FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI ai giovani, Loreto 2007

La Madonna agisce in un modo tenero e calmo, che è quello più efficace

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 24/07/2014

Rob01

Rob Frye, Irlanda

Rob Frye dall’Irlanda, racconta la sua esperienza a Medjugorje

Sono originario di Birmingham in Inghilterra, ma vivo in Irlanda già da 22 anni. Sono italiano per metà, mia madre era di Venezia. Ho sentito parlare di Medjugorje per la prima volta negli anni ’80 mentre insegnavo ancora in Inghilterra, ma allora Medjugorje non mi interessava.

Nel 2004 mia moglie è morta di cancro e allora alcune persone della mia parrocchia mi dicevano che sarebbe stato un bene per me andare a Medjugorje. Io, tuttavia, ripetevo continuamente che non era per me.

Una notte sono andato a dormire pensando a Medjugorje. Il mattino seguente mi sono svegliato improvvisamente ed ho avvertito di dover venire qui. Ho parlato con una coppia di coniugi che era stata a Madjugorje, mi hanno dato alcuni contatti e due settimane dopo ero seduto su un aereo.

La prima volta ho trascorso qui una settimana, ho avuto un’esperienza meravigliosa e ci sono ritornato sei settimane dopo. Da allora ritorno ogni anno. Penso che ora gioisco più di prima, soprattutto quando vedo la gioia di queste persone crescere e svilupparsi: persone che non sapevano cosa aspettarsi e che tornano a casa completamente trasformate.

Non dimenticherò mai le parole di un sacerdote che diceva che, quando torniamo a casa, non dobbiamo fare baccano sul fatto che qui ci siamo trovati meravigliosamente. Veramente i miei bambini mi hanno detto che, tornato a casa dopo il primo viaggio a Medjugorje, ho parlato loro di tutto per due ore senza interruzione. Io non me lo ricordo, mi è semplicemente venuto fuori. Nessuno di loro è ancora stato qui, ma sono sicuro che un giorno verranno ed io tornerò finché potrò e cercherò di convincere a venire quante più persone possibili.

Rosario03Penso che sulle persone influiscano più i cambiamenti che vedono a Medjugorje che un qualsiasi tipo di tecnica di convincimento. La Madonna agisce così, in modo tenero e calmo, che è quello più efficace.

Molte persone della nostra parrocchia sono state a Medjugorje e da noi Medjugorje è molto popolare, ma ci sono di quelli che non possono accettare che qui avvenga qualcosa. Io a loro dico che io non posso spiegarlo, che devono sperimentarlo da soli. Questa pace e questa atmosfera vanno sperimentate.

Qui non è strano vedere qualcuno piangere in ginocchio. Anch’io ero così quando sono venuto per la prima volta e non me ne sono vergognato. Persone da tutte le parti del mondo sono qui per una sola ragione e hanno tutti lo stesso scopo, perché siamo tutti nello stesso viaggio.

La nostra Madre ci guarda e ci dona la pace e la sua meravigliosa, indescrivibile tenerezza. Dipende da noi quanto questo durerà quando torniamo a casa, ma dovete sperimentarlo e vedrete la differenza. Tutti quelli con cui ho parlato e che ho portato qui hanno detto che Medjugorje li ha cambiati.

(Tratto da: “Persone felici. Gioia per ogni giorno. Testimonianza di pellegrini d Megjugorje, Ed. Informativni Centar Mir Medjugorje, pag. 189)

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“Sono la madre di 18.000 bambini destinati a morire”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 22/07/2014

La storia di Paola Bonzi

“Io non ho la ricetta in tasca, io ascolto.”

“Il colloquio è veramente il perno di tutto il nostro lavoro, la cosa attorno cui tutto gira”

“Le persone che chiedono di abortire sono soprattutto donne con gravi problemi e difficoltà di tipo economico e si rivolgono a noi pensando di ricevere un aiuto, in fondo in fondo sperando che qualcuno dica loro fèrmati”

“Si può imparare a diventare madri, e questo, in fondo, è il nostro lavoro”

“La vita non è solo dei cattolici, la vita è senza aggettivi, la vita è vita tout-court”

Per un aiuto rivolgiti senza timore al

CAV – CENTRO AIUTO ALLA VITA

CAV Roma

CAV Milano

CAV Bergamo

Per il CAV della tua città contatta i CAV di Roma e Milano chiedendo informazioni oppure digita su Google:

CAV – CENTRO AIUTO ALLA VITA

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Miguel Parrondo si risveglia dopo quindici anni di coma: “Mio padre riunì i medici e disse: la vita la toglie solo Dio”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/07/2014

Miguel01

Miguel Parrondo

21 Giugno 2014 Tra i rischi che si corrono con la legalizzazione della cosiddetta “dolce morte”, vale la pena notare quello che corrono coloro che, essendo stati in coma a lungo, possono essere staccati dai macchinari che li tengono in vita, in molti casi per decisioni dei loro familiari, consigliati dai medici. Un esempio di questi è Matthew Taylor risvegliatosi dopo quasi un anno di coma, ascoltando la voce di sua moglie.

