FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Il tabernacolo al centro

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/04/2018

Don Tonino Bello raccontato dal suo segretario.

In tanti mi hanno chiesto in questi giorni una testimonianza su don Tonino. Solo ora mi sto rendendo conto che pur avendo toccato tanti aspetti importanti della sua vita di credente e di pastore, non ho dato il giusto risalto alla sua vita interiore, alla sua preghiera.

Spero di poter recuperare una così grave omissione con questo piccolo contributo. Anche perché – alla luce della stessa esperienza di Gesù riportata nei vangeli – tutte le sue scelte coraggiose partono, secondo me, proprio da questo suo rapporto speciale con Dio nella preghiera.

La lusinga del potere non risparmia nessuno e la si può vincere solo se si lascia entrare Dio nella vita. Anche Gesù, subito dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, quando la folla si mette sulle sue tracce per farlo re, si ritira sul monte a pregare (cfr. Gv 6, 15).

La forte e determinata distanza critica da ogni forma di potere, da dove proverrebbe in don Tonino se non da una sua frequentazione diuturna e sincera con Dio nella preghiera?! E così pure il suo impegno coraggioso per la pace, l’accoglienza per gli immigrati, la carità “sine modo” per gli ultimi, da dove lo avrebbe attinto?! Non ho dubbi: da quella sorgente di amore e di vita che è la preghiera.

Ebbene, quando ricordo don Tonino che prega non posso fare a meno di immaginarlo nella cappella dell’episcopio, una specie di piccolo cenacolo dove trascorreva i momenti più importanti della sua giornata di Vescovo in compagnia del Signore.

Era lì al mattino presto, prima di entrare nel vortice delle tante incombenze pastorali; nel pomeriggio, prima di uscire per raggiungere le varie comunità e gruppi della Diocesi; la sera, dopo cena, prima di ritirarsi nella sua cameretta.

Il tabernacolo al centro, incastonato nel meraviglioso altare dell’ottocento pieno di intarsi preziosi posto sulla parete di fronte, un inginocchiatoio davanti, sulle pareti laterali i quadretti di una modesta via crucis color argento e subito, appena si entra a sinistra, una piccola scrivania con sopra la Bibbia, il breviario, una penna e qualche foglio bianco; e accanto una libreria essenziale.

Spesso nel cuore della notte si raccoglieva in preghiera e nel clima dell’adorazione notturna, seduto a quella scrivania, scriveva le lettere, le omelie e i discorsi, i messaggi augurali di Natale e Pasqua, i programmi pastorali annuali; quei testi bellissimi, insomma, che avevamo poi la possibilità di leggere sul nostro settimanale diocesano.

E mi pare di vederlo ancora là. Sì, perché almeno un paio di volte, svegliato da qualche rumore – quello della porta della sua stanza che si apre e quello dei suoi passi – e attratto da quell’unica luce accesa nel grande appartamento dell’episcopio ancora immerso nel buio della notte, furtivamente, a sua insaputa, mi sono avvicinato per “spiare” la sua sagoma e, quindi, la sua postura e il suo sguardo rapito in quell’atmosfera di intimità e di raccoglimento.

Mi pare di vederlo – dicevo – mentre scrive e poi si ferma a riflettere e poi ancora ripete ad alta voce gli appunti raccolti sul foglio, rivolgendo lo sguardo verso il tabernacolo come a voler strappare al suo importante Interlocutore divino una sorta di consenso: “Che ne dici? Va bene così o correggo? È un po’ anche il tuo pensiero?”.

Sembrava insomma che quello scritto fosse il frutto di una preziosa collaborazione. O che stesse lì a comporre quelle riflessioni per trattenere in quelle righe non solo le sue intuizioni geniali, ma anche il palpito del cuore di Cristo, “suo indistruttibile amore”, come lo definisce in una sua bellissima relazione.

E dire che quando gli chiedevano di parlare della sua preghiera rispondeva che era rammaricato del fatto che non riuscisse a dedicare a Dio più tempo, e che quando invece gli riusciva si accorgeva che le difficoltà pastorali si dissolvevano come “un cubetto di ghiaccio che si scioglie al sole”.

E comunque un’idea originalissima di preghiera lui ce l’ha lasciata nella parola “contemplattività”.

Il vero cristiano – ripeteva – è un contemplattivo perché il suo rapporto col Signore non va vissuto come fuga dal mondo e dai problemi quotidiani. E soprattutto non fa diventare la preghiera una realtà di contorno, una cosa marginale, una sorta – diceva – di “merletto che si aggiunge al panno della propria giornata che, per questo, rischia facilmente di lacerarsi dall’abito dell’esistenza alla prima difficoltà e alla prima sofferenza”.

Tutto questo vissuto interiore, don Tonino è riuscito a trasmettercelo in maniera efficace soprattutto quando celebrava l’Eucaristia o, ancora, quando semplicemente si univa alla preghiera del suo popolo.

E penso ora alla straordinaria esperienza degli incontri di Quaresima e di Avvento che viveva con i giovani. La Cattedrale si riempiva per ascoltare le sue parole vibranti. Era in quelle occasioni che toccavamo tutti con mano il suo cuore contemplativo e la sorgente della sua carica profetica, della sua passione per la giustizia, del suo impegno per la pace.

Perché la preghiera quando è autentica ci umanizza di più, ma soprattutto non ti avvicina soltanto a Dio, ma anche agli uomini e ai loro drammi.

(Gianni Fiorentino, segretario di don Tonino Bello https://agensir.it/)

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«Non si può capire il suo sacrificio se lo si separa dalla sua fede personale»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/04/2018

Sono rimasto toccato dalla morte di Arnaud Beltrame, il gendarme francese che non ha esitato a offrirsi come ostaggio al posto di una donna, durante l’attentato di matrice islamica avvenuto a Trebes lo scorso 23 marzo.

Scopro con piacere che oltre ad essere un uomo coraggioso e protettivo, si era riavvicinato alla fede incarnandola al punto di dare la vita come quel Gesù che aveva riscoperto.

Dopo la morte tragica del tenente colonnello della gendarmeria francese, la moglie Marielle si è confidata col settimanale cattolico “La Vie”.

«Arnaud era profondamente legato a quella che lui chiamava la famiglia della Gendarmeria. Per lui non contavano né le ore di lavoro né il suo impegno. Sapeva creare unione tra i suoi uomini, infondere loro il suo slancio, portarli a dare il meglio di se stessi.

Era animato da altissimi valori morali, valori di servizio, di generosità, di dono di sé, di abnegazione. Aveva una forza di volontà fuori dal comune, sempre capace di rialzarsi dopo le prove.

