FERMENTI CATTOLICI VIVI

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«Venni toccato proprio in quelle viscere straziate dagli stupri che avevo subìto, scoprii la potenza sanante dell’Eucaristia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/02/2018

Fabio Salvatore riceve migliaia di lettere da quando, nel 2008, è stato pubblicato il suo primo romanzo best seller “Cancro non mi fai paura”.

Molti suoi lettori, che condividevano le fatiche quotidiane del dolore e del male, hanno scelto di raccontarsi a lui, condividendo con coraggio e onestà l’inferno vissuto e la rinascita, grazie all’intervento di Dio nella propria vita.

Tra questi “fattacci” raddrizzati dalla Grazia di Dio ricevuti dall’autore del libro, una brutta storia di violenza e di perdono mi ha particolarmente colpito e la vorrei condividere con voi.

«Come ogni anno eravamo in vacanza: mamma, papà e io, a Fregene, ma quell’anno erano venuti con noi anche gli zii e mio cugino Andrea. Dai miei otto anni non ancora compiuti vedevo come un adulto quel ragazzone alto un metro e ottanta, ma scoprii presto che non era grande come me lo immaginavo.

Dopo le mattinate al mare e il pranzo tutti insieme, i nostri genitori, approfittando dei ritmi rallentati della vacanza, andavano a dormire; e io, che di dormire non ne volevo sapere come tutti i bambini, restavo a leggere e a giocherellare in attesa che tutti si svegliassero per la passeggiata pomeridiana.

In quelle ore di siesta non speravo mai che mio cugino “adulto” mi coinvolgesse in qualche cosa. Gli anni che ci separavano erano come una generazione per noi, in realtà erano praticamente una generazione, ma la cosa mi sembrava del tutto normale. Mi meravigliai infatti quando mi invitò nella sua camera per vedere certi giochi che non conoscevo.

Di fronte alla assoluta novità, non venni minimamente sfiorato dal pensiero di essere in pericolo: era mio cugino. Si, era sempre stato un po’ strano (…) ma era un adulto (almeno ai miei occhi) e io ero tranquillo, nonostante mi stesse mostrando un gioco che non capivo.

Non ne capivo il perché, non capivo dove fosse il divertimento; ne ero così all’oscuro che ricordo come fosse ieri quando gli domandai: “Ma quella roba lì che esce, che cos’è? E come si forma?”. La risposta dell'”adulto” fu: “Col cibo”, e mi chiese di aiutarlo in quel gioco.

Lui era l’adulto, il parente di cui mi fidavo, e mi ritrovai a partecipare a quello strano gioco che non capivo. Continuavo a non capire dove fosse il divertimento. Il giorno dopo e quello dopo ancora mi ripropose quel “gioco” dicendomi che era il nostro segreto; io continuavo a partecipare con tutta l’ingenuità dei miei otto anni non ancora compiuti.

Ogni giorno quel gioco rivelava nuovi aspetti, fino al pomeriggio in cui quello che mi venne chiesto e fatto – il dolore, il disagio, assieme alla delusione e al senso di tradimento, e ancora il dolore, quel dolore fisico e quel disagio interiore che permaneva per giorni e giorni – mi portò alla consapevolezza che non era un bel gioco quello a cui venivo invitato ogni pomeriggio, che non era un gioco affatto.

Ma io tacqui. Tacqui per un anno, sotterrando quella sensazione indecifrabile e indicibile nel silenzio di un bambino solare che aveva cambiato carattere, che cominciava a soffrire di mal di testa e disturbi intestinali pur non avendo alcuna patologia.

Il gastroenterologo e l’internista non capivano che il dolore che avevo sotterrato, come in un vulcano attivo, si scavava delle camere magmatiche attraverso il mio fisico.

L’estate successiva, quei giochi si ripeterono per quindici giorni di seguito, con la partecipazione di un altro cugino che si era unito al gruppo per divertirsi con “quello sciocco che non si rendeva conto di niente”.

