FERMENTI CATTOLICI VIVI

"Andate controcorrente. Di quanti messaggi, soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici!" Benedetto XVI

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Posts Tagged ‘Perdono’

Il perdono. Impossibile?

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 01/02/2020

Un video da vedere e ascoltare fino in fondo per trovare una risposta che toglie ogni dubbio.

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«Dio ha creato una storia stupenda e noi ne siamo parte.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 10/02/2019

Un’esortazione ispirata di Madre Rosaria fondatrice dei Figli del Divino Amore.

«Ecco il miracolo a cui dovete ambire…»

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«Signore, che vuoi che io faccia?» (At9,6)

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 02/02/2019

Chuck Colson, consigliere dell’ex presidente degli Stati Uniti Nixon, fu implicato nell’affare “Watergate” e fu imprigionato. Si convertì e si dedicò all’evangelizzazione nelle prigioni creando il gruppo “Prisol Fellowship”.

Una volta accadde che dopo una di quelle visite, e al momento di uscire, Colson si rese conto che uno del suo gruppo, il giudice Clement, non era lì. Un po’ nervoso tornò indietro e lo trovò nella cella del detenuto James Brewer.

“Ho bisogno di qualche minuto – disse il giudice – è molto importante. Tempo fa io ho condannato James alla massima pena, ma ora è un mio fratello e voglio pregare insieme a lui.”

Colson, commosso, guardò i due uomini: uno aveva il potere e l’altro era un povero detenuto; uno era bianco e l’altro era di colore; uno aveva condannato l’altro.

Quando si avviarono all’uscita, anche il giudice Clement si commosse dicendo a Colson che aveva pregato per Brewer ogni giorno dopo che lo aveva condannato quattro anni prima.

Il giudice Clement aveva fatto quello che il Signore voleva, e noi?

Mettiamoci in preghiera per chiedere a Dio di rivelarci quello che dobbiamo fare e poi alziamoci e mettiamoci all’opera.

(Tratto da “Una parola per oggi”, Edizioni CEM, Modena 2019)

Posso testimoniare che prendere la decisione di pregare ogni giorno per qualcuno che ci ha fatto del male, quando sarebbe l’ultima cosa che faremmo, prima o poi compie miracoli.

E’ accaduto e accade ancora nella mia vita e in quella di molti altri come Marco la cui storia ho raccontato qui.

 

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«Avevo assunto tutte le droghe possibili, ma la sensazione che provai quella notte non l’avevo mai provata prima.»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 27/03/2018

John Pridmore era un delinquente londinese, immerso nel sottobosco della malavita, dominato dal desiderio di denaro, donne e droga.

Questo ex gangster, che ora lavora, predica il Vangelo condividendo la sua testimonianza.

Alto quasi due metri, con una corporatura che mette soggezione, questa forza della natura si trovava fuori da un nightclub di Londra quando la sua vita subì un brusco cambiamento di direzione verso Dio.

“Avevo appena colpito un ragazzo col tirapugni, quando cadde all’indietro battendo la testa allo spigolo del marciapiede”, racconta John [nella sua testimonianza].

“Vedevo sangue dappertutto e la gente intorno a me che gridava, mentre scappavo pensavo – Potrei beccarmi dieci anni per questa cosa…

John aveva quasi ammazzato un uomo.

Stavo distruggendo tutto e tutti nel mio cammino, ma quando avevo quasi ucciso un uomo, mi accadde qualcosa di incredibile e la mia vita cominciò a cambiare.

Mi inginocchiai, pregai per la prima volta e fu incredibile. Avevo assunto tutte le droghe possibili, ma la sensazione che provai quella notte non l’avevo mai provata prima.”

Ma dovevano accadere ancora molte cose prima che John potesse stare davanti a una folla e raccontare tutto, come fa ora.

Passò del tempo in prigione, lottando con la sua rabbia e la necessità di perdonare.

“Una delle persone che mi aveva ferito di più, era la mia matrigna; era stata crudele con me e, sebbene l’avessi già messa nel libro “dalla malavita alla terra promessa”, quando cominciavo a pregare per lei dicevo – Signore, benedicila ma assicùrati che soffra!