Da allora un caso ancor più spettacolare si è fatto conoscere: Miguel Parrondo, in coma per un incidente nel 1987, si è svegliato nel 2002 grazie alla costanza, all’amore e alla fede dei suoi familiari. Suo padre, dermatologo nello stesso centro in cui venne ricoverato, si rifiutò assolutamente di far staccare le macchine sei mesi dopo l’incidente.

Di fatto, quando Miguel arrivò all’ospedale Juan Canalejo de La Coruña, nessun medico dava speranze. Così suo padre, vedendo le condizioni del figlio, chiamò il sacerdote affinché gli amministrasse l’estrema unzione.

Il faddo accadde nel 1987 quando Miguel, a 32 anni, rientrava dopo una nottata di festa in compagnia di due ragazze. Tutto finì in una curva dove, con la sua Renault 5 GT Turbo, andò a finire contro un muro. All’improvviso, la sua vita divenne solo buio, per 15 anni in terapipa intensiva.

“La vita la può togliere solo Dio!”

Durante questi 15 anni, sua madre, suo padre e sua figlia Almudena, con dedizione esclusiva, non lo lasciarono mai. Il principale motore di questa lotta indefessa è stata la fede. Per più di una decade non hanno visto Miguel che da un vetro. Mesi e anni di lacrime, di scoraggiamento, di momenti duri, come quando i medici suggerirono loro di dare il consenso al distacco dai macchinari.

“Mi volevano scollegare e mio padre riunì i colleghi dell’ospedale dicendo loro: la vita la può togliere solo Dio!”. Se non era per questo, non sarei stato qui. Così si esprime Miguel quando ricorda i fatti.

Si risvegliò una mattina del 2002. Senza sapere come, aprì gli occhi e la prima cosa che vide dai vetri della terapia intensiva furono i volti di sua madre e di sua figlia. “Non riuscivo a capire nulla. Aprìì gli occhi e c’erano mia figlia e mia madre. Guardai mia figlia e le dissi: sei Almudena? Perché mi ricordavo che avevo una figlia che si chiamava così. E mi disse: si. Le ho risposto: sono tuo padre. Mia madre piangeva come una bambina e mio padre non credeva ai suoi occhi”.

Di fatto non c’è alcuna spiegazione medica per ilsuo caso. Miguel era tornato da un sonno di quindici anni e cominciava una nuova vita. Entrato in coma a 32 anni, si era svegliato che ne aveva 47. “Era come se mi fossi addormentato il giorno prima. Quando vidi mia figlia mi spaventai. Ma recuperai di carriera… Mi aveva reso nonno. Ora ha 38 anni”.

Miguel02Ritorno alla vita.

Dopo il risveglio la famiglia gli raccontò di come aveva passato questi dodici anni: “Pensa a un padre a cui dissero che non restava che l’estrema unzione. Dopo il risveglio mi portarono all’Università di Santiago per studiarmi. Mi dissero che era un caso su un milione. Ossia, sono una bestia rara. E mia madre, che poi morì, passava tutti i giorni dietro al vetro, dormiva lì, mangiava lì e non si separava mai da me.”

Ritornare alla vita non è stato affatto facile, “uno shock”, riconosce. Con postumi fisici, decine di operazioni e un mondo completamente nuovo che si era avoluto a una velocità difficile da assimilare per Miguel. “Mi hanno asportato la milza, ho una protesi alla spalla, lesioni al cranio che mi provocarono un emiparesi. Ero più morto che vivo.”

La memoria di Miguel arriva fino alla tragica notte del 1987. Dell’incidente “mi ricordo dove accadde, in una curva e fu per eccesso di velocità; andavo a 200 km all’ora con la mia Renault 5 GT Turbo. Di questo mi ricordo tutto.” Quella notte viaggiava con due ragazze. Una di esse morì. “Disgraziatamente morì una ragazza che stava con me. Le racconto cosa mi è successo poco tempo fa: camminavo per la strada quando una signora si fermò fissandomi e squadrandomi da capo a piedi. Pensai: sono bello ma mica tanto. Sei Miguel? Si, sono proprio io, Migue. Mi abbraccia a comincia a piangere. Non capivo. Era l’altra ragazza che avevo in macchina la sera dell’incidente”. Non avevo più saputo nulle di lei. Erano due ragazze che avevo conosciuto in una notte brava.”

