FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Posts Tagged ‘sofferenza’

«Malattia e debolezza possono essere le righe su cui Dio scrive il suo Vangelo»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/08/2017

Vi presento Anna Schäffer.

Anna Schäffer, bavarese che visse a cavallo tra l’800 e il ‘900, aveva il grande desiderio di farsi missionaria ma un grave incidente la costrinse a letto per molti anni. Nonostante ciò fu sempre pronta a offrire ascolto e a pregare per gli altri. Nel beatificarla, nel 1999, Giovanni Paolo II disse che “malattia e debolezza possono essere le righe su cui Dio scrive il suo Vangelo”. Il 21 ottobre 2012, Benedetto XVI l’ha canonizzata in Piazza San Pietro.

Della sua spiritualità, Benedetta Capelli ha parlato con il postulatore della sua causa, Andrea Ambrosi:

R. – Dobbiamo sempre pensare che era una laica, che ha trascorso gran parte della sua breve vita a letto tra grandi sofferenze a seguito di un incidente occorsole quando aveva poco più di 15 anni. Quindi, da quel momento, per più di 20 anni è vissuta tra queste sofferenze, ringraziando il Signore di tutto quello che le mandava.

Costituisce, quindi, per noi laici un richiamo ad accettare la missione che Gesù ha stabilito per ciascuno, fosse anche quella di abbracciare in un atteggiamento di umiltà la più dura delle croci.

La vita ci riserva sempre tante sorprese e noi siamo portati sempre al pessimismo, invece lei ci insegna che con l’aiuto di Gesù possiamo sempre trasformare le cose infauste che tutti i giorni ci capitano in momenti di gioia, se li vediamo sempre finalizzati all’incontro con Gesù.

D. – Voleva diventare tanto una missionaria. La sua vita purtroppo andò in un’altra direzione, ma in un certo senso fu allo stesso tempo anche una missionaria…

R. – Sì, dal suo letto di sofferenze ha sempre guardato al punto che per lei era centrale, quello di diventare missionaria. Ma missionaria lo è diventata, perché presso di lei affluiva – dato che la fama di santità ha cominciato a circondarla da giovane – tanta, tanta gente.

Lei riceveva tutte queste persone e parlava loro in un modo che sembrava molto strano per una giovane contadina non istruita. Poi, nel suo ricchissimo epistolario fatto di centinaia di lettere, che scriveva un po’ a tutti, parlava sempre della diffusione dell’amore di Gesù e quindi delle missioni.

D. – Si parla spesso dei sogni di Anna Schäffer. Di che si tratta?

R. – Sì, lei sognava e vedeva quello che poi le sarebbe accaduto. Quindi, attraverso questi sogni lei ha purificato il suo animo fino ad entrare in uno stato di particolare unione con il Signore.

La gente si accorgeva di come lei fosse veramente in unione con il Signore, anche dal suo viso che era l’unica parte del corpo che sorrideva ed era felice, mentre il resto era tutto una ferita. Quindi, si capiva questa unione che aveva con Dio.

D. – Anna morì nel 1925. Ad oggi è una figura conosciuta, soprattutto in Germania?

R. – Sì, è molto conosciuta naturalmente nella diocesi di Ratisbona e in tutta la Baviera. Molti pellegrini vengono anche da Paesi vicini, specialmente dall’Austria e dalla Svizzera.

Si è già visto quando è stata dichiarata beata, nel marzo del ’99, che è venuta molta, molta gente per questa umilissima giovane, che ha vissuto davvero una vita di tanta sofferenza.

D. – C’è una definizione che le piace associare ad Anna Schäffer ?

R. – La sua conformità alla volontà di Dio, che era abituale in lei.

(Fonte: http://it.radiovaticana.va/storico/2012/10/20/domani_la_canonizzazione_di_anna_sch%C3%A4ffer_la_malattia_come_via_per_ab/it1-631487)

Posted in Santi dei giorni nostri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

«Vi è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere, ed abbastanza oscurità per quelli che sono in una disposizione contraria»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/03/2017

Prendetevi del tempo per gustarvi la storia struggente e forte di Takashi Nagai, padre di famiglia e medico giapponese convertito al cattolicesimo, sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki, morto in odore di santità per le conseguenze delle radiazioni.

Takashi Nagai nacque nel febbraio del 1908 a Isumo (vicino a Nagasaki) in Giappone, in una famiglia di cinque figli di religione scintoista. Dimostrando una spiccata attitudine per gli studi, il padre, esperto di medicina orientale, gli trasmette la passione per questa disciplina e, nel 1928, Takashi si iscrive alla Facoltà di Medicina.
Racconta nel suo diario: «fin dagli studi liceali ero diventato prigioniero del materialismo […]; alla Facoltà di medicina mi fecero sezionare cadaveri: la struttura meravigliosa del corpo, l’organizzazione minuziosa delle sue minime parti, tutto ciò provocava in me ammirazione. L’anima? Un fantasma inventato da impostori per ingannare la gente semplice».