Si sentiva gendarme nel suo intimo. Per lui essere gendarme voleva dire proteggere. Ma non si può capire il suo sacrificio se lo si separa dalla sua fede personale.

E’ il gesto di un gendarme e il gesto di un cristiano. Per lui le due cose sono legate, non si può separare l’uno dall’altro. Arnaud è tornato alla fede in modo forte verso i trent’anni.

Era un marito molto premuroso, quello che ogni donna sognerebbe di avere. Non si dava tregua per migliorarsi, per essere il miglior marito possibile e per rendermi felice.

Mi sosteneva e mi portava verso l’alto, sempre con molto rispetto.

Eravamo una coppia cristiana. Ci siamo preparati a lungo al matrimoni religioso grazie al solido accompagnamento dei monaci dell’abbazia di Lagrasse.

La celebrazione avrebbe dovuto aver luogo in Bretagna, perché Arnaud aveva là le sue radici. Era anche molto vicino all’abbazia di Timadeuc, dove ha fatto numerosi ritiri.

I funerali di mio marito si sono svolti in piena settimana santa, dopo la sua morte di venerdì, proprio alla vigilia della domenica delle palme, cosa che non è senza significato ai miei occhi.

E’ con molta speranza che aspetto di celebrare la resurrezione di Pasqua con lui.»

(Fonte: Credere, n. 14, Aprile 2018, pagg. 18 e 19.)

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«Nel nostro volto ci sia sempre la gioia di sentirci amati da Dio.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/04/2018

«Questa mattina, rivolgendomi idealmente a tutti gli anziani, pur nella consapevolezza delle difficoltà che la nostra età comporta, vorrei dirvi con profonda convinzione: è bello essere anziani!

In ogni età bisogna saper scoprire la presenza e la benedizione del Signore e le ricchezze che essa contiene. Non bisogna mai farsi imprigionare dalla tristezza!

Abbiamo ricevuto il dono di una vita lunga. Vivere è bello anche alla nostra età, nonostante qualche “acciacco” e qualche limitazione.

Nel nostro volto ci sia sempre la gioia di sentirci amati da Dio, e non la tristezza

(Benedetto XVI in visita alla Casa-Famiglia “Viva gli Anziani” della Comunità di Sant’Egidio, Roma, 13 novembre 2012)

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«Mai più la guerra, avventura senza ritorno.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/04/2018

Mai più la guerra!

Dio dei nostri padri,
grande e misericordioso,
Signore della pace e della vita,
Padre di tutti.
Tu hai progetti di pace e non di afflizione,
condanni le guerre
e abbatti l’orgoglio dei violenti.

Tu hai inviato il tuo Figlio Gesù
ad annunziare la pace ai vicini e ai lontani,
a riunire gli uomini di ogni razza
e di ogni stirpe
in una sola famiglia.

Ascolta il grido unanime dei tuoi figli,
supplica accorata di tutta l’umanità:
mai più la guerra, avventura senza ritorno,
mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza,
minaccia per le tue creature,
in cielo, in terra e in mare.

In comunione con Maria, la Madre di Gesù,
ancora ti supplichiamo:
parla ai cuori dei responsabili
delle sorti dei popoli,
ferma la logica della ritorsione
e della vendetta,
suggerisci con il tuo spirito soluzioni nuove,
gesti generosi e onorevoli,
spazi di dialogo e di paziente attesa
più fecondi delle affrettate scadenze
della guerra.

Concedi al nostro tempo giorni di pace.

Mai più la guerra!

(San Giovanni Paolo II)

L’icona “Maria Regina della Pace”, è stata ‘scritta’ affinché tutti i cristiani e mussulmani, soprattutto nel Medio Oriente, venerano Maria (Maryām‎), la Madre di Gesù. Maria è considerata una delle donne più grandi e giuste dalla religione islamica; è l’unica donna menzionata per nome nel Corano e il suo nome appare più volte nel Corano che nel Nuovo Testamento.

Il titolo, scritto in arabo, proviene dalle litanie lauretane ma l’icona rappresenta Maria come una donna mediorientale. Al posto della corona c’è un anello d’oro che circonda la sua testa. Nelle mani il tradizionale simbolo della pace: una colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco.

Mai periodo fu più adatto per chiedere l’intercessione della nostra Madre la Regina della Pace.

(Fonte dell’icona e della sua descrizione: https://www1.villanova.edu/villanova/publications/jsames/conference/icon.html)

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«Quando sento qualcosa su qualcuno e vado da un altro e glielo dico…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/04/2018

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

Questa beatitudine ci fa pensare alle numerose situazioni di guerra che si ripetono.

Per noi è molto comune essere causa di conflitti o almeno di incomprensioni.

Per esempio, quando sento qualcosa su qualcuno e vado da un altro e glielo dico; e magari faccio una seconda versione un po’ più ampia e la diffondo. E se riesco a fare più danno, sembra che mi procuri più soddisfazione.

Il mondo delle dicerie, fatto da gente che si dedica a criticare e a distruggere, non costruisce la pace.

Questa gente è piuttosto nemica della pace e in nessun modo beata.

(Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate, n. 87)

Aggiunge il Papa nelle note successive:

[73] La diffamazione e la calunnia sono come un atto terroristico: si lancia la bomba, si distrugge, e l’attentatore se ne va felice e tranquillo. Questo è molto diverso dalla nobiltà di chi si avvicina per parlare faccia a faccia, con serena sincerità, pensando al bene dell’altro.

[74] In certe occasioni può essere necessario parlare delle difficoltà di qualche fratello. In questi casi può succedere che si trasmetta un’interpretazione invece di un fatto obiettivo. La passione deforma la realtà concreta del fatto, lo trasforma in interpretazione e alla fine la trasmette carica di soggettività. Così si distrugge la realtà e non si rispetta la verità dell’altro.

Un insegnamento utile per tutti.

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Un’energia di 34.000.000.000.000.000.000.000 di Watt!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 11/04/2018

Da uno studio scientifico dell’ENEA (l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile), sono emerse delle informazioni sorprendenti sulla Sacra Sindone.

Chi volesse leggere il rapporto tecnico integrale dal sito dell’ENEA, può cliccare QUI.

In sintesi, ciò cha la ricerca ha scoperto è che ci vorrebbero 34 mila miliardi di watt per ottenere un’immagine come quella della sindone su un telo di lino.

Per farsi un’idea, i più potenti laser oggi disponibili al mondo sono decine di migliaia di volte meno potenti e si tratta di un’energia paragonabile a quella prodotta attualmente in un giorno da tutto il mondo, concentrata in pochi secondi e sulla superficie di un telo.


