FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI ai giovani, Loreto 2007

Roma 31 Ottobre – Fuoco Vivo la notte dei Santi. Noi siamo pronti!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/10/2014

Noi siamo pronti!

FUOCO VIVO!

LA NOTTE DEI SANTI

ROMA 31 OTTOBRE

TEATRO ORIONE

VI ASPETTIAMO!

ROCK’N GOD!

Beatrice_Fazi_01Presenta:

Beatrice Fazi

Per saperne di più

CLICCA QUI

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Dall’ateismo alla fede cattolica, attraverso la musica

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/10/2014

Jaqueline Chew, una pianista californiana, ex atea guidata dal suo amore per la musica alla conversione alla fede cattolica, racconta la sua esperienza.

Jacqueline_Chew_01Quanti anni avevi quando hai cominciato a suonare il piano, e cosa ti ha spinto a scegliere questo strumento?

Mi ricordo di un giorno in cui i miei genitori comprarono un piano e lo portavano a casa. In questo modo questo strumento è arrivato a me. L’unico libro di musica che avevamo a casa era un libro di inni di chiesa; l’ho aperto e ho trovato la “dossologia”. Non so come ma ho semplicemente iniziato a suonare la dossologia al pianoforte, senza aver ricevuto alcuna lezione. Non ricordo quindi di aver chiesto di suonare il piano, semplicemente è arrivato a casa e ho iniziato a suonarlo.

Quando e dove hai debuttato come pianista professionista?

Ho iniziato non solo in California ma anche a New York, Boston, Florida e Canada. A quindici anni vinsi una gara per solisti per la San Francisco Symphony e in un certo senso questo è stato il mio debutto, sebbene non fossi ancora che una studentessa.

Sei cresciuta in una famiglia cristiana ma durante il college sei diventata atea. Potresti spiegare ai lettori le ragioni di questa scelta?

I miei genitori erano presbiteriani e sono cresciuta con questa fede. Al college ho cominciato ad avere dei dubbi su Dio. Ero turbata soprattutto dal fatto che Dio permettesse cose negative nel mondo e alla fine ho semplicemente concluso che non esistesse.

Così per un po’ ho vissuto da atea ma cercavo comunque di fare del mio meglio per vivere una vita degna, per fare le cose giuste, le giuste scelte. Questo processo continuò fino a quando a un certo punto nel mio ateismo ho cominciato a dubitare del mio credere nella non esistenza di Dio, così sono tornata sui miei passi, prendendo in considerazione l’ipotesi ditornare a credere in Dio.

Ho letto nelle tue note biografiche che la musica di Olivier Messiaen ti ha ispirato a seguire un cammino di fede, com’è accaduto?

Jacqueline_Chew_012Ero atea quando ho ascoltato per la prima volta la musica di Olivier Messiaen, un devoto cattolico romano. Immediatamente ho sentito di dover suonare subito la sua musica che ebbe subito un effetto profondo sul mio intero corpo. Questa musica risultò essere “Vingt regards sur l’Enfant Jesus” (venti contemplazioni sul bambino Gesù).

Mi sono così appassionata a questa musica e non mi dava noia che il protagonista fosse Gesù.

Nella ricerca degli iscritti che hanno influenzato Messiaen a scrivere questa musica, ho cominciato a leggere “Storia di un’anima” di Santa Teresa di Lisieux. La sua vita, che all’inizio sembrava strana, a un’atea con formazione protestante, non avrebbe più abbandonato la mia coscienza più profonda, finendo con influenzarmi nel prendere diverse decisioni nella mia vita.

“Vingt regards” fu scritto nel 1944 per la pianista Yvonne Loriod che divenne in seguito la seconda moglie di Olivier Messiaen. E’ un brano di due ore che esplora Gesù da venti diverse prospettive; il Padre, gli angeli, i profeti, i pastori, i Magi, le stelle, la Vergine, il silenzio, lo spirito della gioia ecc. Mi sono così immersa nella spiritualità della musica di “Vingt regards” che sono stata ricondotta a Dio, e quindi alla Chiesa Cattolica.

