino ad entrare in uno stato di particolare unione con il Signore.

La gente si accorgeva di come lei fosse veramente in unione con il Signore, anche dal suo viso che era l’unica parte del corpo che sorrideva ed era felice, mentre il resto era tutto una ferita. Quindi, si capiva questa unione che aveva con Dio.

D. – Anna morì nel 1925. Ad oggi è una figura conosciuta, soprattutto in Germania?

R. – Sì, è molto conosciuta naturalmente nella diocesi di Ratisbona e in tutta la Baviera. Molti pellegrini vengono anche da Paesi vicini, specialmente dall’Austria e dalla Svizzera.

Si è già visto quando è stata dichiarata beata, nel marzo del ’99, che è venuta molta, molta gente per questa umilissima giovane, che ha vissuto davvero una vita di tanta sofferenza.

D. – C’è una definizione che le piace associare ad Anna Schäffer ?

R. – La sua conformità alla volontà di Dio, che era abituale in lei.

(Fonte: http://it.radiovaticana.va/storico/2012/10/20/domani_la_canonizzazione_di_anna_sch%C3%A4ffer_la_malattia_come_via_per_ab/it1-631487)

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«Vi è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere, ed abbastanza oscurità per quelli che sono in una disposizione contraria»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/03/2017

Prendetevi del tempo per gustarvi la storia struggente e forte di Takashi Nagai, padre di famiglia e medico giapponese convertito al cattolicesimo, sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki, morto in odore di santità per le conseguenze delle radiazioni.

Takashi Nagai nacque nel febbraio del 1908 a Isumo (vicino a Nagasaki) in Giappone, in una famiglia di cinque figli di religione scintoista. Dimostrando una spiccata attitudine per gli studi, il padre, esperto di medicina orientale, gli trasmette la passione per questa disciplina e, nel 1928, Takashi si iscrive alla Facoltà di Medicina.
Racconta nel suo diario: «fin dagli studi liceali ero diventato prigioniero del materialismo […]; alla Facoltà di medicina mi fecero sezionare cadaveri: la struttura meravigliosa del corpo, l’organizzazione minuziosa delle sue minime parti, tutto ciò provocava in me ammirazione. L’anima? Un fantasma inventato da impostori per ingannare la gente semplice».

Nel 1930 sua madre subisce un colpo apoplettico e, senza poter parlare, gli rivolge un ultimo sguardo: per Takashi l’addio della madre segna una svolta determinante nella sua vita. «Quella donna —scrive Nagai— che non si era mai concessa un istante di tregua nel suo amore per me, negli ultimi istanti di vita mi parlò molto chiaramente. Il suo sguardo mi diceva che lo spirito umano continua a vivere dopo la morte. Tutto ciò era un’intuizione, un’intuizione che aveva il sapore della verità».

Il futuro medico giapponese inizia così a leggere Pascal e rimane colpito dalla sua fede di scienziato: decide di provare a conoscere la religione cattolica, allo stesso modo con cui normalmente si verificano in laboratorio le ipotesi. Cerca e trova una famiglia cattolica che lo ospiti durante gli studi: i coniugi Moriyama, umili fattori, famiglia cattolica da 250 anni, che hanno una figlia, Midori. Tutti e tre i componenti della famiglia iniziano subito a pregare per la sua conversione.

Nel 1932 il giovane studente, colpito da un’otite, diventa sordo dall’orecchio destro: deve dire addio alla medicina ordinaria, non può più usare lo stetoscopio. Si rivolge allora con entusiasmo alla radiologia, agli esordi nel suo paese, e intuisce subito che questa nuova scienza sarà fondamentale per la diagnostica. Lo stesso anno, la notte di Natale del 1932 è invitato dal sig. Moriyama a partecipare alla S. Messa di mezzanotte in cattedrale: «Non potrà mai credere, se non verrà a pregare in chiesa».

La sua conversione e il battesimo con il nome di Paolo (in onore di San Paolo Miki), avverranno però solo nel giugno del 1934, dopo altre vicende che segneranno la sua vita: salva la vita a Midori, colpita da appendicite acuta e in pericolo di vita, viene reclutato nell’esercito e inviato in Manchuria (Cina) a combattere: porta però con sé un piccolo catechismo regalatogli Midori.