Qualche mese dopo smisi di dire – assicùrati che soffra – dicendo semplicemente – Signore benedicila!

E’ stato dopo la confessione che John è riuscito a sciogliersi dalle catene della falsa convinzione di non essere abbastanza buono per la misericordia di Dio.

“Avevo sperimentato la più grande qualità di Dio, la sua misericordia, ma una cosa era sperimentare Dio che mi perdonava, e altro perdonare me stesso e le persone che mi avevano ferito.

Ma solo quando cominciai a pregare per queste persone, cominciai davvero a sentirmi libero, e penso che questo mi abbia portato a vedermi davvero come mi vede Dio, senza condanna ma con misericordia e comprensione.”

Dice una persona che ha passato molto tempo nelle missioni di John in Irlanda: “Chi ascolta la testimonianza di quest’omone rimane colpito dalle trasformazioni che Dio ha operato nella sua vita; la gente sente la sfida di guardare alle proprie vite e di cercare nelle proprie coscienze.

La storia di John tocca il cuore dei suoi ascoltatori. Ogni volta che la ascoltano e riascoltano, ne trae qualcosa di nuovo e di buono per essere condotta nel cuore amorevole di nostro Padre”

(Tradotto da https://catholicoutlook.org/the-power-of-a-gangsters-testimony/)

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«Sosto davanti a un Tu speciale…»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 29/06/2017

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«Ho preso il rosario, mi sono pianta tutto il ‘piangibile’ e sono tornata ‘a casa’»

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 05/04/2017

La storia con un uomo sposato, il vuoto, un libro su Medjugorje regalato proprio dalla moglie… Il perdono, la misericordia e la guarigione delle ferite più profonde del cuore…

Un racconto che vale la pena di ascoltare fino in fondo.

«Io ritengo che si impari a parlare una lingua con Dio; come si studia a lungo una lingua per poterne essere in possesso, quella di Dio anche è una lingua che Lui cerca di parlarti senza invadenze. Se tu sei disposto a capire, a leggere la realtà, cambia tutto.»

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La misericordia è l’amore che sappiamo di non meritare.

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 28/09/2016

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Höss col comandante Himmler

Storia della conversione di Höss, l'”animale” di Auschwitz, un caso estremo di “Misericordia inimmaginabile”.

I sopravvissuti ad Auschwitz chiamavano il comandante del campo “animale”. Rudolf Höss ha presieduto allo sterminio di circa 2,5 milioni di prigionieri nei tre anni in cui è stato alla guida del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Altre 500.000 persone sono morte per malattia e fame. Un anno dopo la fine del suo incarico, tornò per supervisionare l’esecuzione di 400.000 ebrei ungheresi.

E tuttavia neanche un “animale” come lui è stato esente dalla misericordia di Dio.

Mia moglie ed io siamo venuti a conoscenza della vicenda di Höss quando una giovane suora della Polonia è venuta a parlare nella nostra parrocchia questa settimana. Sono stato colto alla sprovvista quando ho sentito il suo racconto, in parte perché pensavo che suor Gaudia stesse parlando di Rudolf Hess, il vice di Adolf Hilter. I nomi sono simili. Quello che è accaduto a Höss, che aveva una posizione meno prominente nel Terzo Reich, è forse più sorprendente.

L’intervento della suora faceva parte delle iniziative della parrocchia per l’Anno Giubilare della Misericordia indetto da papa Francesco. Suor Gaudia e suor Emmanuela, della Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Misericordia – quella a cui apparteneva suor Faustina Kowalska –, sono in visita negli Stati Uniti per parlare delle rivelazioni di Cristo a Santa Faustina e dell’immagine e della devozione alla Divina Misericordia. Suor Gaudia, tra l’altro, fa anche parte del comitato di programmazione della Giornata Mondiale della Gioventù 2016, che si svolgerà in estate a Cracovia.