Jacqueline_Chew_03Hai poi incontrato Messiaen e sua moglie ad Amsterdam; cosa ricordi di questa esperienza?

(…) Messiaen era già una celebrità all’epoca ma era molto umile; rispettava profondamente i musicisti che eseguivano le sue opere. Rimasi profondamente colpita da come, una persona così famosa e che ammiravvo davvero molto, potesse essere così umile.

Quando hai deciso di convertirti al cattolicesimo?

Mi iscrissi a un ritiro al Santa Sabina Center (California), guidato da suore dominicane. Non avevo idea di cosa fosse un ritiro contemplativo, allora cercai subito di farmi delgi amici. Sebbene i partecipanti parlassero davvero poco, mi resi subito conto di quanto involontariamente sia stata segnata da quel ritiro silenzioso.

Cominciai a star bene in luoghi silenziosi, immersa nella liturgia contemplativa, e cominciai graduelmente a scoprire che stavo tornando a casa. Era la mia prima esperienza di introduzione a un modo di essere contemplativo.

All’inizio pensavo di diventare suora. Nel 2005, dopo un anno di discernimento, sono diventata un’oblata del New Camaldoli Hermitage a Santa Lucia Mountains of Big Sur, California. Essere un’oblata mi permette di restare associata alla comunità delle Benedettine Camaldolesi, ma allo stesso tempo vivere e lavorare ‘nel mondo’ come musicista professionista, insegnando e dando concerti.

Potresti spiegarci cosa sia un’oblata?

Le oblate Benedettine Camaldolesi, sono persone, laiche o appartenenti al clero, normalmente inserite nella società, che, non professe come le suore o i frati ma in quanto associate, affiliate a una comunità monastica (in USA, Italia, India, Brasile o Tanzania). Facciamo una promessa pubblica alla comunità di seguire le regole delle oblate Benedettine Camaldolesi. Non è un ordine religioso separato, ma siamo considerate come un’estensione nel mondo della comunità monastica camaldolese.

Diventare un’oblata ha cambiato la mia vita. Mi ha dato un’opportunità di essere più vicina a Dio e di mettere Dio al primo posto nella mia vita. La mia vita come oblata significa vivere il carisma benedettino camaldolese, avere una continua vita di preghiera, che sia a casa o in convento.

Jacqueline_Chew_04Prima andavo a messa ogni giorno ma diventare oblata mi permette di avere una relazione costante con Dio. Adesso vado in chiesa ogni giorno, e mi impegno a fondo per essere in continua comunione con Dio e con la nostra comunità estesa.

L’ordine camaldolese non è tanto grande, non contando più di un centinaio di suore. Gli oblati (e le oblate), oltre 700, mantengono in contatto tramite internet e la preghiera reciproca i frati e le suore.

(…) Dopo un periodo di convalescenza per un intervento ha cominciato a fare una cosa che hai sempre desiderato, danzare. Perché danzare è così importante per te?

Ho cominciato a studiare piano forte a 5 anni ma a 3 amavo danzare. Era uno dei miei primi desideri. Volevo studiare danza ma mi venne detto che ero troppo piccola. Poi presi delle lezioni ma avevo più talento per il pianoforte, cosìì i miei genitori mi indirizzarono alla musica e fu così che terminarono le mie lezioni di danza classica.

Da adulta presi lezioni per diletto, ma dopo un intervento decisi di iscrivermi a un gruppo di danza liturgica, i “Dancer Circle”. Danziamo per la liturgia.

Potresti darci una tua definizione personale di Dio?

Una volta feci questa domanda a qualcuno al College e la risposta che mi venne data fu: Dio è relazione. Credo che questa definizione sia vera. Sio ha a che fare con la relazione, Dio è amoree l’amore è ciò che ci motiva. Sento la presenza di DIo nella mia vita e il mio obbiettivo è di essere in comunione con Dio ogni minuto della mia vita. Questa relazione d’amore con Dio è espressa anche nelle comunità. Dio viene a me attraverso la comunità, e io gli rispondo interagendo con la mia comunità.

Trovi facile parlare di Dio alla gente soprattutto ai non credenti?