Torna in Giappone, provato e sconvolto dalla guerra. Entrato per la seconda volta nella cattedrale di Nagasaki, incontra un sacerdote giapponese che lo ascolta per lungo tempo e lo conforta. Legge di nuovo Pascal e si sofferma su un pensiero: «vi è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere, ed abbastanza oscurità per quelli che sono in una disposizione contraria». Adesso Takashi non ha più dubbi sulla sua chiamata al cattolicesimo.

Sposa Midori nel settembre del 1934 e la rende consapevole dei rischi corsi nella sua attività medica (i radiologi dell’epoca non avevano i mezzi per proteggersi dai raggi X adeguatamente); la moglie lo sostiene e condivide tutte le sue scelte.  «Il compito del medico —scrive il dott. Nagai— è quello di soffrire e di rallegrarsi con i suoi pazienti, di sforzarsi di diminuire le loro sofferenze, come se fossero le sue proprie […]. In fin dei conti, non è il medico che guarisce l’ammalato, ma la volontà di Dio. Una volta che si è capito questo, la diagnosi medica ingenera la preghiera».

Dal giugno del 1937 al marzo del 1940 Nagai è di nuovo coinvolto nella guerra cino-giapponese. È un medico militare eroico: la sua abnegazione è totale ed è per tutti: soldati giapponesi e cinesi, uomini, donne, bambini e anziani, vittime di carneficine orribili. Rientrato in Giappone scopre da solo sulle sue mani i primi segni di una malattia derivata dalle esposizioni ai raggi X.

Lavora sempre di più (negli ultimi tempi trascorre giorno e notte facendo radiografie ai feriti dei bombardamenti e salvando in questo modo molte vite umane, senza mai tirarsi indietro); è sovente spossato e, solo quando è sfinito, si chiude nel suo ufficio, recita il rosario guardando la statua della Vergine Maria, ritrovando così la sua pace interiore.

Nel giugno del 1945 si fa un’auto diagnosi: leucemia con ipertrofia della milza: durata della vita 3 anni. «Signore —così accoglie la notizia della sua malattia— non sono che un servo inutile. Proteggi Midori e i nostri due figli. Avvenga di me quello che Tu vuoi». La mattina dopo, ricevuto il sostegno della moglie, è al lavoro come sempre, pieno di nuova forza e con il sorriso che lo accompagnerà e lo distinguerà sempre.

Il 9 agosto del 1945 è una giornata con un cielo perfettamente nitido; ma siamo ormai ai drammatici esiti finali della Seconda guerra mondiale: improvvisamente esplode la bomba atomica sul quartiere cattolico a nord di Nagasaki, Urakami. Muiono 8000 cristiani. La cattedrale, affollata di fedeli, è distrutta. Era la comunità cattolica più importate e numerosa dell’Estremo Oriente.

Nagai, Preside della Facoltà di medicina, lavora nel suo laboratorio a 700 metri dal centro dell’esplosione: è una visione apocalittica. È ferito, ma lavora senza sosta per soccorrere i feriti, non si ferma nemmeno un attimo. L’11 agosto ritrova la sua casa ridotta in cenere, recupera i resti carbonizzati della moglie (i due figli erano in montagna con la nonna al sicuro); nelle ossa della mano destra della moglie trova intatto il suo rosario, che brilla nella polvere: «Dio mio —prega il marito tra le lacrime— ti ringrazio di averle permesso di morire pregando. Maria, madre del dolore, ti ringrazio di averla accompagnata nell’ora della morte».

Moribondo a settembre, perché le radiazioni della bomba atomica hanno aggravato il suo male, Takashi si affida al Signore. Gli viene portata dall’acqua di Lourdes e prega Massimiliano Kolbe (proclamato beato nel 1971 e santo nel 1982). Esce dal semicoma la mattina dopo. Il protarsi di 6 anni di vita, nonostante la diagnosi di morte sicura della sua malattia, verrà attribuita da Takashi all’intercessione di Massimiliano Kolbe.

