FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Archive for the ‘Attualità’ Category

«Siamo con Te, preghiamo per Te, seguiamo Te perché leggiamo il Vangelo prima dei blog o dei giornali»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/08/2018

Nel ciclone e nella confusione mediatica che si stanno scatenando in questi ultimi tempi nella Chiesa e intorno al Santo Padre, aderisco con gioia all’invito di Mons. Giovanni D’Ercole perché in quanto cristiano e blogger – che legge e medita il Vangelo prima di blog, social e giornali – non avendo la presunzione di sapere dove siano torti e ragioni, affido nella preghiera a Dio questo difficile momento, stringendomi intorno al Santo Padre fiducioso nelle parole di Gesù: non prevalebunt! (Mt 16,18).

In mezzo all’overdose di informazioni che circolano, tra accuse e schieramenti, nel fermo proposito di filtrare le troppe informazioni che arrivano dalla rete, alla luce del Vangelo di ogni giorno, invito i lettori a unirsi in questo abbraccio benedicente di preghiera, la prossima domenica, 2 settembre, il Papa, in spirito di rinnovata fedeltà allo stesso.

Invito i sacerdoti, le parrocchie, le comunità monastiche e religiose, i movimenti e le associazioni ecclesiali a dedicare la domenica prossima, 2 settembre, a una speciale giornata di preghiera e di rinnovata fedeltà al Papa.

Preghiamo perché il Signore lo guidi e lo sostenga, perché la Madonna lo consoli e lo conforti”.

E con questa iniziativa, illustrata in una lettera ai fedeli che il vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni D’Ercole intende testimoniare la vicinanza della diocesi a Papa Francesco.

“La nostra diocesi – si legge nel documento – stretta al suo vescovo e ai sacerdoti, vuole dirgli: non sei solo! Non sei solo a portare questa croce! Non sei solo a lottare contro gli abusi di minori perpetrati da chierici infedeli.

Con la tua Lettera al Popolo di Dio ci hai invitato a pregare, a fare penitenza e digiuno, a collaborare tutti insieme per far sì che mai più avvengano abusi e coperture. Noi come figli che amano il loro Padre, ti diciamo di sì. Ti diciamo che puoi contare su di noi, sulla nostra preghiera”.

La parte centrale della lettera prosegue con parole di vicinanza al Papa. “Siamo con Te, preghiamo per Te, seguiamo Te perché leggiamo il Vangelo prima dei blog o dei giornali, e crediamo al Vangelo.

Tu nel marzo 2013 hai detto “sìˮ alla chiamata del Maestro che ti ha detto: “Pasci le mie pecorelle. E oggi prosegui la tua missione”.

Monsignor D’ercole, nella premessa del suo invito, scrive che proprio mentre il Santo Padre celebrava a Dublino l’Incontro internazionale delle famiglie , “qualcuno ha pensato di propagare un attacco feroce e senza precedenti al Vicario di Cristo”. “Non si era mai vista, – scrive ancora – una richiesta al Papa di dimettersi, orchestrata come una vera e propria operazione mediatica e politica, sfruttando la visibilità del viaggio in Irlanda e cercando di mettere in difficoltà il Santo Padre nel dialogo con i giornalisti sull’aereo”.

Il vescovo di Ascoli afferma di non voler entrare nel merito delle accuse rivolte a Francesco. “Prendiamo sul serio l’invito che il Papa stesso ha fatto ai giornalisti, l’appello alla loro professionalità nel leggere quel testo. Il Santo Padre ha detto così perché dalla lettura attenta del testo e delle circostanze che vi sono descritte è possibile comprendere la strumentalizzazione e l’assurdità della richiesta di dimissioni”.
(Fonte: http://www.agensir.it)

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«Ecco Miss Italia!»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 09/08/2018

Un giorno Padre Pio disse che in molti andavano da lui per chiedere che venisse loro tolta la Croce, ma pochi gli chiedevano di avere la grazia di saperla portare.

Dobbiamo imparare a domandare a Gesù: “Signore, qual è il modo migliore per portare questa Croce?” e, quindi, dobbiamo smetterla di tormentarci chiedendoci “Perché, perché a me?”.

Ecco un racconto di Mons. Angelo Comastri che apre la mente e il cuore su queste domande non facili.

Oggi c’è il culto della bellezza, si fanno gare di bellezza… ma cos’è la bellezza?

Ve lo dico con un episodio accaduto nella Piazza del Santuario di Loreto. Un pomeriggio durante la processione eucaristica notai uno strano movimento in fondo alla Piazza.

La gente si voltava, sorrideva, era distratta. Non capivo cosa stesse succedendo.

