FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

«Venni toccato proprio in quelle viscere straziate dagli stupri che avevo subìto, scoprii la potenza sanante dell’Eucaristia»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/02/2018

Fabio Salvatore riceve migliaia di lettere da quando, nel 2008, è stato pubblicato il suo primo romanzo best seller “Cancro non mi fai paura”.

Molti suoi lettori, che condividevano le fatiche quotidiane del dolore e del male, hanno scelto di raccontarsi a lui, condividendo con coraggio e onestà l’inferno vissuto e la rinascita, grazie all’intervento di Dio nella propria vita.

Tra questi “fattacci” raddrizzati dalla Grazia di Dio ricevuti dall’autore del libro, una brutta storia di violenza e di perdono mi ha particolarmente colpito e la vorrei condividere con voi.

«Come ogni anno eravamo in vacanza: mamma, papà e io, a Fregene, ma quell’anno erano venuti con noi anche gli zii e mio cugino Andrea. Dai miei otto anni non ancora compiuti vedevo come un adulto quel ragazzone alto un metro e ottanta, ma scoprii presto che non era grande come me lo immaginavo.

Dopo le mattinate al mare e il pranzo tutti insieme, i nostri genitori, approfittando dei ritmi rallentati della vacanza, andavano a dormire; e io, che di dormire non ne volevo sapere come tutti i bambini, restavo a leggere e a giocherellare in attesa che tutti si svegliassero per la passeggiata pomeridiana.

In quelle ore di siesta non speravo mai che mio cugino “adulto” mi coinvolgesse in qualche cosa. Gli anni che ci separavano erano come una generazione per noi, in realtà erano praticamente una generazione, ma la cosa mi sembrava del tutto normale. Mi meravigliai infatti quando mi invitò nella sua camera per vedere certi giochi che non conoscevo.

Di fronte alla assoluta novità, non venni minimamente sfiorato dal pensiero di essere in pericolo: era mio cugino. Si, era sempre stato un po’ strano (…) ma era un adulto (almeno ai miei occhi) e io ero tranquillo, nonostante mi stesse mostrando un gioco che non capivo.

Non ne capivo il perché, non capivo dove fosse il divertimento; ne ero così all’oscuro che ricordo come fosse ieri quando gli domandai: “Ma quella roba lì che esce, che cos’è? E come si forma?”. La risposta dell'”adulto” fu: “Col cibo”, e mi chiese di aiutarlo in quel gioco.

Lui era l’adulto, il parente di cui mi fidavo, e mi ritrovai a partecipare a quello strano gioco che non capivo. Continuavo a non capire dove fosse il divertimento. Il giorno dopo e quello dopo ancora mi ripropose quel “gioco” dicendomi che era il nostro segreto; io continuavo a partecipare con tutta l’ingenuità dei miei otto anni non ancora compiuti.

Ogni giorno quel gioco rivelava nuovi aspetti, fino al pomeriggio in cui quello che mi venne chiesto e fatto – il dolore, il disagio, assieme alla delusione e al senso di tradimento, e ancora il dolore, quel dolore fisico e quel disagio interiore che permaneva per giorni e giorni – mi portò alla consapevolezza che non era un bel gioco quello a cui venivo invitato ogni pomeriggio, che non era un gioco affatto.

Ma io tacqui. Tacqui per un anno, sotterrando quella sensazione indecifrabile e indicibile nel silenzio di un bambino solare che aveva cambiato carattere, che cominciava a soffrire di mal di testa e disturbi intestinali pur non avendo alcuna patologia.

Il gastroenterologo e l’internista non capivano che il dolore che avevo sotterrato, come in un vulcano attivo, si scavava delle camere magmatiche attraverso il mio fisico.

L’estate successiva, quei giochi si ripeterono per quindici giorni di seguito, con la partecipazione di un altro cugino che si era unito al gruppo per divertirsi con “quello sciocco che non si rendeva conto di niente”.

Passato qualche mese, il giorno in cui papà mi diede delle risposte sulla sessualità, capii di botto quello che mi era capitato. Ricordo solo che qualche minuto dopo, mentre ero solo in salotto, ebbi un giramento di testa e mi ritrovai sdraiato, ai piedi del divano, e che rimasi in quella posizione, imbambolato, paralizzato (non svenuto, perché ne ricordo perfettamente ogni minuto) per un paio d’ore.

