FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI ai giovani, Loreto 2007

Aprite le porte!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 25/03/2017

Qualche giorno fa un BLOG AMICO – che consiglio di seguire – pubblicava questa notizia bella e incoraggiante.

Un’affluenza così non se la aspettavano in diocesi, con gli organizzatori che all’ultimo hanno dovuto trovare una sede più capiente: i 150 posti previsti per gli incontri di preghiera a Mantova organizzati in pausa pranzo dal vescovo, monsignor Marco Busca, si sono rivelati ben presto troppo pochi.

All’ultimo degli appuntamenti che si ripetono ogni venerdì per la Quaresima i presenti erano ben 400. Lo riferiscono i giornali locali.

Fonte: FRATELLO CIBO

Un bell’atto di fede del Vescovo, premiato dall’affluenza di fedeli che mi fa pensare a quei pochi (speriamo per poco), coraggiosi parroci e rettori che, con un pugno di parrocchiani, hanno osato iniziare l’ADORAZIONE EUCARISTICA PERPETUA a cui piano piano si sono aggregate le persone necessarie per portarla avanti.

Parroci e rettori che hanno fatto un atto di fede, contro ogni ragionevole previsione di fallimento, atto che il Signore premia sempre realizzando la pesca miracolosa promessa a chi chiama ad essere pescatore di uomini.

Parroci! Aprite, anzi spalancate le porte delle vostre chiese, durante la pausa pranzo, la sera – non è una critica ma una richiesta filiale e accorata – e la Provvidenza vi manderà la gente che mai come in questo periodo storico, è assetata di Dio.

A noi laici, chiediamo senza criticare ma offrendo il nostro tempo e la nostra preghiera affinché si possano spalancare le porte delle nostre chiese.

Un atto di fede.

Coraggio!

E il Signore farà il resto.

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Dal Carmelo… Prove generali di Cielo…

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 21/03/2017

Mettete la cuffia e ascoltate attentamente…

Novantatre Carmelitane Scalze, ognuna dal proprio monastero, da tutte le parti del mondo, hanno cantato insieme, in un coro virtuale, in onore di Santa Teresa d’Avila per il cinquecentesimo anniversario della sua nascita.

Questa unione di voci è stata possibile grazie alla creatività delle Carmelitane di Reno (Nevada, USA), il risultato è stato questo video creato da Scott Haines, nativo del Kansas.

Il coro virtuale canta “Nada te turbe” (niente ti spaventi) dal testo di una celebre preghiera di Santa Teresa d’Avila, in una composizione originale delle carmelitane di Reno.

Da tutto il mondo, senza spostarsi, lodano Dio cantando…

A me sembrano le “prove generali” del Paradiso…

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«Vi è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere, ed abbastanza oscurità per quelli che sono in una disposizione contraria»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/03/2017

Prendetevi del tempo per gustarvi la storia struggente e forte di Takashi Nagai, padre di famiglia e medico giapponese convertito al cattolicesimo, sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki, morto in odore di santità per le conseguenze delle radiazioni.

Takashi Nagai nacque nel febbraio del 1908 a Isumo (vicino a Nagasaki) in Giappone, in una famiglia di cinque figli di religione scintoista. Dimostrando una spiccata attitudine per gli studi, il padre, esperto di medicina orientale, gli trasmette la passione per questa disciplina e, nel 1928, Takashi si iscrive alla Facoltà di Medicina.
Racconta nel suo diario: «fin dagli studi liceali ero diventato prigioniero del materialismo […]; alla Facoltà di medicina mi fecero sezionare cadaveri: la struttura meravigliosa del corpo, l’organizzazione minuziosa delle sue minime parti, tutto ciò provocava in me ammirazione. L’anima? Un fantasma inventato da impostori per ingannare la gente semplice».

Nel 1930 sua madre subisce un colpo apoplettico e, senza poter parlare, gli rivolge un ultimo sguardo: per Takashi l’addio della madre segna una svolta determinante nella sua vita. «Quella donna —scrive Nagai— che non si era mai concessa un istante di tregua nel suo amore per me, negli ultimi istanti di vita mi parlò molto chiaramente. Il suo sguardo mi diceva che lo spirito umano continua a vivere dopo la morte. Tutto ciò era un’intuizione, un’intuizione che aveva il sapore della verità».

Il futuro medico giapponese inizia così a leggere Pascal e rimane colpito dalla sua fede di scienziato: decide di provare a conoscere la religione cattolica, allo stesso modo con cui normalmente si verificano in laboratorio le ipotesi. Cerca e trova una famiglia cattolica che lo ospiti durante gli studi: i coniugi Moriyama, umili fattori, famiglia cattolica da 250 anni, che hanno una figlia, Midori. Tutti e tre i componenti della famiglia iniziano subito a pregare per la sua conversione.

Nel 1932 il giovane studente, colpito da un’otite, diventa sordo dall’orecchio destro: deve dire addio alla medicina ordinaria, non può più usare lo stetoscopio. Si rivolge allora con entusiasmo alla radiologia, agli esordi nel suo paese, e intuisce subito che questa nuova scienza sarà fondamentale per la diagnostica. Lo stesso anno, la notte di Natale del 1932 è invitato dal sig. Moriyama a partecipare alla S. Messa di mezzanotte in cattedrale: «Non potrà mai credere, se non verrà a pregare in chiesa».