Non è un problema parlare di Dio alla gente, anche se non sono credenti. In effetti, essendo stata atea, mi sento portata verso chi non crede o è alla ricerca di Dio.

Nel mio processo di conversione non ho avuto una guida, guardando indietro vedo che è stato Dio a guidarmi, un passo alla volta.

Da atea avevo molte domande e sentimenti per cui, se oggi vedo qualcuno che passa per lo stesso processo, sono felice di assisterlo e incoraggiarlo. La mia esperienza da atea mi ha dato la comprensione della differenza che c’è tra vivere una buona vita senza Dio e viverla con Dio. Penso che i miei anni da atea mi abbiano reso capace di parlare con la gente che non crede.

Si parla tanto oggi di nuova evangelizzazione. Che opinione hai in proposito?

Una cosa buona che ho imparato nella Chiesa Presbiteriana è l’importanza della testimonianza e della missione. Dobbiamo essere testimoni ovunque andiamo, quando andiamo a fare la spesa e in ogni altro aspetto della nostra vita quotidiana.

Penso che sia importante raggiungere la gente ed evangelizzare.

(Tradotto dalla rivista “Messenger of Ct. Anthony, March 2014)

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In Uganda… 1.100 bambini riportati a casa, grazie ai missionari

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/10/2014

Visitando coloro che vivono nei bassifondi della storia, dimenticati da tutto e da tutti, un video ci racconta “Periferie cuore della missione”.

VI PREGO DI GUARDARLO FINO IN FONDO!

(In particolare ai minuti 6.00 e 19.10)

“Se troviamo qualcosa possiamo comprare da mangiare (…) Ogni giorno dormiamo qui in 35 adulti, ognuno coi propri bambini. Io dormo fuori, dormo qui intorno”

“Siamo andati a chiedere l’elemosina, ma la polizia ci ha fermati, ha portato via il mio bambino e mi ha riportato qui con un camion; sono tornata indietro a cercare mio figlio ma non sono riuscita a trovarlo, poi alla fine sono dovuta tornare a casa, eravamo disperati, pensavamo anche che Adomè potesse essere morto”

I missionari glielo hanno riportato!!! (Clicca sul minuto 6.00 per vedere la gioia della mamma che riabbraccia il figlio rapito)

Come lui, 1.100 bambini riportati a casa…

Il mondo missionario non sta alla finestra a guardare il PIL che cresce a dismisura, insieme al numero dei poveri tra i più poveri…

In Uganda, i missionari costruiscono ponti tra la polizia e il popolo, questo è uno dei miracoli più grandi.

Vi suggerisco uno sguardo particolare al minuto 19.10 per capire da dove vengono gli immigrati che cercano rifugio nel nostro paese…

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“Mi sono sempre aggrappato alla fede, levando gli occhi verso l’Alto”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/10/2014

DJANGO.1966. Franco Nero.Trdublaj 217Franco Nero è uno degli attori italiani più conosciuto in tutto il mondo.

Protagonista dei cosiddetti spaghetti western, ma anche di colossal come La Bibbia del 1966 in cui recita la parte di Abele, continua in una carriera solida e costante fino ai giorni nostri con film di successo tanto nel cinema quanto nelle fiction televisive.

Franco Nero, classe 1941, è stato definito “una bellezza maschile molto americana” (Le Garzantine – L’Universale Cinema, 2006, p. 828), ha ricevuto un David di Donatello nel ’68 per “Il giorno della civetta” e un Golden Globe nel 2006.

Sex symbol amato dal pubblico femminile, attore apprezzato a livello internazionale, lo conosciamo qui in una veste insolita, per la sua testimonianza di fede, scoperta e vissuta grazie a un sacerdote speciale.

Primi bambini ospitati nel Villaggio Don Bosco di Tivoli

Bambini ospitati nel Villaggio Don Bosco a Tivoli in una foto dei primi anni

Ma lasciamo la parola al celebre attore.

“Nella mia vita so di aver ricevuto molto. E nelle tante difficoltà mi sono sempre aggrappato alla fede, levando gli occhi verso l’Alto.

Cerco tutt’oggi di non mancare a Messa e da cinquant’anni sono volontario nel Villaggio degli Orfani a Tivoli, alle porte di Roma.