Il medico radiologo diventa un “esempio vivente”: invita a perdonare immediatamente e incoraggia tutti a credere nella Provvidenza Divina che trae sempre il bene dal male; torna per primo a vivere nel quartiere distrutto, costruendosi una capanna con delle lamiere nel luogo una volta c’era casa sua, e lì ritrova il Crocifisso di famiglia: «mi è stato tolto tutto, dice; ho ritrovato solo questo crocifisso».

In occasione di una Messa da Requiem gli viene chiesto di prendere la parola: «Nagasaki — dice ai suoi concittadini — non era forse la vittima scelta, l’agnello immolato, olocausto offerto sull’altare del sacrificio, morta per i peccati di tutte le nazioni, durante la seconda guerra mondiale? Siamo riconoscenti che Nagasaki sia stata scelta per tale olocausto! Siamo riconoscenti perchè, attraverso questo sacrificio, la pace è stata data al mondo e la libertà religiosa al Giappone».

Nella primavera del 1947 Nagai si aggrava e deve mettersi a letto. Lascia la professione, ma decide di mettersi a scrivere: «la mia testa funziona ancora», si dice. «Gli occhi, le mani e le dita sono ancora in buono stato». Il primo scritto è per i suoi figli, ancora piccoli: «Miei cari figli, amate il vostro prossimo come voi stessi. Ecco il motto che vi lascio. Con esso comincerò questo scritto, probabilmente lo finirò con esso e sempre con esso riassumerò».

Pubblica in quattro anni quindici  volumi; scrive di notte perché fin dalla mattina riceve visitatori: «mi disturbano — scrive nel suo diario — ma poiché hanno al gentilezza di venire, non devo provare a versare un po’ di gioia nel loro cuore e a parlar loro della nostra speranza cattolica? Non posso mandarli via»; ma allo stesso tempo afferma che «anche i malati devono lavorare con tutta la loro forza».

Nei suoi libri offre un resoconto di quanto accaduto nell’esplosione atomica, attraverso la sua esperienza e la sua competenza. Considera ormai la sua vocazione quella di propagare il messaggio cristiano attraverso il quale soltanto si può trovare ed instaurare una pace duratura. I suoi libri dal 1948 si leggono ovunque in Giappone e hanno contribuito notevolmente all’educazione sociale e all’evangelizzazione del suo paese.

Nel best seller “Le campane di Nagasaki” (da cui è stato tratto un film), si chiede: «l’umanità sarà felice nell’era atomica, oppure misera? Di quest’arma a doppio taglio nascosta da Dio nell’universo ed ora scoperta dall’uomo, che farne? Un buon uso farebbe progredire a grandi passi la civiltà; un cattivo uso distruggerebbe il mondo. La decisione sta nel libero volere dell’uomo. Egli tiene in mano il proprio destino. Pensandoci, ci si sente assaliti dal terrore e, per conto mio, credo che un vero spirito religioso sia l’unica garanzia in questo campo… In ginocchio nella cenere del deserto atomico, preghiamo perchè Urakami sia l’ultima vittima della bomba. La campana suona… O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te».

Nel marzo del 1951 il suo stato di salute si fa preoccupante ma non gli fa perdere il suo buonumore. Nell’aprile di quello stesso anno Nagai riesce a terminare il suo ultimo libro. Il 1° maggio, il primo giorno del mese dedicato a Maria, Takashi Paolo muore a 43 anni per un’emorragia celebrale, tenendo in mano il Crocifisso di famiglia. Al suo funerale accorre una folla immensa, in un corteo che dalla cattedrale (ricostruita) si muove con molta difficoltà per raggiungere il cimitero. L’anno dopo è già inaugurato il “Nagai Memorial Museum”, visitato ogni anno da 150 mila persone.

Maestro di “spiritualità della pace”, definito il “Gandhi giapponese”, Takashi (che in giapponese significa “nobiltà”) ha vissuto l’ideale cristiano dell’amore verso il prossimo annullando davvero se stesso.

Il “santo di Urakami” o il “santo di Nagasaki”, come era già chiamato in vita, fu esempio di umiltà nella ricerca appassionata della verità, di abnegazione e di spirito di sacrificio. Ha voluto porre come epitaffio sulla sua tomba la frase evangelica che forse sintetizza al meglio il suo atteggiamento nella vita: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quel che dovevamo fare» (Lc 17,10).

Fonte Portate DISF – Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede – http://disf.org/

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