FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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“Signore, ti voglio bene come so voler bene”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/06/2017

Da quando ho aperto questo blog non faccio altro che condividere quanto di edificante incontro nella Chiesa Cattolica. In essa, ciò che mi edifica a Cristo, lo condivido, e questo è l’unico criterio che seguo per decidere cosa pubblicare e come.

Ieri mi sono felicemente imbattuto in un commento illuminato e illuminante di Benedetto XVI al passo del Vangelo in cui Gesù chiede a Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”

Non riesco a smettere di leggerlo (il Vangelo e il commento) e di sentire quella domanda posta a me e alla mia fragile umanità. Lo condivido così come l’ho incontrato sperando che scaldi e sciolga altri cuori così come sta facendo col mio.

[15] Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”.

[16] Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”.

[17] Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle.

[18] In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”.

[19] Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”. (Gv 21,15-19)

Dal sito della Santa Sede:

In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. E’ l’evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro.

Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato.

Gesù domanda a Pietro la prima volta: «Simone… mi ami tu (agapâs-me)” con questo amore totale e incondizionato (cfr Gv 21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se) incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”.

Il Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”.

Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene (filô-se)”.

Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! E’ proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà. Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).

Da quel giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa consapevolezza della propria fragilità; ma questa consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto.

Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale, passando attraverso l’esperienza dolorosa del rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e sappiamo che Gesù è buono e ci accetta.

E’ stato per Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone affidabile, “pietra” della Chiesa, perché costantemente aperto all’azione dello Spirito di Gesù. Pietro stesso si qualificherà come “testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” (1 Pt 5,1).

Quando scriverà queste parole sarà ormai anziano, avviato verso la conclusione della sua vita che sigillerà con il martirio. Sarà in grado, allora, di descrivere la gioia vera e di indicare dove essa può essere attinta: la sorgente è Cristo creduto e amato con la nostra debole ma sincera fede, nonostante la nostra fragilità. Perciò scriverà ai cristiani della sua comunità, e lo dice anche a noi: “Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pt 1,8-9).

(Benedetto XVI)

[Fonte del commento del Papa Emerito: Sito della Santa Sede]

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Una piacevole chiacchierata con un uomo fervente nella fede

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/02/2017

Sono convinto che il caso non esiste e che Patrizia mi sia stata affiancata per guidarmi.

Lei è molto più forte di me e compensa le mie mancanze.

Mi reputo un uomo di provincia che rimane a bocca aperta quando succedono le cose…

L’uomo è stato creato per aspirare a tanto… Il mondo ti sporca, ti devia…

Mi sono reso conto di quanto sono fragile e poi ho avuto modo di conoscere persone come Chiara Amirante, persone che della loro vita hanno fatto un servizio.

Ho fatto un cammino e dal tiepido che ero sono molto più fervente, sebbene ci sia largo margine per migliorare…

Nella canzone “In te (il figlio che non vuoi)”, era l’uomo che chiedeva alla sua compagna: “Tieni il bambino”. A me aveva emozionato e la cantavo. Mi hanno insultato, sputato, fatto di tutto.

Dio per me era un dogma, non una presenza, poi è diventato tale.

Ho fatto esperienza di Dio attraverso la mia curiosità, non mi sono fermato al sentito dire. Mi sono reso conto che Dio è molto più vicino di quello che si pensa.

Attraverso determinati consigli, quelli che ci sono nel Vangelo…

Volti che Dio ha usato: Chiara Amirante e la grande famiglia di Nuovi Orizzonti, persone che rischiavano di morire e oggi accolgono quelli che sono border line.

Anche se non credi, i consigli evangelici sono consigli che portano frutto, non hanno effetti collaterali.

La Chiesa è fatta dagli uomini e gli uomini sono corruttibili, ma è fatta anche dei grandi santi.

Qui, un Nek ventenne che canta la vita in “In te (il figlio che non vuoi)”

 

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Davide! Davide! Davide! Due pagine di Vangelo strappate e, dopo la Camorra e il carcere, la vera vita alla luce della fede

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/03/2014

<<Io lasciavo la campagna di Miano, sempre periferia nord di Napoli, dove tenevo dietro al gregge di mio padre, facevo il pastore delle pecore di mio padre. Da questa pace, da questa tranquillità, da questa natura, nel 1980 vengo trasferito alle vele di Scampia, avevo solo sei anni, il comune ci dava il nuovo alloggio.