Al termine della processione domandai al Padre Cappuccino presente in Piazza, che cosa era accaduto. Mi rispose: “Sono venute da San Benedetto del Tronto un gruppo di ragazze che partecipano al Concorso di Miss Italia! Ed è saltato tutto!”.

Rimasi stupito e anche un po’ amareggiato, però mi venne subito un’idea.

Chiesi prontamente il microfono e invitai tutti a restare in piazza perché dovevo presentare la nuova Miss Italia. L’attenzione fu subito altissima. Chiamai una mamma calabrese che da tanti anni veniva a Loreto, portando con sé i suoi due figli handicappati mentali.

Li accudiva come due gioielli e veniva in pellegrinaggio per chiedere alla Madonna di farla morire un quarto d’ora dopo i suoi figli.

Sul suo volto brillava la bellezza dell’amore non sfiorato da nessuna ombra di egoismo. Era la bellezza vera!

“Ecco Miss Italia!”, gridai.

Questa è la bellezza che brillava sul volto di Maria… e partiva dal suo cuore veramente bello, perché immacolato.

L’Angelo giustamente le aveva detto:

“Gioisci, tu che sei stata riempita di bellezza! Il Signore è con te”.

Se non recuperiamo questa bellezza, il mondo si popolerà di mostri… con maschere di bellezza.

(Il racconto di Mons. Comastri è tratto da http://pontificiaparrocchiasantanna.it/notizia/591)

Che il Signore ci conceda di vedere e di perseguire la bellezza che conta, quella che brillava sul volto di Maria…

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«Alla fine si profila per la civiltà europea una situazione che potremmo definire di vuoto»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 13/07/2018

Un video in cui il Card. Biffi (Milano, 13 giugno 1928 – Bologna, 11 luglio 2015) commenta “Il racconto dell’anticristo” di Vladimir Sergeevic Soloviev.

Era il 1991 ma se ascoltiamo le sue parole (secondo me) profetiche, pensando a ciò che accade ai giorni nostri, possiamo aprire la nostra mente e il nostro spirito alla comprensione della verità e deciderci di mettere Gesù davvero al centro di tutto.

«Il cristianesimo ridotto a pura azione umanitaria nei campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura, il messaggio evangelico identificato nell’impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del progresso, nell’esortazione a rispettare la natura, ma se il cristiano, per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, quasi senza avvedersene, stempera sostanzialmente il fatto salvifico nell’esaltazione e nel conseguimento di questi traguardi secondari, allora egli si preclude la connessione personale col Figlio di Dio crocifisso e risorto, consuma a poco a poco il peccato di apostasia e si ritrova alla fine dalla parte dell’anticristo.»

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«Mi dovrò confrontare con quelle forze a Medjugorje»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 09/07/2018

Molte persone mi hanno segnalato un articolo del Mattino in cui si parla di infiltrazioni mafiose nell’organizzazione dei pellegrinaggi a Medjugorje, riportando SOLO IN PARTE le parole di Mons. Henryk Hoser delegato della Santa Sede per la cura pastorale dei pellegrini di Medjugorje; da questa citazione parziale si potrebbe dedurre, secondo l’impostazione dell’articolo, una sua posizione negativa nei confronti di apparizioni e veggenti.

Qui l’articolo di cui si parla: https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/pellegrinaggi_viaggi_e_hotel_le_mani_dei_clan_su_medjugorje-3842782.html

Da sempre il Maligno cerca di insinuarsi in tutti i modi in quello che sta succedendo in quella terra, soprattutto in questi ultimi tempi in cui la confusione non permette più a noi comuni credenti di capire dove sia la verità e dove l’infiltrazione del male, ma è giusto fare chiarezza riportando correttamente le parole dell’omelia del Monsignore polacco.

“Dai loro frutti li riconoscerete”, dice Gesù in Mt 7,16, e da più di trent’anni i frutti sono milioni di conversioni, come lo stesso delegato pontificio riconosceva in un’intervista poco più di un anno fa: “A Medjugorje ogni anno arrivano 2.000.000 di pellegrini e questo qualche cosa significa”.

Non si vuole qui negare il male che si annida “attorno” a Medjugorje, ma vorrei far chiarezza nel modo in cui sono state riportate le parole del Monsignore nell’articolo summenzionato.

Mi avvalgo a tal fine della traduzione fatta da Ania Goledzinowska sul suo profilo Facebook, che utilizzo col suo gentile permesso.

«Vi traduco il discorso dell’Arcivescovo Hoser parola per parola, che i giornali hanno riportato solo in parte :

“(..) E vediamo come si stanno mobilitando le forze maligne per disturbare tutto.