Nel 1930 sua madre subisce un colpo apoplettico e, senza poter parlare, gli rivolge un ultimo sguardo: per Takashi l’addio della madre segna una svolta determinante nella sua vita. «Quella donna —scrive Nagai— che non si era mai concessa un istante di tregua nel suo amore per me, negli ultimi istanti di vita mi parlò molto chiaramente. Il suo sguardo mi diceva che lo spirito umano continua a vivere dopo la morte. Tutto ciò era un’intuizione, un’intuizione che aveva il sapore della verità».

Il futuro medico giapponese inizia così a leggere Pascal e rimane colpito dalla sua fede di scienziato: decide di provare a conoscere la religione cattolica, allo stesso modo con cui normalmente si verificano in laboratorio le ipotesi. Cerca e trova una famiglia cattolica che lo ospiti durante gli studi: i coniugi Moriyama, umili fattori, famiglia cattolica da 250 anni, che hanno una figlia, Midori. Tutti e tre i componenti della famiglia iniziano subito a pregare per la sua conversione.

Nel 1932 il giovane studente, colpito da un’otite, diventa sordo dall’orecchio destro: deve dire addio alla medicina ordinaria, non può più usare lo stetoscopio. Si rivolge allora con entusiasmo alla radiologia, agli esordi nel suo paese, e intuisce subito che questa nuova scienza sarà fondamentale per la diagnostica. Lo stesso anno, la notte di Natale del 1932 è invitato dal sig. Moriyama a partecipare alla S. Messa di mezzanotte in cattedrale: «Non potrà mai credere, se non verrà a pregare in chiesa».

La sua conversione e il battesimo con il nome di Paolo (in onore di San Paolo Miki), avverranno però solo nel giugno del 1934, dopo altre vicende che segneranno la sua vita: salva la vita a Midori, colpita da appendicite acuta e in pericolo di vita, viene reclutato nell’esercito e inviato in Manchuria (Cina) a combattere: porta però con sé un piccolo catechismo regalatogli Midori.

Torna in Giappone, provato e sconvolto dalla guerra. Entrato per la seconda volta nella cattedrale di Nagasaki, incontra un sacerdote giapponese che lo ascolta per lungo tempo e lo conforta. Legge di nuovo Pascal e si sofferma su un pensiero: «vi è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere, ed abbastanza oscurità per quelli che sono in una disposizione contraria». Adesso Takashi non ha più dubbi sulla sua chiamata al cattolicesimo.

Sposa Midori nel settembre del 1934 e la rende consapevole dei rischi corsi nella sua attività medica (i radiologi dell’epoca non avevano i mezzi per proteggersi dai raggi X adeguatamente); la moglie lo sostiene e condivide tutte le sue scelte.  «Il compito del medico —scrive il dott. Nagai— è quello di soffrire e di rallegrarsi con i suoi pazienti, di sforzarsi di diminuire le loro sofferenze, come se fossero le sue proprie […]. In fin dei conti, non è il medico che guarisce l’ammalato, ma la volontà di Dio. Una volta che si è capito questo, la diagnosi medica ingenera la preghiera».

Dal giugno del 1937 al marzo del 1940 Nagai è di nuovo coinvolto nella guerra cino-giapponese. È un medico militare eroico: la sua abnegazione è totale ed è per tutti: soldati giapponesi e cinesi, uomini, donne, bambini e anziani, vittime di carneficine orribili. Rientrato in Giappone scopre da solo sulle sue mani i primi segni di una malattia derivata dalle esposizioni ai raggi X.

Lavora sempre di più (negli ultimi tempi trascorre giorno e notte facendo radiografie ai feriti dei bombardamenti e salvando in questo modo molte vite umane, senza mai tirarsi indietro); è sovente spossato e, solo quando è sfinito, si chiude nel suo ufficio, recita il rosario guardando la statua della Vergine Maria, ritrovando così la sua pace interiore.

Nel giugno del 1945 si fa un’auto diagnosi: leucemia con ipertrofia della milza: durata della vita 3 anni. «Signore —così accoglie la notizia della sua malattia— non sono che un servo inutile. Proteggi Midori e i nostri due figli. Avvenga di me quello che Tu vuoi». La mattina dopo, ricevuto il sostegno della moglie, è al lavoro come sempre, pieno di nuova forza e con il sorriso che lo accompagnerà e lo distinguerà sempre.

Il 9 agosto del 1945 è una giornata con un cielo perfettamente nitido; ma siamo ormai ai drammatici esiti finali della Seconda guerra mondiale: improvvisamente esplode la bomba atomica sul quartiere cattolico a nord di Nagasaki, Urakami. Muiono 8000 cristiani. La cattedrale, affollata di fedeli, è distrutta. Era la comunità cattolica più importate e numerosa dell’Estremo Oriente.