Siamo in tempo di Pasqua, tempo in cui noi strani-cattolici-caparbi-che-ci-credono-davvero, celebriamo la resurrezione di Cristo.

Le prove non servono per chi crede e non bastano a chi non crede, ma risultati del genere, incredibilmente interessanti, non possono non interrogare chi non crede e non rafforzare chi ha fede nell’evento più rivoluzionario della storia dell’umanità.

Un’energia immensa alla fonte della resurrezione… Pensate all’immensità dell’Amore che sta alla fonte di tutto questo evento…

 

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«Quando mangiate la pizza state masticando un concentrato di spazio-tempo, ecco perché il “materialismo scientifico” fa a pugni con la scienza.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/04/2018

Se volete capire questa affermazione prendetevi del tempo e gustatevi questo video interessante del Professor Antonino Zichichi in cui controbatte con rara eleganza, le critiche che gli vengono mosse per essere scienziato e credente e per dirlo in pubblico senza complessi.

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«La “crisalide rotta” del suo sudario proclama che Cristo è il vincitore persino sulla morte!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 31/03/2018

E’ davvero sorprendente quello che possono fare le ragazze per amore.

Mia moglie Jean ed io, siamo stati dirimpettai per dieci anni prima di sposarci. Il mio interesse da liceale per la biologia mi aveva portato a farmi una bella collezione di bruchi vivi. La loro casa era una scatola di scarpe coperta con una rete metallica; quando ero fuori in vacanza, Jean le nutriva accuratamente con le foglie del loro salice. Ma in realtà le detestava.

Un bel giorno i bruchi smisero di strisciare e masticare, attaccarono saldamente la coda a un rametto e restarono fermi, inguainati nel loro bozzolo scintillante. Per settimane parevano morti, immobili nel loro minuscolo pacchetto che nel frattempo era diventato grigio. Rimossi la grata e attesi.

Un bel giorno, uno a uno, questi astuccetti grigi cominciarono a contorcersi e a ruotare con forza per rompersi all’improvviso lasciando emergere meravigliose farfalle. Ogni farfalla restava immobile per ore muovendo gentilmente le ali, pompando al loro interno i fluidi necessari per estenderle completamente. A un certo punto le farfalle si sollevarono con grazia nella brezza estiva, lasciando dietro di esse una crisalide rotta a mostrare loro precedente prigionia.

Le crisalidi e le farfalle mi fecero pensare alla tomba vuota del nostro Signore risorto. Quando Pietro e Giovanni appresero la notizia che il corpo del Signore non era più nella tomba, corsero a perdifiato, Pietro entrò nella tomba e «vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.» (Giovanni 20,6-7).

Il sudario che fasciava accuratamente tutto il corpo, adesso giaceva abbandonato, testimone muto del fatto che il corpo che prima avvolgeva, adesso fosse tornato in vita.

La schiavitù della morte è rotta. Cristo è risorto! Possiamo affrontare il domani con la certezza che Gesù è davvero vivo per aiutarci, per guidarci, per darci speranza per il futuro.

E poiché è vivo, i nostri problemi non sono insolubili.

La crisalide rotta del suo sudario proclama che Cristo è il vincitore persino sulla morte!

Essendo vivo nulla è impossibile!

(Tradotto dall’originale http://www.joyfulheart.com/easter/chryslis.htm)

Buona Pasqua!

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«Mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene; mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/03/2018

Jacques Fesch: un uomo che ha vissuto la passione di Cristo passo passo, con la sola differenza di essere colpevole, come il buon ladrone del Golgota. 
 
La storia è lunga, ma autentica e commovente, di croce e resurrezione; vale la pena prendersi qualche minuto, soprattutto durante la Settimana Santa. La storia è raccontata dall’abile penna di Mons. Angelo Comastri.
Julien Green ha affermato paradossalmente: “Se ci si volesse convertire, non bisognerebbe andare in Chiesa, ma nei luoghi detti ‘di piacere’: è quanto vi è di più triste al mondo!” È verissimo! I luoghi del piacere sono moltiplicatori di scontentezza e di spinte autodistruttive: la cronaca lo documenta ogni giorno e la storia di Jacques Fesch, che stiamo per raccontare, lo grida inequivocabilmente.
 
Chi è Jacques Fesch? Jacques Fesch è un giovane che, a 24 anni, commette un terribile delitto: e il suo delitto è la conclusione drammatica di una vita vuota e senza ideali, ma inevitabilmente piena di egoismo e di capricci. Ecco una veloce cronaca del delitto. Il 24 febbraio 1954 Jacques entra al mattino nel negozio di un cambiavalute, un certo Alessandro Silberstein, in Rue Vivienne 39 a Parigi, e ordina un quantitativo di oro. L’uomo si fida perché sa che alle spalle del giovane c’è un padre facoltoso, che può tranquillamente pagare. Nel pomeriggio dello stesso giorno Jacques torna per prelevare l’oro arrivato soltanto in parte, ma invece di pagare, approfitta di un momento di disattenzione del cambiavalute e lo colpisce alla testa con il calcio della rivoltella prelevata in casa di suo padre. Il vecchio Silberstein reagisce e invoca aiuto con tutta la voce che ha. Allora Jacques fugge, raggiunge Rue Saint Marc, arriva al Boulevard des Italiens, dove scorge un caseggiato con la porta carraia aperta che immette in un cortile. Intanto alcune persone lo stanno inseguendo capeggiate da un agente di polizia chiamato in aiuto. Jacques sale al quinto piano e lassù attende che torni un po’ di calma. Passati alcuni minuti, dopo essersi riordinato nell’abbigliamento, ridiscende fingendo meraviglia e tranquillità e si accinge ad uscire con passo normale dalla porta carraia. Ma uno lo riconosce e grida “É lui!”. L’agente Georges Vergnes ordina: “Mani in alto!”. Jacques si gira sui tacchi e, tenendo la mano e la rivoltella nella tasca dell’impermeabile, spara un colpo. Jacques era alto e l’agente di polizia era piuttosto basso: il colpo lo raggiunge al cuore e muore immediatamente. Jacques scappa ancora, spara successivamente un altro colpo e viene finalmente arrestato nella stazione Richelieu-Drouot della metropolitana: la giornata del suo folle sogno termina nel tetro silenzio del carcere di Parigi.
 