Nel tempo è diventato sempre più importante per me la sera, prima di andare a dormire, fare un esame di coscienza e il giorno dopo non vergognarmi di andare a chiedere scusa per i miei errori, perché la fede ci rende liberi e umili.

La mia esperienza nel centro tiberino è legata all’incontro con il fondatore, don Nello del Raso: cappellano medico durante la Seconda Guerra Mondiale, don Nello, dopo il conflitto cominciò ad accogliere giovani orfani. E’ nato così il villaggio ‘Don Bosco’.

Durante il mio servizio militare, alla fine del 1963, incontrai questo sacerdote. Lo chiamavo ‘piccolo grande uomo’ e lo ammiravo enormemente.

Una volta gli dissi: “Caro don Nello, io sono ancora senza un lavoro, ma se il Signore mi aiuta ti assicuro che ti starò sempre vicino“. Così è stato, ho mantenuto la promessa, collaborando poi con il suo successore, don Benedetto Serafini, un altro prete molto significativo per me.

Franco Nero 02Oggi il ruolo dei sacerdoti è importantissimo. Devono avere profonda attenzione verso gli altri, soprattutto gli ultimi, e diventare padri spirituali delle anime, amici delle persone che incontrano. Per questo sono un punto di riferimento di una società intera.

Nella vita non è mai troppo tardi per convertirsi. L’ho visto con mio figlio: all’improvviso, a 36 anni, ha deciso di ricevere i sacramenti della Prima Comunione e della Cresima. E oggi con lui non possiamo iniziare a mangiare senza prima una preghiera.

Oggi anche sua madre (l’attrice Vanessa Redgrave) sta facendo un cammino di avvicinamento alla fede. Sono gli esempi quotidiani ad alimentarla.

Ed è così anche quando ci spendiamo in aiuto degli altri. In questo mezzo secolo il Villaggio degli Orfani è diventato la mia seconda casa; lo considero la mia ‘casa spirituale’.

Per questo dico a chi può, di aiutare i sacerdoti e sostenere le opere dell’8xmille, specie se sono interventi vicini a dove viviamo, realtà concrete che vediamo coi nostri occhi.”

(Il virgolettato è tratto da “Sovvenire”, trimestrale di informazione sul sostegno economico alla Chiesa, Anno XIII, numero 3, settembre 2014)

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Fuoco Vivo… la notte dei Santi

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/10/2014

Prendi una rock band…
…tipo questa…

Una rock band che…

…che ha scelto di chiamarsi FUOCO VIVO ispirandosi a questi versi…

<<Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre;
mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno;
ognuno si fa beffe di me.
Quando parlo, devo gridare,
devo proclamare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me
motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.
Mi dicevo: «Non penserò più a lui,
non parlerò più in suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente,
chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo.>>

Poesia di qualche poeta maledetto?

No, Sacra Bibbia, in particolare Geremia 20, 7-9.

Prendi una canzone che canta Chiara Luce Badano… come questa…

Prendi la notte dei Santi, si, la notte dei Santi, non la notte di Halloween, a Roma, al teatro Orione….

I FUOCO VIVO in concerto.

Fuoco Vivo in concerto, la notte dei Santi a Roma, perché no?

Al Teatro Orione

Chi presenterà la serata? Il mix di simpatia, fede e gioia che è Beatrice Fazi!

Per prenotare: christianmusicitaly@gmail.com

 Fuoco Vivo

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Apri quella porta!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/10/2014

stoallaportaebusso01UN QUADRO…

C’è un quadro famoso che rappresenta Gesù in un giardino buio. Con la mano sinistra alza una lampada che illumina la scena, con la destra bussa a una porta pesante e robusta.

Quando il quadro fu presentato per la prima volta a una mostra, un visitatore fece notare al pittore un particolare curioso. “Nel suo quadro c’è un errore. La porta è senza maniglia”.

“Non è un errore”, rispose il pittore, “Quella è la porta del cuore umano. Si apre solo dall’interno”.

stoallaportaebusso02UNA STORIA…

L’aeroporto di una città dell’Estremo Oriente venne investito da un furioso temporale. I passeggeri attraversarono di corsa la pista per salire su un DC3 pronto al decollo per un volo interno.