Nagai, Preside della Facoltà di medicina, lavora nel suo laboratorio a 700 metri dal centro dell’esplosione: è una visione apocalittica. È ferito, ma lavora senza sosta per soccorrere i feriti, non si ferma nemmeno un attimo. L’11 agosto ritrova la sua casa ridotta in cenere, recupera i resti carbonizzati della moglie (i due figli erano in montagna con la nonna al sicuro); nelle ossa della mano destra della moglie trova intatto il suo rosario, che brilla nella polvere: «Dio mio —prega il marito tra le lacrime— ti ringrazio di averle permesso di morire pregando. Maria, madre del dolore, ti ringrazio di averla accompagnata nell’ora della morte».

Moribondo a settembre, perché le radiazioni della bomba atomica hanno aggravato il suo male, Takashi si affida al Signore. Gli viene portata dall’acqua di Lourdes e prega Massimiliano Kolbe (proclamato beato nel 1971 e santo nel 1982). Esce dal semicoma la mattina dopo. Il protarsi di 6 anni di vita, nonostante la diagnosi di morte sicura della sua malattia, verrà attribuita da Takashi all’intercessione di Massimiliano Kolbe.

Il medico radiologo diventa un “esempio vivente”: invita a perdonare immediatamente e incoraggia tutti a credere nella Provvidenza Divina che trae sempre il bene dal male; torna per primo a vivere nel quartiere distrutto, costruendosi una capanna con delle lamiere nel luogo una volta c’era casa sua, e lì ritrova il Crocifisso di famiglia: «mi è stato tolto tutto, dice; ho ritrovato solo questo crocifisso».

In occasione di una Messa da Requiem gli viene chiesto di prendere la parola: «Nagasaki — dice ai suoi concittadini — non era forse la vittima scelta, l’agnello immolato, olocausto offerto sull’altare del sacrificio, morta per i peccati di tutte le nazioni, durante la seconda guerra mondiale? Siamo riconoscenti che Nagasaki sia stata scelta per tale olocausto! Siamo riconoscenti perchè, attraverso questo sacrificio, la pace è stata data al mondo e la libertà religiosa al Giappone».

Nella primavera del 1947 Nagai si aggrava e deve mettersi a letto. Lascia la professione, ma decide di mettersi a scrivere: «la mia testa funziona ancora», si dice. «Gli occhi, le mani e le dita sono ancora in buono stato». Il primo scritto è per i suoi figli, ancora piccoli: «Miei cari figli, amate il vostro prossimo come voi stessi. Ecco il motto che vi lascio. Con esso comincerò questo scritto, probabilmente lo finirò con esso e sempre con esso riassumerò».

Pubblica in quattro anni quindici  volumi; scrive di notte perché fin dalla mattina riceve visitatori: «mi disturbano — scrive nel suo diario — ma poiché hanno al gentilezza di venire, non devo provare a versare un po’ di gioia nel loro cuore e a parlar loro della nostra speranza cattolica? Non posso mandarli via»; ma allo stesso tempo afferma che «anche i malati devono lavorare con tutta la loro forza».

Nei suoi libri offre un resoconto di quanto accaduto nell’esplosione atomica, attraverso la sua esperienza e la sua competenza. Considera ormai la sua vocazione quella di propagare il messaggio cristiano attraverso il quale soltanto si può trovare ed instaurare una pace duratura. I suoi libri dal 1948 si leggono ovunque in Giappone e hanno contribuito notevolmente all’educazione sociale e all’evangelizzazione del suo paese.

Nel best seller “Le campane di Nagasaki” (da cui è stato tratto un film), si chiede: «l’umanità sarà felice nell’era atomica, oppure misera? Di quest’arma a doppio taglio nascosta da Dio nell’universo ed ora scoperta dall’uomo, che farne? Un buon uso farebbe progredire a grandi passi la civiltà; un cattivo uso distruggerebbe il mondo. La decisione sta nel libero volere dell’uomo. Egli tiene in mano il proprio destino. Pensandoci, ci si sente assaliti dal terrore e, per conto mio, credo che un vero spirito religioso sia l’unica garanzia in questo campo… In ginocchio nella cenere del deserto atomico, preghiamo perchè Urakami sia l’ultima vittima della bomba. La campana suona… O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te».

Nel marzo del 1951 il suo stato di salute si fa preoccupante ma non gli fa perdere il suo buonumore. Nell’aprile di quello stesso anno Nagai riesce a terminare il suo ultimo libro. Il 1° maggio, il primo giorno del mese dedicato a Maria, Takashi Paolo muore a 43 anni per un’emorragia celebrale, tenendo in mano il Crocifisso di famiglia. Al suo funerale accorre una folla immensa, in un corteo che dalla cattedrale (ricostruita) si muove con molta difficoltà per raggiungere il cimitero. L’anno dopo è già inaugurato il “Nagai Memorial Museum”, visitato ogni anno da 150 mila persone.

Maestro di “spiritualità della pace”, definito il “Gandhi giapponese”, Takashi (che in giapponese significa “nobiltà”) ha vissuto l’ideale cristiano dell’amore verso il prossimo annullando davvero se stesso.