Mi dovrò confrontare con quelle forze a Medjugorje. Lì dove c’è il posto di massicce conversioni, enormi confessioni, dove mancano di continuo confessori.

In quel luogo ci sono anche azioni demoniache che stanno cercando di fare tutto per rovinare quel luogo. Li già stanno penetrando le mafie, non solo per il flusso di pellegrini ma anche per le loro vittime, che devono pagare per poter stare là, la mafia per esempio napoletana, ho già sentito che c’è là, e anche un’altra.

E quindi come è successo a Czestochowa (da Madonna Nera ndr) quando c’era il comunismo, affianco la principale entrata del santuario di Jasna Gora c’era clinica per aborti. Reparto ginecologico che sopratutto faceva interruzioni di gravidanza. Questa è la realtà è non dobbiamo essere ingenui davanti a questa realtà.” (…)

Minuto del omelia 4:09min – 5:04min»

Si ribadisce ciò per amore della verità e per ricordare che la posizione di Mons. Hoser non è affatto contro le apparizioni di Medjugorje dei cui pellegrini continua a occuparsi con amore pastorale a nome della Chiesa.

Per conoscere la posizione attuale della Chiesa Cattolica su Medjugorje, cliccate QUA.


P.S. – Le apparizioni di Medjugorje sono ancora in corso di discernimento da parte della Chiesa. Se la Chiesa le dichiarerà di origine non soprannaturale, accetterò il suo giudizio, ma l’esperienza di conversione profonda, come quella di milioni di pellegrini, che lì ho fatto non sarà mai cancellata dal mio cuore e dalla mia vita che ne è uscita completamente trasformata.

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«Se vivessi in funzione del successo sarei infelice: la mia felicità sta principalmente in Gesù e nella preghiera»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/07/2018

Sono passati quattro anni dalla vittoria di suor Cristina Scuccia del talent The Voice. Ricordo gli incoraggiamenti, lo stupore e le critiche di cui la suore erano oggetto soprattutto sui social.

Le dedicai un post che, evitando facili entusiami come rigidi pregiudizi, terminava con un augurio e una preghiera.

«Noi di Fermenti Cattolici Vivi, consapevoli del fatto che Dio dia i talenti per usarli e non per nasconderli, facciamo il tifo per suor Cristina, con un’avvertenza e una richiesta che giriamo ai lettori. Nella speranza che non venga inghiottita dalle esigenze di audience del reality e che non venga strumentalizzata, svalutata o ridotta a macchietta, preghiamo per lei invitando i lettori a fare altrettanto affinché lo Spirito Santo la usi come strumento di Dio e la mantenga tale

Suor Cristina in gioiosa ubbidienza alla Chiesa, e alla sua bella vocazione, ha proseguito il suo cammino con saggezza, e Dio è stato fedele, come possiamo leggere nell’intervista rilasciata dalla suora a Famiglia Cristiana.

«Papa Francesco chiede una Chiesa in uscita», dice [Suor Cristina].

E lei lo ha preso in parola. Ha cantato a Tokyo, Buenos Aires, New York, a Cracovia per la Gmg…

«Se un giorno qualcuno mi avesse detto che avrei girato il mondo, l’avrei preso per matto. Ma il Signore ha scelto me per questa missione folle».

Papa Francesco è contento?

«L’ho incontrato tre volte. Nel 2014 per consegnargli il primo disco e poi a dicembre scorso ha ricevuto gli artisti del Concerto di Natale. Il vescovo che era accanto a lui ha detto: “Questa è la suora che canta”. Lui mi ha riconosciuto subito e ha risposto: “Avanti, avanti così suora”. Il 17 marzo scorso ero a San Giovanni Rotondo. Quando è passato con la papamobile una mamma gli ha dato il suo bimbo, lui lo ha baciato e lei si è messa a piangere. Commovente».

Francesco ha detto che la vita cristiana non è “mi piace”, ma “mi dono”.

«Ha un linguaggio semplice, diretto ed efficace. Può cambiare tanti cuori».

Che brano dell’album gli dedicherebbe?

«Quello sulla bellezza. Lui fa scoccare la scintilla della bellezza anche nella miseria. Mi ha scosso il cuore vederlo abbracciare i bimbi malati di Casa Sollievo della sofferenza».

Cos’è per lei la felicità?

«Se vivessi in funzione del successo sarei infelice. La mia felicità sta principalmente in Gesù e nella preghiera ma soprattutto nelle piccole cose semplici di ogni giorno. Per esempio, lavare i piatti».

Tocca sempre a lei farlo?

«Siamo solo in quattro, abbiamo tante attività, quando mancano le nostre collaboratrici diamo una mano».

