FERMENTI CATTOLICI VIVI

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Un esercito di automi con la testa bassa e il cuore diviso

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/06/2019

Salgo in macchina, mi infilo nel solito guazzabuglio di mezzi che intoppano ogni giorno la mia città tanto bella quanto trascurata, continuo coi riti automobilistici mattutini; il solito tragitto, la mano destra impegnata col cambio, col Rosario che scorre tra le dita, il solito stop sistematicamente ignorato che mi spinge a fermarmi pur avendo il diritto di precedenza, il solito insulto non detto, domato (non soffocato) dal fluire delle Avemarie che mi accompagna quasi fino al lavoro, la corona riposta nel cassettino, il semaforo davanti al negozio di abbigliamento e la mano parte automaticamente alla ricerca del cellulare che… non c’è!

Cerco nell’altra tasca, nel taschino, nelle tasche interne della giacca, persino in quelle dei pantaloni sapendo benissimo di non trovarlo perché la mia ipocondria mi spinge a tenerlo sempre a qualche centimetro dal corpo. In maniera del tutto irrazionale ripeto la ricerca nelle tasche, piene di tutto tranne che del mio cellulare.

“E adesso?”, mi chiedo, con un sussulto di preoccupazione e di ansia che comincia a scemare non appena salta fuori da qualche cassettino della mia memoria, rimasto chiuso per troppo tempo, il numero di telefono del fisso di casa.

Comincio a organizzare le idee: “Dunque, chiamo casa e poi mia figlia che è al mare e…”, scopro di non sapere a memoria il suo numero. “Ok”, penso, “lo chiederò a mia moglie non appena arriverò in ufficio”.

Nel frattempo entro nel solito bar ordinando il solito latte macchiato senza lattosio. Non potendo soddisfare il riflesso incondizionato di ‘spippolare’ lo smartphone, mi scopro in atteggiamenti a cui mi sto sempre più disabituando come, guardarmi intorno, chiacchierare del più e del meno col barista, pianificare la giornata, la settimana facendo a meno dell’inseparabile app “Pro Memoria”, oppure ascoltare due giovani signore sedute al tavolino alle mie spalle, che si raccontano le loro cose. “Aò, so annata dar dermatologo pe’ sta cosa”, si lamenta una delle due mostrando all’amica il polpaccio grassottello, “e dice che ch’ho ‘na “terenestasia” [forse intendeva una teleangectasia], ma pe’ mme manco esiste, l’ho cercata su Google e nun ce sta!”.

E certo, perché se una cosa non sta su Internet non esiste, se una persona non sta su di un social non esiste, se non aggiorni il tuo status di Whatsapp sei fuori…, e all’improvviso mi sento pervadere da un piacevole e discreto senso di liberazione. Realizzo pian pianino che senza il cellulare posso comunque restare in contatto con le persone che amo, posso programmare di contattare in un secondo momento tutte le altre a cui tengo, e posso tornare a fare cose che tendo a non fare più: guardarmi attorno, ascoltare, parlare, riflettere, progettare, il tutto con un maggiore contatto con me stesso e con l’ambiente che mi circonda “hic et nunc”.

Se oggi ho potuto riappropriarmi di queste dimensioni (con beneficio anche dell’umore), significa che col cellulare sempre in tasca, queste vengono sistematicamente mortificate, quotidianamente soffocate con l’esigenza indotta di essere qui, ma tutto sommato sempre da un’altra parte, divisi tra il “qui” di cui non riusciamo più a godere, e “l’altrove” che urge con le sue notifiche che ci sembrano prioritarie ma che, alla fine, danno solo l’illusione di un mondo che non c’è o che è come ce lo rappresentiamo.

Siamo diventati un esercito di automi con la testa bassa e il cuore diviso tra il “qui” con cui stiamo disimparando a interagire, e un “altrove” fatto di aria fritta che ci appare tanto urgente ma di cui possiamo fare a meno.