Perché questo delitto assurdo? I genitori di Jacques erano di origine belga e si erano trasferiti in Francia. Erano benestanti e, apparentemente, sembrava che nulla mancasse loro per essere felici. Il padre, Georges, già direttore d’un importante istituto di credito a Bruxelles, dirigeva a Saint-Germain-en-Laye (presso Parigi) una banca belga per stranieri. Egli era ateo e di temperamento autoritario: non si preoccupava mai del figlio se non per spegnergli ogni entusiasmo e, soprattutto, la fede. Come fa pensare tutto questo! Certi comportamenti hanno radici lontane e, molto spesso, affondano nel tessuto di esperienze fallimentari vissute all’interno della propria famiglia. Jacques, nato a Saint-Germain il 6 aprile 1930, era un fanciullo simpatico e traboccante di affetto soprattutto verso la madre. Per nove anni ricevette una buona educazione in un istituto religioso della sua città, ma a 17 anni, per influsso del padre, si allontanò definitivamente dalla fede. Il 5 giugno 1951 (a ventuno anni) sposa civilmente Pierrette Polack e nasce loro una bambina: Veronique. Assai presto però abbandona la moglie e la figlioletta (il dramma accadrà qualche mese dopo questo abbandono, anche se egli resterà sempre in contatto con la moglie).
 
Jacques intanto voleva mettere in proprio una ditta concorrente con quella del suocero: una ditta di trasporto del carbone. La mamma mette a disposizione del denaro, ma egli non lo sa usare. É scoraggiato e decide di evadere acquistando un battello e partendo per la Polinesia: Jacques non è abituato a lottare e, pertanto, fugge dal problema. Ma per acquistare il battello occorrono due milioni e duecentomila vecchi franchi: Jacques li chiede al padre, ma il padre li rifiuta. Allora Jacques decide la rapina con l’esito che conosciamo. Questa è la scheda scarna della vita di un giovane che, privo di ogni ideale, approda quasi inconsapevolmente alla tragedia del delitto. Fin da ora vale la pena di ricordare l’importanza degli esempi della famiglia nei confronti dei figli; e vale la pena di sottolineare anche l’importanza d’una buona impostazione degli anni dell’adolescenza e della giovinezza per la buona riuscita di tutta la vita: oggi il modo di vivere la giovinezza molto spesso conduce ad una vita adulta incapace di impegni seri e di responsabilità durature. Da che mondo è mondo, infatti, si raccoglie quel che si semina!
 
Che cosa accade in carcere. Ora ripercorriamo un cammino nel quale la Grazia di Dio ribalta una situazione tragica e fa nascere una creatura completamente nuova: sono i grandi miracoli di Dio quando Lo si lascia operare! Jacques viene rinchiuso nel Carcere de la Santè, a Parigi, in una cella di isolamento. Il Cappellano gli si avvicina amorevolmente, ma Jacques reagisce dicendogli: “Io non ho la fede e non ho bisogno di lei!”. E lo accompagna alla porta. Ma, intanto, tutto è crollato nella sua vita e lentamente egli cerca di capire come abbia fatto a cadere nel precipizio del delitto. Ecco il suo racconto: “Spesso mi hanno detto: ‘Avevi tutto per essere felice. Non si capisce come un ragazzo come te, di così buona famiglia, sia potuto giungere a tanto…!’. Quanto sono false queste spiegazioni! Come se la risoluzione di commettere un atto criminoso non avesse radici più profonde!… Ciò che soprattutto mi ha incatenato a un certo modo di vedere le cose, è l’educazione che ho ricevuto.
 
Non penso di dare prova di indiscrezione svelando quanto ormai è stato gridato ai quattro venti, e cioè che i miei genitori non andavano d’accordo. Ne risultava un ambiente familiare detestabile, fatto di urli nei momenti cruciali, e di disagio e di durezza dopo le crisi. Niente rispetto, niente amore! Mio padre, un uomo a suo modo incantevole per gli estranei, aveva di fatto uno spirito sarcastico, orgoglioso e cinico. Ateo all’estremo, nonostante il suo successo professionale, provava disgusto per una vita che non gli aveva procurato che disinganni e delusioni… Fin dalla giovane età mi sono nutrito delle sue massime, né potevo di certo fare altrimenti”. Jacques cerca di capire quali sono le radici dalle quali è sbocciato il suo gesto folle. Egli scopre l’importanza decisiva della famiglia e, improvvisamente, si rende conto del vuoto affettivo e del vuoto spirituale in cui è cresciuto. Qualcuno gli dice: “Perché non sei tornato indietro quando hai visto che la strada andava verso un precipizio?”. Egli con sofferenza risponde: “Dove avrei potuto trovare la forza per una risoluzione così penosa per me? Nel cinismo, nel nichilismo che mi erano stati insegnati? E a quale scopo dovevo sacrificarmi, se pensavo che il caos finale tutto avrebbe inghiottito e che nulla è buono o cattivo in un mondo in cui soltanto le sensazioni hanno valore?”.
 
Come fanno riflettere queste osservazioni! Quanti sbandamenti di oggi hanno la stessa spiegazione: il vuoto interiore può condurre a qualsiasi tragica conclusione! Ricordatelo! Osserva ancora Jacques: “Non in quel giorno sono divenuto criminale: è stato molto tempo prima. Non ho fatto altro che mettere in pratica quello che era in me allo stato latente, e perché se ne presentava l’occasione. Era inevitabile che, un anno o l’altro, avrei finito con lo sviarmi, a meno che nel frattempo non avessi trovato un ideale! Un niente avrebbe potuto salvarmi…”. Un ideale! Vengono in mente le accorate parole lasciate scritte da una ragazza romana suicida alcuni anni fa: “Mi avete voluto bene, ma non siete stati capaci di farmi del bene; mi avete dato tutto, anche il superfluo, ma non mi avete dato l’indispensabile: non mi avete dato un ideale per cui valesse la pena di vivere la vita! Per questo me la tolgo!”. Apriamo gli occhi e il cuore sulla situazione di vuoto disperato dentro il quale si muove tanta gioventù. Voler bene ai giovani significa far loro del bene, cioè aiutarli ad uscire dall’egoismo per nascere alla vita dell’amore autentico e, pertanto, appagante.
 
Dio non abbandona mai! Seguiamo la storia di Jacques Fesch: ora egli è chiuso tra quattro pareti; solo con la sua disperazione. Ma nel carcere, circa otto mesi dopo l’arresto, accadde un fatto straordinario: qualcosa che rassomiglia all’esperienza di San Paolo sulla via di Damasco o all’esperienza di Sant’Agostino a Milano o all’esperienza del giovane Francesco d’Assisi nella chiesetta di San Damiano. Ascoltiamo il racconto toccante dello stesso Jacques: “Era una sera, nella mia cella… Nonostante tutte le catastrofi che da alcuni mesi si erano abbattute sulla mia testa, io restavo ateo convinto… Ora, quella sera, ero a letto con gli occhi aperti e soffrivo realmente per la prima volta nella mia vita con una intensità rara, per ciò che mi era stato rivelato riguardo a certe cose di famiglia (si stava sfasciando tutto!) ed è allora che un grido mi scaturì dal petto, un appello al soccorso: ‘Mon Dieu! Mon Dieu!’. E istantaneamente, come un vento violento, che passa senza che si sappia donde viene, lo Spirito del Signore mi prese alla gola”.
 
