FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

Archive for the ‘Attualità’ Category

Le 5 condizioni per una buona confessione in 5 emoticon

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 19/05/2018

Con l’invito a catechisti, genitori, sacerdoti, religiosi, a condividere queste semplici immagini coi nostri ragazzi affinché per invitarli ad accostarsi con fede a questo sacramento di guarigione e perdono.

E non dimentichiamoci di pregare per i nostri giovani…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Trova la lettera mancante

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/05/2018

Qualche tempo fa, mentre mi recavo al lavoro, non ho potuto fare a meno di osservare una pubblicità che troneggiava su di un cartellone “tre-metri-per-sei” con una frase che all’inizio mi infastidiva: “Io, la tua nuova religione”.

Più passava il tempo però e più quel fastidio lasciava il posto alla tristezza di vedere che viviamo in un’epoca che ha tolto quella preziosa “D” da tutto.

Potrei scrivere tanto, ma preferisco lasciare qui solo una breve riflessione che mi scaturisce dal cuore:

«TROVA LA LETTERA MANCANTE…

RIMETTICELA.

VEDRAI QUANTE COSE

TORNERANNO A POSTO DA SOLE.»

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Come uscire dall’incantesimo

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/05/2018

 

Oggi ho preso la metropolitana, per tre fermate, un breve tragitto, ma mi è bastato per capire due cose.

All’andata ero seduto su un sedile di una fila di quattro e avevo di fronte a me altre quattro persone. Un gruppetto di otto viaggiatori ed ero l’unico che non aveva uno smartphone tra le mani, l’unico.

Ero un alieno, anzi, un alieno tra gli alieni visto che non leggevo un libro ma ero così “sovversivo” da sgranare un Rosario.

Qualunque cosa facessero quei passeggeri, era probabilmente buona, ma in un attimo mi sono sembrati tutti, come se fossero vittime di un incantesimo che dà l’illusione di una libertà fittizia, incantesimo in cui sono preso anch’io, ma in quelle tre fermate, avevo deciso di starne fuori.

Nel tragitto di ritorno la scena era simile, solo che appena entrato nel vagone, tra tanti passeggeri, tutti da un’altra parte grazie al immancabile smartphone, uno ha attirato la mia attenzione.

Un uomo tra i 45 e i 50 anni, con un caschetto brizzolato, vestito casual, dignitoso, suonava benissimo e cantava ancora meglio canzoni di De Gregori, Bennato, Venditti.

Di musica me ne intendo quantomeno per capire se un musicista è bravo e questo manifestava talento, curato con una certa tecnica, risultando gradevole e simpatico. Non chiedeva nulla ma ogni tanto qualcuno usciva dal torpore dell’incantesimo che ci tiene incollati ai nostri “device” per premiare i due minuti di gioia donata facendo cadere una moneta nel fodero rigido della bella chitarra acustica dell’artista.

La massa continuava indifferente (o fingeva di esserlo perché era davvero bravo); ma vedere che almeno tre o quattro persone avevano messo lo smartphone in tasca mi ha fatto capire due cose.

Condividere sul serio, soluzione alla solitudine di questi tempi.

La prima. Siamo tutti vittime di un incantesimo che, illudendoci di essere liberi permettendoci comunicazioni un tempo impensabili, alla fine ci rende dipendenti da una tavoletta che ha il potere di alienarci dall’ambiente circostante (che senza di noi peggiora, si svuota di noi) e gli uni dagli altri (che solitudine…).

La seconda. Se ne esce condividendo, come ha fatto oggi il musicista col caschetto brizzolato. Lo osservavo e, senza cellulare, facendo ciò che amava in libertà, riceveva il giusto compenso per averlo condiviso, ed era decisamente la persona più libera in quel vagone, insieme a chi si era lasciato catturare dalle sue canzoni.

Quel cantante condivideva il suo talento. Faceva quello che oggi non facciamo più.

E se ogni tanto spegnessimo il cellulare per condividere sul serio quello che siamo e che abbiamo? Oppure – e azzardo l’«eresia» – per pregare?

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Dottoressa in scienze politiche!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 03/05/2018

Viviamo in tempi in cui la debolezza fisica viene nascosta, censurata, fino al punto di eliminare i cosiddetti “anelli deboli” sin dal ventre materno.