Il brano più autobiografico?

«L’ombra che non ho più parla di me: “Non ci sono percorsi che non posso tracciare insieme a te, l’argento degli occhi tuoi sarà la mia forza. Sono quello che ho scelto, ogni giorno mi specchio dentro di te, nel buio si perderà l’ombra che non ho più”».

Dopo The Voice com’è cambiata la sua vita?

«Quella vittoria è stato un terremoto. Dopo sono maturata tanto artisticamente e nella fede. In questi quattro anni non mi sono mai fermata ma la vita religiosa mi ha protetta molto».

In che senso?

«Come succede a tanti ragazzi che vincono un talent show, il successo ti porta alle stelle, poi finisci nel dimenticatoio e vai in depressione. È fondamentale essere coscienti che il tuo valore non è dato dalla fama».

Com’è la sua giornata?

«Sveglia alle 6.30, lodi mattutine, Messa e poi inizio a lavorare. Abbiamo la scuola d’infanzia con 80 bambini, il pensionato universitario con 40 studentesse. Non è affatto un convento silenzioso. Poi ci sono le attività della parrocchia San Leone Magno. Alle 18.30 i vespri, la cena e la compieta».

Dove trova il tempo per la musica?

«I miei collaboratori cercano di adattarsi ai miei ritmi, evitano di farmi fare troppo tardi la sera e quando viaggiamo “organizzano” la Messa quotidiana».

È vero che la Congregazione ha detto no alla sua partecipazione al Festival di Sanremo 2015?

«No. I giornali ne scrivono tante».

Ai tempi di The Voice molti l’hanno pure criticata bollando la sua partecipazione al talent come “un’operazione commerciale furbetta”.

«A me le critiche non arrivavano, appena entravo in convento le suore mi nascondevano i giornali. Credo che la Congregazione abbia fatto bene a rischiare e mandarmi in Tv».

Rifarebbe l’invito a recitare il Padre nostro in diretta Tv?

«Penso di sì, avevo ottenuto un grande successo e mi sembrava giusto rimandare tutto a Colui che aveva creato una cosa così grande. Il Padre Nostro fu la ciliegina sulla torta, come a dire: è tutto merito Suo. Anche la scelta del coach, J-Ax, fu spontanea perché volevo arrivare ai giovani che, si sa, amano il rap».

Che rapporti ci sono con J-Ax?

«Ci sentiamo ogni tanto. La Madre generale dell’epoca, suor Carmela Distefano, lo adora. A The Voice era molto premuroso con lei, si confidava e lei lo ha preso quasi come un figlio da custodire nelle preghiere. Lo aspetto in convento».

Com’è il suo rapporto con i fan?

«Attraverso i social tutti i giorni mi arrivano tanti messaggi, anche drammatici: chi chiede preghiere, ragazzi che scrivono che vogliono suicidarsi. Cerco di dare loro dei consigli, parlargli, è la mia missione. C’è una famiglia che ho incontrato perché il loro figlio, 16 anni, era mio fan. Si è ammalato di cancro ed è morto nel giro di pochi mesi. Sono stata vicina a loro e ho pregato tanto».

(Fonte della citazione: http://www.famigliacristiana.it/)

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«Molti dei miei coetanei non vedono di buon occhio andare in chiesa o frequentare un gruppo parrocchiale. Molto però dipende anche da come ti poni.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 30/06/2018

Arturo Mariani, classe ’93, studente di Scienze delle Comunicazioni alla Sapienza nel tempo libero, fa parte della Nazionale Amputati, senza avere subito amputazione: già nel ventre materno, infatti, la sua gamba destra non si sviluppa.
Nei suoi due libri racconta di sé, senza filtri, né falso perbenismo la sua storia: straordinaria, nella sua ordinarietà, tra alti e bassi, una grande passione per il calcio, due genitori presenti, due fratelli ed un cugino a cui è molto legato, l’infanzia, l’adolescenza, gli amici, il gruppo giovani Arcobaleno, il volontariato, l’avventura della Nazionale e… la scelta di testimoniare la bellezza della vita, con il suo sorriso!

Cosa provi, pensando che, quando nascesti, a tua madre proposero l’aborto? Quando hai saputo questo dettaglio della tua storia?