E, in una lettera all’amico sacerdote Padre Thomas, precisa: “Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. La grazia mi ha visitato e una grande gioia s’è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti. Era una gioia sensibile fortissima…”. È il tipico racconto delle conversioni: sembra il racconto della “conversione” di Teresa di Lisieux nel Natale del 1886; sembra il racconto della conversione di André Frossard nel 1936: identico linguaggio! Cosa è accaduto? Jacques, nell’abisso delle umiliazioni… diventa umile, lascia cadere il muro dell’orgoglio e immediatamente viene invaso dalla luce e dall’amore di Dio. Da questo momento quasi dimentica se stesso e si preoccupa della conversione del padre, della moglie, di tutti…! Scrive alla moglie che resta non-credente: “Il rifiuto che tu opponi (alla fede) non deriva che da mancanza di umiltà! Comunque ti comprendo assai bene: non molto tempo fa avrei avuto le tue stesse reazioni; tutto questo perché non vogliamo vedere. Non c’è che un piccolissimo gradino da salire, ma occorre lasciare sul precedente le nostre acredini e il nostro orgoglio e abbandonarsi a Colui che tutto può”. Nella notte della conversione Jacques ode anche una voce che distintamente gli dice: “Jacques, tu ricevi le grazie della tua morte!”. Jacques non capì il senso di queste parole, perché egli in quel momento sperava nelle attenuanti per il delitto e quindi scartava ogni ipotesi di condanna a morte. In seguito il senso delle parole diventerà chiaro.
 
Inizia una vita nuova in Cristo. Il cambiamento di questo giovane è qualcosa di straordinario: è una testimonianza di quanto Dio può operare, quando un’anima apre le porte del cuore al Suo Amore Infinito. Le lettere che Jacques scrive dal carcere aprono spiragli sul cammino incantevole (anche se duro!) della sua conversione. Scrive: “Ora ho veramente la certezza di cominciare a vivere per la prima volta. Ho la pace e ho dato un senso alla mia vita, mentre prima non ero che un morto vivente”.
 
Ma inizia anche una lotta tra ciò che era prima e ciò che Dio sta operando nella sua anima. Sembra di sentire le stesse parole usate da Sant’Agostino nel libro delle sue “Confessioni”. Jacques confida: “È venuta la lotta, silenziosamente tragica, tra ciò che sono stato e ciò che sono divenuto, perché la creatura nuova che è stata innestata in me implora da me una risposta alla quale sono libero di rifiutarmi. Non posso essere in pace che accettando questa guerra!”.
 
Scrive all’amico sacerdote Thomas: “Spesso io ricado ancora in una specie di apatia e di rassegnazione e sono infelice perché sento che ogni gioia mi ha abbandonato e non mi resta altro che la disperazione. E prego Iddio di vivere sempre in me, di aiutarmi e di illuminarmi e di darmi la forza di accettare le sofferenze che la Sua misericordia ha voluto mandarmi per la mia nascita nella luce, a me che ho contribuito ad affondare i chiodi nelle Sue mani!”.
 
Jacques, intanto, organizza la vita in prigione come la vita in un monastero: si dà un orario per la preghiera, legge libri religiosi e nutre la sua anima con l’acqua viva della Parola di Dio e delle vite dei santi; scrive lettere per cercare conforto e dare conforto! Racconta lui stesso: “Noi restiamo sempre soli nella nostra cella, salvo una mezz’ora di passeggiata al giorno ugualmente soli; una mezz’ora di parlatorio alla settimana, un pacco al mese: ed è tutto!”. Cosa fa, allora, durante il giorno? “Ogni mattina alle otto leggo la mia Messa (nel Messalino!)…; e una volta alla settimana, il martedì o il mercoledì, il Cappellano celebra la Messa in una cella a parte. Vi sono io tutto solo, essendo sotto stretta sorveglianza. Durante la giornata leggo e scrivo.
 
Il Cappellano mi impresta spesso dei libri. Ho appena terminato quello della vita di Santa Teresa d’Avila, che ho trovato luminoso”. Passano gli anni 1955 e 1956: Jacques sente in modo particolare la nostalgia della casa e degli affetti ogni volta che si avvicina il Santo Natale. Scrive alla suocera, signora Polack: “Mamma cara, … penso spesso alla mia bambina e vorrei molto averla con me! Penso molto, molto spesso a lei e sempre mi domando che guasti questa storia provocherà nella sua anima. Non un papà per aiutarla e proteggerla, ma, al contrario, un papà che certamente verrà criticato davanti a lei, e che altrettanto certamente sarà accusato di averle lasciato una eredità pesante di cui la gente diffiderà”.
 
Jacques soffre perché pensa che sua figlia sarà inesorabilmente considerata “la figlia dell’assassino”! E all’amico Thomas confida: “Ahimè, qui il Natale è un giorno come gli altri: niente Messa di mezzanotte, niente Messa all’indomani. Alle sette di sera siamo immersi nell’oscurità (viene tolta la corrente nelle celle)”. La notte di Natale dell’anno 1956 la passa in carcere: sente il suono delle campane, immagina la gioia della famiglia, sogna e piange! Intanto egli aspetta il processo e spera: “Se tutto va bene, piglierò vent’anni, o altrimenti l’ergastolo!”. In ogni modo egli spera di poter uscire vivo dal carcere e di riparare il male fatto con una vita consacrata al bene.
 
Arriva il giorno del processo. Il mercoledì 3 aprile 1957 si apre il processo. L’Avv. Baudet, uomo di grande fede, pronuncia una appassionata arringa di difesa e chiama anche il padre di Jacques a testimoniare sulle tristi condizioni della adolescenza e della giovinezza del figlio. (La mamma, nel frattempo, era morta lasciando un grande vuoto nel cuore di Jacques). Il padre si presenta ubriaco e vestito in un modo stravagante. L’Avv. Baudet inorridisce, ma spera che questa circostanza possa aprire gli occhi ai giudici per formulare un giudizio, che tenga conto delle reali attenuanti: Jacques, invece, che era presente in aula, si sente profondamente umiliato dal comportamento del padre e abbassa la testa per la vergogna.
 