La prima volta che uscì per strada, dopo l’ospedale gli sembrava di sognare. Voleva tornare a dormire, e comincia a raccontare i mille aneddoti che hanno ascoltato i suoi amici del bar del quartiere Riazor, dove passa molte ore per ammazazare il tempo perché a causa della sua invalidità permanente non può lavorare. “La prima cosa nuova fu l’Euro! Non sapevo niente dell’Euro, ero rimasto alle pesetas. Quando mi sedetti per la prima volta in una macchina, cercavo la leva dell’aria per farla partire. Il mondo era decisamente cambiato. Quando uscivo la gente mi sembrava matta, parlava da sola, ed erano i cellulari. Quando vidi una macchina della polizia con una donna poliziotto alla guida pensavo che fosse carnevale. In macchina io avevo le musicassette e adesso vedevo CD e pen drive. Dei 15 vicini di casa di mio padre non ne restavano vivi che due. Non conosco più metà della gente di La Coruña, dove ora c’è il quartiere Los ROsales, era una montagna dove andavo a fare motocross. Non c’era l’autostrada ma solo la strada statale.”

miguel03E racconta un altro aneddoto: “Una volta entrando in banca chiesi: ma dov’è il computer? Ai miei tempi erano giganteschi e adesso sono delle cosine piccole piccole. Il primo giorno che ripresi in mano un giornale pensai: dovrò prendere lezioni di geografia. Repubblica Ceca, Montenegro, Slovenia. Che paesi sono questi? Io ricordavo l’URSS e la Yugoslavia.”

“Quando ebbi l’incidente c’era Felipe Gonzalez e mi risvegliai con ‘zapatitos’. I televisori erano armadi e c’erano solo due canali. A La Coruña c’erano altri cinema… Così, di botto. Pensavo che sarei tornato a dormire; i primi mesi furono davvero duri.

“Non si deve mai perdere la fede”

Prima dell’incidente Miguel lavorava come informatico programmatore al Banco Pastor. Era un buon posto per quei temèpi e aveva un buono stipendio. Erano i primi computer e i pionieri dell’informatica. Guadagnava 300.000 pesetas al mese. Grazie a suo padre le sue finanze si mentennero e il suo conto corrente era salito alle stelle. Mio padre mi metteva da parte ogni mese la pensione e quando mi sono svegliato avevo un bel po’ di soldi. Mi sono comprato così un appartamento”.

Miguel non ha perso la passione per il mondo dei motori e spera ancora, quando avrà fatto progressi con la fisioterapia, di guidare una macchina normale, senza modifiche per disabili.

Gli dispiace essersi perso l’esito del campionato, della Copas del Rey e dei giochi olimpici di Barcellona.

Miguel sottolinea che sono molti i casi come il suo, con familiari disperati che dubitano e che hanno perso la speranza. “Non si deve mai perdere la fede. Ho parlato con una signora che aveva il figlio da quattro anni in coma. Le ho raccontato la mia storia e la signora si è ricolmata di speranza”.

Ora Miguel vive tranquillo, sfruttando le opportunità che la vita gli ha ridonato, “un po’ demoralizzato perché sta tutto il giorno senza fare niente. Io sono iperattivo e i giorni mi sembrano settimane”. Però non si lamenta. Non ne ha motivo. “Come dico sempre, ora ho dodici anni, perché sono nato due volte!”.

Fonte: http://caminocatolico.org/home/defensa-de-la-vida/54-eutanasia/12584-miguel-parrondo-despierta-tras-15-anos-en-coma-mi-padre-reunio-a-los-medicos-y-dijo-la-vida-solo-la-quita-dios

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“Cosa c’era a Medjugorje tanto da ribaltare la vita di quella moltitudine? O meglio: chi c’era?”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 19/07/2014

Med01Francesca, abortista, lesbica, a Medjugorje ritrova la sua identità più profonda, e la Pace

Ricordo bene quel giorno di febbraio. Ero all’università. Ogni tanto guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo se Sara fosse già partita. Sara era rimasta incinta durante un rapida storia chiusa con un test di gravidanza positivo. Si era rivolta a me per un aiuto, non sapeva che fare. “È solo un grumo di cellule” dicevamo. Poi arrivò quella decisione. Mi sentivo fiera di aver consigliato Sara di abortire. Credevo fermamente in quella libertà che concede alla donna di gestire la propria sessualità e di controllare la maternità, fino a eliminarla del tutto. Figli compresi.

Eppure, quel giorno di febbraio qualcosa si frantumò. Se ero così sicura delle mie convinzioni, perché ogni anno mi tornava alla mente l’anniversario di quel pomeriggio, l’odore dell’ospedale, il pianto di Sara? Perché ogni volta che vedevo un neonato, ripensavo a quella scelta con profonda tristezza? La risposta arrivò qualche anno dopo, durante un seminario pro-life al quale partecipai. Lì, scoprii cosa fosse realmente un aborto: un omicidio. O meglio: quello che chiamavo diritto all’aborto era in realtà un omicidio multiplo dove la madre e il bambino rappresentavano le principali vittime alle quali andavano aggiunte le morti interiori collaterali. Io appartenevo a questo gruppo. Approvando l’aborto, mi procurai una lacerazione interiore di cui però non mi resi subito conto. Un piccolo buco nel cuore a cui non prestai attenzione, troppo presa dall’entusiasmo di una buona carriera lavorativa appena iniziata e dall’atmosfera progressista nella quale ero immersa.