L’aborto va contro la vita, è un omicidio, perché, per me, è vita dal primo momento. Penso con orgoglio alla scelta che ha fatto mia madre, ma capisco che non tutti fanno questo ragionamento. Ma c’è poco da ragionarci su: è vita. Punto.
Ho saputo questo dettaglio verso i dodici anni, ma sono sempre stato informato su tutto, anche se sempre in modo graduale e rispettoso del mio sviluppo psicofisico. Tanti mi chiedono se io abbia poi saputo il motivo che ha portato alla mia malformazione intrauterina: devo confessare che, in realtà, non è una cosa a cui i miei genitori si siano particolarmente interessati, prestando, piuttosto, maggiore attenzione al modo in cui risolvere al meglio (protesi e cambio delle stesse in relazione alla crescita, stampelle) i problemi di deambulazione che ho.

In diverse parti del tuo libro, parli del fatto di essere “additato” per la tua diversità: hai mai imparato a “conviverci” o, ancora adesso, ti dà fastidio?

Fastidio no, ma mi rendevo conto di essere al centro dell’attenzione in modo particolare: sguardi, o anche situazioni spiacevoli, sono stati importanti per riflettere e capire quanto l’ignoranza sia diffusa. Mi sono reso conto che stava a me trovare le risposte, prima di pensare che fossero “gli altri” a dover cambiare.

È più difficile spiegare la tua condizione ai grandi o ai piccoli?

Da parte mia, cerco sempre di essere spontaneo. Nei bambini, prevale lo stupore iniziale, fino ad avere domande irreali, come «Dove hai lasciato la gamba?», a cui rispondo sullo stesso tono, che l’ho dimenticata a casa: per un fanciullo, il problema è risolto in questo modo, perché non parte da pregiudizi. Questi, negli adulti, sono più diffusi e richiedono più tempo per essere sconfitti.

Nato così: l’autobiografia di un ragazzo che non è speciale, è unico. Come lo è ciascuno di noi! Che messaggio hai voluto trasmettere ai tuoi lettori con la tua “opera prima”?

Complice l’esperienza con la Nazionale, sentivo la responsabilità di far conoscere la mia storia, perché mi rendevo conto dello stupore che ci attorniava. In questo modo, potevo veicolare un messaggio di speranza a tutti quelli che pensano solo a lamentarsi perché focalizzati solo sugli aspetti negativi.

Cito, da pag. 22 (Nato così), dove c’è un piccolo capolavoro di filosofia di vita che, personalmente, condivido: «L’impatto con te stesso è la tua immagine allo specchio e se non ti piace è un problema. Conosci i tuoi punti deboli, accettali e contrastali con i tuoi infiniti lati positivi e sarai invincibile. (…) Se non ci piace qualcosa di noi stessi, che sia caratteriale o fisico, dobbiamo impegnarci per modificarci puntando alla perfezione, che ovviamente non raggiungeremo mai, ma comunque ci prefissiamo il più alto degli obiettivi. alla base di tutto, dobbiamo cominciare ad accettarci a prescindere, accettare anche i difetti, perché non possiamo modificarli tutti. Puntiamo alla perfezione ma allo stesso accettiamoci per la nostra più estrema imperfezione».
Confermi questa tua “teoria” dell’amor di sé, anche nei propri limiti?

Confermo, avere una sorta di “leggerezza cosciente” aiuta a crescere, senza farsi angosce inutili.

Nel tuo libro critichi, in modo più o meno velato, il poco spazio che i media riservano a ciò che va al di là delle aspettative comuni: a tuo avviso, quale ruolo hanno (o possono avere), nella possibilità di superare i limiti (spesso culturali) che, il più delle volte, siamo noi stessi ad imporci?

Sicuramente, i media hanno grandi potenzialità. I social network (Facebook, Instagram), me ne accorgo anche a livello personale, possono aiutarti a raggiungere tante persone, ma non basta: chi è più “famoso”, ha anche maggiore responsabilità, perché ha l’opportunità di farsi ascoltare da più persone.

Tuo padre accenna ad un momento in cui sei stato preso in giro, durante giochi con coetanei. Ricordi quale fu la tua reazione, che tuo padre valutò generatrice di “rispetto, affetto e stima” nei tuoi riguardi?

Bisogna sempre partire da se stessi, la colpa non va data agli altri: devo trovare io la soluzione su me stesso. Sono sempre stato abituato così, fin da quando ero abbastanza piccolo (6-7 anni). Così, con spontaneità e sicurezza, ho sempre domandato, a fronte magari di qualche brutto atteggiamento nei miei riguardi, perché quella persona parlasse o si comportasse in quel modo. In genere, l’altro non sa rispondere, per cui rimane, in un certo senso spiazzato.

C’è una cosa strana che spicca. La normalità, anche per chi si definisce credente, è allontanarsi dopo la Cresima. Tu invece fai parte del “piccolo gregge” che ha deciso di continuare. Cosa ti ha spinto a farlo e come hai vissuto questa, di diversità, rispetto ai coetanei?