Il “santo di Urakami” o il “santo di Nagasaki”, come era già chiamato in vita, fu esempio di umiltà nella ricerca appassionata della verità, di abnegazione e di spirito di sacrificio. Ha voluto porre come epitaffio sulla sua tomba la frase evangelica che forse sintetizza al meglio il suo atteggiamento nella vita: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quel che dovevamo fare» (Lc 17,10).

Fonte Portate DISF – Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede – http://disf.org/

Posted in Santi dei giorni nostri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Ho fatto questo salto e ho trovato il mio tesoro…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/09/2016

Sister Serena, è sufficiente chiamarla così. L’abito bianco bordato di azzurro delle Missionarie della Carità lo indossa da quasi 40 anni.

Milanese, ha vissuto nelle case delle suore di Madre Teresa in Italia e in Spagna, in Russia e in Mongolia, a Calcutta, in Venezuela.

Ha conosciuto e vissuto con Madre Teresa, ne è testimone, con semplicità e chiarezza.

E’ lei l’ospite di Soul su TV2000 domenica 4 settembre, il giorno della canonizzazione della “santa dei poveri”.


Credo fermamente che siamo chiamati dal grembo materno; tutti quanti abbiamo una vocazione che nasce dal grembo materno. E’ nostro compito riconoscerla e questo non è sempre facile, io ci ho messo parecchio tempo, anche se Signore ci dà delle indicazioni. E’ un po’ come una caccia al tesoro che agli angoli delle strade trovi un’indicazione.

La prima indicazione è stata quella del desiderio di servizio ai poveri. Non era sufficiente dare il superfluo ma dovevo dare il mio tempo.

Fui missionaria ma la relazione tra missionario e povero era sempre dall’alto al basso. Il missionario era colui che aveva potere, denaro e capacità di aiutare e il povero era quello che accettava e non mi piaceva eccessivamente.

Poi ho capito improvvisamente che c’era per me un’altra chiamata, entrare nella congregazione. Difficile per me spiegare come, ma era chiara la chiamata, non c’erano dubbi, il fatto che il mio rifiuto fosse forte dimostrava che la chiamata c’era.

Ho fatto questo salto nel vuoto e ho trovato il mio tesoro…

Non siamo tanto fuori dal mondo, siamo contemplative nel cuore del mondo, viviamo in mezzo ai problemi del mondo, non ci esoneriamo, direi che in qualche modo li prendiamo su di noi ma il modo in cui li risolviamo è diverso.

Così risolviamo la povertà: preghiera, sacrificio e condivisione.

La prima volta che l’ho incontrata [Madre Teresa] ero a Londra per imparare l’inglese, lingua della congregazione. Non sapevo l’inglese, la Madre fece domande semplici e poi ha comiciato a parlare delo nostro spirito, a un certo punto l’ho fermata perché capivo tutto e non ci credevo. E lei… Si perché la Madre parla con la semplicità del Vangelo.

La Madre non solo parlava con le parole di Gesù ma agiva con le azioni di Gesù.

L’ultima volta che l’ho vista mi ha fatto sentire la figlia prediletta. Tutti avevano questa sensazione, ci sentivamo particolarmente amati.

Madre Teresa è stata una Madre, ed è qualcuno che vive ancora vicino a me.

Il carisma di Madre Teresa: noi non siamo assistenti sociali; il fine della nostra congregazione è quello di saziare la sete di Gesù per amore e per le anime.

Amando i poveri tra i poveri saziamo la sete di Gesù. Questo è il mezzo…

Nella misura in cui sono consapevole della mia povertà, Gesù mi può usare. Se tutto il mondo si rendesse conto di ciò, sarebbe un Paradiso.

Molti poveri potrebbero testimoniare di averla vista materialmente presente in mezzo a loro…

Noi non vogliamo risolvere nessun problema; la povertà non la risolveremo mai, Gesù ha detto i poveri li avrete sempre con voi.

La sofferenza non è un tormento, non è un dramma, bisogna trovare il significato di questo dolore. Se troviamo il significato ci sentiamo privilegiati. Bisogna credere nel Paradiso e noi siamo qui per questo.

La verità è una ma non imponiamo la nostra fede a nessuno. La Madre diceva: io insegno ad amare, e questo vogliamo fare noi.

La santità dei santi è come la parte che galleggia degli iceberg, quello che appare in superficie è molto limitato.

Posted in Santi dei giorni nostri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

«Mi chiedono dov’è Dio nel dolore? Balbetto rispondendo: è nel dolore.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/08/2016


Mi chiedono dov’è Dio nel dolore? Balbetto rispondendo: è nel dolore. È l’uomo dei dolori.Non posso teorizzare davanti al dolore, sarebbe uno sfregio stare qui con la mano che regge una testa che pretende di essere colta e blaterare risposte in difesa di Dio, mentre c’è qualcuno che soffre. Difendo Dio facendo quello che posso fare.