Ero una terzomondista pronta a promuovere ogni tipo di diritto che potesse rendere la società più equa e giusta, secondo le idee promosse dalle avanguardie culturali. Ero anticlericale: parlare di Chiesa significava scandali, pedofilia, ricchezze smodate, preti il cui interesse era coltivare qualche vizio. Riguardo all’esistenza di Dio, lo consideravo un passatempo per vecchiette in pensione. Nelle relazioni, scoprivo uomini profondamente in crisi con la propria mascolinità, intimoriti dall’aggressività della donna e incapaci di gestire e prendere decisioni. Conoscevo donne stanche (tra cui me stessa) di condurre relazioni con uomini simili a bambini impauriti e immaturi. Provavo sempre più sfiducia verso l’altro sesso, mentre vedevo cresceva una forte complicità con le donne, che si rafforzò quando iniziai a frequentare associazioni e circoli culturali.

I dibattiti e i laboratori erano momenti di confronto sulle questioni sociali, tra cui l’instabilità dell’esistenza umana. Oltre al lavoro, la precarietà aveva iniziato a corrodere lentamente la sfera affettiva. Bisognava rispondere promuovendo le forme di amore basate sulla fluidità dell’emozione e sull’autodeterminazione, dando via libera a quelle relazioni in grado di tenere il passo con i mutamenti della società, cosa che, secondo tale pensiero, la famiglia naturale non era più in grado di assolvere. Era necessario svincolarsi dal rapporto maschio-femmina, reputato ormai conflittuale anziché complementare.

Stefano_05In un clima così effervescente, nel giro di poco tempo mi ritrovai a vivere la mia omosessualità. Accadde tutto in modo semplice. Mi sentii appagata e credetti così di aver trovato una completezza interiore. Ero certa che solo con una donna al mio fianco avrei trovato quella piena realizzazione che era la giusta combinazione di sentimento, emozioni e ideali. Poco alla volta, però, quel vortice di condivisione emotiva che si instaurava con le donne sotto le false spoglie di feeling, iniziò a consumarmi fino ad alimentare quel senso di vuoto nato dall’aborto di Sara.

Appoggiando la propaganda abortista, infatti, avevo iniziato ad uccidere me stessa, a partire dal senso di maternità. Stavo negando qualcosa che comprende sì il rapporto madre-figlio, ma oltre. Infatti, ogni donna è madre che sa accogliere e tessere i legami della società: la famiglia, gli amici e gli affetti. La donna esercita una “maternità allargata” che genera vita: è un dono che conferisce senso alle relazioni, le riempie di contenuti e le custodisce. Avendo strappato da me questo dono prezioso, mi ritrovai spogliata della mia identità femminile e in me si creò “quel piccolo buco nel cuore” che poi divenne una voragine nel momento in cui vissi la mia omosessualità. Attraverso la relazione con una donna, stavo cercando di riprendere quella femminilità di cui mi ero privata.

Nel pieno di questo terremoto, mi giunse un invito inaspettato: un viaggio per Medjugorje. Fu mia sorella a propormelo. Anche lei non era una fan della Chiesa, non estremista come me, ma quel che bastava perché la sua proposta mi spiazzasse. Me lo chiese poiché vi era stata qualche mese prima con un gruppo di amici: ci andò per curiosità e ora voleva condividere con me questa esperienza che, a detta sua, era stata rivoluzionaria. Mi ripeteva spesso “tu non sai cosa vuol dire” a tal punto che accettai. Volevo proprio vedere cosa ci fosse. Di lei mi fidavo, sapevo che era una persona ragionevole e dunque qualcosa doveva averla toccata. Comunque, rimanevo della mia idea: dalla religione non poteva giungere nulla di buono, tantomeno da un posto dove sei persone dichiaravano di avere delle apparizioni che per me significava una banale suggestione collettiva.