Davide_01

Ali Bruciate, il libro che Davide ha scritto con Alessandro Pronzato

Trovarmi di fronte questi grossi palazzoni di cemento è stato veramente avvilente, però non c’è voluto tanto per diventare una cosa, quasi un legame di sangue con questo cemento e quindi cresceva sempre di più in me la voglia, quasi il piacere per il crimine, era una cosa che pian piano mi piaceva proprio e mi era sempre più chiaro che io dovevo fare quello, che io dovevo far parte di quell’ingranaggio criminoso.

Già a dieci anni, i grandi, gli adulti sbagliati diciamo così, si servivano di me, mi facevano trasportare, per dire, delle armi da un quartiere all’altro, si servivano di me perché non davo nell’occhio, allora.

Assisto in televisione all’arresto di mia mamma e questo mi ha segnato tantissimo, Quando vedo questo, ovviamente piango però sento anche dentro di me, prepotente, la voglia e la scelta di ritornare e andare a occupare quel posto che lasciava vuoto da mia mamma, parliamo di andare a occupare il posto di una gestione di una piazza, di una delle piazze di spaccio.

E quindi a quattordici anni mi sono trovato arruolato guadagnando 800.000 lire al giorno. La mia identità io l’ho ritrovata in questo ruolo. Tanti dei miei amici che hanno voluto occupare un gradino più alto, hanno perso la vita, molti sono in carcere. Ecco, vedi la malavita cosa ti riserva? Questo.

Poi subentra la droga, cioè stordirsi, non capire. Fare il camorrista è uno schifo. Poi la camorra è qualcosa di sporco, molto sporco, ha sempre giocato sporco la camorra, che attira soprattutto i giovani. Il vero oro della camorra sono soprattutto i giovani, i ragazzini. Come se li compra? Con il denaro, l’estetismo, la macchina, il motorino, gli orologi, e poi e poi tanti, tanti soldi. non è la vita però a loro basta.

Conta più il boss. Prende posto nelle propria esistenza il capo e per lui si dà anche la vita. E’ quel desiderio che ho provato io nei confronti di chi mi teneva sotto il giogo. Uccidere una persona per il proprio capo è una gratificazione immensa, perché poi il capo te lo fa sapere: “Sei stato bravo, sei stato coraggioso! Che grandezza, che spettacolo! Pensa! Questa è la vita!”, quando loro stanno in disparte, non fanno reati perché vogliono godersi quei tantissimi soldi che hanno guadagnato e fanno fare i reati agli altri, ai ragazzini molto giovani.

Davide_02Però ti posso dire che è stata veramente una brutta cosa, anche perché poi c’è stato l’arresto a sedici anni, con tre giorni, anche perché poi c’è stato l’avvocato “del sistema” che mi ha fatto uscire, e sono ritornato nella vita di sempre, non è cambiato niente, neppure la morte di un ragazzo che avevo conosciuto in questi tre giorni di carcere minorile, a lui la camorra aveva ucciso il padre, lui sapeva chi lo aveva ucciso, voleva vendicare suo padre e dopo una settimana che eravamo usciti insieme dal carcere, la mamma ne denunciava la scomparsa, lupara bianca. Mi ritrovavo davanti a questo circolo ricreativo per anziani, sono arrivate queste due persone, io ero con un altro ragazzo, hanno tirato fuori le pistole e hanno cominciato a sparare.

A quello che puntava a me si è inceppata la pistola, io ho riportato il braccio alla schiena perché c’era la porta, mi sono buttato dentro, ho chiuso, hanno cominciato a sparare ai vetri di questa porta, hanno sfondato la porta, sono entrati tutti ie due, uni di loro ha detto – Spariamolo a questo che è un infame – si sono avvicinati, io mi sono adagiato per terra, mi hanno appoggiato proprio le canne delle pistole sulle gambe e mi hanno sparato.