Quando ho iniziato a studiare teologia, ho pensato che fosse una parola su Dio, una parola in difesa di Dio… col tempo ho imparato che su Dio abbiamo ben poco da dire, che Dio non ha bisogno delle nostre difese… ho imparato dal libro di Giobbe che chi difende Dio a spese dell’uomo offende l’uomo e Dio allo stesso tempo!…

La teologia è una parola di Dio per l’uomo. È il Dio che si fa vicino alla storia senza snaturarla, senza schiacciare la sua evoluzione, senza causare l’involuzione della volontà dell’uomo. La teologia non è la difesa di Dio, non è una teodicea che ad ogni costo vorrebbe mantenere pulite le mani di Dio. La teologia è la testimonianza del Dio che ha sporcato le sue mani, del Dio dalle mani bucate, del Dio che non spiega il dolore ma lo assume, del Dio che si manifesta non tanto all’uomo quanto nell’uomo. Nell’uomo Cristo. E in ogni uomo che imita Cristo.

Dio si manifesta nel dolore quando lo consoliamo.

Dio si manifesta nelle lacrime quando le asciughiamo.

Dio si manifesta nel male quando lo rifiutiamo.

Dio si manifesta nel bene quando lo facciamo.

Dio si manifesta nel silenzio quando parliamo.

Siamo le sue mani, siamo i suoi piedi, siamo il corpo sofferente e consolante di Cristo. Siamo il seme che muore e la primizia della risurrezione.

Dov’è Dio nel dolore? – forza, alzati, fai quello che puoi. Sei sacramento di Dio nel mondo, del Risorto che ha vinto e in te vince il dolore, il peccato e la morte.

(Robert Cheaib http://www.theologhia.com/2016/08/dove-dio.html)

Posted in Attualità, Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | 1 Comment »

“Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/01/2015

“Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti”, affermava Papa Francesco all’udienza generale del 5 giugno 2013, e ce lo ripete spesso, perché sa che è tanto facile assuefarci al pensiero dominante che censura, rimuove, ogni riferimento a certe persone scomode che nessuno vuole vedere.

carceratoI “matti” sono tra questi, e ancor più i “matti pericolosi“.

Non sono passati neanche due mesi dalla morte di Valentino, il figlio di una nostra amica di famiglia, schizofrenico, pericoloso, e il silenzioso quanto feroce dolore di questa madre, è così forte da rendermi incapace di dire parole, che risulterebbero inadeguate, stonate, fuori luogo. E così prego, li ricordo nel Rosario, li porto con me nell’Eucaristia, sto lì ad ascoltare come un broccolo che non sa cosa dire…

Pensavo proprio a Valentino (per la cui anima e per la cui mamma vi invito a pregare insieme a me) quando nella mailbox è apparsa la newsletter del blog “Diario di un ergastolano” che seguo sempre con interesse e a volte qualche lacrima, spesso più di qualche lacrima.

Parla di un “matto” come Valentino, uno scartato tra gli scartati la cui storia voglio condividere qui con voi.

Ve la propongo così com’è, senza aggiungere nulla, se non l’invito a pregare, a offrire Rosari, Comunioni, per quegli scartati di cui parla, ricordandoci le parole di Gesù: “Ero nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” – Matteo 25,36.

Se non possiamo di persona, “visitiamoli” almeno con la nostra preghiera.

Non so perché, ma penso che le brutte notizie in carcere fanno più male che fuori.

carcerato02

Particolare di un mosaico della Chiesa di Zale, Ljubljiana, Slovenia.

Oggi ho letto questa notizia sulla rassegna stampa:

“Ha aspettato la fine dei controlli giornalieri. Ha scambiato due parole con un infermiere e ha guardato gli agenti e il personale allontanarsi dalla cella. Poi, una volta rimasto solo, si è tolto la maglietta intima e l’ha trasformata in un cappio da legare alle sbarre della cella. Così un uomo, un italiano di circa 50 anni, si è tolto la vita all’Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dove era rinchiuso da tempo. È successo nei primi giorni di gennaio, almeno due settimane fa, anche se la notizia è emersa ed è stata confermata solo in questi giorni.” (Il Fatto Quotidiano, G. Zaccariello)

E chissà perché quando muore un “matto” in carcere, che le persone perbene chiamano ospedali psichiatrici, mi arrabbio di più. Forse perché nelle carceri ci si finisce perché lo vuoi tu o lo vuole la tua vita, invece nei manicomi ci vai da innocente, perché lo vuole Dio, o la natura per lui. Forse semplicemente quando muore un matto in carcere mi ricordo di quella volta, appena ventenne, che mi mandarono al manicomio di Montelupo Fiorentino dove mi riempirono di pugni nel cuore e calci nel corpo e mi legarono per lungo tempo al letto di contenzione.

Fu lì che conobbi Concetto. Chissà se è ancora vivo. Non penso, almeno lo spero per lui. Probabilmente, a quest’ora, per sua fortuna, sarà nel paradiso dei matti. Spero solo che non sia morto legato nel letto di contenzione o con la camicia di forza.