Tra questi “deboli” le persone Down sono quelle che più mi colpiscono perché ogni volta che ho a che fare con loro (e per lavoro ne incontro tante quasi tutti i giorni), si rivela sempre un piacere interagire con questa gente con un cromosoma in più, quello della gioia secondo me.

Ed è con maggior gioia che leggo che a Napoli una ragazza Down si è appena laureata in scienze politiche con 110 e lode e bacio accademico.

Come sempre lascio le argomentazioni etico filosofiche a chi ha strumenti e competenze per maneggiarle. Mi limito a esporre il fatto e la grande gioia, edificazione e ispirazione che questa storia mi suscita, sperando che possa incoraggiare chi vive la sfida di occuparsi di queste persone speciali.

Giulia Sauro, si è laureata con 110 e lode in Scienze Politiche all’Orientale di Napoli grazie alla determinazione della famiglia che l’ha sostenuta credendo in lei e a un progetto di “tutorato alla pari” che le ha consentito di raggiungere gli stessi obbiettivi curriculari dei suoi colleghi.

Forse non tutte le persone Down hanno i numeri per laurearsi, ma d’altra parte, nemmeno tutte le persone non Down li hanno, solo che nessuno si permette di mettere in dubbio se valga o meno la pena farle nascere…

Storie come questa ma anche quelle della splendida ragazza Down che mi serve l’hamburger al Mc Donalds col sorriso e con un’energia rari, ci dicono che non solo sono vite degne di essere vissute ma che sono doni che aiutano la nostra società stanca e perennemente imbronciata a riscoprire la gioia di vivere.

Ringrazio Dio per tutte queste esistenze che sono di edificazione, come quella di Emmauel, che parla quattro lingue, o quella di Sarah con la sua normalità gioioisa, o quella dell’irresistibile Cristina Acquistapace a cui la sindrome di Down non ha tolto nulla nello scoprire la sua vocazione alla vita consacrata.

Non è sempre tutto rose e fiori, questo lo sappiamo, e ce lo conferma chi ci sta passando come Gigi De Palo, (residente del Forum delle famiglie, ex assessore alla Famiglia del Comune di Roma). De Palo, annunciando sui social la nascita del suo quinto figlio con la sindrome di Down, così commenta: «Io e Anna Chiara siamo felicissimi. Incomprensibilmente (per il mondo) felici.», e aggiunge, qualche giorno dopo:

«E’ facile raccontare la bellezza della famiglia quando va tutto bene. Adesso viene il bello. È un pensiero dominante. La fantasia della vita che supera la nostra. È tutto stranissimo. Sappiamo che ci saranno anche tante difficoltà, ma siamo inebriati dalla realtà che stiamo vedendo e vivendo. Ci sentiamo privilegiati, scelti.»

Grato per aver conosciuto la storia di queste persone meravigliose, concludo con facendo alla dottoressa Giulia Sauro le mie congratulazioni e i miei auguri per un futuro pieno di soddisfazioni, assicurando a Gigi, Anna Chiara e alla loro bella famigliona la preghiera mia e della mia famiglia.

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«Non siamo qui in un caso di accanimento terapeutico»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/04/2018

La dottoressa Matilde Leonardi, neurologa, direttore del centro ricerche sul coma istituto BESTA di Milano fa chiarezza sulla situazione di Alfie.

 

«Non cambia la prognosi, ossia cosa succederà di Alfie, ma cambiano due elementi di questa vicenda:

Il primo, noi come istituto neurologico BESTA ci siamo offerti dall’inizio di poter affiancare i colleghi inglesi in uno spirito di collaborazione scientifica – perché nelle malattie difficili la scienza non ha confini – e dovrebbe essere lo stesso anche nella circolazione dei pazienti, perché parliamo di malati che cercano le migliori cure e qui non è una cura per guarire, qui si tratta di far accettare questo bambino all’interno di un ospedale, due ospedali italiani hanno già detto che sono disponibili ad accettarlo, primo tra tutti il Bambino Gesù di Roma.

Accettarlo per fare che cosa? Per guardare con una cura palliativa anche il percorso che va verso la fine, non decidendo che la fine debba essere stabilita in un momento specifico per sentenza.