Non posso non ricordare, a tal fine, le catechesi che ascoltavo da un caro sacerdote brasiliano che, parlando di vita consacrata, la definiva – citando san Giovanni Paolo II – come una continua tensione a vivere con un cuore indiviso.

Sicuramente non siamo chiamati tutti a una vita di speciale consacrazione ma col Battesimo, che ci riveste di Cristo (cfr. CCC 1243) siamo tutti chiamati a metterlo al centro della nostra vita. E come fare se qualcosa, o qualcuno, ci distoglie quotidianamente dal qui ed ora? E se questo meccanismo che ci tiene con la testa bassa su queste tavolette incantate fosse volto proprio a privarci della possibilità di fare un capolavoro delle nostre vite?

Diceva madre Teresa di Calcutta: “Ieri è passato, domani non so se arriverà, ho solo l’oggi per fare il bene.” Ma se l’oggi lo trascorriamo sempre altrove?

Perché non dimenticare il cellulare a casa ogni tanto correndo il rischio di vivere per davvero?

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Come uscire dall’incantesimo

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/05/2018

 

Oggi ho preso la metropolitana, per tre fermate, un breve tragitto, ma mi è bastato per capire due cose.

All’andata ero seduto su un sedile di una fila di quattro e avevo di fronte a me altre quattro persone. Un gruppetto di otto viaggiatori ed ero l’unico che non aveva uno smartphone tra le mani, l’unico.

Ero un alieno, anzi, un alieno tra gli alieni visto che non leggevo un libro ma ero così “sovversivo” da sgranare un Rosario.

Qualunque cosa facessero quei passeggeri, era probabilmente buona, ma in un attimo mi sono sembrati tutti, come se fossero vittime di un incantesimo che dà l’illusione di una libertà fittizia, incantesimo in cui sono preso anch’io, ma in quelle tre fermate, avevo deciso di starne fuori.

Nel tragitto di ritorno la scena era simile, solo che appena entrato nel vagone, tra tanti passeggeri, tutti da un’altra parte grazie al immancabile smartphone, uno ha attirato la mia attenzione.

Un uomo tra i 45 e i 50 anni, con un caschetto brizzolato, vestito casual, dignitoso, suonava benissimo e cantava ancora meglio canzoni di De Gregori, Bennato, Venditti.

Di musica me ne intendo quantomeno per capire se un musicista è bravo e questo manifestava talento, curato con una certa tecnica, risultando gradevole e simpatico. Non chiedeva nulla ma ogni tanto qualcuno usciva dal torpore dell’incantesimo che ci tiene incollati ai nostri “device” per premiare i due minuti di gioia donata facendo cadere una moneta nel fodero rigido della bella chitarra acustica dell’artista.

La massa continuava indifferente (o fingeva di esserlo perché era davvero bravo); ma vedere che almeno tre o quattro persone avevano messo lo smartphone in tasca mi ha fatto capire due cose.

Condividere sul serio, soluzione alla solitudine di questi tempi.

La prima. Siamo tutti vittime di un incantesimo che, illudendoci di essere liberi permettendoci comunicazioni un tempo impensabili, alla fine ci rende dipendenti da una tavoletta che ha il potere di alienarci dall’ambiente circostante (che senza di noi peggiora, si svuota di noi) e gli uni dagli altri (che solitudine…).

La seconda. Se ne esce condividendo, come ha fatto oggi il musicista col caschetto brizzolato. Lo osservavo e, senza cellulare, facendo ciò che amava in libertà, riceveva il giusto compenso per averlo condiviso, ed era decisamente la persona più libera in quel vagone, insieme a chi si era lasciato catturare dalle sue canzoni.

Quel cantante condivideva il suo talento. Faceva quello che oggi non facciamo più.

E se ogni tanto spegnessimo il cellulare per condividere sul serio quello che siamo e che abbiamo? Oppure – e azzardo l’«eresia» – per pregare?

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