Quando mi ripresi, cominciai a mangiare e mangiare, e mangiai quanto due, ttre, quattro uomini adulti per vomitare tutto e, sfinito, provare finalmente sollievo.

Da quel giorno non permisi più a nessuno di toccarmi per nessun motivo; nemmeno ai miei genitori, che rispettarono questo mio atteggiamento credendo che facesse parte del mio carattere e non sospettando che avrebbe solo amplificato la sofferenza inestricabile e indicibile che sotterravo e congelavo dietro a quei miei sorrisi e al mio carattere apparentemente aperto e gioviale.

Sorridevo, mi comportavo bene, ma mi sentivo strappare dentro, sempre.

La mia vita sociale e famigliare andava avanti come quella di tanti bambini; gli esami di quinta, le medie, un tentativo di suicidio non andato a buon fine, le superiori, i successi scolastici…

Leggevo molto, mangiavo di più e vomitavo ancora di più. Mangiavo, vomitavo e leggevo, e più leggevo e più capivo, ma quel dolore indicibile era stato tacitato per così tanto tempo che pensavo (o forse speravo) di averlo dimenticato.

Pensavo.

Fino a quel giorno in cui venne fuori come un’eruzione dell’Etna. Grazie a Dio, in quei miei travagliati diciannove anni avevo accettato l’invito a partecipare a un gruppo di preghiera del Rinnovamento nello Spirito. Lì accadde quello che pensavo impossibile. Venni toccato proprio in quelle viscere straziate dagli stupri che avevo subìto, scoprii la potenza sanante dell’Eucaristia.

Una psicoterapeuta cristiana – benedetto il giorno in cui l’ho incontrata – oltre a offrirmi un accompagnamento psicologico, mi consigliò di riposare davanti al Santissimo Sacramento e alla Messa quotidiana. Ogni giorno, Eucaristia dopo Eucaristia, il contatto del mio corpo e della mia anima devastati dal male col Corpo e la divinità del Risorto che era passato per la Croce mi portava fuori dal mio sepolcro: Gesù mi prendeva per mano e, ogni giorno, mi tirava fuori di un millimetro, un millimetro fuori dal mio sepolcro, fino al giorno in cui mi ritrovai completamente libero.

E da fuori riordinai la mia vita. Quel giorno capii che per completare il percorso avrei dovuto pregare per i miei abusatori, sebbene rimasi e resto tuttora ben lontano da certe persone che sono per loro natura “urticanti”.

Questa fu la decisione più difficile, che feci in obbedienza al mio direttore spirituale, anche se sentivo solo risentimento, rabbia e frustrazione. Dopo qualche anno mi ritrovai a pregare per loro senza più provare collera.

Ora ho una famiglia meravigliosa, un lavoro invidiabile, e nella misura in cui mi apro alla Grazia, vivo nella pace.

Ancora soffro, vengo ancora colto da attacchi di panico notturni e, se qualcuno allunga una mano per toccarmi, mi prende un colpo, nonostante abbia passato da un po’ i quaranta; ma, dopo una battuta con cui mi scuso dicendo che ero sovrappensiero, prendo la mano del Signore, scavalco le mie paure e non temo più di essere toccato dall’umanità.»

(Tratto da: Buio e Luce, di Fabio Salvatore, San Paolo, 2018, Pagg 67-72, col gentile permesso dell’autore)

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«Ma non c’è nulla di male…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 15/02/2018

Girando su internet mi sono imbattuto su questo brano di San Giovanni Maria Vianney, conosciuto come il Curato d’Ars:

«La virtù della Prudenza ci fa discernere ciò che sarà più gradito a Dio e più utile alla salute della nostra anima. Bisogna scegliere sempre quello che è più perfetto.

Ammettiamo che ci si presentino due opere buone da compiere, una a favore di una persona che amiamo, l’altra a favore di qualcuno che ci abbia fatto del male; ebbene! è a quest’ultima che bisogna dare la precedenza.»

Mentre leggevo, aderendo interiormente alle parole sapienti del santo francese, non potevo non pensare a quanto oggi non si faccia più tanto caso, a quanto non venga più insegnata oserei aggiungere, la virtù della prudenza e mi venivano in mente le parole di Mons. Pierino Galeone, fondatore dei Servi della Sofferenza, quando un giorno di una ventina di anni fa mi diede un insegnamento il cui senso è più o meno questo:

«Se un’azione, non sbagliata, che non è né bene né male, costituisce però il primo passo per un’altra azione che è male o peccato, la prudenza è quella cosa per cui decidi di non fare quella cosa, anche se non c’è nulla di male.»