Un missionario, bagnato fradicio, riuscì a trovare un posto comodo accanto al finestrino. Una graziosa hostess aiutava i passeggeri a sistemarsi.

Il decollo era prossimo e un uomo dell’equipaggio chiuse il pesante portellone dell’aereo.

Improvvisamente si vide un uomo che correva verso l’aereo, riparandosi come poteva, con un impermeabile.

Il ritardatario bussò energicamente alla porta dell’aereo, chiedendo di entrare. L’hostess gli spiegò a segni che era troppo tardi. L’uomo raddoppiò i colpi contro lo sportello dell’aereo. l’hostess cercò di convincerlo a desistere. “Non si può… E’ tardi… Dobbiamo partire”, cercava di farsi capire a segni attraverso l’oblò.

Niente da fare: l’uomo insisteva e chiedeva di entrare. Alla fine, l’hostess cedette e aprì lo sportello. Tese la mano e aiutò il passeggero ritardatario a issarsi nell’interno.

E rimase a bocca aperta. Quell’uomo era il pilota dell’aereo. (Storie tratte dalla rivista dei padri Dehoniani “Presenza cristiana”, n. 1/2014)

Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”, dice Gesù in Apocalisse 3,20.

Ogni giorno apriamo la porta del nostro cuore a un sacco di realtà che bussano… Nel migliore dei casi rimaniamo delusi, disorientati, e quante volte restiamo così feriti da non volere o non riuscire più ad aprile quella porta a nessuno?

stoallaportaebusso03“Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”, dice Gesù in Apocalisse 3,20.

Lui non si stanca mai di bussare.

Se apriamo sarà l’unico che non delude, l’unico che non lascerà disorientati, l’unico che porterà vita nel nostro cuore.

“Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6) dice Gesù all’apostolo Tommaso.

Le poche volte che riesco ad aprirgli quella porta, la luce, la pace, l’amore, il senso di tutto, entra, ve lo assicuro, posto testimoniare che è così…

Che aspettiamo ad aprire la porta del nostro cuore all’unico veramente in grado di pilotarlo verso la mèta più giusta?

L’unica condizione che pone Gesù è quella di ascoltare prima la sua voce. la Sua, non quella di altri, di quegli altri che ci lasciano spesso con l’amaro in bocca… Oggi che è domenica, quale situazione migliore della Messa festiva per dargli e darci questa possibilità?

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Tutti a contemplare bei surrogati di Dio…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/10/2014

01

 

Come ogni giorno, anche stamattina, immerso nel lento traffico della capitale, mi recavo in ufficio pregando il Rosario. Mi aiuta ad affrontare meglio la giornata e a non arrabbiarmi con la guida a dir poco spregiudicata dei miei concittadini.

Stamattina però qualcuno ha esagerato; ero in una viuzza a senso unico, quando un ciclista contromano con lo sguardo incollato al suo smartphone, rischiava di spiaccicarsi con violenza sul cofano della mia Dacia seminuova. Ho frenato suonando sperando di attirare la sua attenzione. Ha alzato gli occhi accostando per evitare il frontale, per continuare subito dopo – subito! – a contemplare il suo cellulare, contromano, come se nulla fosse accaduto.

Col cuore in gola per lo scampato omicidio colposo e grato al mio angelo custode (e anche a quello del ciclista), sono arrivato al semaforo di Via Gregorio VII. Davanti a me un ragazzo in scooter – indovinate un po’ – con lo sguardo perso in chissà cosa di irrimandabile del suo cellulare. 02Arriva il verde e il pischello resta immobile. Suono – delicatamente – perché so che molti la prendono come se fosse il peggiore degli insulti – il ragazzo all’improvviso torna in sé, si gira, mi manda vistosamente a quel paese e se ne va sgommando.