Più o meno settant’anni fa, Cracovia e tutta la Polonia erano luoghi ben diversi da quelli che sono oggi. Suor Gaudia ha parlato di Auschwitz, uno dei campi nazisti più letali a causa dell’uso delle camere a gas e delle sperimentazioni mediche. Un ebreo su sei morto nell’Olocausto è stato ucciso qui.

Il campo non era solo per gli ebrei. Vi vennero rinchiusi anche dei cattolici, come San Massimiliano Kolbe e suor Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein).

“Un giorno portarono lì tutta la comunità gesuita”, ha ricordato suor Gaudia. “Solo il superiore non era in casa”, e quindi sfuggì alla cattura. “Quando tornò a casa fu così addolorato che disse: ‘Devo stare con i miei fratelli’”.

Entrò furtivamente nel campo e cercò i suoi confratelli gesuiti. Le guardie lo trovarono e lo portarono da Höss. “Erano certi che sarebbe stato ucciso”, ha detto suor Gaudia, ma Höss lo lasciò andare, per lo stupore delle guardie.

Dopo la fine della guerra, Höss venne catturato, processato e ritenuto colpevole di crimini contro l’umanità. Venne condannato a morte, e l’esecuzione avrebbe avuto luogo ad Auschwitz, doveva aveva lavorato diligentemente per implementare la “soluzione finale” di Hitler. Fino ad allora, sarebbe rimasto in una prigione di Wadowice (luogo di nascita di Karol Wojtyła, il futuro papa Giovanni Paolo II).

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Höss poco prima dell’esecuzione

Höss aveva molta paura – non della morte, ma della prigione, ha detto suor Gaudia. “Era certo che le guardie polacche si sarebbero vendicate e che sarebbe stato torturato durante tutta la sua reclusione, il che gli avrebbe provocato un dolore inimmaginabile. Fu quindi estremamente sorpreso quando le guardie – uomini le cui mogli e i cui figli e le cui figlie erano stati uccisi ad Auschwitz – lo trattarono bene. Non riusciva a capire”.

Quello, ha riferito la religiosa, fu il momento della sua conversione. “Lo trattarono con misericordia. La misericordia è l’amore che sappiamo di non meritare. Non meritava il loro perdono, la loro bontà, la loro gentilezza. Ma ricevette tutto questo”.

Höss era nato in una famiglia cattolica, ma aveva abbandonato la fede quando era giovane. In quel momento, di fronte alla morte ad appena 47 anni e forse incoraggiato dal trattamento delle guardie, chiese un sacerdote. “Voleva confessare i suoi peccati prima di morire”, ha detto suor Gaudia.

Ansiosa di non scandalizzare chi la ascoltava, la religiosa ci ha spiegato che tutto questo è avvenuto subito dopo la fine di una guerra brutale, quando “le ferite erano ancora fresche”.

Le guardie acconsentirono a cercare un sacerdote, “ma non fu facile trovare un presbitero che volesse ascoltare la confessione di Rudolf Höss. Non lo riuscirono a trovare”.

E allora Höss ricordò il nome del gesuita che aveva lasciato andare qualche anno prima: padre Władysław Lohn. Diede alle guardie il suo nome e le pregò di trovarlo.

E loro lo trovarono – nel santuario della Divina Misericordia di Cracovia, dov’era cappellano delle Suore di Nostra Signora della Misericordia. Il sacerdote acconsentì ad ascoltare la confessione di Höss.

il-nome-di-dio-misericordia“Fu una cosa molto lunga”, ha detto suor Gaudia, “e alla fine gli diede l’assoluzione. ‘I tuoi peccati sono perdonati. Rudolf Höss, animale, i tuoi peccati sono perdonati. Vai in pace’”.

“Animale” è stata un’aggiunta di suor Gaudia, ma il concetto era chiaro: nessuno è esente dalla misericordia di Dio.

Il giorno dopo, padre Lohn tornò in prigione per dare a Höss l’Eucaristia prima che morisse.

“La guardia che era presente disse che era stato uno dei momenti più belli della sua vita vedere quell”animale’ inginocchiato, con le lacrime agli occhi, mentre sembrava un ragazzino e riceveva la Santa Comunione, mentre riceveva Gesù nel suo cuore”, ha concluso la suora. “Misericordia inimmaginabile”.