Il capo di Secondigliano, mi ha mandato a chiamare, sono andato a casa sua, si era blindato, sono andato a casa, mi ha chiamato nella sua stanza, mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio come si fa con un proprio figlio. Ha aperto il cassetto, ha preso una sua pistola personale, mi ha alzato il giubbotto e me l’ha messo nella cintura. Mi ha detto – dobbiamo andare in un posto – Io portavo quella pistola perché nel caso di un fermo della Polizia me la dovevo accusare io, ma nel caso ci fosse stato un agguato da parte dei killer, lui me l’avrebbe sfilata dalla cintura – è questo che devono capire i ragazzivoi magari date la vostra vita per loro ma loro non la daranno mai per voi.

Davide_03Sono cosa veramente brutte che non dovrebbero esistere, stare in una camera, riscaldare dei coltelli per tagliare i panetti di fumo, tutta robaccia, non so come dirti, e non mi interessa neanche cercare kle parole per spiegarlo. A 18 anni e un giorno mi hanno arrestato perché si aspettava che diventassi maggiorenne per darmi una punizione forte e non che uscivo sempre. Mi hanno portato al carcere di Poggio Reale dove ho visto inferno, dove molte notti stringevo le mani sulle orecchie per non sentire le urla dei ragazzi che venivano presi a botte nelle celle di punizione chiamate “zero”. Abbascio o zero! Scendi giù allo zero!” – Cioè eri zero!

Quando arrivari a Poggio Reale, le guardie carcerarie, per farmi capire dove stavo mi mandarono su tutto gonfio, mi diedero un sacco di botte. Tornando dall’ora d’aria un giorno, dopo aver letto una poesia di padre Davide Maria Turoldo… sulla mia branda c’era un piccolo Vangelo. Vinsi la vergogna di farmi giudicare male dai miei compagni di stanza, salii su questa branda e aprii questo libriccino.

Apro questo libriccino e nelle penultime pagine c’era scritto per tre volte il mio nome. Nel carcere di Poggio Reale c’è un Vangelo con due pagine mancanti, l’autore di quel furto sono io. Ho strappato queste pagine, probabilmente lì per lì non era successo niente però questa cosa mi ha affascinato tantissimo.

Pensa che un mio familiare quando gli feci capire che non volevo più accettare quella vita di morte, mi disse – Ma tu si’ pazz’ – io non ero pazzo quando stavo nella malavita ma quando volevo uscirne dalla malavita, ma ci pensi? E allora – mamma mia – è stata una conquista straordinaria, importante e lì ho cominciato a toccare con mano e a convincermi che la vita è una cosa seria e che vale la pena veramente viverla tutta.>>

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Il figlio dell’uomo (…) è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto.

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/11/2013

Da qualche giorno ripeto e medito il Vangelo di Domenica secondo un metodo semplice semplice che con uno zuccone come me funziona e che propongo anche qua:

Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco. Cercava di vedere chi fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.

Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.

Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua.”

In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.

Udendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore!”.

Ma Zaccheo alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto.”

Gesù gli rispose: “Oggi, la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il figlio dell’uomo, infatti è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto. (Lc 19,1-10)

Per i commenti e le esegesi vi rimando ai miei cari fratelli sacerdoti, ma c’è una cosa che risuona tanto in me e che vorrei condividere con voi:

ZaccheoIl figlio dell’uomo (…) è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto.

Zaccheo era ‘perduto’, ma andò dove sapeva che avrebbe trovato Gesù, magari solo per vederlo per poterlo vedere; “salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là”.

Si accontentava, voleva solo vedere chi fosse, ma Gesù va oltre, come sempre, fermandosi a casa sua, alloggiando da lui. Gesù gli dedica tempo perché vuole recuperare quel dialogo andato perduto…

Io Gesù lo trovo soprattutto a Messa. Lo trovo in tanti ‘luoghi’, ma soprattutto nell’Eucaristia. Magari ci vado solo per trovare pace e tranquillità, ma Lui, come per Zaccheo, oltrepassa sempre ogni mia aspettativa perché ciò che vuole, ciò a cui realmente tiene, è la relazione con me.

Il figlio dell’uomo (…) è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto, ma noi andiamo dove siamo certi di poterlo trovare?

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