E’ tanto semplice ma quanto trascuriamo tutti questa virtù… E restiamo fregati in nome di una malintesa libertà che finisce solo col farci trovare peggio nei pasticci.

Quell’azione (anche buona) è il primo passo verso il peccato? Anche se non c’è nulla di male, evitala. Questa è la virtù della prudenza.

Parlare con quel collega (cosa in sé né buona né cattiva) ti fa cadere nella maldicenza? Anche se non c’è nulla di male a parlare con quel collega, evita di parlare con quel collega se finisci sempre col cadere nella maldicenza.

Andare a prendere un caffè con un’amica non è peccato, ma se quell’amica non ti è indifferente e tu sei sposato, e prendere il caffè con lei potrebbe essere il primo passo per qualcos’altro, anche se non ci sarebbe nulla di male in quel caffè, la prudenza ti dice – non andare a prendere il caffè con l’amica.

Può sembrare una limitazione alla libertà secondo la mentalità di questo mondo che ribalta molti valori, ma è proprio il contrario; non è che un passo – o meglio, un passo non fatto – che ci evita tanti guai, rendendoci davvero più liberi perché ci porta a discernere e quindi a scegliere il vero bene e i mezzi adeguati per compierlo.

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«Questa bellezza mutevole… Chi l’ha creata, se non la bellezza immutabile?»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 15/02/2018

Prendetevi una manciata di minuti per guardarvi questo video fino infondo.

«Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa.

Interroga la belleza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte.

Interroga le fiere che si muovono nell’acqua, che camminano sulla terra, che volano nell’aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida.

Interrogali! Tutti tirisponderanno: guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole… Chi l’ha creata, se non la bellezza immutabile?»

Sant’Agostino d’Ippona, Discorso n. 241

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E celebriamolo ‘questo’ San Valentino, ma a una condizione…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/02/2018

SAN VALENTINO

Non la capirò mai questa società in cui vivo. A volte mi piace, a volte no, ma il più delle volte mi sembra che non dia altro che messaggi schizofrenici.

Pare che ci sia un’attenzione accurata ad evitare che si mostrino segni e simboli cristiani, che diventa morbosa quando sono cattolici, niente Crocifissi, niente immagini mariane, niente riferimenti a Gesù nelle scuole, niente presepi nei luoghi pubblici, niente segno della Croce sui campi di calcio, niente che possa turbare la sensibilità dei non cattolici… OK, me ne sono fatta una ragione… non tanto a dire la verità, ma tant’è…

Oggi però frotte di adolescenti brufolosi e, coppie di tutte le età si apprestano ad obbedire all’imperativo dell’anno che ti spinge a comprare cioccolatini, composizioni floreali, per chi se lo può permettere magari un bel gioiello, o un fine settimana romantico in nome di chi? Di un santo cattolico e per giunta vescovo, più cattolico di così si muore.

Questa ricorrenza cattolica non dà fastidio? Certo. E allora si ripete la frode che qualcuno ha visto funzionare con successo: si prende la festività cattolica, la si sfrutta svuotandola del suo senso più profondo (meglio se la si decattolicizza) e ci si vende su qualcosa, e se il marchio vende bene, ci si vende tutto il vendibile. Un po’ come hanno fatto con Babbo Natale che ha preso il posto di Gesù, la Befana che ha presto il posto dell’Epifania, uova, insulsi coniglietti e festa della primavera che hanno sostituito la gloriosa Pasqua di Resurrezione di Gesù.

“La butti sempre sul cattolico”, mi dicono alcuni colleghi. Vero, ma ci credo profondamente, e non posso non vedere certe incoerenze. Chissà che la crisi non attenui questa farsa che alla fine, come Charlie Brown che aspetta inutilmente alla cassetta postale la valentina che non arriva mai, alla fine delude un po’ tutti. Non lo festeggiassero, me ne starei buono buono, ma quando mettono in ballo le cose in cui credo, le cose e le persone che amo, non riesco, e divento incontinente con le mie riflessioni…

Penso a mia moglie. Al nostro amore così forte, intenso, spesso, provato, lievitato dalle gioie e dai dolori e dalla vita, indicibile quanto è forte ed unico. Poi guardo le confezioni di cioccolatini, le composizioni floreali, le smielate serate a tema che realizzano il tutto esaurito nei ristoranti, tutto marchiato San Valentino e mi sembrano caricature indegne dell’amore che provo per lei.