Mi ricordo che Concetto per il carcere dei matti era un osso duro. E gli operatori del manicomio potevano fare ben poco contro di lui perché lui non aveva più né sogni, né speranze. D’altronde non ne aveva quasi mai avuti. Non c’era con la testa. Era quasi tutto cuore e poco cervello, ma era buono e dolce come lo sanno essere solo i matti. Non parlava quasi mai con nessuno. Lo faceva solo con me. Mi ricordo che Concetto viveva di poco e di niente. Il mondo non lo interessava più. Il mondo lo aveva rifiutato e lui aveva rifiutato il mondo. Non gli interessava neppure più la libertà perché lui ormai si sentiva libero di suo. E non dava confidenza a nessuno, ma non gli sfuggiva niente. Concetto mi aveva raccontato che era cresciuto da solo. Senza nessuno. Prima in compagnia delle suore. Poi dei preti. La sua infanzia non era stata bella. Non aveva mai avuto famiglia. Nessuno lo aveva mai voluto. Nessuno aveva mai voluto stare con lui. Fin da bambino aveva imparato a tenersi compagnia da solo. Solo con il suo cuore. E con la sua pazzia. Neppure il carcere lo aveva voluto. E lo avevano mandato al manicomio. Si era sempre rifiutato di sottomettersi alla vita e al mondo. E dopo si era rifiutato di sottomettersi all’Assassino dei Sogni dei matti, per questo lo tenevano quasi sempre legato. Tutti pensavano che fosse pazzo da legare. Lo pensava pure lui. Io invece non l’ho mai pensato. E non l’ho mai dimenticato nonostante siano passati quarant’anni. Nel suo sguardo non c’era nessuna cattiveria come vedo spesso anche adesso nelle persone “normali”.

Spero che chiudano molto presto gli Opg perché non sono altro che luoghi di tortura. E chissà quanti Concetti ci saranno ancora dentro quelle mura.

Carmelo Musumeci, Carcere di Padova, gennaio 2015

Fonte: http://www.carmelomusumeci.com/

Posted in Attualità | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

“Non posso stare tutti i giorni a piangere perché non ho tempo. Vado avanti: testa bassa e tanta forza nel Signore”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/12/2014

La storia di Annamaria Bartolini, un marito e due figli disabili e tanta forza nella fede.

Mi dice dove ha trovato tutto il coraggio e la forza? – chiede l’intervistatore…

Nella fede, noi siamo stati a Lourdes quattro volte (…) Mio marito è pieno di preghiera, prega in continuazione. Anche i ragazzi… Sono sincera, siamo fra i pochi che andiamo come famiglia tutte le domeniche in chiesa…

Lui si sentiva sempre più debole, però io gli ho voluto bene e anche oggi gliene voglio tantissimo

I ragazzi mi tengono viva, li saluto perché gli voglio un bene dell’anima, sono una parte di me

Ci sono stati momenti difficili in cui ha detto: io non ce la faccio?

Si, ma mi metto in camera mia e le due lacrime le devo fare e… mi chiudo in camera e prego. La Madonna di Lourdes ci ha aiutato tanto…

Alcune mamme dicono: Nostro Signore ci ha dato questa disgrazia, io non credo più.

No!

Secondo me nostro Signore ha già programmato la tua vita da quando nasci, sa che può fare affidamento su di te e puoi andare, puoi andare tranquillo con la forza del Signore, della preghiera e della Madonna.

 

Posted in Attualità, Testimonianze | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Prego affinché Dio mi lasci la forza che oggi ho per portarla questa Croce perché ormai so che è mia…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/12/2014

Giusy Versace non è solo la vincitrice di Ballando con le stelle 2014 ma una donna dietro al cui coraggio c’è una fede profonda, una donna che oggi è di ispirazione per molti che vivono sfide e sofferenze.

La sua storia a TV2000

Stare a Lourdes è stato intanto un primo passo perché avevo promesso che sarei andata lì a ringraziare, ed è stato lì anche che ho trovato le risposte alle tante domande che spesso mi facevo e che oggi quasi non mi faccio più.

La prima cosa che ho detto è stata grazie!

Perché a me? Perché mi hai mandato questa Croce? – Come se qualcuno all’orecchio mi girasse la domanda… – Perché non a te?

Ho imparato a non chiedermi più – perché a me – ho capito che non sono migliore degli altri. Le mie preghiere sono diverse. Prego affinché Dio mi lasci la forza che oggi ho per portarla questa Croce perché ormai so che è mia…

Grazie Giusy perché ci insegni che, con l’aiuto di Dio, per le mani di Maria sua Madre, si può portare la Croce, con un gran sorriso…

Per conoscere la ONLUS nata da un’idea di Giusy, e le sue attività, clicca su ONLUS DISABILI NO LIMITS

 

Posted in Attualità | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

“All’inizio volevo dirgliene quattro (…) poi ho capito che Lui ‘carica’ la croce su chi può sopportarla”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/10/2014

Filippo02
La storia è semplice e drammatica. Filippo, 30 anni, sposato con Anna, in attesa di un bambino, impegnato nelle Sentinelle del Mattino, attivissimo nell’Oratorio, se ne va in un mese per un tumore fulminante all’addome.