Non siamo qui in un caso di accanimento terapeutico, questo va detto molto chiaramente, non siamo in accanimento terapeutico che vuol dire dare una cura sproporzionata rispetto alla condizione clinica del bambino, qui il “best interest” per l’ospedale è la morte del bambino.

Qui bisogna riflettere anche a tutti voi italiani che siete qua, rispetto a questa condizione riguardo anche a un altro punto: come genitori, se noi fossimo nella stessa situazione, non avremmo il diritto di poter dire – voglio portare il mio bambino da un’altra parte, dove morirà, ma morirà assistito in una maniera che voglio decidere io. Questa limitazione della capacità dei genitori la trovo una cosa gravissima.

Se posso aggiungere un’ultima cosa, la differenza tra sistema italiano e sistema inglese, che mi è stata chiesta più volte. Sono molto bravi, hanno fatto molte indagini diagnostiche, credo che il bambino sia stato trattato bene dai colleghi inglesi, sia dalle nurse che dai medici, il bambino non aveva piaghe da decubito e non aveva segno di lesione, ma c’è una grandissima differenza: in Italia quando c’è un caso del genere non siamo in caso di accanimento terapeutico, noi lo assisteremmo, anche fosse per vent’anni e lo assisteremmo anche se fosse di una nazionalità straniera, in Inghilterra invece hanno deciso che questo bambino dev’essere soppresso (sospeso?) per una sentenza e non per un parere medico

 

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Alfie respira!

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 25/04/2018

Lunedì pomeriggio i dottori dell’Alder Hey hospital di Liverpool, hanno staccato il respiratore al bimbo di 23 mesi, applicando la sentenza dell’Alta Corte Britannica di Giustizia che aveva stabilito che “continuare la ventilazione” non sarebbe stato “il migliore interesse di Alfie” vietando ai suoi genitori di portare il bimbo all’ospedale Bambino Gesù di Roma per un trattamento supplementare a spese del Governo.

Il grido internazionale di protesta partito dal Papa e seguito da cristiani che hanno pregato e continuano a pregare, ma anche da tanti non credenti di buon senso, nulla ha potuto contro l’ostinazione delle autorità britanniche.

I medici hanno tolto il respiratore senza cui avevano stabilito non sarebbe sopravvissuto ma…

Ops!

Alfie respira autonomamente, a fatica ma respira, sostenuto dalla coccole e dal contatto d’amore degli abbracci dei genitori, l’unica cosa concessa loro visto che ben trenta poliziotti vigilano giorno e notte affinché non portino il figlio a tentare cure alternative in altri ospedali.

Alfie continua a respirare, e questo è un fatto che ci dice due cose:

O le “sentenze” dei medici e dei giudici non sono infallibili, quindi non ha senso assolutizzarle impedendo a dei genitori di esercitare il diritto di libertà di cura, il diritto di libertà di circolazione, il diritto di nutrire il figlio (giacché ora che Alfie respira da solo, non viene nutrito, come afferma il padre qui)

Oppure la diagnosi era giusta, (sulla giustezza della sentenza dei giudici sorvolo), e le preghiere del popolo che sta intercedendo per Alfie sono state ascoltate da Qualcuno che ci vuole insegnare, con questa vicenda, che la vita appartiene solo a Dio.

Lascio ad altri siti e blog il compito di fornire le notizie o di discutere di leggi e morale, blog che fanno tale lavoro encomiabile meglio del sottoscritto che non è che un uomo che prega.

Mi limito a continuare a pregare, chiedendo, col cuore in mano, di unirvi a noi, l’esercito della cosiddetta #AlfyArmy, l’armata di Alfie, affinché Dio continui a intervenire in questa assurda situazione.

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Il tabernacolo al centro

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 20/04/2018

Don Tonino Bello raccontato dal suo segretario.

In tanti mi hanno chiesto in questi giorni una testimonianza su don Tonino. Solo ora mi sto rendendo conto che pur avendo toccato tanti aspetti importanti della sua vita di credente e di pastore, non ho dato il giusto risalto alla sua vita interiore, alla sua preghiera.

Spero di poter recuperare una così grave omissione con questo piccolo contributo. Anche perché – alla luce della stessa esperienza di Gesù riportata nei vangeli – tutte le sue scelte coraggiose partono, secondo me, proprio da questo suo rapporto speciale con Dio nella preghiera.