Lo stesso vale per il Santo. San Valentino, vescovo martirizzato per essersi distinto per umiltà, carità verso i poveri e amore a Gesù risorto, viene usato per vendere cioccolatini che contribuiranno ad aumentare i già numerosi brufoli dei pischelli di oggi.

Sto facendo il solito predicozzo da teocon vero?

Ok, a parte il fatto che oggi non è neanche San Valentino ma SS. Cirillo e Metodio, se però lo dobbiamo proprio festeggiare (meglio celebrare) ‘questo’ San Valentino, facciamolo, ma ad una condizione:

Celebriamo anche l’amore semplice di Santa Teresina di Lisieux, la sapienza di Santa Teresa d’Avila, la povertà di San Francesco, l’amore infuocato di San Pio da Pietrelcina, l’amore materno di Santa Gianna Beretta Molla, il virile amore a Cristo del Beato Piergiorgio Frassati, l’offerta eroica di Chiara Luce Badano, la santità infantile di Antonietta Meo, conosciuta da molti come “Nennolina”.

Chi sono questi ultimi scritti in neretto?

Cliccate sui link o inserite i loro nomi su Google e vedrete che i santi originali sono decisamente meglio delle deformazioni che ne fa l’attuale società consumista, e seguire i loro passi, almeno provarci, rende molto più felici di una scatola di cioccolatini pieni di grassi insaturi buoni solo a farci diventare ciccia e brufoli.

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«Possono togliermi tutto ma non la preghiera»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/02/2018

Josef Kalinowski nasce il 1 settembre a Vilnius (attuale Lituania) da nobile famiglia polacca (all’epoca Polonia e Lituania facevano parte dell’Impero russo). Nel 1857 si laurea in ingegneria all’Accademia Militare di San Pietroburgo col grado di tenente dell’esercito. Nel 1863, scoppiata l’insurrezione in Polonia, si congeda dall’esercito russo e, seppur convinto che “la Patria ha bisogno di sudore, non di sangue”, accetta l’incarico di Ministro della Guerra del governo rivoluzionario.

Fallito il tentativo di indipendenza della Polonia, il 24 marzo 1864 viene arrestato e condannato a morte, però grazie alla sua popolarità non viene fucilato ma la pena gli è commutata con dieci anni di prigionia in Siberia. Porta con sé il Vangelo, il libro di Giobbe i Salmi, l’Imitazione di Cristo e un Crocifisso.

In carcere organizza la sua vita sul modello di quella dei religiosi. Scrive nelle sue memorie: «Mi ero fatto un orario preciso per tutte le ore; mi alzavo alle cinque del mattino. Il mio primo pensiero era quello della preghiera, poi la meditazione e, quando ottenni i libri di devozione, ebbi una grande consolazione. Potevo sentire ogni giorno la Messa, ma da lontano”.

Ai suoi scrive: «Possono togliermi tutto ma non la preghiera!».

L’esilio diventa un tempo di grazia strordinaria. Si dona con generosità ai bisognosi, prodigandosi in ogni occasione per consolare e aiutare tutti senza distinzione di religione o di nazione. Si adopera per l’evangelizzazione soprattutto dei più giovani.

Scontata la pena, nel 1874 si trasferisce a Parigi come precettore di Augusto Czartoryski, adolescente di famiglia principesca (beatificato da Giovanni Paolo II ). Grazie alla guida del suo precettore scoprirà la vocazione religiosa e nel 1887, accolto da San Giovanni Bosco, entrerà nei Salesiani.

Giuseppe Kalinowski invece nel 1877 era già entrato nell’ordine dei Carmelitani Scalzi (a Graz, in Austria) col nome di Fra’ Raffaele di San Giuseppe. Proprio accompagnando il principe Czartoryski, scopre il carisma teresiano e ne rimane conquistato.

Il 15 gennaio 1882, all’età di 47 anni, riceve l’ordinazione sacerdotale a Czerna presso Cracovia. Diveta un confessore molto apprezzato; come direttore spirituale guida le anime verso Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa e il prossimo.