Con questo mio bagaglio di idee, partimmo. Ed ecco la sorpresa. Ascoltando il racconto di chi stava vivendo questo fenomeno (i diretti protagonisti, gli abitanti del posto, i medici che avevano condotto analisi sui veggenti), mi resi conto dei miei pregiudizi e di come questi mi rendessero cieca e mi impedissero di osservare la realtà per ciò che era. Ero partita ritenendo che a Medjugorje fosse tutto finto semplicemente perché per me la religione era finta e inventata per opprimere la libertà di popoli creduloni. Eppure, questa mia convinzione dovette fare i conti con un fatto tangibile: lì a Medjugorje c’era un flusso oceanico di persone che accorrevano da tutto il mondo. Come poteva essere finto questo evento e rimanere in piedi per più di trent’anni?

commemorazione-dei-defuntiUna menzogna non ha lunga durata, dopo un po’ emerge. Invece, ascoltando molte testimonianze, la gente tornando a casa continuava un percorso di fede, si accostava ai sacramenti, situazioni drammatiche famigliari si risolvevano, malati che guarivano, soprattutto dalle malattie dell’anima, come quelle che comunemente chiamiamo ansie, depressioni, paranoie, che spesso spingono al suicidio. Cosa c’era a Medjugorje tanto da ribaltare la vita di quella moltitudine? O meglio: chi c’era? Lo scoprii ben presto. Lì c’era un Dio vivo che si occupava dei suoi figli attraverso le mani di Maria. Questa nuova scoperta si concretizzò con l’ascolto delle testimonianza di chi era passato in quel luogo e aveva deciso di rimanere per prestare servizio in qualche comunità e per raccontare ai pellegrini come questa Madre operi laboriosamente per togliere i propri figli dall’inquietudine. Quel senso di vuoto che mi accompagnava era uno stato dell’anima che potevo condividere con chi aveva vissuto esperienze simili alle mie, ma che a differenza di me, aveva smesso di vagare.

Da quel momento, iniziai a pormi dei quesiti: Qual era la realtà in grado di portarmi ad una piena realizzazione? Lo stile di vita che avevo intrapreso corrispondeva effettivamente al mio vero bene oppure era un male che aveva contribuito a sviluppare quelle ferite dell’anima? A Medjugorje avevo fatto un’esperienza di Dio concreta: la sofferenza di chi aveva vissuto un’identità frantumata era anche la mia sofferenza e l’ascolto delle loro testimonianze e della loro “resurrezione” mi aveva aperto gli occhi, quegli stessi occhi che in passato vedevano la fede con le lenti asettiche del pregiudizio.

Ora, quell’esperienza di Dio che “non lascia mai soli i suoi figli e soprattutto non nel dolore e non nella disperazione” iniziata a Medjugorje continuò nella mia vita, frequentando la Santa Messa. Avevo sete di verità e trovavo ristoro solo attingendo a quella fonte di acqua viva che si chiama Parola di Dio. Qui, infatti, trovai inciso il mio nome, la mia storia, la mia identità; poco alla volta compresi che il Signore pone un progetto originale per ciascun figlio, fatto di talenti e qualità che conferiscono unicità alla persona.

Lentamente, la cecità che offuscava la ragione si sciolse e in me nacque il dubbio che quei diritti alla libertà nei quali avevo sempre creduto, fossero in realtà un male camuffato da bene che impedivano alla vera Francesca di emergere nella sua integrità. Con occhi nuovi, intrapresi un percorso nel quale cercai di comprendere la verità della mia identità. Partecipai a dei seminari pro-life e lì mi confrontai con chi aveva vissuto esperienze simili alla mia, con psicoterapeuti e sacerdoti esperti sulle tematiche legate all’identità: finalmente, ero senza lenti teoriche e vivevo la realtà.

Med03Infatti, qui misi insieme i pezzi di questo intricato puzzle che era diventata la mia vita: se prima i pezzi erano sparsi e incastrati in malo modo, adesso stavano assumendo un ordine tale per cui iniziavo a intravedere un disegno: la mia omosessualità era stata la conseguenza di una identità tagliata del femminismo e dell’aborto. Proprio ciò in cui per anni avevo creduto potesse pienamente realizzarmi, mi aveva uccisa, vendendomi menzogne spacciate per verità.

Partendo da questa consapevolezza, iniziai a riconnettermi con la mia identità di donna, riprendendo ciò che mi era stato rubato: me stessa. Oggi sono sposata e al mio fianco cammina Davide che mi è stato vicino in questo percorso. Per ciascuno di noi esiste un progetto creato da Colui che é l’unico in grado di guidarci realmente a ciò che siamo. Tutto sta nel dire il nostro sì come figli di Dio, senza avere la presunzione di uccidere quel progetto con false aspettative ideologiche che mai potranno sostituire la nostra natura di uomini e donne.

Fonte: http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-io-lesbica-e-abortista-convertita-a-medjugorje-9755.htm#.U8eGaMlyzqB

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Roho Mtakatifu uje kwetu!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/07/2014

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Prologo del Vangelo secondo Giovanni, in Swahili

Dall’Africa, una lezione sullo Spirito Santo.

Roho Mtakatifu uje kwetu!

Questa espressione riecheggia sempre, anche oggi, nelle missioni del Preziosissimo Sangue in Tanzania. Quello Spirito, tante volte tralasciato o peggio sconosciuto nei nostri paesi di antica tradizione, in Africa, grazie allo sviluppo portentoso dei movimenti carismatici ha fatto presa forte nella gente perché sentito come molto vicino e presente nella vita quotidiana di ognuno.