La lusinga del potere non risparmia nessuno e la si può vincere solo se si lascia entrare Dio nella vita. Anche Gesù, subito dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, quando la folla si mette sulle sue tracce per farlo re, si ritira sul monte a pregare (cfr. Gv 6, 15).

La forte e determinata distanza critica da ogni forma di potere, da dove proverrebbe in don Tonino se non da una sua frequentazione diuturna e sincera con Dio nella preghiera?! E così pure il suo impegno coraggioso per la pace, l’accoglienza per gli immigrati, la carità “sine modo” per gli ultimi, da dove lo avrebbe attinto?! Non ho dubbi: da quella sorgente di amore e di vita che è la preghiera.

Ebbene, quando ricordo don Tonino che prega non posso fare a meno di immaginarlo nella cappella dell’episcopio, una specie di piccolo cenacolo dove trascorreva i momenti più importanti della sua giornata di Vescovo in compagnia del Signore.

Era lì al mattino presto, prima di entrare nel vortice delle tante incombenze pastorali; nel pomeriggio, prima di uscire per raggiungere le varie comunità e gruppi della Diocesi; la sera, dopo cena, prima di ritirarsi nella sua cameretta.

Il tabernacolo al centro, incastonato nel meraviglioso altare dell’ottocento pieno di intarsi preziosi posto sulla parete di fronte, un inginocchiatoio davanti, sulle pareti laterali i quadretti di una modesta via crucis color argento e subito, appena si entra a sinistra, una piccola scrivania con sopra la Bibbia, il breviario, una penna e qualche foglio bianco; e accanto una libreria essenziale.

Spesso nel cuore della notte si raccoglieva in preghiera e nel clima dell’adorazione notturna, seduto a quella scrivania, scriveva le lettere, le omelie e i discorsi, i messaggi augurali di Natale e Pasqua, i programmi pastorali annuali; quei testi bellissimi, insomma, che avevamo poi la possibilità di leggere sul nostro settimanale diocesano.

E mi pare di vederlo ancora là. Sì, perché almeno un paio di volte, svegliato da qualche rumore – quello della porta della sua stanza che si apre e quello dei suoi passi – e attratto da quell’unica luce accesa nel grande appartamento dell’episcopio ancora immerso nel buio della notte, furtivamente, a sua insaputa, mi sono avvicinato per “spiare” la sua sagoma e, quindi, la sua postura e il suo sguardo rapito in quell’atmosfera di intimità e di raccoglimento.

Mi pare di vederlo – dicevo – mentre scrive e poi si ferma a riflettere e poi ancora ripete ad alta voce gli appunti raccolti sul foglio, rivolgendo lo sguardo verso il tabernacolo come a voler strappare al suo importante Interlocutore divino una sorta di consenso: “Che ne dici? Va bene così o correggo? È un po’ anche il tuo pensiero?”.

Sembrava insomma che quello scritto fosse il frutto di una preziosa collaborazione. O che stesse lì a comporre quelle riflessioni per trattenere in quelle righe non solo le sue intuizioni geniali, ma anche il palpito del cuore di Cristo, “suo indistruttibile amore”, come lo definisce in una sua bellissima relazione.

E dire che quando gli chiedevano di parlare della sua preghiera rispondeva che era rammaricato del fatto che non riuscisse a dedicare a Dio più tempo, e che quando invece gli riusciva si accorgeva che le difficoltà pastorali si dissolvevano come “un cubetto di ghiaccio che si scioglie al sole”.

E comunque un’idea originalissima di preghiera lui ce l’ha lasciata nella parola “contemplattività”.

Il vero cristiano – ripeteva – è un contemplattivo perché il suo rapporto col Signore non va vissuto come fuga dal mondo e dai problemi quotidiani. E soprattutto non fa diventare la preghiera una realtà di contorno, una cosa marginale, una sorta – diceva – di “merletto che si aggiunge al panno della propria giornata che, per questo, rischia facilmente di lacerarsi dall’abito dell’esistenza alla prima difficoltà e alla prima sofferenza”.

Tutto questo vissuto interiore, don Tonino è riuscito a trasmettercelo in maniera efficace soprattutto quando celebrava l’Eucaristia o, ancora, quando semplicemente si univa alla preghiera del suo popolo.