La sua conversione e il battesimo con il nome di Paolo (in onore di San Paolo Miki), avverranno però solo nel giugno del 1934, dopo altre vicende che segneranno la sua vita: salva la vita a Midori, colpita da appendicite acuta e in pericolo di vita, viene reclutato nell’esercito e inviato in Manchuria (Cina) a combattere: porta però con sé un piccolo catechismo regalatogli Midori.

Torna in Giappone, provato e sconvolto dalla guerra. Entrato per la seconda volta nella cattedrale di Nagasaki, incontra un sacerdote giapponese che lo ascolta per lungo tempo e lo conforta. Legge di nuovo Pascal e si sofferma su un pensiero: «vi è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere, ed abbastanza oscurità per quelli che sono in una disposizione contraria». Adesso Takashi non ha più dubbi sulla sua chiamata al cattolicesimo.

Sposa Midori nel settembre del 1934 e la rende consapevole dei rischi corsi nella sua attività medica (i radiologi dell’epoca non avevano i mezzi per proteggersi dai raggi X adeguatamente); la moglie lo sostiene e condivide tutte le sue scelte.  «Il compito del medico —scrive il dott. Nagai— è quello di soffrire e di rallegrarsi con i suoi pazienti, di sforzarsi di diminuire le loro sofferenze, come se fossero le sue proprie […]. In fin dei conti, non è il medico che guarisce l’ammalato, ma la volontà di Dio. Una volta che si è capito questo, la diagnosi medica ingenera la preghiera».

Dal giugno del 1937 al marzo del 1940 Nagai è di nuovo coinvolto nella guerra cino-giapponese. È un medico militare eroico: la sua abnegazione è totale ed è per tutti: soldati giapponesi e cinesi, uomini, donne, bambini e anziani, vittime di carneficine orribili. Rientrato in Giappone scopre da solo sulle sue mani i primi segni di una malattia derivata dalle esposizioni ai raggi X.

Lavora sempre di più (negli ultimi tempi trascorre giorno e notte facendo radiografie ai feriti dei bombardamenti e salvando in questo modo molte vite umane, senza mai tirarsi indietro); è sovente spossato e, solo quando è sfinito, si chiude nel suo ufficio, recita il rosario guardando la statua della Vergine Maria, ritrovando così la sua pace interiore.

Nel giugno del 1945 si fa un’auto diagnosi: leucemia con ipertrofia della milza: durata della vita 3 anni. «Signore —così accoglie la notizia della sua malattia— non sono che un servo inutile. Proteggi Midori e i nostri due figli. Avvenga di me quello che Tu vuoi». La mattina dopo, ricevuto il sostegno della moglie, è al lavoro come sempre, pieno di nuova forza e con il sorriso che lo accompagnerà e lo distinguerà sempre.

Il 9 agosto del 1945 è una giornata con un cielo perfettamente nitido; ma siamo ormai ai drammatici esiti finali della Seconda guerra mondiale: improvvisamente esplode la bomba atomica sul quartiere cattolico a nord di Nagasaki, Urakami. Muiono 8000 cristiani. La cattedrale, affollata di fedeli, è distrutta. Era la comunità cattolica più importate e numerosa dell’Estremo Oriente.

Nagai, Preside della Facoltà di medicina, lavora nel suo laboratorio a 700 metri dal centro dell’esplosione: è una visione apocalittica. È ferito, ma lavora senza sosta per soccorrere i feriti, non si ferma nemmeno un attimo. L’11 agosto ritrova la sua casa ridotta in cenere, recupera i resti carbonizzati della moglie (i due figli erano in montagna con la nonna al sicuro); nelle ossa della mano destra della moglie trova intatto il suo rosario, che brilla nella polvere: «Dio mio —prega il marito tra le lacrime— ti ringrazio di averle permesso di morire pregando. Maria, madre del dolore, ti ringrazio di averla accompagnata nell’ora della morte».

Moribondo a settembre, perché le radiazioni della bomba atomica hanno aggravato il suo male, Takashi si affida al Signore. Gli viene portata dall’acqua di Lourdes e prega Massimiliano Kolbe (proclamato beato nel 1971 e santo nel 1982). Esce dal semicoma la mattina dopo. Il protarsi di 6 anni di vita, nonostante la diagnosi di morte sicura della sua malattia, verrà attribuita da Takashi all’intercessione di Massimiliano Kolbe.

Il medico radiologo diventa un “esempio vivente”: invita a perdonare immediatamente e incoraggia tutti a credere nella Provvidenza Divina che trae sempre il bene dal male; torna per primo a vivere nel quartiere distrutto, costruendosi una capanna con delle lamiere nel luogo una volta c’era casa sua, e lì ritrova il Crocifisso di famiglia: «mi è stato tolto tutto, dice; ho ritrovato solo questo crocifisso».

In occasione di una Messa da Requiem gli viene chiesto di prendere la parola: «Nagasaki — dice ai suoi concittadini — non era forse la vittima scelta, l’agnello immolato, olocausto offerto sull’altare del sacrificio, morta per i peccati di tutte le nazioni, durante la seconda guerra mondiale? Siamo riconoscenti che Nagasaki sia stata scelta per tale olocausto! Siamo riconoscenti perchè, attraverso questo sacrificio, la pace è stata data al mondo e la libertà religiosa al Giappone».