Passato qualche mese, il giorno in cui papà mi diede delle risposte sulla sessualità, capii di botto quello che mi era capitato. Ricordo solo che qualche minuto dopo, mentre ero solo in salotto, ebbi un giramento di testa e mi ritrovai sdraiato, ai piedi del divano, e che rimasi in quella posizione, imbambolato, paralizzato (non svenuto, perché ne ricordo perfettamente ogni minuto) per un paio d’ore.

Quando mi ripresi, cominciai a mangiare e mangiare, e mangiai quanto due, ttre, quattro uomini adulti per vomitare tutto e, sfinito, provare finalmente sollievo.

Da quel giorno non permisi più a nessuno di toccarmi per nessun motivo; nemmeno ai miei genitori, che rispettarono questo mio atteggiamento credendo che facesse parte del mio carattere e non sospettando che avrebbe solo amplificato la sofferenza inestricabile e indicibile che sotterravo e congelavo dietro a quei miei sorrisi e al mio carattere apparentemente aperto e gioviale.

Sorridevo, mi comportavo bene, ma mi sentivo strappare dentro, sempre.

La mia vita sociale e famigliare andava avanti come quella di tanti bambini; gli esami di quinta, le medie, un tentativo di suicidio non andato a buon fine, le superiori, i successi scolastici…

Leggevo molto, mangiavo di più e vomitavo ancora di più. Mangiavo, vomitavo e leggevo, e più leggevo e più capivo, ma quel dolore indicibile era stato tacitato per così tanto tempo che pensavo (o forse speravo) di averlo dimenticato.

Pensavo.

Fino a quel giorno in cui venne fuori come un’eruzione dell’Etna. Grazie a Dio, in quei miei travagliati diciannove anni avevo accettato l’invito a partecipare a un gruppo di preghiera del Rinnovamento nello Spirito. Lì accadde quello che pensavo impossibile. Venni toccato proprio in quelle viscere straziate dagli stupri che avevo subìto, scoprii la potenza sanante dell’Eucaristia.

Una psicoterapeuta cristiana – benedetto il giorno in cui l’ho incontrata – oltre a offrirmi un accompagnamento psicologico, mi consigliò di riposare davanti al Santissimo Sacramento e alla Messa quotidiana. Ogni giorno, Eucaristia dopo Eucaristia, il contatto del mio corpo e della mia anima devastati dal male col Corpo e la divinità del Risorto che era passato per la Croce mi portava fuori dal mio sepolcro: Gesù mi prendeva per mano e, ogni giorno, mi tirava fuori di un millimetro, un millimetro fuori dal mio sepolcro, fino al giorno in cui mi ritrovai completamente libero.

E da fuori riordinai la mia vita. Quel giorno capii che per completare il percorso avrei dovuto pregare per i miei abusatori, sebbene rimasi e resto tuttora ben lontano da certe persone che sono per loro natura “urticanti”.

Questa fu la decisione più difficile, che feci in obbedienza al mio direttore spirituale, anche se sentivo solo risentimento, rabbia e frustrazione. Dopo qualche anno mi ritrovai a pregare per loro senza più provare collera.

Ora ho una famiglia meravigliosa, un lavoro invidiabile, e nella misura in cui mi apro alla Grazia, vivo nella pace.

Ancora soffro, vengo ancora colto da attacchi di panico notturni e, se qualcuno allunga una mano per toccarmi, mi prende un colpo, nonostante abbia passato da un po’ i quaranta; ma, dopo una battuta con cui mi scuso dicendo che ero sovrappensiero, prendo la mano del Signore, scavalco le mie paure e non temo più di essere toccato dall’umanità.»

(Tratto da: Buio e Luce, di Fabio Salvatore, San Paolo, 2018, Pagg 67-72, col gentile permesso dell’autore)

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