E penso ora alla straordinaria esperienza degli incontri di Quaresima e di Avvento che viveva con i giovani. La Cattedrale si riempiva per ascoltare le sue parole vibranti. Era in quelle occasioni che toccavamo tutti con mano il suo cuore contemplativo e la sorgente della sua carica profetica, della sua passione per la giustizia, del suo impegno per la pace.

Perché la preghiera quando è autentica ci umanizza di più, ma soprattutto non ti avvicina soltanto a Dio, ma anche agli uomini e ai loro drammi.

(Gianni Fiorentino, segretario di don Tonino Bello https://agensir.it/)

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«Non si può capire il suo sacrificio se lo si separa dalla sua fede personale»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 17/04/2018

Sono rimasto toccato dalla morte di Arnaud Beltrame, il gendarme francese che non ha esitato a offrirsi come ostaggio al posto di una donna, durante l’attentato di matrice islamica avvenuto a Trebes lo scorso 23 marzo.

Scopro con piacere che oltre ad essere un uomo coraggioso e protettivo, si era riavvicinato alla fede incarnandola al punto di dare la vita come quel Gesù che aveva riscoperto.

Dopo la morte tragica del tenente colonnello della gendarmeria francese, la moglie Marielle si è confidata col settimanale cattolico “La Vie”.

«Arnaud era profondamente legato a quella che lui chiamava la famiglia della Gendarmeria. Per lui non contavano né le ore di lavoro né il suo impegno. Sapeva creare unione tra i suoi uomini, infondere loro il suo slancio, portarli a dare il meglio di se stessi.

Era animato da altissimi valori morali, valori di servizio, di generosità, di dono di sé, di abnegazione. Aveva una forza di volontà fuori dal comune, sempre capace di rialzarsi dopo le prove.

Si sentiva gendarme nel suo intimo. Per lui essere gendarme voleva dire proteggere. Ma non si può capire il suo sacrificio se lo si separa dalla sua fede personale.

E’ il gesto di un gendarme e il gesto di un cristiano. Per lui le due cose sono legate, non si può separare l’uno dall’altro. Arnaud è tornato alla fede in modo forte verso i trent’anni.

Era un marito molto premuroso, quello che ogni donna sognerebbe di avere. Non si dava tregua per migliorarsi, per essere il miglior marito possibile e per rendermi felice.

Mi sosteneva e mi portava verso l’alto, sempre con molto rispetto.

Eravamo una coppia cristiana. Ci siamo preparati a lungo al matrimoni religioso grazie al solido accompagnamento dei monaci dell’abbazia di Lagrasse.

La celebrazione avrebbe dovuto aver luogo in Bretagna, perché Arnaud aveva là le sue radici. Era anche molto vicino all’abbazia di Timadeuc, dove ha fatto numerosi ritiri.

I funerali di mio marito si sono svolti in piena settimana santa, dopo la sua morte di venerdì, proprio alla vigilia della domenica delle palme, cosa che non è senza significato ai miei occhi.

E’ con molta speranza che aspetto di celebrare la resurrezione di Pasqua con lui.»

(Fonte: Credere, n. 14, Aprile 2018, pagg. 18 e 19.)

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«Mai più la guerra, avventura senza ritorno.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 14/04/2018

Mai più la guerra!

Dio dei nostri padri,
grande e misericordioso,
Signore della pace e della vita,
Padre di tutti.
Tu hai progetti di pace e non di afflizione,
condanni le guerre
e abbatti l’orgoglio dei violenti.

Tu hai inviato il tuo Figlio Gesù
ad annunziare la pace ai vicini e ai lontani,
a riunire gli uomini di ogni razza
e di ogni stirpe
in una sola famiglia.

Ascolta il grido unanime dei tuoi figli,
supplica accorata di tutta l’umanità:
mai più la guerra, avventura senza ritorno,
mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza,
minaccia per le tue creature,
in cielo, in terra e in mare.

In comunione con Maria, la Madre di Gesù,
ancora ti supplichiamo:
parla ai cuori dei responsabili
delle sorti dei popoli,
ferma la logica della ritorsione
e della vendetta,
suggerisci con il tuo spirito soluzioni nuove,
gesti generosi e onorevoli,
spazi di dialogo e di paziente attesa
più fecondi delle affrettate scadenze
della guerra.

Concedi al nostro tempo giorni di pace.

Mai più la guerra!