“Una storia drammatica, emozionante, sconvolgente” scrive nella sua prefazione il vescovo Franco Brambilla. Una storia che Ilaria Nava ha ricostruito attraverso le voci, gli SMS, i messaggi su Facebook dei protagonisti: i parenti, gli amici, i ragazzi che Filippo seguiva e di cui era confidente e sostegno; e soprattutto Anna, la moglie di Filippo, che ha dato alla luce Luca un mese dopo che Filippo se ne era andato.

Filippo01“La prima volta che sono arrivata a Verbania, inviata dal settimanale Credere, che mi aveva chiesto di scrivere un articolo su questa storia avevo un po’ di timore di incontrarti” scrive l’autrice nei ringraziamenti. “Mai mi sarei aspettata di trovare una persona così sorridente e accogliente, ti sei subito aperta con me, una perfetta sconosciuta anche se ti costava”.

Credo sia difficile leggere questo libro (“Volevo dirgliene quattro…” , San Paolo, 120 pag. € 10.00) senza commuoversi. Chi scrive non c’è riuscito. Perché sono toccanti l’eroismo, la fede, la semplicità dell’accettazione di un evento così apparentemente ingiusto e crudele. Mi sono venuti in mente i versi di Ada Negrini “Atto d’amore”:

“Or Dio – che sempre amai – t’amo sapendo di amarti;
e l’ineffabile certezza che tutto fu giustizia,
anche il dolore,
tutto fu bene, anche il mio male,
tutto tu fosti e sei per me,
mi fa tremante di una gioia più grande della morte”.

Un’accettazione dolorosa, un abbandono totale.

Filippo03All’inizio non fu così. In ospedale Filippo ricevette la visita di don Fabrizio, sacerdote e amico. Gli portò l’ostia; ma la lasciò sul comodino, affinché Filippo potesse fare l’adorazione eucaristica. E poi gli chiese, via messaggio: “Come è andata la chiacchierata con il capo?”. La risposta è il titolo del libro: “All’inizio volevo dirgliene quattro…”. Il messaggio continua: “Poi ho capito che Lui ‘carica’ la croce su chi può sopportarla (anche se ne facevo a meno :-)). Quindi gli ho affidato tutto me, il piccolo e Anna”.

E c’è un’altra mail, misteriosa, in questa storia. La trova Anna, tornando a casa una sera dall’ospedale; e la stampa e la porta a Filippo la mattina seguente.

“Chiedervi il perché di quello che vi sta succedendo il più delle volte vi farà impazzire. Non avrete mai una risposta ai vostri perché, almeno finché siete su questa terra. Alcune cose sono più grandi di noi. Quello che vi consiglio è di chiedere a Dio di accettare e di accogliere nella vostra vita questo cammino che avete davanti, ovunque vi porterà, e io pregherò per voi perché riusciate a compiere questo passo”.

Filippo e Anna decidono di seguire il consiglio, e cominciano a pregare insieme, in ospedale, come facevano prima del ricovero. “Anna non riesce ancora oggi a ricordare chi sia stato il mittente di quella mail. Non troverà mai più il foglio su cui l’aveva stampata, né riuscirà a rintracciarne il testo cercando nella sua casella di posta elettronica”, scrive Ilaria Nava.

Un storia semplice, di una santità estrema, vissuta come diceva Benedetto XVI: “I santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, non saranno mai canonizzate, sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede”.

(di M. Tosatti)

Posted in Santi dei giorni nostri, Testimonianze | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

Sorda, cieca, paralizzata, dettava lettere di speranza per chi soffriva

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/03/2014

A uno sguardo superficiale può sembrare una storia triste. In realtà è una breve vita di un’anima bella e luminosa, che ha lasciato dietro di sé una scia di santità che ancora di vede e si sente…

Benedetta Bianchi Porro


In 2 minuti le uniche immagini video di Benedetta Bianchi Porro e alcune testimonianze della venerabile

Benedetta

Vi invito a consultare il suo sito http://www.benedetta.it dove si possono scaricare le sue meravigliose lettere.

Posted in Santi dei giorni nostri | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | Leave a Comment »

La buona battaglia

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/11/2013

Ho appena finito di leggere un libro.

Uno di quei libri che non trovi facilmente nelle librerie, anzi, non lo trovi affatto, purtroppo. Si intitola “La buona battaglia” ed è stato scritto da Susanna Bo, un’illustre sconosciuta che, man mano che leggevo, mi convinceva sempre di più di ciò che scriveva in modo chiaro, vero, migliore, molto migliore di quello di molti best-sellers di oggi.