Sempre raccolto nella preghiera, sempre unito a Dio, sempre pronto alla rinuncia, al digiuno, alla mortificazione per la salvezza dei fratelli. Lo chiameranno “il martire del confessionale”. E’ comprensivo, prudente e buono, spicca in lui un altissimo senso di umanità.

Scopre, soprattutto attraverso la lettura di “Storia di un’anima”, di Santa Teresa di Gesù Bambino, che l’amore misericordioso è l’amore del Padre che comprende la sua creatura, la ama, la solleva, la perdona come un padre il proprio figlio. La spiritualità dell’abbandono diventa sua e cerca di viverla superando la sua formazione severa e austera.

L’appartenenza a un ordine nato in oriente e trapiantato in occidente lo confermerà nel desiderio di unificazione delle chiese. Scriverà: «L’unità sacra! L’unità santa! Questa parola riempie già il cuore di dolore, ma accende anche il fuoco della speranza». Molto quindi ha fatto per l’ecumenismo, lasciando questa missione come testamento ai fratelli e sorelle carmelitane.

Era convinto che l’unione con i cristiani ortodossi sarebbe stata possibile solo in Maria. Sul letto di morte ripete incessantemente: «Padre, che tutti siano una cosa sola!».

Muore il 15 novembre 1907 nel convento carmelitano da lui fondato nella cittadina polacca di Wadowice. Qui tredici anni dopo nascerà Karol Woitila che, divenuto papa Giovanni Paolo II, lo ha beatificato nel 1983 e canonizzato nel 1991 e che, con incisive parole, ci ha offerto il ritratto spirituale di San Raffaele Kalinowski:

«Dà la vita agli altri nello svolgimento del ministero sacerdotale spingendo tutti alla perfezione, alla santità. Egli diventa preghiera e lavoro volendo essere “proprietà degli altri”». (Omelia della canonizzazione).

(Tratto dalla rivista “Aggancio” dell’11/12/2012, n. 11-12, pagg.9-11)

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«Maria è l’arca sicura in mezzo al diluvio!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 11/02/2018

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«Maria è stata l’unica vera connessione che mi ha aiutato ad arrivare a Gesù!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/02/2018

L’atleta Patrick Villani, dato per spacciato per un tumore inoperabile, racconta la sua conversione e vocazione.

Dopo qualche anno la malattia ha continuato a progredire e si è spento nel 2016 ma nella serenità ritrovata nella fede.

«Nessuno esca senza aver provato quel senso d’amore che ci faceva sentire con i suoi abbracci».

Così lo ricordano i frati francescani che hanno condiviso con lui gli ultimi anni della sua vita.

Condivido con gioia questa storia edificante che ci dice che quando è volontà di Dio, avvengono miracoli e guarigioni, a volte no, a volte Dio concede il tempo per puntare all’Essenziale; è un mistero che capiremo solo dopo ma, il miracolo della conversione e di una morte santa è sempre a disposizione dell’uomo che cerca Dio con fiducia affidandosi alla Mamma Celeste.

 

 

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«Mamma, dovremmo fare anche noi qualcosa del genere a Roma»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/02/2018

Prendetevi qualche minuto per conoscere questa bella realtà, nel cuore di Roma, a pochi minuti dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù.

«Scusi, signora scusi, lei sa dove andare?». Spesso inizia tutto così, con un dottore del reparto di Oncologia infantile Bambin Gesù di Roma o del Policlinico Umberto I che, avendo valutato la situazione, tende la mano alla famiglia che ha appena saputo di avere un figlio malato che per mesi dovrà curarsi lontano da casa.

È a quel punto che, se c’è posto, il dottore propone la possibilità di un’accoglienza gratuita, una “famiglia allargata” a poche centinaia di metri dall’ospedale. Così gli ospiti sono invitati a entrare nel “magico” mondo di Peter Pan, l’onlus che da 18 anni ospita i piccoli pazienti oncologici con le loro famiglie per la durata della cura.

Quattro strutture in un quadrilatero di strade alle pendici del Gianicolo, a poca distanza dall’ospedale, per una capienza totale di 32 famiglie, circa 120 persone al giorno. «Il nostro scopo è garantire alle famiglie una vita normale, fatta di condivisione: la famiglia è al centro della nostra missione e anche i piccoli devono respirare un’atmosfera di normalità e sentirsi a casa», dice Marisa Fasanelli, fondatrice insieme a Giovanna Leo.