Nella primavera del 1947 Nagai si aggrava e deve mettersi a letto. Lascia la professione, ma decide di mettersi a scrivere: «la mia testa funziona ancora», si dice. «Gli occhi, le mani e le dita sono ancora in buono stato». Il primo scritto è per i suoi figli, ancora piccoli: «Miei cari figli, amate il vostro prossimo come voi stessi. Ecco il motto che vi lascio. Con esso comincerò questo scritto, probabilmente lo finirò con esso e sempre con esso riassumerò».

Pubblica in quattro anni quindici  volumi; scrive di notte perché fin dalla mattina riceve visitatori: «mi disturbano — scrive nel suo diario — ma poiché hanno al gentilezza di venire, non devo provare a versare un po’ di gioia nel loro cuore e a parlar loro della nostra speranza cattolica? Non posso mandarli via»; ma allo stesso tempo afferma che «anche i malati devono lavorare con tutta la loro forza».

Nei suoi libri offre un resoconto di quanto accaduto nell’esplosione atomica, attraverso la sua esperienza e la sua competenza. Considera ormai la sua vocazione quella di propagare il messaggio cristiano attraverso il quale soltanto si può trovare ed instaurare una pace duratura. I suoi libri dal 1948 si leggono ovunque in Giappone e hanno contribuito notevolmente all’educazione sociale e all’evangelizzazione del suo paese.

Nel best seller “Le campane di Nagasaki” (da cui è stato tratto un film), si chiede: «l’umanità sarà felice nell’era atomica, oppure misera? Di quest’arma a doppio taglio nascosta da Dio nell’universo ed ora scoperta dall’uomo, che farne? Un buon uso farebbe progredire a grandi passi la civiltà; un cattivo uso distruggerebbe il mondo. La decisione sta nel libero volere dell’uomo. Egli tiene in mano il proprio destino. Pensandoci, ci si sente assaliti dal terrore e, per conto mio, credo che un vero spirito religioso sia l’unica garanzia in questo campo… In ginocchio nella cenere del deserto atomico, preghiamo perchè Urakami sia l’ultima vittima della bomba. La campana suona… O Maria concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te».

Nel marzo del 1951 il suo stato di salute si fa preoccupante ma non gli fa perdere il suo buonumore. Nell’aprile di quello stesso anno Nagai riesce a terminare il suo ultimo libro. Il 1° maggio, il primo giorno del mese dedicato a Maria, Takashi Paolo muore a 43 anni per un’emorragia celebrale, tenendo in mano il Crocifisso di famiglia. Al suo funerale accorre una folla immensa, in un corteo che dalla cattedrale (ricostruita) si muove con molta difficoltà per raggiungere il cimitero. L’anno dopo è già inaugurato il “Nagai Memorial Museum”, visitato ogni anno da 150 mila persone.

Maestro di “spiritualità della pace”, definito il “Gandhi giapponese”, Takashi (che in giapponese significa “nobiltà”) ha vissuto l’ideale cristiano dell’amore verso il prossimo annullando davvero se stesso.

Il “santo di Urakami” o il “santo di Nagasaki”, come era già chiamato in vita, fu esempio di umiltà nella ricerca appassionata della verità, di abnegazione e di spirito di sacrificio. Ha voluto porre come epitaffio sulla sua tomba la frase evangelica che forse sintetizza al meglio il suo atteggiamento nella vita: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quel che dovevamo fare» (Lc 17,10).

Fonte Portate DISF – Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede – http://disf.org/

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“Una candela che si consuma per dare agli altri la luce”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/03/2017

«Mi chiamo Solidoro Mirella, ho 18 anni, ma ne dimostro 9.

Da tre anni ho subito un intervento alla testa che mi ha rovinato la vista. Ora sto sempre a letto e vivo con la fede in Dio che è diventata l’ unica ragione della mia vita.

I miei giorni li trascorro tutti uguali, uno dopo l’altro, come gli anelli di un Rosario.

All’età di 9 anni il Signore mi ha affidato una missione particolare: quella della sofferenza e del dolore. Le sofferenze aumentavano giorno dopo giorno e i miei genitori cercavano di porre rimedio a tanto soffrire, ma nessuno mi ha capito. Cercai di trovare la consolazione nel Signore, che diventò per me il mio Padre fedele, il mio Consolatore, che mi diede la forza di affrontare meravigliosamente i miei piccoli doveri, la scuola, lo studio.

All’età di 14 anni, il 28 /9/1979, mi fu fatto l’intervento dal quale ne uscii non vedente. Ma fu in quel buio che incominciai a vedere; non era la luce del mondo ma quella di Dio. Fu per me quella la chiamata decisiva alla Croce.

In un primo momento mi sentii come un uccello al quale il Signore aveva tagliato le ali, ma poi capii che il Signore mi stava dando le più grandi ali per volare nel suo nuovo orizzonte. Dopo di che mi addormentai in un lungo sonno, che durò tre anni.

Mi svegliai da questo sonno il 2/5/1982, mi sentii come una bambina appena nata. Il Signore mi chiamò alla vita per la seconda volta, in un nuovo modo e in un nuovo mondo. Confesso che quando mi accorsi che tutti quei progetti che io ritenevo giusti (in quanto mi volevo consacrare al Signore, giacché sin da bambina il mio desiderio era di diventare suora) andarono in fumo, fui assalita da un po’ di amarezza, ma poi il Signore mi aiutò ad apprezzare e stimare la Croce e capii che quello era per me il più bel regalo che il Signore mi potesse fare.