Queste scene diventano sempre più normali; un mio amico tempo fa, scherzando diceva che oggi non sono più gli anziani a dover essere aiutati dai ragazzi ad attraversare, ma i ragazzi rapiti dai loro mini schermi che dovranno essere aiutati dagli anziani che ancora riescono a essere presenti al qui ed ora

03A parte gli scherzi e al netto di facili moralismi che non mi appartengono, non posso non notare che questa gente (ma anch’io, a volte quando “devo controllare i tweet dei miei follower”) in realtà, non fa altro che soddisfare un bisogno dell’uomo, quello di passare del tempo fuori di sé.

“L’estasi (da ἐξίστημι «mettere fuori», «uscire di sé») è una forma particolare di esperienza psicologica, il cui nucleo centrale è costituito dall’impressione che la mente abbandoni il corpo ed entri in altre dimensioni.” Recita la prestigiosa enciclopedia Treccani.

04Il poeta Kahlil Gibran in un suo aforisma dice: “La brama di comodità, che furtiva entra in casa da invitata, poi diventa un’ospite e poi padrona”. E con questi onnipresenti schermetti siamo diventati tutti un po’ schizofrenici. Stiamo qua ma in realtà stiamo altrove, con qualcun altro, fuori di noi, in “estasi” a contemplare un qualcosa che ci chiederà di ripetere la contemplazione e ripeterla e ripeterla, perché alla fine, alla fin fine, ci lascia sempre un po’ insoddisfatti.

Il problema quindi non è nell’estasi, nel bisogno di stare fuori da sé, ma nell’oggetto. “L’uomo è nato per contemplare Dio; la facoltà della contemplazione è insita nella natura dell’uomo, e quindi l’uomo non può togliere questa sua naturale tendenza a contemplare Dio” (Lettera a Diogeneto, anonimo)

“Il cristiano contempla il cielo perché in esso dimora Dio”, continua l’anonimo autore; è vero e almeno per quanto mi riguarda, sperimento ogni giorno la differenza, la terribile, drammatica differenza che c’è tra il vuoto che ti lasciano le cose che oggi ci permettono di stare in estasi (dai moderni smartphone, a tutto ciò che ci riempie con emozioni e piaceri forti) e quel senso di Pace piena che dà solo la preghiera del cuore, la preghiera sincera di chi, così come sta, si mette davanti alla presenza di Dio.

Ce l’abbiamo scritto dentro il desiderio di Dio, e contemplare lui, non i surrogati, per quanto belli e attraenti, conviene a noi, e la Pace, la pace vera, arriva. Poi, potremo usare serenamente e con buon senso anche gli smart phone e tutte le cose buone e belle che danno piacere.

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“All’inizio volevo dirgliene quattro (…) poi ho capito che Lui ‘carica’ la croce su chi può sopportarla”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 08/10/2014

Filippo02
La storia è semplice e drammatica. Filippo, 30 anni, sposato con Anna, in attesa di un bambino, impegnato nelle Sentinelle del Mattino, attivissimo nell’Oratorio, se ne va in un mese per un tumore fulminante all’addome.

“Una storia drammatica, emozionante, sconvolgente” scrive nella sua prefazione il vescovo Franco Brambilla. Una storia che Ilaria Nava ha ricostruito attraverso le voci, gli SMS, i messaggi su Facebook dei protagonisti: i parenti, gli amici, i ragazzi che Filippo seguiva e di cui era confidente e sostegno; e soprattutto Anna, la moglie di Filippo, che ha dato alla luce Luca un mese dopo che Filippo se ne era andato.

Filippo01“La prima volta che sono arrivata a Verbania, inviata dal settimanale Credere, che mi aveva chiesto di scrivere un articolo su questa storia avevo un po’ di timore di incontrarti” scrive l’autrice nei ringraziamenti. “Mai mi sarei aspettata di trovare una persona così sorridente e accogliente, ti sei subito aperta con me, una perfetta sconosciuta anche se ti costava”.

Credo sia difficile leggere questo libro (“Volevo dirgliene quattro…” , San Paolo, 120 pag. € 10.00) senza commuoversi. Chi scrive non c’è riuscito. Perché sono toccanti l’eroismo, la fede, la semplicità dell’accettazione di un evento così apparentemente ingiusto e crudele. Mi sono venuti in mente i versi di Ada Negrini “Atto d’amore”:

“Or Dio – che sempre amai – t’amo sapendo di amarti;
e l’ineffabile certezza che tutto fu giustizia,
anche il dolore,
tutto fu bene, anche il mio male,
tutto tu fosti e sei per me,
mi fa tremante di una gioia più grande della morte”.