L’AMICIZIA AIUTA A VOLARE

E allora ecco apparire Peter Pan e la sua ciurma, i timonieri, le fate felici, Trilly e i pipistrelli, che dal mattino alla sera cercano di essere un punto di riferimento con un ascolto attivo e una mano sempre tesa. La macchina organizzativa è composta quasi esclusivamente da volontari, circa 200, e da un piccolo nucleo di staff professionale. Nelle attività e nella gestione del tempo, lo staff segue la favola del bambino vestito di verde che vola verso nuove avventure.

Trilly accoglie le famiglie, i timonieri le accompagnano alle cure o negli spostamenti, Wendy organizza le attività nel tempo libero con docenti ed esperti, Spugna ripristina l’igiene nelle camere, e i pipistrelli si occupano del turno notturno.

SPAZI COMUNI E PER LE FAMIGLIE

Ogni famiglia ha uno spazio privato e poi ci sono le aree comuni: la cucina, la zona pranzo, l’aula scolastica e le aree dove vedere la televisione o fare attività. La giornata inizia con il pulmino dell’ospedale che viene a prendere i piccoli pazienti, poi si pranza negli spazi comuni e nel pomeriggio per chi vuole ci sono le attività, dai laboratori artistici e musicali a quelli di astronomia, dalle visite al museo alle feste di compleanno organizzate con l’animazione.

«I volontari sono la benzina di tutta la macchina», spiega Giampaolo Montini, direttore generale dell’onlus. «Facciamo due corsi di formazione all’anno e li seguiamo per l’inserimento nelle attività: è molto importante che siano pronti ad affrontare ogni situazione, ciascuno ovviamente per il tempo che riesce a dedicare».

DAL DOLORE ALLA SPERANZA

L’intuizione di un polo di accoglienza è arrivata a Emanuele Fasanelli, figlio di Marisa, morto di tumore a 25 anni. Un giorno, mentre erano a Minneapolis, negli Stati Uniti, in una struttura che li accoglieva per le cure lontano da casa, lui le disse: «Mamma, dovremmo fare anche noi qualcosa del genere a Roma, per tutti quelli che vivono le nostre difficoltà».

Il nonno gli aveva regalato dei soldi per fare un master, ma lui aveva capito che non lo avrebbe mai fatto, e allora la prima donazione fu la sua. «Siamo ben felici di offrire ospitalità, purtroppo siamo sempre pieni. Da quando esiste l’associazione, non c’è niente di certo: viviamo delle donazioni dei privati, di quello che riceviamo con il 5 per mille e della raccolta fondi».

«All’inizio avevamo comprato un forno a microonde per il reparto e regalavamo tessere telefoniche a chi non poteva stare con i figli», ricorda sempre Fasanelli. «Poi deve averci messo mano la Provvidenza perché nel 1997, mentre cercavo una sede e avevo appena ricevuto un no, ho visto questo grande edificio di tre piani (la sede del liceo artistico Ripetta, di proprietà dell’Istituto per l’assistenza all’infanzia, ndr) e, anche se era ridotto male, ho pensato che sarebbe stato perfetto per noi di Peter Pan. Mai avrei immaginato che sarebbe diventato la prima casa, ma sentivo che era un posto giusto».

IL MIRACOLO DEL BENE

Da allora è un crescendo di adesioni. Alitalia nel 1998 fa la prima campagna marketing per aiutare i genitori a viaggiare gratis e il costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone investe nel progetto. Poi dalle pagine di Repubblica la giornalista Barbara Palombelli lancia un appello e smuove un mare di solidarietà.

Ancora oggi il miracolo continua a rinnovarsi ogni giorno. Grazie all’accoglienza, i bambini possono seguire cure in day hospital e il tasso di deospedalizzazione ha raggiunto l’82 per cento.

Le storie dei piccoli pazienti ospiti sono tante, e non sempre a lieto fine. Tra le tante, è rimasta nel cuore di tutti quella della piccola Alice, arrivata con la famiglia dal nord Italia a 10 mesi, quando ancora gattonava.