Accettai il dolore e lo amai tanto da desiderarlo, capii che il Signore aveva bisogno di anime disposte ad immolarsi per la salvezza dell’umanità.

Gli anni passarono velocemente ed oggi mi trovo qui nelle quattro mura della mia stanza che è diventata il mio campo di missione, e in un letto che è divenuto la mia dimora, con il desiderio di imitare Cristo ed essere una candela che si consuma per dare agli altri la luce.»

[Testimonianza dettata da Mirella nel 1987 e incisa su musicassetta, tratta dal sito ufficiale www.mirellasolidoro.it]

Questa ragazza nata a Taurisano in provincia di Lecce il 13 luglio 1964 era affetta da “Disgerminoma ipotalamico” che le indusse a vivere un calvario accettato con pace e serenità eroiche.

Intorno al letto di Mirella si riuniscono tante persone provenienti da Taurisano, dalla provincia di Lecce, dalla provincia dell’Aquila e da tante zone dell’Italia Meridionale. Insieme con lei la gente prega, a lei le persone si rivolgono per avere conforto nelle difficoltà.

Molti affermano di aver ricevuto favori particolari e guarigioni, grazie alla preghiera di Mirella.

Intanto, ella vive una devozione incondizionata al Santissimo Crocefisso. A volte, quando il dolore si allevia, si fa accompagnare al Santuario del Santissimo Crocefisso in Galatone, cittadina distante da Taurisano una ventina di chilometri.

Nutre una profonda devozione alla Madonna, tant’ è che la corona del rosario è sempre tra le sue mani scarnite, mentre compone numerose preghiere, poesie e pensieri dedicati al Signore e alla Beata Vergine Maria.

Pane quotidiano si fa l’Eucaristia che ella riceve quasi ogni giorno con immensa devozione. Il suo volto si illumina quando può incontrare Gesù nel segno del pane. Per lei, costretta a digiunare perché il suo stato di salute non le permette di deglutire, l’Eucaristia rappresenta in diverse riprese, il suo unico nutrimento.

Ascolta i Salmi che diventano nutrimento per la sua preghiera personale e per la preghiera in gruppo.

Il Vangelo, poi, è l’olio per la sua lampada, per la sua fede. Ritiene a memoria le parole e i consigli del Signore e spesso, durante le conversazioni, cita le parole di Gesù e invita la gente a mettere in pratica tutto.

(…)

Col passare del tempo, non è difficile per Mirella continuare a riunire intorno a sé un piccolo cenacolo di preghiera. Chiunque le si accosti, ne resta colpito tornando a casa rinnovato.

(…)

[Arriva il momento in cui Mirella] deve trasferirsi, insieme con tutta la famiglia nel garage del fratello Antonio, adattato per l’occasione in appartamento.

Passano alcuni anni nella nuova abitazione. Un ulteriore aggravarsi del male, la sottopone a ripetuti accertamenti clinici. Ai dolori agli arti, alle piaghe di decubito, ai sempre più intensi mal di testa, si aggiungono insopportabili, quelli dei denti e ulcere alla bocca. Infine, nonostante le precarie condizioni di salute, dopo tanto temporeggiare, giunge il tempo di un nuovo intervento chirurgico alla testa. Come sempre
Mirella accetta, anzi ama la crocifiggente volontà del Signore.

Nei primi giorni di settembre del 1997, viene ricoverata a Lecce e sottoposta ad un difficile intervento alla testa e, contemporaneamente, all’estrazione di sei denti e ad un’operazione per le ulcere alla lingua. La madre racconta il desiderio espresso da Mirella: non vuole che le vengano somministrati calmanti per lenire il dolore, intendendo offrire queste sofferenze per la salvezza delle anime.

Nel 1999 viene ricoverata nuovamente presso ospedale di Tricase il 27 settembre 1999. Sta molto male; cosciente, risponde a stento.

Quattro giorni dopo entra in un coma irreversibile e, dopo un rapido aggravarsi delle condizioni generali di salute, Mirella conclude serenamente la sua vita terrena. È il 4 ottobre 1999.

Per conoscere meglio la storia di Mirella – vissuta nel “desiderio di imitare Cristo ed essere una candela che si consuma per dare agli altri la luce” – consiglio di consultare il sito www.mirellasolidoro.it

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“Kevin condivise il Corpo di Cristo con Sid e con me e fluttuammo nella cabina di volo…”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/03/2017

Secondo il sito ACI Digital (06/03/2017), qualche anno fa, un gruppo di astronauti in missione attorno alla Terra, hanno avuto l’opportunità di ricevere la Comunione a bordo della nave spaziale che li trasportava.

Nell’aprile del 1994, l’astronauta Thomas D. Jones era a bordo dell’astronave Endeavour in missione per studiare i cambiamenti attorno alla Terra; con lui viaggiavano altre cinque persone.

Insieme a loro c’erano i due astronauti che hanno ricevuto la Comunione: il comandante Sidney “Sid” Gutierrez e il pilota Kevin Chilton. Per entrambi era il secondo viaggio mentre per Jones era il primo.

Nel suo libro “Sky walking, An Astronaut’s Memoir” (Passeggiando nel cielo, memoria di un astronauta), Jones ricorda: “Ero consapevole del fatto che ogni giorno nello spazio fosse un regalo speciale, sapevo che mi era stato concesso un privilegio unico.”