Il 6 aprile 1957 (giorno del compleanno di Jacques: compiva 27 anni!) viene annunciata la sentenza: Jacques spera che la circostanza del compleanno sia di buon auspicio per una benevola sentenza. Viene invece condannato a morte: condannato alla ghigliottina! E’ un fulmine che lo lascia sbigottito e quasi impietrito. La prima reazione di Jacques fu un totale smarrimento della sua anima: ed è più che comprensibile! Intanto Jacques viene accompagnato in carcere e lasciato solo nella sua cella e nel suo dolore. Cade in ginocchio ed esclama “Signore, aiutami! Ti offro la mia sofferenza!”. Gli sembra già di vedere la terribile ghigliottina e avverte dei brividi di paura che gli attraversano tutto il corpo. Ma poi egli ricorda la voce sentita nella notte della sua conversione: “Jacques, tu ricevi le grazie della tua morte!”. E trova un attimo di pace. Dopo due mesi di lotta interiore, arriva a scrivere: “Non resta che una cosa da fare: ignorare tutto questo odio, per cercare in sé e intorno a sé Colui che instancabilmente attende l’anima percossa e disperata per darle un tesoro che rifiuta di dare al mondo. È necessario amare coloro che ci percuotono e un giorno si udrà, come il buon ladrone crocifisso: ‘In verità ti dico: oggi stesso tu sarai in Paradiso!’”.
 
L’Avv. Baudet prepara il ricorso in cassazione e lascia come ultima carta la richiesta di grazia al Presidente della Repubblica, Coty. Jacques lascia fare, ma ormai è convinto che tutto sia inutile: egli sarà ghigliottinato! Scrive all’Avv. Baudet: “Fate tutto ciò che il vostro dovere vi impone, affinché la vostra coscienza sia in pace. Ma io non sarò graziato. D’altra parte, se lo fossi, sarei profondamente turbato, perché a due riprese Dio mi ha detto: ‘Tu ricevi le grazie della tua morte’. Dio si è impadronito della mia piccola anima. Un velo si è squarciato e se continuassi a vivere non potrei mai rimanere sulla vetta che ho raggiunto. È meglio che io muoia”. Jacques vive la condanna a morte come una autentica occasione di martirio: come una vocazione ad amare fino al segno estremo, in comunione con Gesù, il condannato del Golgota.
 
La sua anima è talmente aperta all’Amore da arrivare a scrivere parole toccanti alla suocera che si lamentava per certi atteggiamenti di ingratitudine manifestati da alcuni nei confronti di Jacques: “Non scrivere la parola “ingratitudine”. Colui che trova ingrato il proprio fratello, non vuole la felicità di lui ma la propria. Ed è in questo ostacolo che molti inciampano. Bisogna donare se stessi; bisogna che tu comprenda che il giorno in cui ti dimenticherai completamente di te, un torrente di grazie scenderà nel tuo cuore e la gioia e la pace ti saranno date con una profusione che non puoi nemmeno supporre. Non c’è salvezza fuori della croce! Lo comprendi?”. Sono parole di una bellezza incomparabile, che profumano del prodigio del perdono cristiano.
 
Gli ultimi due mesi: miracolo nel miracolo! Il 5 agosto 1957, convinto che ormai la condanna è decisa inesorabilmente, Jacques scrive all’amico Padre Thomas: “Amatissimo fratello,…Gesù attende che io creda nel suo amore e che io mi salvi con un atto di volontà, partecipando all’evento (della decapitazione) che Egli permette per un fine di misericordia, affinché possa donarmi la vita eterna. Non sono io che sono andato verso di Lui, ma è Lui che una volta di più mi ha preso sulle sue spalle. Ora io so che tutto è grazia e che non è verso la morte che io vado, ma verso la vita”. Queste parole rivelano un’anima abitata da un fuoco d’amore che desidera trasformare la condanna a morte in un autentica offerta di vita. Jacques vuole morire d’amore, vuol morire per amore: questo è il desiderio ardente della sua anima.
 
Il 3 settembre scrive ancora all’amico sacerdote: “Sì, fratello mio, io non voglio guardare né avanti né indietro: solo conta l’istante presente. Voglio tenere la Santa Vergine per mano e non voglio più lasciarla fino a quando Ella mi condurrà al Figlio Suo. Io vivo delle ore meravigliose e ho l’impressione di non aver mai vissuto altra vita se non quella che trascorro da un mese”. E nel diario-testamento per la figlia, in data 10 settembre 1957, annota: “Ho il cuore tutto traboccante di amore, specialmente quando penso alla Santa Vergine. Con Lei io non temo nulla, dovessi soffrire mille morti. Ella mi protegge senza sosta, e non passo un quarto d’ora senza rivolgerLe preghiere e parole d’amore. Mi raffiguro il Suo Cuore Immacolato tutto coronato di spine come l’ha mostrato ai piccoli pastorelli di Fatima, e mi sogno di toglierle tutte quelle brutte spine e di rimarginare le ferite col posarvi sopra dei baci. Mi ripeto spesso la frase che la Madonna ha pronunciato rivolgendosi a Lucia: ‘Tu sforzati almeno di consolarmi!’. Sogno spesso di consolarLa anch’io”.
 
Intanto i giorni passano velocemente: Jacques capisce che ormai la condanna si avvicina, anche se non conosce ancora il giorno esatto dell’esecuzione. Egli desidera prepararsi spiritualmente e desidera salutare da gran cristiano tutti coloro che lo hanno amato e accompagnato nel viaggio della fede. Riceve in carcere una ciocca di capelli della figlia Veronique, che ha appena sei anni. Si commuove e scrive così alla famiglia: “Ho ricevuto la piccola ciocca di capelli di Veronique! Che bei capelli ha! Ho realmente l’impressione di avere la mia figlioletta nella cella!” Ma il suo pensiero va costantemente al “giorno fatale” che lo attende e lo commenta così: “Nonostante tutto quello che sta per succedermi, io non sarò salvato che dalla grazia e unicamente dalla grazia di Dio”. Egli sente lucidamente che l’Amore di Dio è un puro regalo, perché nessuno è degno dell’Amore di Dio: davanti a Dio, Jacques si presenta con molta umiltà.
 
Intanto Veronique manda alcune cartoline al suo papà. Jacques si commuove profondamente, perché ora sta scoprendo la bellezza della paternità e vorrebbe viverla fino in fondo, ma non gli è permesso. Scrive alla sua bambina nascondendo l’emozione per l’ora che si avvicina: “Figliolina mia, sono tanto contento di ricevere le tue care paroline e spero che me ne scriverai delle altre. Ho ricevuto delle belle foto di te in vacanza e ho potuto vedere che bella bambina sei, e che ti diverti molto. So anche che hai ricevuto un bell’astuccio con l’occorrente per scrivere al tuo papà (Jacques sa bene che potrà scrivere ancora pochissime volte!) e che dici bene le tue preghiere al Bambino Gesù e alla Santa Vergine. Papà ti abbraccia con tutto il cuore e prega per te affinché il Bambino Gesù ti protegga”.
 