(Fonte: http://www.papaboys.org)

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“Possa Dio salvarli aprendo i loro occhi”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 12/08/2015

In una trasmissione di SAT7 punto di riferimento per milioni di cristiani in Medio Oriente e Nord Africa, nel corso di un programma musicale arriva una telefonata inattesa, quella di Beshir, che in quel massacro ha perso due fratelli di venticinque e ventitré anni.

Le sue parole cariche di misericordia lasciano di stucco. 

<<La gente di crede in preda alla disperazione: in verità siamo orgogliosi dei nostri martiri. I cristiani vengono perseguitati sin dal tempo degli antichi romani. La Bibbia ci dice di amare i nostri nemici e di benedire chi ci maledice.

Ringrazio l’Isis per non aver tagliato nel montaggio le voci dei martiri quando, a pochi secondi dall’esecuzione imploravano Gesù e e ribedivano la fede in Cristo, in questo modo l’Isis ha rafforzato la nostra fede.

Ho sentito oggi mia madre, le ho domandato cosa avrebbe fatto se avesse incontrato il boia dei suoi figli. Mi ha risposto che lo inviterebbe a casa nostra perché ci ha aiutato ad entrare nel Regno dei Cieli.>>

La telefonata si conclude con una preghiera, non per i suoi fratelli ma per i suoi nemici, i membri dell’Isis.

<<Possa Dio salvarli aprendo i loro occhi, facendo svanire la loro ignoranza e i cattivi insegnamenti che hanno ricevuto.>>

Come non fare nostra questa preghiera?

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Un cuore nuovo

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 09/06/2015

Una sera una ragazza di Salerno delusa dalla vita, dalla gente, col cuore ferito al punto da essere congelato, passeggia per le vie del centro di Roma.

Questo cuore arroccato dopo le delusioni di una famiglia divisa, di alcuni incontri sbagliati e di qualche cavolata fatta a cuor leggero non credeva più in niente ma…

Una sera “passeggiando cogitabonda e senza meta” Beatrice, viene attratta da una chiesa aperta, a via del Corso, a Roma, dove entra giusto per trovare un po’ di riposo.

Il suo sguardo vagante si posa su “quella cialda rotonda e bianca vera protagonista della scena e, improvvisamente, inspiegabilmente”, la ragazza si sente nuda, indifesa, arresa.

Lascio le parole a Beatrice che descrive nel suo libro un incontro speciale:

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Il primo passo era fatto, l’esperienza dell’incontro con qualcuno vivo. “Vivo. Sì. Perché è difficile che un morto possa comunicare ciò che così fortemente provai”, sono le parole con cui Beatrice racconta l’esperienza.

Passa del tempo e una la ragazza salernitana, ora donna, incinta della prima figlia dall’uomo della sua vita, arriva davanti a un prete romano conosciuto per le sue catechesi infuocate con cui attira a Roma un sacco di gente a Gesù.

Don Fabio nella verità ma con carità, dice a Beatrice che se vogliamo essere felici dobbiamo osservare le “istruzioni per l’uso della vita”, i dieci comandamenti, le dice le cose come stanno ma allo stesso tempo l’accoglie.

Beatrice umilmente affida a Dio, nella Chiesa, la sua situazione ingarbugliata e

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04_uncuorenuovoUna Chiesa che accoglie ma dice la verità e una credente che umilmente si mette in gioco affidando a Dio nella Chiesa un matrimonio che nella Chiesa era stato celebrato. Questa dinamica virtuosa, l’unica – a mio avviso – percorribile, ha portato al lieto fine che leggerete nel libro.

Non sarò io a dirvi come finisce, leggete “Un cuore nuovo“, un libro che, non appena cominci a leggerlo ne resti subito rapito; è talmente onesta, senza maschere, Beatrice che non puoi non metterti subito dalla sua parte, anche e soprattutto quando racconta le caXXate, le debolezze, la sua umanità fragile, ferita, come la nostra.