Quanto abbiamo anche noi da imparare da questa fede semplice e genuina dei paesi di nuova evangelizzazione e quanto dovremmo essere più riconoscenti verso lo Spirito Santo che è l’espressione vera dell’Amore di Dio che si rende presente e che ci raggiunge!

swahili02A volte tutti noi – è vero – facciamo fatica a immaginare lo Spirito Santo come la terza persona della Trinità, per questo mi ha sempre affascinato come in lingua swahili il tutto sia reso in modo molto più immediato tanto da essere interiorizzabile pienamente e facilmente.

In lingua swahili il nome Roho significa “Spirito”, mentre la radice takatifu significa “santo” in senso generale. Ma nel nostro caso la parola è scritta con le “M” davanti (in Swahili le desinenze delle parole sono davanti e non a fine parola – n.d.r.), cioè diventa Mtakatifu.

Un dettaglio?

swahili03

La preghiera del Padre Nostro in Swahili

Non proprio, perché la lettera “M” all’inizio indica il riferimento chiaro e inequivocabile agli esseri viventi, alle persone e non alle cose o agli oggetti.

Alcuni esempi per chiarire sommariamente: si dice in Swahili misa takatifu per “santa messa”, mentre Baba Mtakatifu per “Santo Padre” (cioè il Papa) e Mtakatifu Gaspari per San Gaspare.
E allora quel Roho così inteso non è un generico e se vogliamo panteistico spirito, ma è una “persona”… Ecco allora che diventa per la gente tutto molto intuitivo.

E’ così spontaneo invocare nei meravigliosi canti Swahili il “Roho Mtakatifu uje kwetu”, che analizzato parola per parola, alla lettera, potremmo in modo ancora più forte tradurre come: “Tu, Santo Spirito, vieni in noi”, con quel Tu-soggetto che si staglia imperioso, nascosto grammaticalmente nella forma verbale uje; un Tu che si riferisce non a un qualcosa di prettamente vago ma a un Tu personale, rendendo così benissimo l’idea che stiamo parlando di una persona, appunto di quella terza Persona della Trinità Divina che rende presente ciò che si è realizzato una volta per sempre!

(Tratto da Primavera Missionaria, mensile d’informazione degli Allievi Missionari del Preziosissimo Sangue, Anno LXI, giugno 2014)

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Non mi sopporto proprio! OK ma, ce l’ho questo diritto?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/07/2014

uffa01Alzi la mano la persona a cui non capita mai di starsi sulle scatole, di non sopportarsi, di starsi proprio antipatico.

A me capita praticamente ogni giorno, mi capita quando vorrei farmi lavare i vetri dal bengalese che mi sorride tutti i giorni ma mi fermo lasciando lo spazio per farmi avanti ed evitarlo nel momento in cui si offre di lavarmi il parabrezza sudicio della macchina.

Mi capita quando vedo il collega nei casini che ti guarda aspettandosi la parola che non arriva mai perché sono troppo impegnato a fare questo-lavoro-che-aumenta-sempre-mentre-noi-siamo-sempre-gli-stessi

Mi sto sulle scatole quando mia figlia mi chiede di giocare con lei ma io sono troppo occupato a fare una cosa-importante-che-non-posso-proprio-procrastinare, quando dico quella frase a mia moglie e me ne pento quando sono già a metà, e…

Se volessi continuare dovrei fare un blog a parte vuvvuvvù.lemeschinitàdialessandro.qualcheblog.comme che vi risparmio. In realtà era una riflessione nata dalla lettura di una poesia, una semplice poesia che mi ha fatto capire una cosa: chi sono io per non avere pazienza coi miei difetti se ce l’ha Dio?

Mi sono davvero stufato di me.
Il mio volto, il mio corpo
mi sono diventati insopportabili.uffa02
Dire che non mi amo è un eufemismo
più onesto è dire che mi aborro.
Tutto bene, nessuna obiezione.
Ma… pensiamoci un po’: ce l’ho questo diritto?
Il diritto alla noia, al rifiuto di me stesso,
il diritto di scaricarmi, di vomitarmi?
Ahimé, temo di no. E la ragione è semplice:
Tu, Dio, che pure sei perfezione assoluta
e che tanto più dovresti schifare l’imperfetto,
tu di me non ti sei mai stufato. Mai.
Tu che da sempre mi conosci e mi valuti.
Chiuso il discorso. Su, dunque, pazienza.
Se ti sopporta Lui, sopportati anche tu.
Se lui, l’Eterno, ti ama, stringi i denti,
i pugni, chiudi gli occhi e – coraggio! -
cerca anche tu di amarti.
(I. A. Chiusano)

Non mi dite che non vi ci riconoscete che non ci credo… ;-)

Come fare per convincerci di questo Amore, di questa Pazienza che ci viene dall’alto?