“Ogni notte, prima di dormire, ringraziavo Dio per quelle meravigliose viste della Terra e per la riuscita della nostra missione. Pregavo in continuazione per la sicurezza della nostra squadra e affinché finisse tutto con un felice incontro con le nostre famiglie.”

Nel testo Jones racconta che Kevin Chilton, che era ministro straordinario dell’Eucaristia, aveva portato con sé nel viaggio alcune ostie in un porta viatico d’oro.

La domenica trascorsa nello spazio, due settimane dopo Pasqua, i tre si riunivano nella cabina di volo per comunicarsi. In quel momento, “noi tre ringraziammo Dio per la vista del Suo universo, per la buona compagnia e per l’esito che avevamo avuto fino a quel momento”, ricorda Jones.

“Kevin condivise il Corpo di Cristo con Sid e con me e fluttuammo nella cabina di volo, riflettendo in silenzio in questo momento di pace e di vera comunione con Cristo”, racconta l’astronauta.

Mentre meditavamo tranquillamente nell’oscurità della cabina, una magnifica luce bianca sorse dallo spazio entrando nella cabina. La luce radiante del sole, penetrava attraverso le finestre anteriori dell’Endeavour, infondendo calore. Quale altro segno avremmo potuto chiedere se non quello? Era la dolce affermazione da parte di Dio della nostra unione con Lui”.

Commosso fino alle lacrime, Jones si allontanò dai suoi compagni. Vide l’alba attraverso le finestre e l’oceano Pacifico la cui superficie azzurra risplendeva con la luce del sole.

L’astronauta racconta che chiamò i colleghi perché apprezzassero la meravigliosa vista insieme a lui. “Ammirando quell’acqua viva, gustammo delle tonalità non paragonabili al quadro del miglior pittore del mondo.

“Dopo quel momento Kevin disse – E’ lo stesso colore del manto della Vergine, Tom – e aveva ragione. Aveva trovato la forma perfetta per dire quello che stavamo contemplando dalla finestra”.

Dieci anni dopo quel viaggio, Jones dichiarò: “Siamo fatti per sorprenderci nello spazio. Se la nostra specie imperfetta è riuscita a trovare tali lampi di delizia nel suo primo tentativo col cosmo, allora davvero abbiamo trovato un Dio affettuoso e generoso”.

Oggi i tre astronauti sono in pensione. Jones ha partecipato a quattro missioni speciali, Chilton a tre e Gutierrez a due. Tutti hanno ricevuto premi e riconoscimenti da parte della NASA.

Quella di Jones è stata la prima volta in cui qualcuno si è comunicato nello spazio. Nel 2013 l’astronauta Mike Hopkins venne autorizzato a portare con sé sei ostie divise in quattro, col permesso della Diocesi di Galveston-Houston. L’Eucaristia venne comsumata durante tutte le ventiquattro settimane trascorse nello spazio.

Tradotto dal portoghese da http://cleofas.com.br/astronauta-revela.que.recebeu-a-eucaristia-no-espaco/

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«Un'”uniforme” diversa e un “capo” molto più misericordioso»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 15/03/2017

Don Ernesto Piraino che si è raccontato ai microfoni di Padre Pio Tv in una lunga intervista. A http://www.infooggi.it ha risposto a qualche domanda.

Diciotto lunghi anni nella Polizia di Stato.Cosa è significato per te essere un poliziotto?

Essere stato poliziotto rappresenta oggi, nel mio nuovo stato di vita, certamente un valore aggiunto. Aver potuto servire la gente indossando una divisa ha contribuito ad accrescere il mio bagaglio esperienziale dal punto di vista umano e perché no, anche spirituale.

La giustizia umana spesso può e deve coincidere con quella divina, pertanto la missione continua, con una “uniforme” diversa e un “capo” molto più misericordioso!

Quando hai avvertito le prime avvisaglie della vocazione?

Oggi, col senno di poi, posso dire che le prime avvisaglie si manifestarono sin dall’età infantile e poi adolescenziale. Nel 2006 , con l’inizio dell’adorazione Eucaristica perpetua nella mia parrocchia di allora, a Scilla in provincia di Reggio Calabria, il Signore iniziò a parlare al mio cuore in maniera sempre più chiara.

Eri fidanzato. L’amore per il Signore, però richiedeva l’esclusiva…

Dopo il secondo anno di fidanzamento, la mia ragazza, iniziando a notare in me una certa predisposizione alla vita spirituale, cominciò a fare delle battute sempre più insistenti, “se ti vuoi fare prete dimmelo chiaro!”.

Dopo un certo tempo, per poter andare di tanto in tanto in chiesa a pregare, fui costretto ad utilizzare l’alibi della palestra. Non sentivo la chiamata al sacerdozio, semplicemente desideravo ricavarmi dei tempi di silenzio e meditazione. Oggi so che quelle battute erano in realtà delle profezie.

Quando hai preso la decisione di abbandonare tutto e seguire Gesù?

Una sera di febbraio, siamo nel 2010, mentre mi trovavo nella cappella del seminario, dove di tanto in tanto mi recavo per preparare degli esami con alcuni seminaristi, miei colleghi di facoltà, avvertii forte il desiderio di lasciare tutto per donare la mia vita al Signore nel sacerdozio.

Il giorno dopo andai immediatamente dal mio padre spirituale.