Un’accettazione dolorosa, un abbandono totale.

Filippo03All’inizio non fu così. In ospedale Filippo ricevette la visita di don Fabrizio, sacerdote e amico. Gli portò l’ostia; ma la lasciò sul comodino, affinché Filippo potesse fare l’adorazione eucaristica. E poi gli chiese, via messaggio: “Come è andata la chiacchierata con il capo?”. La risposta è il titolo del libro: “All’inizio volevo dirgliene quattro…”. Il messaggio continua: “Poi ho capito che Lui ‘carica’ la croce su chi può sopportarla (anche se ne facevo a meno :-)). Quindi gli ho affidato tutto me, il piccolo e Anna”.

E c’è un’altra mail, misteriosa, in questa storia. La trova Anna, tornando a casa una sera dall’ospedale; e la stampa e la porta a Filippo la mattina seguente.

“Chiedervi il perché di quello che vi sta succedendo il più delle volte vi farà impazzire. Non avrete mai una risposta ai vostri perché, almeno finché siete su questa terra. Alcune cose sono più grandi di noi. Quello che vi consiglio è di chiedere a Dio di accettare e di accogliere nella vostra vita questo cammino che avete davanti, ovunque vi porterà, e io pregherò per voi perché riusciate a compiere questo passo”.

Filippo e Anna decidono di seguire il consiglio, e cominciano a pregare insieme, in ospedale, come facevano prima del ricovero. “Anna non riesce ancora oggi a ricordare chi sia stato il mittente di quella mail. Non troverà mai più il foglio su cui l’aveva stampata, né riuscirà a rintracciarne il testo cercando nella sua casella di posta elettronica”, scrive Ilaria Nava.

Un storia semplice, di una santità estrema, vissuta come diceva Benedetto XVI: “I santi semplici, cioè le persone buone che vedo nella mia vita, non saranno mai canonizzate, sono persone normali, per così dire, senza eroismo visibile, ma nella loro bontà di ogni giorno vedo la verità della fede”.

(di M. Tosatti)

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Fra’ Giuseppe, il “tallonatore” di Dio

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/10/2014

Fra_Giuseppe_01Giuseppe, il frate che gioca a rugby e confessa in spogliatoio. 26 anni, gioca nel Clan Catanzaro Rugby e sostiene vivamente San Paolo “Lo sport è un esercizio sia fisico sia spirituale. La chiesa non può che appoggiare questo tipo di cammino”

In campo placca e tallona, nello spogliatoio consiglia e unisce. E’ la storia di Giuseppe Laganà 26 anni, giovane frate dell’Ordine dei Minimi di San Francesco di Paola, riportata su ilLamentino.it del 28 maggio.

Oltre alla vocazione religiosa, Giuseppe, ha la passione per il rugby infatti è un giocatore del Clan Catanzaro Rugby, team che milita in serie C1. Da diversi anni è anche frate e chierico-studente presso la Comunità Parrocchiale di Santa Croce. Dopo la messa domenicale fra Giuseppe ripone l’abito religioso buttandosi (con il ruolo di “tallonatore”) nelle violente mischie con i colori del suo Catanzaro.

Fra Giuseppe ha iniziato a giocare a rugby a 13 anni quando è rientrato a Milazzo dalla Germania. E’ stato lo zio Massimo ad avvicinarlo alla palla ovale. “Nel corso della mia carriera – spiega fra Giuseppe – ho preso parte alla rappresentativa regionale di rugby, al torneo Aldo Milani di Rovigo, sono stato convocato in serie B. Poi, però, è maturata la scelta vocazionale”.

Fra un allenamento e una meta, ha sentito una voce interiore. “La prima persona con cui mi sono confidato – rivela – è stato un sacerdote milazzese, padre Giuseppe Currò. Poi l’ho detto al mio compagno di banco Giovanni Buda una persona con cui ci siamo sempre sostenuti a vicenda specialmente nei momenti più difficili, e al mio amico Sergio Scibilia. In famiglia l’ho detto la sera prima della prova scritta della maturità. Mia madre era titubante, si è rassicurata quando è venuta al santuario dove mi ero trasferito”.