A casa Peter Pan Alice ha imparato a camminare, ha conosciuto Khaled, un bimbo iraniano, e per due anni hanno fatto coppia fissa, giocando a “marito e moglie”. Quando ha finito le cure, Khaled non voleva più ripartire. Alice invece non ce l’ha fatta, ed è morta a tre anni. Ma quando la mamma le diceva andiamo a casa, lei rispondeva: «Sì, mamma, torniamo a Peter Pan».

(Fonte: Rivista “Credere, la gioia della fede”, N. 2, 14 Gennaio 2018, pagg. 31-33)

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Per sorridere (e riflettere) su scienza e fede

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 06/02/2018

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«Nel tè di mia moglie ci sono due cose ben distinte»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/02/2018

Condivido con gioia parti di un articolo appena letto che – come sempre quando leggo di scienziati credenti – mi è stato di edificazione e insegnamento aggiungendo un utile tassello per guidare la ragione verso la verità.

«Una goccia d’acqua ha mille miliardi di molecole. Non è facile credere a ciò ma è così! Se si volessero contare le molecole contenute in una goccia d’acqua, sommandole una al secondo, sarebbero necessari trentamila miliardi di anni! E in cielo c’è un numero di stelle paragonabile al numero di molecole presenti in un bicchiere d’acqua!»

Vincenzo Balzani ha la calma e la mitezza straordinarie di uno scienziato italiano che ha sfiorato il Nobel – nel 2016 tre scienziati stranieri lo hanno vinto per la chimica servendosi generosamente delle sue ricerche (n.d.r.) – con l’entusiasmo di una matricola al primo anno di università (…) che non si è mai chiuso nella torre delle sue ricerche:

«Credo di essere un uomo di fede: credo, ma so dal Vangelo che appena uno dice “credo” deve subito aggiungere: “Signore, aiutami nella mia incredulità”. Sono nato in una famiglia cattolica tradizionale e ho vissuto la Messa e le iniziative parrocchiali fin da ragazzo. Molti anni fa, mia moglie e io abbiamo conosciuto un sacerdote molto bravo, don Giovanni Nicolini, e abbiamo iniziato a frequentare a Crevalcore, non lontano da Bologna, la Famiglia della Visitazione, una comunità composta anche da persone consacrate».

Il rapporto tra scienza e fede.

«Il punto di partenza è quanto disse il cardinale Martini: c’è la scrittura dell’uomo che è la scienza che si occupa dei fatti, dei fenomeni, delle teorie, e cerca di rispondere alla domanda “come?”; la scrittura di Dio, invece, trova le risposte non a questioni scientifiche, ma a interrogativi che ognuno ha dentro di sé, trova risposte ai “perché?“, i quali possono risolvere le domande che nascono nella vita dell’uomo: perché sono al mondo, che senso ha la mia vita, perché c’è il mistero del male.

Qui la scienza non può spiegare nulla.

C’è un aspetto materiale e uno spirituale. Un esempio: sto lavorando ma sono stanco, vado in cucina, mia moglie si accorge della mia stanchezza e mi prepara del tè. Nel tè di mia moglie ci sono due cose ben distinte: la prima è l’azione materiale del farmi il tè, la seconda è l’amore che mia moglie mi manifesta facendomi il tè, che la scienza non può descrivere e spiegare se non come una mera azione spirituale».

(…) Io mi occupo di atomi e molecole, oggetti piccolissimi che hanno forme e proprietà ben definite. Il chimico oggi può costruire macchine utili anche al mondo della medicina. Siamo delle creature meravigliose, ma fragili, non onnipotenti. Dobbiamo ricordarci che c’è il male, un mistero grande, e che il male è più forte di noi. Non possiamo vincerlo, possiamo solo chiedere al Signore che ci protegga.

D’altra parte l’uomo deve chiedere aiuto. Se l’uomo non dovesse chiedere aiuto, penserebbe di essere un dio. Alcuni scienziati dicono che arriverà una teoria che spiegherà tutto, anche Dio, per cui sarà più grande di Lui! Altri dicono che è possibile la dimostrazione scientifica di Dio. Ma Dio non è dimostrabile scientificamente».

«Sappiamo che tutto è iniziato con una grande esplosione, il Big Bang, (…) ma non sappiamo com’è stato l’inizio, non sappiamo cosa ci sia stato prima del Big Bang. Ed è proprio lì che c’è Dio».

(Tratto da: Credere, la gioia della fede, n. 1, Gennaio 2018, Pag. 50)

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