Dal primo tuo si al Signore, tutto si è stravolto nella tua vita…

Le difficoltà non sono mancate, il Signore però ha fatto sì che diventassero dei trampolini di lancio. Oggi vivo il dono del sacerdozio anche grazie a quelle difficoltà iniziali, che hanno rafforzato la chiamata e il desiderio di non mollare.

Cosa ti senti di dire ai giovani che avvertono la vocazione?

Dico ai giovani che dovessero avvertire la chiamata del Signore, di non avere paura, di aprire le porte del loro cuore con fiducia.

Il Padre desidera la felicità per ciascuno dei Suoi figli, e vi assicuro donare la vita a Lui riempie il cuore di gioia, quella vera!

Fonte: https://www.infooggi.it/

In questo video, un bel servizio su Padre Pio TV

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«Prega si, e cambierà il finale! (…) Riprenditi quest’arma!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/03/2017

Una parodia di Occidentalis Karma che vale la pena di sentire…

Nel video che segue, don Roberto Fiscer racconta il suo passato da disc jokey che dava felicità agli altri ma non la trovava.

Poi l’incontro con Giovanni Paolo II, la vocazione e…

“Nella vita spirituale, quando il signore ti chiama, bisogna buttarlo via lo specchietto retrovisore, non bisogna guardarsi più indietro.”

“Dio non sceglie quelli capaci, rende capaci quelli che sceglie.”

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«Oggi sono molto più sereno rispetto a quando giocavo»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/03/2017

L’ex calciatore del Manchester United diventa frate domenicano

Il centrocampista Philip Mulryne ha condiviso maglia e spogliatoio con le stelle del Manchester United: David Beckham, Ryan Gigg, Nicky Butt, Paul Scholes, Andy Cole e Ole Gunnar Solskjaer. Oggi, invece, condivide il saio con san Domenico di Guzmán, fondatore dell’ordine dei Domenicani.

Nordirlandese, ha debuttato in Nazionale l’11 febbraio 1997 (segnando un gol) e nei Red Devils il 14 ottobre 1997. Nel 1999 è passato al Norwich City, contribuendo a portare il club inglese in Premier League nel 2004. Si è infine ritirato nel 2008, tornando a Belfast.

Ma proprio lì, nel Nord Irlanda, l’inaspettato incontro con mons. Noel Treanor, vescovo della diocesi di Down e Connor, che diventa suo confidente e confessore, coinvolgendosi in attività caritatevoli. E’ qui che Mulryne sente la chiamata alla vocazione: dopo 4 anni di studio (filosofia e teologia) nel Pontificio Collegio Irlandese, il 29 ottobre 2016 è stato ordinato diacono dall’arcivescovo di Dublino e nel 2017 riceverà l’ordinazione sacerdotale, divenendo frate domenicano.


«Oggi sono molto più sereno rispetto a quando giocavo»
, ha dichiarato. L’ex calciatore Paul McVeigh, suo amico, ha rivelato: «Con mio grande stupore, e molto probabilmente quello di tutto il mondo calcistico, Phil ha deciso di allenarsi per diventare un prete cattolico. Sono ancora in contatto con lui e sapevo che stava trasformando la sua vita, dedicandosi alla beneficenza e aiutando i senza tetto. Eppure è stato uno shock completo sentire che aveva scelto questa come sua vocazione. Sono venuto ad incontrarlo a Roma e l’ho trovato davvero molto contento».

Campi prestigiosi, fama mediatica, stipendi faraonici, auto di lusso e tante donne: lo stereotipo della vita da sogno del calciatore. Eppure, evidentemente, nulla di ciò che può offrire il “mondo” riesce davvero a soddisfare l’animo umano, che è misteriosamente in costante ricerca dell’Infinito. La storia di padre Philip insegna.

 Qui, la vestizione e la professione solenne di padre Philip.

(Fonte: http://www.uccronline.it, pubblicato il 14 gennaio 2017)

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“ Li incoraggio a coltivare la virtù contraria al difetto che, senza dirglielo, credo che abbiano”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 09/03/2017

Una storia un po’ lunghetta ma vale la pena perderci qualche minuto per conoscere il nonno che tutti vorremmo avere.

Con questa domanda mia nipote mi ha messo alle corde. Da allora ho sentito la responsabilità di “dare un buon consiglio” ai miei 33 nipoti, e si è rivelata un’attività che ci ha dato molte gioie.

Una delle opere di misericordia spirituale è consigliare i dubbiosi. Oppure, come si diceva una volta, dare un buon consiglio a chi ne ha bisogno.

Tutti noi, in molte circostanze o in diversi momenti della vita, abbiamo bisogno di un consiglio e tutti possiamo e dobbiamo adempire quest’opera di misericordia verso coloro che Dio ci ha messo accanto nel nostro cammino.

Sappiamo bene che non è un compito facile, perché non sempre diamo il consiglio in modo adeguato o nel momento più opportuno, oppure perché chi ne ha bisogno non sempre lo riceve positivamente. Se il nostro consiglio assume la forma di un rimprovero, della solita solfa o di un sermone, più che altro provocherà un rifiuto da parte di chi lo riceve. Ed è assai probabile che la stessa cosa succeda se lo si dà in modo professorale, guardando il destinatario dall’alto in basso. La mia esperienza personale mi dice che il consiglio efficace dev’essere colmo d’affetto e lo si deve offrire in maniera semplice e amabile.