Non conosco che un modo, la preghiera.

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Io sapevo che sarebbe venuta

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/07/2014

Maria Ausiliatrice 00Un episodio della vita di San Giovanni Bosco, per imparare ad avere più fiducia nell’aiuto della Madonna, sin nelle cose più piccole e concrete, soprattutto in tempi come questi…

Nel 1884 la signora Berk Meda, la vigilia della sua partenza per la Francia andò a riverire don Bosco che si trovava a Roma e, dopo avergli fatta un’offerta, gli chiese la benedizione. Don Bosco nell’accomiatarla le domandò: “Verrà ancora domani per la Messa?”. “Oh, no, non potrò venire, perché dovendo lasciar Roma la sera, occuperò la mattina nei preparativi per il viaggio.

La mattina dopo, rivedendo i suoi conti, trovò che rimaneva ancora una somma superiore al bisogno e le dispiaceva non avergli dato di più. Dominata da questo pensiero, benché l’ora della Messa fosse già trascorsa, noleggiò subito una vettura e volò da don Bosco, che per buona sorte trovò solo nella sua stanza. Egli appena la vide entrare disse: “Ah, la signora Meda. Sapevo bene che qualcuno sarebbe comparso.

Maria Ausiliatrice 01Veramente io non avrei dovuto ritornare – rispose la signora – ma ho voluto portarle un altro po’ di denaro prima di partire”.

Tenga bene a mente questa venuta – aggiunse don Bosco – perché qui si tocca da vicino il soprannaturale. Io dovrei essere in questo momento all’estremo opposto di Roma e non avrei riveduto la Signoria Vostra, né ella mi avrebbe ritrovato, avendo io un appuntamento presso un cardinale dopo la Messa.

Nell’uscire un creditore mi fermò sulla soglia, esigendo che gli pagassi un debito abbastanza rilevante. Gli ho dato quanto avevo ed ecco là il mio portafoglio vecchio e vuoto; non mi sono conservato nemmeno una lira per prendere la vettura.

Allora ho pregato Maria Ausiliatrice che mi mandasse qualcuno in aiuto e frattanto mi sono messo a lavorare. Vede dunque che io l’aspettavo e sapevo che sarebbe venuta“.

(Tratto da “Don Bosco e il soprannaturale” di Michele Molineris, Elledici, 2010, pag 232, 233)

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Un Amore al quadrato… all’ennesima potenza… Non ho saputo dire di no

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/07/2014

Il giovanissimo Fra’ Simone racconta la storia della sua vocazione

Questo incontro avviene nella preghiera, con l’incontro con Dio.

Un’esperienza talmente forte che tutto il resto appassiva…

Mi sono sentito prima di tutto amato da Dio e poi mi sono sentito a seguire questo amore. Davanti a questo amore di cui ho fatto esperienza, non potevo dire di no, non potevo tirarmi indietro.

Io ho trovato il senso della mia vita, la pienezza, la gioia. Ora sono pienamente felice e mi sento realizzato, sebbene abbia fatto voto di povertà, di obbedienza che, agli occhi del mondo può sembrare di aver rinunciato a tutto.

Questa vita è l’inizio di una vita che durerà per sempre…

Cristo è risorto ed è vivo. E questa è una notizia stupenda per noi perché se il Signore è risorto ed è vivo, anche noi potremo vivere con lui.

La comunità è un mezzo. Ci sono tante vie di consacrazione nel mondo., Il Signore mi ha fatto conoscere la Fraternità Francescana di Betania perché mi ha voluto qui. La preghiera, la vita fraterna e l’accoglienza sono i pilastri del carisma e questo mi ha molto affascinato.

Alcuni amici mi stimano e ammirano (anche se io dico loro che devono ammirare Qualcun altro, Dio, noi siamo solo strumento). Altri non capendo pensano che sia una scelta di ripiego, Però, una cosa da dire a queste persone sicuramente è che IO SONO FELICE ADESSO, e questa felicità non può derivare dalle rinunce che faccio, c’è qualcosa di soprannaturale. Qual è la Forza che muove tutto? Queste persone non sanno rispondere a questa domanda. Una risposta l’abbiamo noi. Ma sono un po’ scusate perché l’incontro con Dio è un’esperienza personale e la persona che non l’ha fatta non può capire queste cose.

Deriva tutto dalla preghiera. Se io smettessi di pregare, tutto si spegnerebbe.

Gesù si può incontrare soprattutto nella preghiera.

 

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Guardare oltre e costruirsi un domani o continuare a rimpiangere un bel passato che non c’è più? Giusy non ha avuto dubbi.