Quanto gli dovettero costare queste parole! Quanto gli doveva sanguinare il cuore mentre cercava di nascondere alla figlia la passione della sua anima! Ma l’Amore ormai dominava su ogni altro sentimento: anche sulla paura! 
Nell’ultimo scritto del Diario-Testamento lascerà questo appunto luminoso: “Non mi accadrà alcun male e sarò portato diritto in Paradiso con tutta la dolcezza che si conviene a un neonato”. Queste sono parole degne di un santo: sono parole che sbocciano nella terra della totale umiltà che rende la persona come un bambino tra le braccia di Dio. Jacques intanto, consapevole dell’imminenza della partenza per il Cielo, si congeda delicatamente da tutti gli amici. Scrive al Cappellano del carcere: “Porto il vostro nome in cielo, scolpito nel mio cuore, e quando il Signore mi permetterà di gettare uno sguardo sulla terra, volgerò i miei occhi verso una piccola cella oscura dove un sacerdote celebra il più grande sacrificio che esista, associandosi egli stesso ogni giorno all’Amore crocifisso, e domanderò allora a Nostro Signore che si degni di volgere uno sguardo benigno al suo fedele ministro e lo colmi di benefici”.
 
Ultimi giorni: l’attesa dell’incontro con Gesù. 23 settembre. Giacomo ancora non conosce il giorno esatto dell’esecuzione, anche se sa che è vicina. L’avvocato va a trovarlo e gli comunica che il Presidente della Repubblica ha lasciato l’ultima decisione al Consiglio Superiore della Magistratura che verrà convocato il 26 settembre. L’attesa avrebbe snervato anche il più forte degli uomini! Ecco i sentimenti di Jacques Fesch: “Ho ancora pochi giorni da vivere. Signore Gesù, arrivo!”.
 
24 settembre. L’avvocato, ricevuto dal Presidente della Repubblica, racconta la meravigliosa conversione del giovane condannato. Il Presidente è sorpreso, si commuove ed esclama: “Dite a Jacques Fesch che gli stringo la mano per ciò che è diventato”. Ma la condanna a morte resta confermata.
 

25 settembre. Il babbo e Pierrette sono ammessi in carcere: salutano Jacques per l’ultima volta. L’emozione è fortissima, gli sguardi intensi, le lacrime si affacciano sugli occhi stanchi. Però una notizia riempie di gioia il cuore del condannato: Pierrette gli annuncia che, finalmente, il giorno dopo riceverà la Santa Comunione! Jacques l’aveva tanto desiderato e, tornato in cella, scrive nel suo diario: “Io parto con la speranza che Gesù sarà presto in lei e che finalmente crederà. Ne sono tanto felice! Possa il mio sangue essere accettato da Dio come sacrificio completo…”.
 
Domenica 29 settembre: Jacques sa che il giorno è alle porte. “Stamattina – scrive nel suo diario – mi sono comunicato e il cappellano mi ha avvertito che domani verrà a celebrare la Messa nella mia cella, perché è molto probabile che l’esecuzione sia per martedì mattina… Supplizio ben amato, che mi farà guadagnare il Cielo! Perché non posso donare la vita come i martiri…?”. Scrive le ultime lettere di addio: in esse c’è tutto il suo cuore e ci sono i segni di una lotta a sangue per restare sereno nelle braccia della Misericordia di Dio.
 
Scrive all’amico sacerdote: “Ancora soltanto qualche ora di lotta, prima di conoscere Colui che è l’Amore! Ha tanto sofferto Lui per me… Attendo l’Amore, attendo di essere inebriato da torrenti di gaudio e di cantare eterne lodi alla gloria del Risorto… Dio è Amore! Non temere fratello mio! Io porto il tuo nome lassù, inciso nel mio cuore… A rivederci in Dio. Io ti lascio, fratello mio. Ti abbraccio in Cristo Gesù e in Maria”.
 
Scrive all’avvocato Baudet: “Caro Avvocato, non posso scrivere questa lettera senza commozione, al pensiero che, quando la leggerete, io sarò in Cielo! Un grande ringraziamento per quanto avete fatto per me. Grazie alle vostre fatiche di avvocato, ma soprattutto all’uomo di Dio che non ha cessato di guidarmi e ricondurre questa pecora ribelle verso l’ovile del Padre. Caro Avvocato, in questi ultimi momenti non posso augurarvi altro che di divenire sempre più simile a Gesù Crocifisso. Il Signore vi protegga fino all’ultimo mattino, in cui una nuova aurora splenderà anche e finalmente per voi. Vostro fratello in Dio, Jacques”.
 
30 settembre 1957. Jacques nel silenzio della cella vive la drammatica attesa. Nel testamento per la sua bambina riesce a scrivere: “Ultimo giorno di lotta! Domani a quest’ora sarò in Cielo!”. Tramite Padre Thomas, che riceve separatamente i consensi, Jacques si unisce in matrimonio religioso con Pierrette: un matrimonio che durerà soltanto poche ore! Eppure il cuore del giovane è felice, perché ora la sua famiglia è benedetta da Dio. Esclama: “Mi sento unito con tutto l’amore a Pierrette, che ora è mia moglie in Dio”.
 
Intanto da diverse settimane egli ha rinunciato al fumo e si nutre a pane ed acqua per prepararsi bene alla morte e per ringraziare, con questi sacrifici, il Signore per la Sua Misericordia. L’avvocato, un uomo religiosissimo al quale Jacques si era tanto affezionato, va a trovarlo e gli dice: “Jacques, è stata fissata l’ora: domani, all’alba!”.
 
Mancano poche ore: l’emozione è fortissima. Giacomo scorge il mucchietto di lettere ricevute dalla suocera negli ultimi mesi e su un foglio ferma i suoi ultimi pensieri: “Cara mamma, innanzi tutto ti devo un grosso grazie per tutto l’amore di cui mi hai circondato in questi ultimi mesi.. Tu sai ciò che Gesù ha detto nel Suo Vangelo: ‘Ero in carcere e mi avete visitato…’ Con queste righe io ti affido la mia figlioletta… Proteggila assiduamente… Amala in Dio e sii certa che di lassù io la proteggerò e veglierò su di lei …”.
 