Man mano che vai avanti scopri che, sebbene racconti se stessa, il protagonista della vita di questa ragazza salernitana è Gesù, un Gesù che irrompe prepotentemente nel suo cuore, dall’ostensorio posto su un altare di una chiesa romana ma che sa aspettare i suoi tempi affinché ogni aspetto della sua vita venga riordinato nell’ordine dell’amore.

03_uncuorenuovoA proposito…

In questa storia di grazia, verso la fine, abbiamo il privilegio di esserci anche noi… 😉

[Tutte le parti tra virgolette sono tratte dal libro “Un cuore nuovo”, di Beatrice Fazi, Piemme Incontri]

 

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“Ho visto a cosa può portare l’odio (…) scelgo la strada della pace piuttosto che quella della guerra”

Posted by fermenticattolicivivi@gmail.com su 18/05/2015

Ho un amico rwandese, si chiama Valens.

Lo incontro ogni giorno. E’ sereno, con la battuta pronta, goliardico e intelligente. Mi piace parlarci a lungo di tutto, di fede, di filosofia, ma anche di amici, di cibo, di donne e ci si prende tranquillamente in giro senza complessi.

Ieri però, ho avuto l’onore di conoscere più a fondo una parte della sua storia (da lui condivisa a Radio Vaticana), una storia in cui non oso aggiungere o togliere una virgola (che risulterebbe stonata) ma che condivido volentieri – naturalmente col permesso del protagonista – coi lettori del blog.

21 anni fa, era il 7 aprile del 1994, il Rwanda viveva il suo olocausto: in cento giorni la furia degli hutu massacrò un milione di tutsi, soprattutto a colpi di machete, con la scusa della vendetta trasversale per l’uccisione dell’allora presidente Juvenal Habyarimana, morto il giorno prima, il 6 aprile, nell’abbattimento del suo aereo da un missile terra-aria, mentre rientrava in patria con il collega del Burundi. Della mano assassina ancora oggi è sconosciuto il nome, ma questo omicidio ha aperto una delle pagine più drammatiche della storia africana, aggravata dalla totale indifferenza della comunità internazionale. Ancora oggi alcuni dei responsabili vivono in libertà, sebbene ad Arusha, in Tanzania, sia stato creato il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda. Valens, all’epoca aveva 10 anni, lui e la sua famiglia di etnia tutsi cercarono di sfuggire alla violenza, ma non tutti ce l’hanno fatta. Valens da 10 anni vive in Italia, studia all’Università e lavora ai Musei Vaticani. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:

(Clicca qua per la versione audio)


Mp3

 

genocidio_ruanda_02R. – Era il 7 aprile, dopo la morte del presidente ci siamo rifugiati in una parrocchia, la nostra, perché incominciavano a bruciare le case. E là ci siamo incontrati con altre persone, eravamo in tanti, più di 4mila.

D. – E lì eravate al sicuro?

R. – All’inizio sì, finché siamo diventati tanti ed è incominciato a mancare un po’ da mangiare, poi hanno tagliato l’acqua ma siamo rimasti là, non si poteva uscire, non si poteva andare a cercare da mangiare. Eravamo al sicuro all’inizio, ma la cosa è durata due-tre giorni al massimo.

D. – Tu con chi eri?

R. – Io stavo con i miei: mio padre, i miei cinque fratelli, mia madre, i miei nonni, tutti quanti. Mio padre è morto subito, perché venivano, lanciavano le granate dentro, le persone che uscivano fuori per cercare cibo venivano uccise. Mio padre è morto subito, dopo due settimane, e noi siamo rimasti là perché mia madre era incinta al settimo mese del mio fratellino, e ci siamo rimasti là circa un mesetto, in cui venivano e uccidevano quelli che volevano uccidere e poi, io ricordo che sono venuti e hanno ucciso anche il parroco, perché ci proteggeva. Poi sono tornati e hanno detto che se gli uomini fossero usciti per farsi uccidere, avrebbero liberato le mogli e i figli. E allora, gli uomini che stavano là con noi hanno detto: “Va bene”, visto che eravamo circondati, c’erano i militari fuori, c’erano persone con il machete, lanciavano le granate dentro, non c’era più acqua, hanno selezionato quelli che volevano e li hanno uccisi e poi è andata avanti per un mese, dopo di ché ci hanno caricato sui pullman e ci hanno portati in un Campo profughi e siamo rimasti là per altri due mesi. In un mese ho visto solo la morte. In un mese ho visto la fame, le persone ferite senza cure, ho visto l’incubo e ho visto l’inferno.