Fra_Giuseppe_02Negli spogliatoi Fra Giuseppe dispensa aiuti tattici sia ai più giovani che ai più esperti della squadra. Ma capita anche che diventi il confessore dello spogliatoio. Fra Giuseppe gioca solo le partite interne perché nelle trasferte, la domenica in parrocchia, ci sono impegni di comunità. “Quando gioco per gli avversari sono uno dei tanti, non mi presento con l’abito. Ma quando i miei compagni mi chiamano “fra Giuseppe” si stupiscono e nel corso del “terzo tempo” mi domandano della mia esperienza vocazionale.

Nel campo, però, mi faccio rispettare come giocatore di rugby. Non rispondo mai alle provocazioni. Nel rugby il segreto è quello di replicare con i fatti, o una meta o un placcaggio fatto bene”.

Lo scorso 9 aprile fra Giuseppe Laganà ha presenziato a una conferenza dedicata alle scuole con tema “Sport, Chiesa e Legalità”. “Lo sport, come sosteneva San Paolo, è un esercizio sia fisico sia spirituale. La chiesa non può che appoggiare quando si fa questo tipo di cammino”.

“Non sono mai stato dietro a questioni di categorie, classifiche o punteggi – continua – ho sempre giocato facendo del mio meglio per essere utile alla squadra. Del rugby mi piacciono valori e principi sani.”

(Fonte: http://www.aleteia.org)

 

frate-rugbista_allUMG_locandina

Fra Giuseppe sarà ospite dell’Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro, lunedì 6 Ottobre. Prenderà parte all’incontro: “Sport, Etica e Fede” (Sala Riunioni dell’Area Giuridica – ore 12.00. Successivamente il frate-rugbista sarà ospite negli studi dell’UMG WEB RADIO nel corso della trasmissione “18 e Lode

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Messaggio della Regina della Pace a Medjugorje del 2 Ottobre 2014

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/10/2014

Icona - Sorgente di Vita - Zoodòchos Pegé

Icona – Sorgente di Vita – Zoodòchos Pegé

«Cari figli,

con materno amore vi prego: amatevi gli uni gli altri!

Che nei vostri cuori sia come mio Figlio ha voluto fin dall’inizio: al primo posto l’amore verso il Padre Celeste e verso il vostro prossimo, al di sopra di tutto ciò che è di questa terra.

Cari figli miei, non riconoscete i segni dei tempi?

Non riconoscete che tutto quello che è intorno a voi, tutto quello che sta succedendo, accade perché non c’è amore?

Comprendete che la salvezza è nei veri valori, accogliete la potenza del Padre Celeste, amatelo e rispettatelo.

Camminate sulle orme di mio Figlio.

Voi, figli miei, apostoli miei cari, voi vi radunate sempre di nuovo attorno a me perché siete assetati, siete assetati di pace, di amore e di felicità.

Dissetatevi dalle mie mani!

Le mie mani vi offrono mio Figlio, che è Sorgente d’acqua pura.

Egli rianimerà la vostra fede e purificherà i vostri cuori, perché mio Figlio ama con cuore puro ed i cuori puri amano mio Figlio.

Solo i cuori puri sono umili e hanno una fede salda.

Io vi chiedo cuori del genere, figli miei!

Mio Figlio mi ha detto che io sono la Madre del mondo intero: prego voi, che mi accogliete come tale, che con la vostra vita, preghiera e sacrificio mi aiutiate affinché tutti i miei figli mi accolgano come Madre, perché io possa condurli alla Sorgente d’acqua pura.

Vi ringrazio!

Cari figli miei, mentre i vostri pastori, con le loro mani benedette, vi offrono il Corpo di mio Figlio, ringraziate sempre nel cuore mio Figlio per il suo sacrificio e per i pastori che vi dà sempre di nuovo».

(Fonte: traduzione definitiva tratta dalla mailing list Informazioni da Medjugorje)

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