La scelta è stata quasi “obbligata”, dal momento che avevo vissuto bene il percorso precedente e che la fede, per me, è sempre stata importante (grazie anche al fatto di averla vissuta in famiglia). Ancora oggi, il mercoledì è il giorno di ritrovo del gruppo, che è per noi momento di confronto sulle cose più importanti della vita: io per primo vado anche al “muretto”, ma mi rendo conto che quello non era per me luogo di crescita. Molti dei miei coetanei non vedono di buon occhio andare in chiesa o frequentare un gruppo parrocchiale. Molto però dipende anche da come ti poni: se presenti la tua esperienza con spontaneità, coraggio ed entusiasmo, le difficoltà sicuramente si dimezzano.

Che ricordi conservi dell’esperienza di giocare una partita contro i detenuti, tra le mura del carcere di Rebibbia?

È un’esperienza unica, che ti cambia completamente la prospettiva. Esce fuori il senso di libertà vero. Prima, magari c’è la paura o il pregiudizio verso chi incontrerai (così come tanti hanno pregiudizi nei miei confronti): in entrambi i casi, successivamente, parlando insieme o giocando a pallone, ogni pregiudizio è abbattuto dal fatto che hai davanti una persona, come te.

Sei reduce dall’esperienza dell’Europeo con la Nazionale Amputati, in Turchia. Quali sono i tuoi ricordi più belli legati a questo evento?

È stata un’esperienza incredibile, diversa da tutte le altre: forse, perché è stata la prima “professionistica” (ci svegliavamo presto al mattino, giocavamo tutti i i giorni…) e tutto ciò è una bella differenza, rispetto alla mia quotidianità. Abbiamo anche raggiunto un obiettivo importante ed inatteso (il quinto posto nel ranking europeo). Il ricordo che conservo con più entusiasmo, ma anche tristezza, è la finale che si è disputata nello stadio del Besiktas: uno stadio pieno, con 40000 persone sugli spalti, per la partita Turchia – Inghilterra. C’era un’atmosfera indescrivibile: sembrava di essere alla finale di un Mondiale! Poi, era quasi come se ci fossi io in campo, nel senso che conoscevo diversi ragazzi di entrambe le squadre.
Fino all’aeroporto di Istanbul, tutti parlavano di noi, eravamo in prima pagina su giornali e tv. Non appena tornato in Italia, invece, il buio totale. Nessuno sapeva neppure che avessimo disputato un Europeo. Questo testimonia che persino nei confronti della Turchia, che giudichiamo di solito un Paese arretrato, abbiamo tanto da imparare, per quanto riguarda la visibilità degli sport paralimpici.

Hai scritto un altro libro, uscito qualche settimana fa, Vita nova, in cui hai intervistato, tra gli altri, Nino Benvenuti, Massimiliano Sechi, Francesco Acerbi, Monsignor Pompili, Alex Zanardi… per un totale di 13 interviste, in cui i prescelti raccontano di un evento che ha cambiato la loro vita: perché questo secondo libro? Cosa accomuna i personaggi che hai intervistato?

Durante la presentazione del primo libro, la mamma di un ragazzo disabile mi disse che io avrei dovuto diventare famoso, per raccontare storie di dolore a tutto il mondo, portando il tuo sorriso. Diventare famoso è una responsabilità, nei confronti di chi ti ascolta. Ho pensato che il modo migliore, dopo aver raccontato (e scoperto) me stesso, fosse quello di dar voce ad altre persone ed altre storie, che toccano tanti temi: coraggio, resilienza, senso di libertà… La resilienza è sicuramente un tema importante, perché si parla del dolore e della capacità non solo di resistere (come uno scoglio che si oppone alla forza delle onde), ma anche di piegarci, adattandoci alla situazione, per poi ritornare alla nostra forma naturale, nella consapevolezza che nessuna onda durerà per sempre. Si rinasce nuovamente, proprio a partire dagli eventi più traumatici. questo è un po’ il senso del libro.

(Fonte: https://www.sullastradadiemmaus.it/)

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«La memoria non è più un valore aggiunto»?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 04/06/2018

Ieri al GR2 delle 13:30 parlando del fatto che si discute sulla possibilità di usare tablet e smartphone agli esami scritti, i giornalisti giustificavano questa possibilità affermando che essendo le informazioni immediatamente accessibili grazie alla rete, «la memoria non è più un valore aggiunto» e che «è più importante la capacità di organizzare le informazioni.»

La memoria non è più un valore aggiunto?

Aggiunto?

Aggiunto a che cosa?