Negli anni, come è successo ad altri, ho avuto numerose occasioni di consigliare diverse persone, anche perché sono un padre di famiglia e quindi ho il dovere di educare i miei figli. Adesso, però, loro sono cresciuti e, anche se non per questo sono esentato dall’accompagnarli nella loro vita, le occasioni sono meno frequenti. Con gli anni, poi, sono venuti i nipoti: una caterva di bambine e bambini incantevoli, che amo profondamente e che mi sento obbligato ad aiutare affinché siano persone eccellenti e veri figli di Dio.

Mia moglie e io abbiamo un debole per i nostri nipoti e siamo orgogliosi che ciò si noti. Loro, d’altra parte, sono tanto buoni che cercano di ricambiare il nostro affetto.

Ogni sabato a mezzogiorno riuniamo tutta la famiglia a casa nostra. Tutti sono liberi di venire o meno, se lo desiderano e se lo permettono i loro impegni. Fino a oggi, grazie a Dio, tutti si sono sentiti a loro agio in questa riunione e la pretendono quando, per qualche motivo, mia moglie e io siamo fuori città. Durante questi pranzi, con grande familiarità, com’è logico, si discute animatamente su diverse questioni: calcio, politica, svaghi, letture, temi religiosi… È una magnifica occasione per conoscerci meglio, per sapere come la pensiamo e per dare idee che facciano riflettere, anche se all’inizio non tutto viene condiviso. A volte sono i nipoti che propongono alcune attività che ci potranno permettere di frequentarci di più e di formarci. Chi avrebbe mai detto che le parole dei nonni avrebbero contato veramente nella loro vita!

Quando si ama una persona, tutto sembra poco; così ho deciso di utilizzare diverse occasioni per dar loro alcuni altri consigli per iscritto.

La prima occasione si è presentata con il nipote più grande, che viveva all’estero e stava per fare la prima Comunione. Gli ho inviato le congratulazioni per posta elettronica, facendo anche alcune riflessioni adatte alla sua età sulla divina Eucaristia, sulla grandezza del momento che avrebbe vissuto, sul dialogo con Gesù in quella occasione, sulle eventuali richieste che poteva fargli, sulla sua promessa di rimanere accanto a Lui e di frequentarlo nella Comunione, sulla necessità di pentirsi e di confessarsi quando qualche volta si fosse allontanato da Lui; infine, dato che è una persona molto affettuosa e lo è ancora oggi che è studente universitario di ventidue anni, gli dicevo che mia moglie e io pregavamo Dio perché diventasse un uomo ogni giorno migliore, un cristiano molto fedele, così che un giorno, fra molti anni, quando ormai né lui né noi saremo in questo mondo, potessimo stare molto uniti e molto felici in Cielo, amandoci moltissimo.

Poi ho continuato la consuetudine in occasione della prima Comunione degli altri nipoti. Ho cominciato anche a inviare loro dei messaggi simili in occasione del sacramento della Confermazione. Uno di loro mi ha telefonato per esprimere il desiderio che fossi io il suo padrino; ho risposto subito con una e-mail, assicurando che mi sentivo onorato e aggiungendo alcune idee sull’importanza del sacramento. L’iniziativa di questo nipote è servita ad altri per fare lo stesso. Oggi sono padrino di Cresima di parecchi nipoti.

Ugualmente mi è sembrato opportuno approfittare dei compleanni per scrivere a quelli che hanno già la posta elettronica. Approfitto di questi messaggi per parlare loro della virtù di cui mi sembra siano dotati e per incoraggiarli a coltivare la virtù contraria al difetto che, senza dirglielo, credo che abbiano. Scrivo loro anche quando ottengono un particolare successo negli studi o nella pratica di qualche sport. Le occasioni che di solito si presentano per scrivere loro, sono le più diverse.

Malgrado internet soglia creare ai padri di famiglia qualche difficoltà con i figli piccoli – bisogna stare all’erta e non essere ingenui –, in casi come questi costituisce un potente strumento per stringere ancor più i legami familiari, ed è anche un mezzo meraviglioso per alimentare le relazioni con gli amici.

Riprendendo il tema della corrispondenza, ricordo l’occasione nella quale sono rimasti a dormire a casa nostre tre nipotine minori di dieci anni. Conversando con loro, una mi ha domandato che cosa voleva dire essere santo. Sul momento ho cercato di dare alle tre bambine una spiegazione alla loro portata, ma in seguito ho scritto per loro, il più chiaro possibile, un paio di paragrafi su questo tema, incoraggiandole a desiderare e a lavorare per essere sante. Li ho stampati e gliele ho dati, raccomandando loro di conservarli e di leggerli spesso. Quando scrivo ai nipoti più piccoli che non hanno la posta elettronica, raccomando di conservare la mia lettera e di rileggerla ogni tanto.

Anche loro mi scrivono in occasione del mio compleanno, della festa del papà, dell’anniversario delle nozze… Quelli con la posta elettronica rispondono sempre ai messaggi. Uno di loro mi ha scritto che ricordava molto bene un riferimento a qualcosa che gli avevo scritto tempo addietro, perché aveva conservato tutte le lettere che gli avevo inviato.