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/07/2014

post 001Un buon libro da leggere in spiaggia? “Con la testa e con il cuore si va ovunque” di Giusy Versace

“Oggi è un grande dono”. Sono le parole che Giusy si ripete ogni giorno dal 2005 quando, a causa di un banale incidente in automobile, un guardrail le ha tagliato entrambe le gambe all’altezza del ginocchio, strappandola a una vita invidiabile, piena di affetti, impegni di lavoro, sogni e amore.

Di quel momento Giusy ricorda tutto: il dolore straziante, il terrore di morire e le preghiere rivolte alla Madonna, perché le dia forza. Forza che diventa la sua arma.

Insieme alla famiglia e agli amici che le si stringono attorno, Giusy muove i primi passi nella sua nuova vita. Fra pianti, speranze, paure e momenti di gioia, arrivano le protesi, “le mie nuove gambe”. Prima quelle da passeggio, poi da mare, poi addirittura da corsa, nonostante qualche dottore le suggerisca di lasciar perdere.

A un anno dall’incidente Giusy ha lasciato un fidanzato poco presente e si è buttata a capofitto in un futuro che le ha riservato sorprese e soddisfazioni: un nuovo lavoro, un nuovo amore, la creazione dell’ONLUS Disabili No Limits, che raccoglie fondi per donare ausili a chi non può permetterseli, l’oro e il record italiano sui 200 e 100 metri e il record europeo sui 100 metri.

“Con la testa e con il cuore si va ovunque è il racconto di una vicenda personale, ma anche di una scelta che riguarda coloro che si trovano ad affrontare un grande cambiamento: guardare oltre e costruirsi un domani o continuare a rimpiangere un bel passato che non c’è più? Giusy non ha avuto dubbi.

Dove ho trovato questa recensione? In uno di quei giornalini parrocchiali che giacciono in fondo alle chiese e che a volte non guardano neanche le signore di una certa età… (Fraternità, organo dell’U.N.I.T.A.L.S.I., N. 2/2013)

Io ci trovo delle perle preziose come questa che ho appena condiviso…

Per conoscere l’ONLUS nata da un’idea di Giusy, e le sue attività clicca qui: ONLUS DISABILI NO LIMITS.

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A un certo punto ho risposto “si”…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/07/2014

Un racconto dedicato a chi sta pensando al il divorzio…

Mentre mia moglie mi serviva la cena, mi feci coraggio e le dissi: “Voglio il divorzio”.

Vidi il dolore nei suoi occhi, ma chiese dolcemente: “Perché?”.

Non risposi e lei pianse tutta la notte. Mi sentivo in colpa, per cui sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restassero la casa, l’auto e il trenta per cento del nostro negozio.

sposi01Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi e mi presentò le condizioni per accettare.

Voleva soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani: “Devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi portasti nella nostra camera da letto per la prima volta. In questo mese ogni mattina devi prendermi in braccio e devi lasciarmi fuori dalla porta di casa”. Pensai che avesse perso il cervello ma acconsentii.

Quando la presi in braccio il primo giorno eravamo ambedue imbarazzati, nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: “Grande papà, ha preso la mamma in braccio!”

Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati. Lei si appoggiò al mio petto e sentii il suo profumo sulmio maglione. Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane, qualche ruga, qualche capello bianco.

Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava tornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio.

Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre di più. Ogni giorno era più facile prenderla in braccio e il mese passava velocemente.

Pensai che mi stavo abituando ad alzarla, ogni giorno che passava la sentivo più leggera. Mi resi conto che era dimagrita tanto.

L’ultimo giorno, nostro figlio entrò improvvisamente nella nostra stanza e disse: “Papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio”. Per lui era diventato un momento basilare della sua vita.

Mia moglie lo abbracciò forte e io girai la testa, ma dentro sentii un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio. Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava a essere per me come la prima volta che la portai a casa quando ci sposammo… La abbracciai senza muovermi e sentii quanto era leggera e delicata… Mi venne da piangere!

Mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose e la ragazza del negozio mi disse: “Cosa scriviamo nel biglietto?”. Le dissi: “Ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi”.

Dag Hammarskjold

Dag Hammarskjöld, diplomatico svedese, segretario generale dell’ONU dal 1953 al 1961

Arrivai di corsa a casa e, con il sorriso sulla bocca, ma mi dissero che mia moglie era all’ospedale in coma. Stava lottando contro il cancro ed io non me ne ero accorto.

Sapeva che stava per morire e per questo mi aveva chiesto un mese di tempo, un mese perché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.

“Non so chi o che cosa abbia posto la domanda.

Non so quando sia stata formulata.

Eppure a un certo punto ho risposto “si” a qualcuno o a qualcosa.

A partire da quel momento ho avuto la certezza che la vita aveva un senso.

(Un racconto di Dag Hammarskjöld, diplomatico svedese, segretario generale dell’ONU dal 1953 al 1961)

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