Come organizzare le informazioni se sin da giovanissimi si permette di prescindere dal valore (per niente aggiunto, fondamentale, imprescindibile direi) della memoria, comunque la si voglia intendere?

Andatelo a dire a un ebreo che la memoria è un valore “aggiunto”, o a un bosniaco, o al mio amico ruandese che ha vissuto il genocidio, o a me quando assistevo mia zia malata di Alzheimer col cuore che sanguinava ogni volta che quel male bastardo le divorava un pezzetto di memoria.

Provate a dirlo a un attore, o a un cantante che la memoria è un valore aggiunto, o a una come mia moglie che ricorda i prezzi di ogni prodotto di ogni supermercato per paragonarli e comprare il meglio con la minima spesa.

Perché vogliono privare i nostri figli della soddisfazione di maturare e arricchirsi culturalmente sul serio con la scusa di evitar loro l’ormai “inutile” sforzo di usare la memoria?

Forse perché chi ha memoria è meno manipolabile?

Il Cardinale vietnamita Van Thuan  (il cui corpo giace ora nella chiesa di Santa Maria alla Scala in Trastevere a Roma), nei lunghi anni di ingiusta prigionia a causa della fede cattolica, non è impazzito grazie alla memoria; privato di ogni libro, celebrava Messa a memoria, recitava il breviario richiamando alla memoria i salmi e così tutto quello che riusciva a ricordare.

Negli anni bui dell’isolamento, il Vescovo privato del Vangelo, non potendo in altra maniera, tentò di scriverselo a memoria.

Così raccontava questo Vescovo eroico: “A poco a poco sono riuscito a sottrarre alcuni fogli di carta, e sono riuscito a scrivere più di 300 brani di Vangelo che ricordavo a memoria. La Parola di Dio, così ricostruita, è stata la mia agenda quotidiana, il mio scrigno prezioso da cui attingere cibo e forza”.

E così, grazie al dono della memoria, esercitata quotidianamente, il Vangelo è potuto essere «lampada ai suoi passi» e «luce sul suo cammino», impedendo che impazzisse, conservandolo sano e santo e permettendo addirittura la conversione dei suoi carcerieri.

Spero che chi ipotizza con disinvoltura l’utilizzo di tablet e smartphone agli esami – perché la memoria sarebbe un valore aggiunto – possa leggere storie di questo tipo e che cambi idea non considerandola più un valore aggiunto ma un dono fondamentale da custodire, curare e coltivare ogni giorno con amore.

Ogni giorno.

Con amore.

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Ayu vive a Giava ed è una piccola schiava dell’infame mercato del lavoro minorile

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 25/05/2018

Ayu è una ragazzina di tredici anni. Ayu vive a Giava ed è una piccola schiava dell’infame mercato del lavoro minorile.

Ayu lavora in una piantagione di tabacco dell’Indonesia. Come lei, altri bambini sfruttati come veri e propri schiavi, durante il lavoro a contatto con le piante di tabacco, attraverso la pelle indifesa assorbono la nicotina che passa nel loro sangue provocando nausea, mal di testa, vertigini.

Tutti sintomi tipici della malattia del tabacco verde che può addirittura causare ritardi nello sviluppo.

Inoltre il contatto con i pesticidi usati per mantenere rigogliose e intatte le piantagioni di tabacco, provoca nei piccoli lavoratori problemi respiratori, cancro e depressione.

Con le sue 500.000 piantagioni l’Indonesia è il quinto produttore mondiale di tabacco. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro oltre 1.500.000 minori di età compresa tra i 10 e i 17 anni, lavorano in quelle piantagioni.

Purtroppo questa piaga del lavoro minorile è difficile da sconfiggere perché il livello di povertà della popolazione è tale che si rende necessario anche il lavoro dei bambini. Inoltre le grandi multinazionali del tabacco sono talmente potenti che lottare con loro equivale a una battaglia pericolosa e quasi impossibile.

L’organizzazione Human Rights Watch che si occupa della difesa dei diritti umani in tutto il mondo e che ha sede a New York, ha denunciato come il lavoro minorile nelle piantagioni di tabacco esista non solo in Indonesia e negli altri paesi produttori, ma anche negli stessi Stati Uniti, patria dei diritti dell’uomo.

In USA, in fatti, a partire dai dodici anni di età i bambini col permesso dei genitori possono lavorare nelle piantagioni di tabacco per un numero illimitato di ore.

Human rights ha rivelato la contraddizione per cui mentre in USA è vietato per legge ai minori l’acquisto di sigarette, gli stessi minori possono lavorare nelle piantagioni di tabacco esposti a tutti i rischi che questo comporta.