Quando prima ho scritto che i miei nipoti erano una caterva, non stavo esagerando. Attualmente sono trentatré. Per scrivere con regolarità e non dimenticare nessuno, è necessario gestire la corrispondenza con un certo ordine. Perciò nel mio computer ho una particolare cartella per loro. Per ogni nipote ho una sotto-cartella dove annoto le lettere che invio e le loro risposte. Annoto anche le date nelle quali ho scritto a ciascuno.

Superiamo il numero di cinquanta membri, tra mia moglie e io, i nostri otto figli, le nuore, i generi e i nipoti. Siamo una famiglia numerosa, ma non straordinaria; un gruppo assolutamente normale, con vicende positive e negative, con successi e insuccessi, risate e lacrime, virtù e difetti, come in qualunque famiglia. Mia moglie e io abbiamo cominciato questa storia 52 anni fa. Ringraziamo il Signore per tutto quello che ci ha dato e andiamo avanti con ottimismo, fino al giorno in cui Dio permetterà che rimaniamo su questa terra.

Fonte: http://opusdei.org/

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“È bene sapere che i Vangeli sono una piccola oasi di rispetto e di difesa della donna”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 07/03/2017

Oggi trovi di tutto sulla rete. Donne che festeggiano svaccate e urlanti in locali dove uomini ipertrofici si spogliano (perdendo entrambi le loro reciproche dignità e dimenticando che si commemora una tragedia e non un carnevale al femminile), donne che giustamente reclamano i propri diritti, donne che vogliono fare gli uomini, uomini diventati donne, donne nonne rifatte dai volti tutti uguali, donne che in virtù di una visione deformata della parità vogliono fare il prete, il soldato, ma non il camionista o il carpentiere, donne che non festeggiano perché le donne vanno rispettate e considerate 365 giorni l’anno.

Mia moglie grazie a Dio appartiene a quest’ultima categoria, quella delle donne cristiane, moderne, senza complessi. Come Costanza Miriano, giornalista del TG3 che scrive nel suo blog con uno stile tutto suo, provocatorio, irresistibile e coraggioso proclamando le cose come stanno, raccontando che essere donna, cristiana, cattolica rende felici e appagate. Vale davvero la pena leggerlo: http://costanzamiriano.wordpress.com/.

Mia moglie, questa giornalista, e molte altre grazie a Dio, sono donne cattoliche, e come tutte le donne che seguono Dio sono armoniose, mature, sicure della proprie femminilità; lavorano, godono delle conquiste di libertà degli ultimi decenni, ma non hanno bisogno di imitare gli uomini né dove eccellono (avvilendo la propria femminilità) né dove non sono da imitare, come faranno quelle che stasera andranno per spogliarellisti.

C’è un falso mito da sfatare infatti, ed è quello della gente che critica la Chiesa Cattolica considerandola maschilista, perché non la conosce abbastanza.

Andiamo un po’ indietro nel tempo, prima di Cristo e facciamo solo alcune citazioni, così, senza commentarle, visto che si commentano da sole.

La donna è il peggiore dei mali (Euripide) – Le donne non sono buone per essere nella buona organizzazione sociale (Platone) – Le donne sono sullo stesso piano delle delizie del palato (Epitteto) – La donna è il peggiore dei mali (Aulo Gellio) – La donna è per natura difettosa e incompleta (Aristotele) – La donna è stata creata dal Principio cattivo che creò il caos e le tenebre (Pitagora)… Potrei continuare ma mi fermo.

Anche nell’Antico Testamento prevaleva il testosterone; erano maschi gli animali degni di essere sacrificati e tra le preghiere degli uomini del tempo c’era il ringraziamento a Dio perché “non li aveva fatti né pagani, né donne”.

Arriva Gesù, nato dalla Donna più donna del mondo, riconosciuto come Messia da una profetessa, Anna e, parla con una samaritana, un’emarginata a cui non si poteva rivolgere la parola, sana le donne, perdona le donne peccatrici, parla con profonda considerazione con le sue discepole come Marta e Maria. Avviene l’evento unico e veramente rivoluzionario della RESURREZIONE e appare per primo a delle donne. Insomma le considera, sono la metà (forse anche di più viste le ultime statistiche) dell’umanità che è venuto a riprendere per i capelli, e le salva da se stesse così com’è venuto a salvare noi uomini (parlo di noi maschi) da noi stessi, dai nostri rispettivi e propri limiti e peccati.

Dice bene Vittorio Messori: “È bene sapere che i Vangeli sono una piccola oasi di rispetto e di difesa della donna in un fiume che precede e che purtroppo segue, di esasperato maschilismo”. Purtroppo segue, ma un grande papa, Giovanni Paolo II scrive una “Lettera alle donne” dove oltre a chiedere perdono per i soprusi da esse subìti nella storia dagli uomini e spesso nella stessa Chiesa, conclude citando la Genesi quando al momento della creazione Dio afferma: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gn 2,18).

Commenta il grande papa: “Quando la Genesi parla di «aiuto», non si riferisce soltanto all’ambito dell’agire, ma anche a quello dell’essere. Femminilità e mascolinità sono tra loro complementari non solo dal punto di vista fisico e psichico, ma ontologico. È soltanto grazie alla dualità del «maschile» e del «femminile» che l’«umano» si realizza appieno.”

In questa prospettiva auguro alla metà femminile dell’umanità, di essere sempre se stesse e ciò per cui Dio le ha create, altrimenti ci perdiamo anche noi che abbiamo bisogno di loro per vivere secondo la volontà di Dio.

(*) Vittorio Messori

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