D. – Tu hai perso tuo padre, e anche qualcun altro della tua famiglia?

R. – Sì: mio padre, la mia sorellina, i miei due nonni, due zie e le loro famiglie, ho perso 12 persone di casa mia in un mese.

D. – Quanto si riesce a perdonare? Come vivi con questi ricordi?

R. – Impari a conviverci, quando ho visto che anche i carnefici, quando tutto è finito e alcuni si sono rifugiati, sono andati in Congo, altri sono stati incarcerati, dopo livedevi che… non ci hanno guadagnato niente. Uno crescendo, grazie poi alla fede e all’educazione ricevuta, si rende conto che l’odio non porta alcun beneficio. Ti rendi conto che l’unico modo per andare avanti è perdonare, non significa dimenticare, perché chi dimentica ricade sempre negli stessi errori, significa accettare quello che ti è successo, conviverci e andare avanti e perdonare per poter permettere a qualcuno che ti ha fatto un torto di venire davanti a te a chiedere perdono. Se uno rimane sempre attaccato a quei momenti non può andare avanti. Non può andare avanti, se non perdona. Però è sempre un lungo cammino da percorrere, perché comunque le ferite sono ancora aperte. Io, a 31 anni, adesso vorrei vedere mio padre, e non posso farlo, il mio fratellino, che è nato dopo che mio padre era stato ucciso, non conoscerà mai suo padre, non ne vedrà mai neanche le foto, perché hanno bruciato tutto.

D. – Il Rwanda che Paese è, oggi? E’ un Paese sereno?

R. – E’ un Paese sofferente ma nello stesso tempo speranzoso di andare avanti, di ricostruirsi, di riconciliarsi soprattutto. C’è una battaglia da combattere: del perdonare e del chiedere perdono, di riconciliarsi, carnefici e vittime. Da noi è un Paese sereno perché abbiamo imparato tutti, chi ha fatto del male e chi l’ha subito, che l’unico modo non è dividerci, l’unico modo di vivere la vita veramente nella maniera giusta è essere uniti e superare le differenze per vedere quello che ci unisce, perché io ho visto a cosa può portare l’odio, la separazione e la divisione. Io l’ho vissuto sulla mia pelle, purtroppo, e non lo auguro a nessuno. Scelgo la strada della pace piuttosto che quella della guerra. Tutti in Rwanda scegliamo l’unità. Invece di scrivere sulla carta d’identità “hutu” e “tutsi”, adesso cancelliamo questa cosa dalla carta d’identità, e scriviamo “rwandesi”. Adesso, se vai in Rwanda, vedi un Paese abbastanza sicuro, tranquillo, che sta crescendo in tutti i settori: nell’istruzione, in economia. Ci si sta ricostruendo, ci si sta facendo forza per andare avanti e cercare non di dimenticare, ma di correggere.

D. – Cosa farai, tu? Ti stai laureando per tornare a casa, o per restare in Italia?

R. – Mi sento ancora fiero di essere rwandese, mi sento di tornare e mi sento anche di contribuire all’unificazione e alla pacificazione del mio popolo.

Grazie Valens per aver condiviso con noi la tua storia, da leggere e rileggere, e vivere, per imparare – come tu ci insegni a fare – a scegliere ogni giorno la strada della pace e non quella della guerra.

(Fonte dell’intervista: Radio Vaticana http://it.radiovaticana.va/news/2015/04/07/il_rwanda_a_21_anni_dal_genocidio_non_dimentica_ma_perdona/1135046)

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