(San Giovanni Paolo II)

L’icona “Maria Regina della Pace”, è stata ‘scritta’ affinché tutti i cristiani e mussulmani, soprattutto nel Medio Oriente, venerano Maria (Maryām‎), la Madre di Gesù. Maria è considerata una delle donne più grandi e giuste dalla religione islamica; è l’unica donna menzionata per nome nel Corano e il suo nome appare più volte nel Corano che nel Nuovo Testamento.

Il titolo, scritto in arabo, proviene dalle litanie lauretane ma l’icona rappresenta Maria come una donna mediorientale. Al posto della corona c’è un anello d’oro che circonda la sua testa. Nelle mani il tradizionale simbolo della pace: una colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco.

Mai periodo fu più adatto per chiedere l’intercessione della nostra Madre la Regina della Pace.

(Fonte dell’icona e della sua descrizione: https://www1.villanova.edu/villanova/publications/jsames/conference/icon.html)

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«Diventi padre ma nessuno ti dà le istruzioni per l’uso…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 16/03/2018

Eccone 7! Sette istruzioni per l’uso per padri coraggiosi.

«Diventi padre ma nessuno ti dà le istruzioni per l’uso…», quante volte abbiamo sentito una frese del genere, e quante volte siamo stati noi stessi a pronunciarla di fronte alle sfide della vita.

Sbagliato!

Le istruzioni ci sono (ce le dà il Padre per eccellenza), basta seguirle, o per lo meno cercare di farlo con amore e buona volontà; magari non vedrai andare tutto per il verso giusto ma comincerai a vedere le cose che si muovono nell’ordine dell’amore, e pian piano comincerai anche a vederle andare per il verso giusto.

1 – Metti Dio al primo posto e tutte le altre cose si riordineranno.

«Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore» (Deuteronomio 6,5-6)

Non abbiamo forze? Attingiamone alla Fonte. Non sappiamo che pesci prendere con sfide che non capiamo? Chiediamo a Dio e a Dio solo la forza e la sapienza per affrontarle.

2 – Passa il tempo con la tua famiglia.

«Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Deuteronomio 6,6-7).

E’ il tempo meglio speso. Passalo senza guardare l’orologio, lascia che i tuoi figli interrompano i tuoi hobby, il tuo programma preferito, dà loro il messaggio che ti piace stare con loro.

3 – Dai la tua vita.

«E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Efesini 5,25).

Date la vostra vita, morite per vostra moglie e per i vostri figli. Si può morire ogni giorno senza particolari atti eroici, morire piano piano, a fettine, semplicemente mettendosi all’ultimo posto. Può sembrare autolesionismo ma è dimenticandosi di sé che si vive e fa vivere veramente felici. Come affermava Catherine de Hueck-Doherty, “Se metto Dio al primo posto e il fratello al secondo, io sono il felice terzo.”

4 – Correggi i tuoi figli senza complessi ma…

«E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore» (Efesini 6,4).

Non aver paura di correggere i figli, soprattutto in questi tempi in cui la nostra società sembra essere preda della paura di farlo. Chiedi a Dio la sapienza e il discernimento per correggerli sempre per e con amore, ma non tacere quando vedi o senti che stanno sbagliando.

5 – Dai l’esempio con le opere buone.

«Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Ebrei 10, 24)

Fai opere buone e coinvolgi i tuoi figli nel farlo; una raccolta per i terremotati, una spesa per i poveri della parrocchia, un panino a un clochard. Vinci la pigrizia e ti sorprenderai nel vedere che saranno felici di seguirti.

6 – Sii fedele ai sacramenti e…

«…senza disertare le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma invece esortandoci a vicenda; tanto più che potete vedere come il giorno si avvicina.» (Ebrei 10,25).

Dai l’esempio pregando, celebrando i sacramenti con fede, invitando i tuoi figli a fare altrettanto, soprattutto nei momenti in cui le sfide della vita sembrano essere più grandi di noi. I figli non fanno tanto quello che diciamo loro quanto quello che facciamo con fede e convinzione.

7 – Impara a comunicare.

«Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira» (Giacomo 1,19).

Presta attenzione a quello che dicono i figli, evitando reazioni esagerate; dimostrati interessato senza essere soffocante. Se si saranno davvero ascoltati si sentiranno liberi di condividere la loro vita con te.

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