Ma non riesce più a scrivere: gli occhi sono pieni di lacrime. L’ultima notte è una vera agonia: si alternano sentimenti di fiducia e di paura, di gioia e di tremore. In certi momenti già sente la festa dell’eternità e confida: “Gesù mi è vicinissimo. Egli mi attira a Sé sempre di più; e io non posso che adorarlo in silenzio desiderando morire d’amore”. E aggiunge: “Attendo nella notte e nella pace. Ho gli occhi fissi al Crocifisso e i miei sguardi non si distolgono dalle piaghe del mio Salvatore.
 
Mi ripeto instancabilmente: ‘É per te’. Voglio serbare quest’immagine sino alla fine, io che soffrirò così poco. Attendo l’Amore! Fra cinque ore vedrò Gesù!”. “Reciterò il Rosario e le preghiere per i moribondi, poi rimetterò la mia anima a Dio. Buon Gesù, aiutami!”.
 
Ma poi sembra che una tempesta gli entri nel cuore: “La pace è svanita per far posto all’angoscia. É orribile! Ho il cuore che salta nel petto. Santa Vergine, aiutami!”. E la Madonna, che è vera Madre, accompagna Gesù accanto al condannato, che così può dire: “Sono più tranquillo di un momento fa, perché Gesù mi ha promesso di portarmi subito in Paradiso. Io credo che andrò diritto in Cielo!”.
 
Alle tre del mattino chiede la luce alla guardia carceraria, dicendogli: “É fra poco, bisogna che mi prepari!”. Appunta un ultimo pensiero che rivela la lotta che si consuma nella sua anima: “Poco fa mi sembrava che, qualunque cosa io faccia, mai il Paradiso sarebbe per me! É Satana che m’ispira questo. Vuole scoraggiarmi. Mi sono gettato ai piedi di Maria e ora va meglio… Santa Vergine, aiutami! Sono felice… Addio!”.
 
Alle 5,30 del mattino lo trovano in preghiera, accanto al letto rifatto: un’ultima delicatezza di un uomo visitato dalla Bontà di Dio. Si confessa per l’ultima volta e fa la Comunione in ginocchio, accanto all’avvocato Baudet. Poi va incontro alla ghigliottina; gli legano le mani; c’è attorno un clima di intensissima emozione. Jacques improvvisamente si rivolge al cappellano e lo supplica: “Il Crocifisso, padre mio, il Crocifisso!” e lo bacia lungamente, bagnandolo con le sue lacrime.
 
Tutti sono commossi: il Condannato del Golgota è l’unico che possa consolare il condannato Jacques Fesch!
 
Appoggia la testa sul patibolo… si sentono le sue ultime parole: “Signore, non abbandonarmi..!”. La ghigliottina affonda veloce la sua lama: cade la testa, ma non è più un assassino che muore, è un martire che muore pieno di amore.
 
Il 27 agosto 1957 aveva scritto nel suo diario: “Verranno gli angeli a felicitarsi con me per essere diventato un eletto. Sarà proprio la prima cosa in cui riuscirò nella vita!” Jacques Fesch, non è la prima cosa in cui sei riuscito nella vita: la tua morte ci ha insegnato a vivere! Grazie! Grazie!
 
Jacques Fesch la tua giovinezza “bruciata” ci ricorda che è tanto facile rovinare un giovane, è tanto facile ingannarlo, è tanto facile depistarlo nella ricerca della gioia vera: la lezione drammatica e meravigliosa della tua vita sia monito per tutti gli educatori e sia motivo di riflessione per tutti i giovani. Jacques Fesch prega per noi! Amen!
 

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«Avevo assunto tutte le droghe possibili, ma la sensazione che provai quella notte non l’avevo mai provata prima.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/03/2018

John Pridmore era un delinquente londinese, immerso nel sottobosco della malavita, dominato dal desiderio di denaro, donne e droga.

Questo ex gangster, che ora lavora, predica il Vangelo condividendo la sua testimonianza.

Alto quasi due metri, con una corporatura che mette soggezione, questa forza della natura si trovava fuori da un nightclub di Londra quando la sua vita subì un brusco cambiamento di direzione verso Dio.

“Avevo appena colpito un ragazzo col tirapugni, quando cadde all’indietro battendo la testa allo spigolo del marciapiede”, racconta John [nella sua testimonianza].

“Vedevo sangue dappertutto e la gente intorno a me che gridava, mentre scappavo pensavo – Potrei beccarmi dieci anni per questa cosa…

John aveva quasi ammazzato un uomo.

Stavo distruggendo tutto e tutti nel mio cammino, ma quando avevo quasi ucciso un uomo, mi accadde qualcosa di incredibile e la mia vita cominciò a cambiare.

Mi inginocchiai, pregai per la prima volta e fu incredibile. Avevo assunto tutte le droghe possibili, ma la sensazione che provai quella notte non l’avevo mai provata prima.”

Ma dovevano accadere ancora molte cose prima che John potesse stare davanti a una folla e raccontare tutto, come fa ora.

Passò del tempo in prigione, lottando con la sua rabbia e la necessità di perdonare.

“Una delle persone che mi aveva ferito di più, era la mia matrigna; era stata crudele con me e, sebbene l’avessi già messa nel libro “dalla malavita alla terra promessa”, quando cominciavo a pregare per lei dicevo – Signore, benedicila ma assicùrati che soffra!

Qualche mese dopo smisi di dire – assicùrati che soffra – dicendo semplicemente – Signore benedicila!

E’ stato dopo la confessione che John è riuscito a sciogliersi dalle catene della falsa convinzione di non essere abbastanza buono per la misericordia di Dio.

“Avevo sperimentato la più grande qualità di Dio, la sua misericordia, ma una cosa era sperimentare Dio che mi perdonava, e altro perdonare me stesso e le persone che mi avevano ferito.

Ma solo quando cominciai a pregare per queste persone, cominciai davvero a sentirmi libero, e penso che questo mi abbia portato a vedermi davvero come mi vede Dio, senza condanna ma con misericordia e comprensione.”

Dice una persona che ha passato molto tempo nelle missioni di John in Irlanda: “Chi ascolta la testimonianza di quest’omone rimane colpito dalle trasformazioni che Dio ha operato nella sua vita; la gente sente la sfida di guardare alle proprie vite e di cercare nelle proprie coscienze.

La storia di John tocca il cuore dei suoi ascoltatori. Ogni volta che la ascoltano e riascoltano, ne trae qualcosa di nuovo e di buono per essere condotta nel cuore amorevole di nostro Padre”

(Tradotto da https://catholicoutlook.org/the-power-of-a-gangsters-testimony/)

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