E’ uno di quei libri che lasciano il segno…

All’inizio mi ha incuriosito perché lo stava leggendo una cara amica e collega, su consiglio di un sacerdote alle cui catechesi ci siamo nutriti entrambi, il mitico don Fabio Rosini dei Dieci Comandamenti.

susanna02

Rosa, così si chiama la mia collega, ogni mattina mi raccontava entusiasta un passo che l’aveva particolarmente colpita del libro, un libro che aveva fatto ridere e poi piangere e in alcuni momenti ridere e piangere allo stesso tempo molti lettori, e che ne rimaneva così sconvolta ed edificata da volerne regalare diverse copie ai suoi amici.

Ne prendi una anche per me? – è stata la mia richiesta, e dopo pochi giorni tornando dalle ferie, una copia di “LA BUONA BATTAGLIA” troneggiava sulla mia scrivania in attesa di essere letta..

E ha dovuto aspettare un paio di mesi, i due mesi più intensi dell’anno, trascorsi nel tentativo di gestire l’Alzheimer galoppante di mia zia, tra i doveri di marito, padre, lavoratore, che nel frattempo continuavano a frullarmi nel minipimer quotidiano della mia vita

Dio parla attraverso i canali più disparati, anche attraverso un libro, un libro denso, di una donna di fede che racconta suo marito, la sua malattia e morte, nella battaglia quotidiana tra la propria umanità e la necessità di affidare e affidarsi veramente del tutto a Dio.

Avendo assistito prima mia madre, poi mio padre morenti e in questo periodo mia zia con una forma avanzata di Alzheimer, ho finito con l’identificarmi con le dinamiche dell’autrice, e Dio solo sa quanto mi è stata utile, e quanto mi è utile, per vivere la sfida della sofferenza, nella fede.

Oggi, gironzolando per la rete ho scoperto che Susi (non la conosco personalmente ma dopo aver letto la sua storia non riuscirei mai a chiamarla Su-san-na-Bo) ha un blog: www.susannabo.it

Lascio a lei la parola perché più scrivo e più mi rendo conto che non riuscirei mai a dire ciò che lei scrive e nel modo in cui solo lei sa scrivere.

Susanna01Una volta ho letto che uno scrittore è una persona che scrive perché ha qualcosa da dire, altrimenti è solo un tizio che scrive per dire qualcosa.

Dev’essere per questo motivo che ho campato tranquillamente fino a 31 anni senza mai avvertire il bisogno sfrenato di darmi alla letteratura; essendo fra l’altro ligure, il risparmiare carta e inchiostro nella coscienza di non avere alcuna storia da raccontare mi è sempre sembrata una scelta quanto mai ovvia (si sa che noi liguri diamo un certo valore alla parola “risparmio”).

Poi, per la disgrazia di chi mi vive accanto, quella storia (vera) da raccontare è arrivata. L’ho intitolata “La buona battaglia”, nella speranza che San Paolo non mi chieda mai i diritti d’autore sul titolo. E di tutto quello che dirò da adesso con l’unico scopo di farmi pubblicità e di spingervi a comprare il mio libro, posso assicuravi che almeno una cosa è vera: è stato impossibile non scriverlo.

02corpotempiodellospiritoMi rendo perfettamente conto che non aver dato alla luce questo libro forse non sarebbe stata una perdita per l’umanità. Ma probabilmente lo sarebbe stata per due sue rappresentanti che rispondono al nome di Anna e Rachele, le figlie del protagonista maschile (e dell’autrice della storia, vabbè, dai diciamolo: alla fine ho ceduto alla tentazione del romanzo autobiografico).

Perché Anna e Rachele, senza “La buona battaglia”, forse non avrebbero mai saputo davvero chi era il loro papà; quali erano i suoi gusti, le sue passioni, i suoi difetti, perché diceva sempre che tutti gli ingegneri sono degli emeriti imbecilli pur essendo anche lui uno di loro; e soprattutto come avesse potuto, a 33 anni, morire di tumore senza maledire Dio, la vita o il destino infausto, ma riuscendo sempre, e nonostante tutto, a guardare oltre: a quella Speranza che non delude – quella di cui tutti, credenti e non credenti, abbiamo bisogno – non sottraendosi a quella “buona battaglia” della fede che dà sale alla vita, anche quando questa sembra farsi matrigna.

Bè, perdonatemi se la mia presentazione vi risulterà più che altro un messaggio promozionale per il libro sconosciuto di un’esordiente sconosciuta pubblicata da una casa editrice semi-sconosciuta (Edizioni Chirico, di Napoli). Ma, vedendo quanto ho amato scrivere questa storia, mi è venuto da chiedermi se, per caso, qualcuno prima o poi non avrebbe amato leggerla. Magari mi sono sbagliata. O magari no. (www.susannabo.it)

Io direi che non si è per niente sbagliata…

E voi?

Posted in Famiglia, Spirito e cuore, Testimonianze | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | 2 Comments »