E mentre sempre in USA, è vietato sempre per legge che i ragazzi possano lavorare prima dei 14 anni di età, nel campo dell’agricoltura invece, è possibile iniziare il lavoro a 12 anni, nelle aziende di famiglia o gestite dalla famiglia.

Human rights ha pubblicato un rapporto “Tobacco hidden children” (I bambini nascosti del tabacco) nel quale rivela queste amare verità.

Negli Stati Uniti i bambini vengono impiegati per lavorare nelle piantagioni di tabacco della cosiddetta “tobacco belt” (cintura del tabacco) e cioè: North Carolina, Kentucky, Tennesee e Virginia, dove viene prodotto il 90% del tabacco di tutto il paese.

141 tra ragazzi e bambini (soprattutto di etnia ispanica) contattati dalla Human Rights, hanno lavorato in piantagioni di tabacco senza alcuna formazione rispetto alle norme di sicurezza e alle protezioni da adottare durante il lavoro.

I piccoli hanno affermato di essersi sentiti male e di aver avuto gli stessi sintomi riscontrati nei bambini indonesiani e cioè: nausea, svenimenti, giramenti di testa. Sintomi tipici dell’avvelenamento da nicotina che si verifica con il contatto della pelle con le foglie delle piante soprattutto se sono umide. Per non parlare dei danni provocati dal contatto coi pesticidi usati senza risparmio per salvaguardare le piante di tabacco.

Gli studiosi che hanno condotto le ricerche sui piccoli lavoratori nelle piantagioni di tabacco affermano che essi possono assumere in un giorno fino a 54 milligrammi di nicotina, l’equivalente di 50 sigarette!

Inoltre molti di questi piccoli lavoratori hanno ammesso di essere stati trattenuti oltre il normale orari di lavoro e senza alcuna paga supplementare, altri di essere stati pagati col salario minimo: 7,25 $ l’ora, altri ancora, di essere stati pagati sulla base del tabacco raccolto e meno del salario minimo garantito.

Margareth Wurth, osservatrice di Human Rights, ha affermato: “Le aziende del tabacco non dovrebbero guadagnare in alcun modo dal lavoro minorile.”

In realtà le aziende produttrici del tabacco sono multinazionali estremamente potenti che non si curano minimamente di come il tabacco venga lavorato ma perseguono soltanto l’accrescimento degli enormi introiti che esse già ricavano dalla vendita della sigarette.

L’Italia purtroppo, è uno dei paesi più consumatori di sigarette al mondo nonostante tutte le campagne che sconsigliano il fumo in quanto fonte e causa di gravissime malattie.

Se i fumatori pensassero che in ogni sigaretta che portano alla bocca e che inalano, c’è forse, anche la sofferenza del piccolo schiavo che ne ha lavorato il contenuto, probabilmente capirebbero quanto il loro vizio contribuisca a incrementare un mercato che fa del bisogno dei poveri il motivo per sfruttare i loro bambini.

Adesso quindi, possiamo anche aggiungere nell’elenco dei mali provocati dall’uso del tabacco, lo sfruttamento e la sofferenza dei bambini che vengono impiegati a lavorare nelle piantagioni e che pesano sulla coscienza di ogni persona che si abbandona al vizio costoso e nocivo del fumo di sigaretta.

(Tratto da: «La voce di Lourdes», periodico quadrimestrale, n. 72-73 – Giugno – Dicembre 2016)

Cosa c’entra questo argomento con la Chiesa Cattolica?

Dice Gesù: “Qualunque cosa avete fatto ai più piccoli, lo avete fatto a me.” (Mt 25,40)

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Le 5 condizioni per una buona confessione in 5 emoticon

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 19/05/2018

Con l’invito a catechisti, genitori, sacerdoti, religiosi, a condividere queste semplici immagini coi nostri ragazzi affinché per invitarli ad accostarsi con fede a questo sacramento di guarigione e perdono.

E non dimentichiamoci di pregare per i nostri giovani…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Trova la lettera mancante

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/05/2018

Qualche tempo fa, mentre mi recavo al lavoro, non ho potuto fare a meno di osservare una pubblicità che troneggiava su di un cartellone “tre-metri-per-sei” con una frase che all’inizio mi infastidiva: “Io, la tua nuova religione”.

Più passava il tempo però e più quel fastidio lasciava il posto alla tristezza di vedere che viviamo in un’epoca che ha tolto quella preziosa “D” da tutto.

Potrei scrivere tanto, ma preferisco lasciare qui solo una breve riflessione che mi scaturisce dal cuore:

«TROVA LA LETTERA MANCANTE…

RIMETTICELA.

VEDRAI QUANTE COSE

TORNERANNO A POSTO DA SOLE.»

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